Recensione: Seven Sisters / Review: What Happened to Monday

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Genere: fantascienza/distopia

Anno: 2017

Diretto da: Tommy Wirkola

Cast: Noomi Rapace, Glenn Close, Willem Dafoe, etc

Note: conosciuto come What Happened to Monday nel mercato americano, è disponibile su Netflix USA da agosto.


Nel lontano 2043 la sovrappopolazione ha causato una grave crisi e il CAB, una sorta di ufficio per l’assegnazione dei figli, ha introdotto la politica del figlio unico per tutti. Se una famiglia ha più di un figlio tutti i figli tranne quello più grande vengono presi e messi in criosonno, da cui verranno risvegliati quando l’umanità avrà raggiunto uno standard di vita migliore. Le gravidanze plurigemellari sono in grande aumento, e Karen Settman muore dando alla vita sette bambine in segreto. Il padre di Karen, Terrence, non vedeva la figlia da anni e ora deve decidere cosa fare di quelle bambine. Decide di tenerle tutte di nascosto, dando loro i nomi dei giorni della settimana, e stabilendo una regola. Ognuna di loro potrà uscire di casa solo nel giorno corrispondente, e dovrà dire tutto alle sorelle quando torna a casa.

Adottando l’identità di Karen Settman, unica figlia della defunta Karen Settman, crescono e diventano adulte. Hanno un lavoro in banca e gestiscono i loro turni tramite trucchi, parrucca e quant’altro. Il rischio di essere scoperte è sempre presente, e ci sono vari punti di controllo in tutta la città.
Un giorno Lunedì esce per andare al lavoro, ed è un giorno importante. Potrebbero ottenere la promozione tanto sperata… ma il suo bracciale tracciante si spegne e Lunedì sparisce dai loro schermi. Non è un problema facile da risolvere, visto che solo una di loro può uscire di casa alla volta… ma Lunedì potrebbe essere in pericolo, e così tutte loro.

Quando ho visto il trailer di questo film ne ero rimasta incuriosita: wow, un film di fantascienza europeo! E non fa parte di nessun franchise, non è un remake… è una cosa nuova! E la premessa mi è sembrata decisamente interessante. Non vedevo l’ora di scoprire come avrebbero risolto il loro problema… eppure niente, sono uscita dal cinema con un senso di disappunto. Mettiamo da parte il doppiaggio non proprio eccellente e concentriamoci sulla storia.

Per dirla con parole semplici: non funziona. Le scene d’azione sono un continuo susseguirsi di elementi ben riusciti e mal riusciti, si va dalla bella scena del cattivo che uccide senza fare grandi discorsi drammatici alla scena di una delle sorelle che salta dal terzo piano di un edificio e finisce in un cassonetto di metallo vuoto… e non muore, anzi, si rialza e corre via! Capisco la necessità di adattare un po’ le leggi della fisica all’azione, ma qui siamo oltre i limiti della mia sospensione della credibilità.
Mi è piaciuto molto scoprire che avevo ragione sulla sparizione di Lunedì, ma il suo segreto mi ha un po’ deluso, e il modo in cui le sorelle accettano la cosa come niente fosse è ridicolo e non credibile (se avete visto il film capite a che scena mi riferisco).

Mi è piaciuto il personaggio di Adrian Knowles, l’agente del CAB che qui ha un ruolo di solito riservato ai personaggi femminili. In effetti qui la maggior parte dei personaggi sono donne, eccetto Adrian Knowles e qualche personaggio minore, ed è una cosa di cui vale la pena parlare.

Nicolette Cayman, la donna dietro alla politica del figlio unico, qui fa da antagonista, ma temo che il tema della sovrappopolazione globale e scarsità delle risorse sia stato gestito in maniera ingenua. Faccio un esempio: per quanto terribile, la politica del figlio unico funziona, e persino autori come Amitav Ghosh ne parlano (mi pare proprio in La Grande Cecità). Non che ne parli a favore, ma fa notare come senza la politica del figlio unico in Cina l’attuale situazione dell’ambiente sarebbe ancora più catastrofica.
Avrebbero potuto sfruttare questo film per far vedere come i grandi problemi che ci spaventano di solito danneggiano di più i poveri che i ricchi, magari mostrandoci famiglie ricche che grazie a corruzione e sotterfugi economici possono nascondere e nutrire più di un figlio. Ah, e non c’è bisogno di andare fino al 2043 e aggiungere un aumento della popolazione così grande… la situazione è già critica adesso, siamo già senza risorse per il nostro stile di vita di oggi.
Oltretutto… se il governo controlla tutto grazie ai bracciali, incluse le spese delle persone, come ci mostra il film, com’è possibile che nessuno si accorga che Karen Settman compra abbastanza cibo da nutrire 7 persone? Avessero fatto vedere che compra cibo a un qualche mercato nero capirei…

Sarebbe potuto essere un bel film, e anche se ha degli elementi interessanti anche dal punto di vista estetico ( Noomi Rapace fa molto Blade Runner con quella pettinatura e rossetto rosso), ci sono troppi problemi nella storia per apprezzarlo.


 

Genre: sci-fi/dystopia

Year: 2017

Directed by: Tommy Wirkola

Cast: Noomi Rapace, Glenn Close, Willem Dafoe, etc

Notes: known as Seven Sisters in some countries. It has been released on Netflix USA (and other markets).

 

In the far future of 2043 overpopulation has caused a huge crisis, and the Child Allocation Bureau has introduced a one child policy for everyone. If a family has more than one kid, every kid but the oldest will be put in cryosleep until humanity reaches a better standard of living. Pregnancies with a great number of children are on the rise, and Karen Settman dies giving birth to seven daughters. Her estranged father, Terrence, has to deal with the situation. He decides to keep all of them, hiding them in the house, naming them after the days of the week. Everyone of them can leave the house only on the day of his name, and has to tell everything that she has seen and experienced to her sisters.

Under the identity of Karen Settman they’ve become adults, and now work at a bank. Wigs and makeup help them becoming the one and only Karen Settman, but the risk of being discovered is always present, with checkpoints and routine controls in various parts of the city.

One day Monday leaves and goes to work. It’s an important day, and she/they might get a promotion. But her tracking armband goes off and she disappears. It’s quite a problem, since only one of them should be out of the house at the same time… but Monday could be in danger.

 

When I first heard about this movie I was quite curious: wow, an european sci-fi movie! And it doesn’t belong to any famous franchise, it’s not even a remake of something. And the premise is undeniably interesting. I couldn’t wait to know how they were going to solve their problem… and yet I left the cinema with a sense of disappointment. Let’s not take into account dubbing, which wasn’t always stellar, and focus on the story.

To put it bluntly, the story doesn’t work, and the action is a rollercoaster of good and bad moments. It goes from the good scene of the bad guy killing without any dramatic speech, to the scene of one of the sisters jumping from the third floor of a building into an empty metal dumpster without dying or receiving any kind of wounds… hell, she runs away back into action afterwards! Yeah, reality can be a bit twisted in action movies, but this is more than my suspension of disbelief can take.

I really loved discovering I was right about Monday’s disappearance, but her secret was a bit disappointing and the way the other sisters deal with it is impossible to believe (if you have seen the movie you know what I’m talking about). On the other hand, I appreciated the character of Adrian Knowles, the CAB agent who has a role usually reserved to women in movies. Here most of characters are women, except for Adrian Knowles and some minor characters. This is definitely worth mentioning.

Nicolette Cayman, the woman behind the one child policy, is the villain here, and I feel that the whole theme of overpopulation and scarcity of resources could have been employed better. Let me use an example: as terrible as it is, the only child policy is actually effective, and authors like Amitav Ghosh have spoken about it (he mentions it in The Great Derangement, if I recall correctly). Not in favour, mind you, but with the purpose of explaining that without a one child policy in China the current situation of our environment would be far worse than it actually is. This movie could have been a good opportunity to show how the one child policy impacts mostly poor families, while rich families can afford to feed and hide more than one kid. And there’s no need to go to 2043 and to a huge increase of population. We’re already out of resources for our current lifestyle.

Oh, and by the way, if the government tracks everything through the armbands, including expenses, as the movie shows, how comes no one realizes Karen Settman eats for seven people?

This could have been a good movie, and while it has some very interesting elements and visuals (Noomi Rapace looks incredibly Blade Runner-ish in her hairdo and red lipstick), it’s lacking in terms of story.

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Recensione / Review: Shadowrun Returns

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Sviluppatore: Harebrained Schemes

Genere: cyberpunk, fantasy

Anno: 2013

Note: basato sul famoso gioco di ruolo Shadowrun, seguito da Shadowrun Dragonfall e Shadowrun Hong Kong.


Si comincia generando il proprio personaggio, cosa che potrebbe tenervi impegnati un po’, se non avete le idee chiare sul vostro percorso. Si sceglie una razza (elfi, umani, nani, orchi e troll) e una classe, andando dallo sciamano al samurai della strada passando per l’esperto di droni e il mago. Si può scegliere il colore della pelle e dei capelli, e scegliere tra i bellissimi avatar disegnati quello che fa più al caso vostro (niente oggettificazione femminile, gente!). Si sceglie anche un’etiquette: un ramo del mondo degli Shadowrunner che il personaggio conosce e che influenzerà le conversazioni nel gioco. Fa anche parte del background del personaggio, ad esempio un samurai della strada potrebbe avere un passato in una squadra di sicurezza di una grande azienda, o essere sempre vissuto in strada.

Poi vengono i punti karma, distribuiti nelle statistiche di gioco (Forza, Velocità, Carisma, etc, un po’ come in D&D) a seconda della propria classe. Io ho giocato nei panni di un’elfa samurai della strada.

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Alcuni degli avatar disponibili.

Il gioco si basa su una prospettiva isometrica e il combattimento è a turni, il giocatore controlla il suo personaggio e i suoi alleati e/o gli shadowrunner che ha assunto.

Il dialogo è una parte cruciale del gioco, e le opzioni disponibili possono variare a seconda dei propri punteggi karma: se si ha un certo punteggio di forza si può minacciare qualcuno, in certi punti. Le scelte del giocatore determinano se un certo personaggio sarà nemico o alleato, e tanto altro. Gli hacker si collegano alla matrice e si muovono nel cyberspazio, che ha regole e un aspetto tutto suo… lascio a voi scoprirlo!
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Ma passiamo alla storia, che è la parte più interessante: la campagna si chiama Dead Man’s Switch, e si svolge a Seattle. Il giocatore riceve un messaggio da un vecchio amico, Sam Watts: il messaggio è stato inviato automaticamente alla sua morte, e Sam pagherà il/la protagonista per scoprire chi l’ha ucciso. La prima parte della storia si basa sulla cattura del responsabile, la seconda ci porta dietro le quinte di qualcosa di grande. La prima parte è un giallo classico, con la raccolta di indizi, le domande alle persone… ma nella seconda la componente fantasy è decisamente prevalente, pure troppo per i miei gusti: certi elementi mi sono sembrati troppo strani, difficile crederci.

La musica e le atmosfere sono davvero godibili, e non è necessario conoscere il gioco di ruolo originale per godersi il videogioco. Magia e tecnologia sono ben bilanciati (tranne verso la fine secondo me). Peccato per il finale non proprio originalissimo o imprevedibile. Se faccio la pignola adesso è perché ho giocato Shadowrun Dragonfall, e vedo quanto sono migliorati in tutto. Ma ne parliamo nella recensione apposita!

Non è necessario giocare a Shadowrun Returns per apprezzare Dragonfall, ma è un’esperienza piacevole che consiglio a tutti gli appassionati di cyberpunk.


 

Developer: Harebrained Schemes

Genre: cyberpunk, fantasy

Year: 2013

Notes: based on the popular RPG Shadowrun famous for mixing fantasy and cyberpunk. Followed by Shadowrun Dragonfall and Shadowrun Hong Kong.


You start with a character generation screen that could keep you busy for hours. You choose a race (human, elves, dwarves, orks and trolls) and a class: Decker (aka hacker), Street Samurai, Physical Adept, Shaman, Rigger and Mage. You get to customize your character’s appearance (skin and hair color) and you pick a wonderfully drawn avatar as well. All avatars come in various skin colors and ethnicities. You choose a gender but it doesn’t affect the story. You choose a etiquette which will have an influence on the dialogue options you will be able to pick, and it can be considered a reference to your background – if you pick “corporate security” it could be because it’s where your worked before becoming a shadowrunner.

And finally, you spend a certain number of karma points in the game statistics (Quickness, Charisma, Body, Intelligence, Willpower, Strength) which will influence your summoning abilities, the attacks you’ll be able to use and so on.

I played as a street samurai elf.

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Here’s some avatars from the game.

The game is in isometrics and the combat is turn based, the player controls the main character and the runners s/he is fighting with or has hired, which is indeed a possibility in certain parts of the game.

Dialogue is a huge part of the game, the dialogue options that are available to the character may vary according to the karma points you have spent (if you have more than a X Strenght value, you may pick a more threathening option). Your choices will determine whether a certain conversation will end in a fight or not, or whether you gained a foe or an ally. Deckers can also log into the matrix in certain points; this ability can be used to collect info, disable security systems and so on. When a character is in the matrix, they appear to be into a whole different world… which will be yours to discovery. No spoilers on that!

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I am not a videogame expert, nor I pretend to be. But I can evaluate a story, and this is what I will focus on, without revealing too much of it.

The campaign is called “Dead Man’s Switch” and is set in Seattle. The player’s character receives a message from an old friend, Sam Watts.
The message was automatically sent at Sam’s death: he offers a reward to the character asking him/her to find out who killed him.

The first part of the story is devoted to catching the killer, the second one unfolds the bigger picture. While the first part is an interesting crime story (you collect evidence, ask questions..), in the second one the “fantasy” part becomes way too prominent for my tastes, making certain elements feel weird and hard to believe.

I liked the music and the atmosphere a lot. It can be enjoyed even by people who are not familiar with the Shadowrun universe, and for most part the game balances technology and magic fairly well – it’s, as I said, in the end when the weight on the fantasy plate of the scale becomes heavier that certain things start cracking. The first part of the game is definitely the best.
The ending isn’t exactly super-original and unpredictable either.
I am being very critic because having played Shadowrun Dragonfall I can recognize how much they improved, well, everything in their second story.
But that’s for another review…

That being said, I still recommend the game, it will get you familiar with the game mechanics and you can still enjoy it as a game, even if it’s not perfect. (psst, it doesn’t have objectification of women either, which is definitely a plus).

Aggiornamenti vari!

Circa un mesetto fa vi avevo detto che avrei fatto una specie di NaNoWriMo incentrato sulle storie di Kel e Aline. Scrivere un intero romanzo senza progettazione è da suicidio, così ho deciso di impiegare il mese per creare degli archi narrativi soddisfacenti per entrambi, calcolando che le loro storie dovevano incrociarsi… senza poter però sfruttare una struttura tipo buddy movie.

Come sempre, ho lavorato su questo progetto assieme ad Andrea, partner nella scrittura e nella vita. Non avete idea di quanto sia fantastico scrivere assieme a qualcuno… se non l’avete mai fatto, provatelo! Avere qualcuno che vi dica “è una cazzata” quando vi sentite di aver trovato l’idea giusta per far quadrare la storia o che vi dica “è perfetta” quando vi sentite di aver tirato fuori una cazzata è ottimo per il flusso lavorativo.

In parallelo ho (anzi, abbiamo) approfondito le mie conoscenze sia nell’ambito della scrittura in generale che nella struttura delle storie. Ho letto il meraviglioso manuale sull’arco del personaggio di Dara Marks (L’Arco di Trasformazione del Personaggio), che dovrebbe essere una lettura obbligata per chiunque voglia approcciarsi alla scrittura. Al momento sto leggendo Story di Robert McKee. Non è male ma non è essenziale come quello di Dara Marks (e fa un sacco di tirate sul mondo del cinema che mi interessano poco).

Sì, ma Aline e Kel? Beh, più studio la struttura delle storie più mi affascina… e più mi rendo conto di quanto sia un meccanismo molto speciale, e di quanto sia essenziale che ogni pezzo sia al posto giusto. E anche se abbiamo, teoricamente, completato un’ossatura per la storia di Aline e Kel… non sono soddisfatta. Non credo che ci sia il mio perfezionismo dietro, credo che ci sia qualcosa ancora che non va. Dobbiamo fare di meglio per dare giustizia al loro arco narrativo e al loro universo.
Il piano provvisorio è di lasciarla in sospeso per un po’, facendo pratica nel frattempo con storie più semplici a livello di struttura (ne abbiamo in mente una in particolare).
Si tratta sempre di racconti/romanzi brevi, per ora. Non che le idee per le storie più lunghe ci manchino, ma meglio fare pratica prima di imbarcarsi in progetti troppo grandi… tipo la mia space opera con tre protagonisti. Una roba alla volta, no?

Vi terrò aggiornati! ^_^


 

Almost a month ago I told you I was going to do something akin to NaNoWriMo about Kel and Aline‘s stories. Writing an entire novel without preplanning is suicidal, so I decided to use this month as a planning month, creating character arcs for both Kel and Aline, taking into account that their stories were supposed to be connected… but there was no room for buddy movie structures.

As always I worked on this project with Andrea, my parter in writing and in life. You have no idea how awesome it is to write with someone else… if you’ve never done it, please give it a try! Having someone who tells you “that’s bullshit” when you feel you’ve just come up with the best idea ever and who tells you “that’s brilliant” when you felt you just said something which will never work is fantastic for your working routine.

We also have focused in learning more about writing, both in general and in regard to the structure of stories. I’ve read Dara Marks‘ fantastic book Inside Story: The Power of the Transformational Arc, which should be a compulsory reading for anyone who wants to write anything ever. Right now I’m reading Story by Robert McKee. It’s not bad but it’s not as essential as Dara Marks’ book (and he spends a lot of time criticizing the modern world of cinema, which isn’t that interesting for me).

Yeah, but what about Kel and Aline? Well, the more I learn about structure and character arcs the more I realize what kind of a delicate mechanism it is, and how important it is for every piece to be in its right place. And even if we have, theoretically, completed Aline and Kel’s character arcs… I’m not satisfied with the result. I don’t think it’s my perfectionism at work here, I think there really is something which doesn’t work. We have to do better to create a compelling story in a compelling universe.
For now I’ll let this story rest a bit, and we’ll practice on simpler stories – structure-wise – and we do have one in mind which could be a great start. It’s only short stuff for now (stories, novellas). It’s not that we don’t have ideas for longer stories – we definitely do! But it’s better to practice before working on more complex structures… I’m talking to you, my dear space opera with 3 main characters sitting somewhere in my mind. I’ll get to you, I promise.
I’ll keep you posted!

Recensione: L’Onore dei Vor / Review: Shards of Honor

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Autrice: Lois McMaster Bujold

Anno: 1986

Genere: space opera/fantascienza militare/romance

Note: primo romanzo della famosa Saga dei Vorkosigan. (Tecnicamente è preceduto da Falling Free/Gravità Zero, ma è ambientato 200 anni prima e non ci sono i personaggi famosi della serie).


Il Capitano Cordelia Naismith, proveniente dalla Colonia Beta, sta esplorando un nuovo pianeta con il suo staff di scienziati ed esperti. Il loro accampamento viene attaccato quando Cordelia è lontana, e la sua nave sembra sparita. Ma non è rimasta sola sul pianeta: con lei c’è Dubauer, un betano ferito, e un ufficiale barrayarano. Cordelia è tutto fuorché entusiasta quando scopre che coloro che hanno devastato il suo accampamento venivano proprio da Barrayar, un impero bellicoso che afferma di possedere quel pianeta dove Cordelia e i suoi stavano facendo ricerche. Se vuole sopravvivere, però, deve allearsi a quell’ufficiale barrayarano rimasto: Aral Vorkosigan, conosciuto nella galassia come il Macellaio di Komarr. Scoprirà perché Vorkosigan è stato lasciato lì, e perché non è così tremendo come la sua fama lo dipinge: tratta Cordelia con onore e rispetto, e la aiuta ad occuparsi di Dubauer, portandoli con sé fino a un rifugio barrayarano nascosto da dove potranno comunicare e farsi salvare. Se vogliono andarsene da lì, quella è la loro unica possibilità, anche se significa giorni di cammino in un ambiente potenzialmente ostile.
E in quei giorni Cordelia inizia a rispettare Vorkosigan e a esserne affascinata: Vorkosigan non sarà un sant’uomo, ma la realtà di Barrayar esige strani compromessi, e richiede molto ai suoi cittadini. Anche Vorkosigan è affascinato da Cordelia…

No, non scappate, non c’è solo la storia d’amore. Certo, le avventure di Cordelia e i suoi sentimenti per Vorkosigan sono fondamentali, ma nella trama c’è tanto altro… e l’azione non manca. Dal pericolo (politico e reale) di una guerra imminente, fino alle scelte che una persona può fare in una società che trasforma le persone gentili in mostri, Bujold tira in ballo molti elementi interessanti. E c’è tutta la parte sul consenso alle terapie mediche, sul trattamento delle persone disabili e quant’altro, come capirete leggendo.

Ci si abitua molto facilmente alla mente di Cordelia: non è un’eroina perfetta, ha difetti ma è forte a modo suo, e in un modo che Vorkosigan non si sarebbe mai aspettato. Non è un soldato, ma combatterà e userà le sue conoscenze per avere la meglio e salvare delle vite. Non le mancano traumi e paure, però. Vale la pena menzionare che né lei né Vorkosigan sono giovani e belli: Vorkosigan è sulla quarantina, e non è mai descritto come bello nel senso classico del termine… eppure ci innamoriamo di lui assieme a Cordelia, e diventa una storia d’amore interessante perché siamo stimolati a preoccuparci per loro.
La loro relazione è estremamente umana, non troppo smielata o irrealistica: hanno ruoli, famiglie, responsabilità da cui non si può sfuggire… non con una guerra interplanetaria che incombe.

Non che sia un libro perfetto al 100%. In alcuni punti è un po’ troppo raccontato, Vorrutyer sembra un cattivone da cliché che farebbe quasi ridere se non facesse paura, e mi ha sorpreso il comportamento di Cordelia in sua presenza. Cordelia è anche parecchio fortunata in una certa circostanza che non menziono per motivi di spoiler. Niente di esagerato, per fortuna.

Come potete intuire, mi sono divertita un sacco a leggere questo romanzo. Ci sono un sacco di elementi interessanti: romanticismo, guerra, azione, temi su cui riflettere… e di certo fa venire voglia di leggere il libro successivo subito dopo!

 


 

Author: Lois McMaster Bujold

Year: 1986

Genre: space opera/military sf/romance

Notes: First novel of the Vorkosigan Saga in chronological order. (Preceded by Falling Free, but Falling Free is set 200 years earlier and does not involve the main characters of the saga).

 

Captain Cordelia Naismith from Beta Colony is exploring a new planet with her crew. Their camp is attacked while Cordelia was away, and her ship is nowhere to be seen. But she’s not alone on the planet: another Betan, Dubauer, has been left for dead (and his brain has received serious injuries), and there’s a Barrayaran officer too. Cordelia is less than enthusiastic as she discovers that those who attacked her camp were indeed from Barrayar, a militaristic planet which claims ownership of the planet she was exploring. Slowly she finds out why that particular Barrayaran officer has been left for dead too. He has powerful enemies, and quite a reputation: he is Lord Aral Vorkosigan, the Butcher of Komarr.

To her utmost surprise, Vorkosigan is a respectful man, and helps her attending for Dubauer and takes Cordelia and the wounded Betan on a five-day hike to a secret Barrayaran cache of weapons and supplies. If they want to get rescued, that’s the only chance they have.

Cordelia’s respect for Vorkosigan turns into something more as he turns out to be a honorable man. He may have done terrible deeds, but reality is more complex and life on Barrayar has terrible demands. Surprise surprise, mutual respect turns into love for both of them.

 

Before you run away: no, this is not solely a love story. While, yes, Cordelia’s adventures (the story is from her pov) and her feelings for Vorkosigan are fundamental, there’s a ton of interesting themes in the plot – and there’s the gripping space opera action, obviously. From the dangers (political and real) of imminent war, to the choices a person can make in a demanding society that transforms kind human beings into monsters. And let’s not forget the themes of consent and medical treatments/therapies, as you’ll understand while reading the novel. It’s very easy to get into Cordelia’s mind: she’s not a perfect heroine, she has flaws, but she’s strong in her own way(in a way Vorkosigan would have never expected). She can kick ass, save lives and use her knowledge to gain the upper hand. But she also has traumas and fears. It’s worth mentioning that neither of them is very young and/or handsome: she’s in her thirties and Vorkosigan is in his forties, and he’s never described as a traditionally good-looking man… but as Cordelia falls in love with him, so does the reader. It’s an interesting love story because you actually care for them. Their relationship is extremely human, not too cheesy and unbelievable. They both have roles, families, responsibilities, and there’s no running away from those… not with interplanetary war looming in the background.

It’s not a super perfect book either: Vorrutyer looks like a cliché villain who would be ridiculous if he weren’t scary, and I was baffled about Cordelia’s behaviour in his presence.

Cordelia is also very lucky in a circumstance I won’t mention because spoilers. Nothing too deus ex machina-ish, luckily for us.

As you can probably tell by now, I had a lot of fun reading this novel. There’s a lot going on – romance, war, action, important themes – and you’ll definitely want to read the next book in the series as you finish this.

Recensione: Sfera / Review: Sphere

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Genere: fantascienza, thriller
Anno: 1998
Diretto da: Barry Levinson.
Cast: Dustin Hoffman, Sharon Stone, Samuel L. Jackson, etc.
Note: basato sull’omonimo romanzo di M. Crichton.


Norman Goodman è uno psicologo a cui il governo spesso ricorre in casi particolari o disastri per offrire aiuto psicologico alle vittime di eventi particolari. Quando viene mandato nel bel mezzo dell’oceano per una missione speciale si aspetta qualcosa del genere, ma scopre di essere stato chiamato perché anni prima aveva scritto un testo per il governo dove indicava i protocolli e il personale necessario in caso di primo contatto alieno. Non si aspettava certo che qualcuno prendesse sul serio le sue indicazioni, ma le cose cambiano quando viene trovata una gigantesca astronave sul fondo del mare. Stando ai suggerimenti di Goodman, viene organizzata una squadra di esperti, e assieme dovranno scoprire i misteri dell’astronave… abitando in una base sott’acqua, l’Habitat.

La loro indagine è sorprendente fin dall’inizio: come può l’astronave avere 300 anni – e non ci sono dubbi – essere così moderna e così familiare? Ma soprattutto, cos’è quella grande sfera dorata che trovano nella nave? Sembra fatta di una sostanza liquida o gommosa, e se ne sta lì sospesa nell’aria. Ogni sforzo di interagire con la sfera sembra essere inutile, e niente può penetrarla. Ah, e non riflette nulla dell’ambiente circostante eccetto loro.

Ovviamente cominciano presto a succedere cose strane e morti misteriose, e le ipotesi sull’identità della sfera e le sue interazioni con l’uomo si sprecano.

Ho soprannominato questo film “Picnic Sul Ciglio della Strada incontra Jules Verne”: i riferimenti a Picnic sono ovviamente dati dalla sfera dorata con poteri speciali, e in certi punti sospetto davvero che Crichton avesse letto il romanzo in questione. Ma non è un clone, non temete, è più un omaggio. Il riferimento a Jules Verne viene pensando all’ambientazione abissale: meduse e gigantesche creature sottomarine sembrano uno spettacolo che si osserva dagli oblò del Nautilus, non da una base scientifica moderna.

La trama è interessante e ricca di sviluppi, anche se probabilmente il merito qui va a Crichton. Magari capirete la verità sulla nave prima dei protagonisti, magari no, ma dubito che intuirete tutti i colpi di scena, e che possiate prevedere il finale.

C’è abbastanza suspense (e momenti di vero terrore, a volte) per tenere gli occhi attaccati allo schermo. E l’Habitat funziona molto bene come pretesto per intrappolare i personaggi, visto che tornare su richiede tempo per adattarsi alla pressione, e ovviamente c’è una bella tempesta in superficie ergo non possono ricevere aiuto. Gli elementi di terrore presenti non superano quelli fantascientifici, ed è un film piacevole da guardare.


 

Genre: sci-fi, thriller
Year: 1998
Directed by: Barry Levinson.
Cast: Dustin Hoffman, Sharon Stone, Samuel L. Jackson, etc.
Notes: based on the novel with the same title by M. Crichton.
Norman Goodman is a psychologist who is often employed by the government in disastrous situations to offer psychological help to the victims of some major event. When he is sent to a secret mission in the middle of the ocean he expects a similar situation, but he finds out he has been chosen because, several years ago, he wrote an essay for the US government indicating all the protocols and personnel he considered necessary in case of first contact with aliens. He never expected it to be taken seriously, but things change when a giant spaceship is found lying on the ocean floor, and a team of scientists is assembled as he suggested. Together, they’re supposed to pierce the mystery of the spaceship while being stationed in an underwater base, the Habitat.
As they begin their investigation, a lot of things don’t add up: how can the spaceship be 300 years old, and be so modern and yet so familiar? Most importantly, what is that huge golden sphere they find inside the ship? It seems made of a liquid or jelly substance, and it hovers above the floor. Any effort to interact with it seem to meet no answer, and nothing can penetrate the sphere. They notice that the sphere doesn’t reflect anything of its environment… except them. Needless to say, the expedition is plagued by mysterious events and deaths, and many ipotheses are made about the real nature of the sphere and how it interacts with humans.
I have nicknamed this movie “Roadside Picnic meets Jules Verne”. The Roadside Picnic part is, of course related to the golden sphere that has special powers, and the reference is so strong to me that I wish I could ask Crichton if he was inspired by Roadside Picnic. Even if that were the case, the two stories are very different. The Jules Verne part is a reference to the setting – most of the story is set in the abyss – and to the creatures that inhabit it. Jellyfishes and giant underwater creatures make you feel as if you were watching them from the Nautilus, and not a special base. The whole plot is very interesting and well crafted, though probably this is Crichton’s merit. Maybe you’ll be able to guess the nature of the spaceship before the movie reveals it, maybe not, but I doubt you’ll guess all the other plot twists, ending included. I can assess that the movie flows nicely, with suspence and genuine moments of terror. The Habitat is a perfect example of a setting to trap characters into, since reaching the surface requires time (to adjust to the pressure). And of course there’s a huge storm on the surface, so they cannot get help. While I mentioned terror I feel the need to add that it is not strictly a horror movie, the sci-fi themes are still stronger.

 

Recensione / Review: Abaddon

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Autore: Giuseppe Menconi

Genere: fantascienza militare/space opera/horror

Anno: 2014

Note: pubblicato da Vaporteppa.


Il maggiore William Boore era un soldato efficiente, capace di uccidere chiunque gli si parasse contro senza troppi scrupoli. Le sue medaglie parlano chiaro: è un vero eroe, ed è persino riuscito a salvare un prigioniero importante in una missione che ha richiesto la vita di suo fratello. Ora, per sua stessa richiesta, si gode una vita tranquilla a San Francisco, lontano dall’azione in Russia o nel Medio Oriente. Si è fatto assegnare alla Abaddon, un’astronave nera e immensa che si trova sospesa vicino al Golden Gate dagli anni Sessanta. Da allora non è mai successo niente: nessuno sa niente della nave, perchè entrare è impossibile visti gli scudi invisibili che la proteggono, e nessuno è mai uscito da lì. Gli abitanti di San Francisco ci si sono abituati ormai, e William Boore ha chiesto di essere assegnato alla sorveglianza dell’astronave. Non vuole più rischiare la pelle adesso, gli basta fare la guardia alla Abaddon in attesa del lavoro da scrivania che gli spetta, e godersi la famiglia.

Ma – e c’è sempre un ma – William Boore è un codardo. Le sue medaglie diranno anche che è un eroe, ma la verità è molto diversa. Se chiedete a lui, vi dirà che le medaglie mentono. Ma alla Abaddon tutto ciò non interessa: i suoi scudi invisibili spariscono, e William Boore deve entrare con una squadra e risolvere il mistero della nave. Ma come può affrontare pericoli sconosciuti se non può nemmeno affrontare sè stesso?

 

Era un po’ che volevo leggere questo romanzo, per vari motivi. Tanto per cominciare la trama mi incuriosiva molto, e poi è stato pubblicato da Vaporteppa: seguo il Duca da anni, e so quanto è esigente in fatto di scrittura, perciò l’idea di una collana diretta da lui mi sembrava una buona garanzia di qualità, calcolando che la sua politica è quella di assistere gli autori e insegnare loro come esprimere al meglio le loro idee. Magari non mi piacerà la trama a livello di gusti, mi ero detta, però sarà scritto bene di sicuro: non si sta sull’inginocchiatoio sui ceci del Duca senza ottenere nulla.

 

Così mi sono messa a leggere… ed è venuto fuori che avevo ragione. Il romanzo scorre come acqua, senza spiegoni di nessun tipo (ma facendo avere al lettore tutte le info necessarie), l’azione è descritta nel dettaglio e il difetto di William Boore è bello palese. Anche se non riuscite a immaginare come risolverà il problema della Abaddon è chiaro che finché non risolverà il suo problema personale non andrà lontano.

Di per sè la storia fa pensare a un videogioco, e dopotutto l’autore ha dichiarato di essere un fan di Dead Space. Misteriosi corridoi, cose che vogliono ucciderti dietro ogni angolo… sì, sembra proprio di trovarsi in un videogioco, ma non mi lamento: contribuisce a rendere la storia ricca d’azione, e si notano i tentativi di rendere tutto il più realistico possibile quando si tratta di armi ed effetti collaterali.

I misteri della Abaddon si sviluppano in maniera interessante, e si notano riferimenti a certe serie tv e film (nominarli sarebbe fare spoiler), forse involontari. Avrei apprezzato un po’ più di sense of wonder, ma alla fine ci sono abbastanza elementi originali per impedire che sembri una copia di questo o quello. I dialoghi a volte sembrano scritti un po’ in doppiagese; la parola “fottuto” viene usata dove si userebbe l’inglese “fucking”, generando uno strano effetto da testo tradotto.
I personaggi femminili presenti si contano sulle dita di una mano (che ha perso un paio di dita).

A parte ciò ammetto di averlo letto in un paio di giorni, perché volevo proprio sapere come sarebbe andata a finire. E adoro trovarmi di fronte a un finale che non sarei mai riuscita a prevedere (finale molto soddisfacente, tra l’altro). Credo che leggerò altro di Giuseppe Menconi (Vaporteppa ha pubblicato, di suo, anche Il Grande Strappo e Sangue del Mio Sangue).
Abaddon non cambierà la vostra vita, l’universo e tutto il resto, ma è un bel libro, ben scritto e piacevole: vale la pena dargli una possibilità.

Nota all’edizione: Adoro il fatto che ci sia una postfazione dell’autore per spiegare alcuni riferimenti presenti nel testo (di alcuni me ne ero accorta, di altri proprio no). Avrei apprezzato se i pensieri del personaggio fossero stati in corsivo (che invece è stato usato per i cartelli).


 

Author: Giuseppe Menconi

Genre: military sf/ space opera

Year: 2014

Notes: available only in Italian so far (and it’s a shame).


Major William Boore was a hotshot in the military, killing everyone who stood in his way with ease. His medals speak clearly of him: he’s a true hero. He even managed to save an important prisoner in a mission that costed him the life of his own brother, and is now enjoying a relatively calm life. Following his own request, he is posted in San Francisco, far from the action in the Middle East or in Russia. He’s assigned to the Abaddon: a triangular, black spaceship which has been hovering next to the Golden Gate Bridge since the sixties.

No one knows anything about that spaceship, except that it’s there and it’s not going anywhere. Getting in is impossible, since its invisible shields will fry anything that gets close. The citizens of San Francisco have gotten used to his presence, and William Boore is glad to have an assignment that keeps him close to his wife and kid. No more risking his life, just a few years of spaceship babysitting and then a calm desk job that will allow him to see his kid grow up.

But, and you know there’s always a but, William Boore is a coward. His medals may identify him as a hero, but he hasn’t been a hero for a long time. If you ask him, he’ll tell you his medals lie. But Abaddon doesn’t care about it, and it suddenly drops its shields. It’s up to William Boore and his team to get into the ship and pierce its mystery. But how can William face the unknown if he doesn’t even know how to face his own problems?

 

I had had my eyes on this book for quite some time, and for many reasons. First and foremost the plot seemed right up my alley. Second, it’s part of a series of books published under the banner of Vaporteppa, and Vaporteppa (yes, it’s a literal translation of the word steampunk into italian) is a special project: the main behind it, Marco Carrara, doesn’t want your book but your idea, and if he’s into it he’ll teach you how to write it at your best. Hell, Vaporteppa’s motto is Quae Nocent Docent – what hurts you teaches you.

This is why I had some expectations about this book: I’ve been following Marco Carrara on the web for quite a while, I know how demanding he is, and if he publishes something it must be a good book. Maybe I will not like the plot, but I will not have any criticism about the structure of the story and the techniques used in writing, I told myself.

 

So I jumped into reading…and it turns out I was right. The book flows like water: it has no infodumps whatsoever and yet it manages to convey all information naturally most of the time, the action is described in detail, William Boore’s fatal flaw is right there, and even if you can guess he’ll not solve the Abaddon problem until he solves his own personal problem, you have no idea how he and his squad will make it through.

At first it reminded me of a videogame, and the author is a self-professed fan of Dead Space. Mysterious spaceship corridors, things that want to kill you behind every corner… it does have quite a videogame feel to it, but I don’t complain: it makes the action fast paced, with a visible attempt to make the action as realistic as possible when it comes to the use of weapons and their side effects.

The mystery of the Abaddon was developed in an interesting way, I detected references (maybe totally unintentional) to certain tv series and movies I cannot name due to spoilers, but overall I cannot say I am unsatisfied. The dialogues could use some improvements: not in the info that they convey, but in the general style (this is an issue I will expand further in the italian translation of this review, since it pertains to our language). Worth mentioning also that the amount of female characters is significantly low.

Some more sense of wonder wouldn’t have hurt, but there’s enough original elements to avoid making it feel to much of a copy/reference to this or that work of fiction. I feel compelled to say I finished it in a couple of days, because I really, really wanted to know how it would have ended: I definitely didn’t guess the ending before it happened, that I can tell you (and it’s a very satisfying ending).

Abaddon won’t probably change you perception of the life, the universe and everything else, but it’s a fast paced well written book that you will probably enjoy.

Recensione / Review: Tharsis

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Sviluppatore: Choice Provisions

Genere: fantascienza

Anno: 2016

Note: Disponibile su Steam. La recensione era stata fatta in occasione dell’evento Red October (un mese di recensioni a tema Marte).


Il tutorial (che dovete assolutamente seguire) funge da prologo per la storia: vi trovate a bordo della Iktomi, un’astronave diretta su Marte. Anche se si tratta della prima missione con astronauti verso il pianeta rosso, c’è un motivo particolare per cui è stata organizzata. La Terra ha captato un segnale proveniente da Tharsis, regione montuosa di Marte, e ha mandato la Iktomi a investigare. Dopotutto, potrebbe essere prova che c’è vita nello spazio. Ma prima bisogna arrivarci, su Marte, e non sarà facile. Man mano che i turni di gioco proseguono scoprirete sempre di più sulla missione.

Alla fine del tutorial una tempesta di micrometeoriti colpisce la Iktomi, distruggendone un pezzo e uccidendo due astronauti. Ora sono rimasti 4 astronauti, alcune settimane di viaggio e una nave che deve essere riparata costantemente. Ogni turno del gioco si guasta qualcosa a bordo della nave, e i 4 personaggi devono essere mandati nelle aree in questione per riparare i danni. E lì dipende tutto dai dadi. A ogni astronauta è assegnato un massimo di 5 dadi (che possono essere riguadagnati in vari modi) e una volta lanciati l’esito della riparazione dipende dal risultato. Il punteggio necessario dipende dall’entità del danno: un danno che richiede 8 per essere riparato è una cosuccia, uno da 27 è un problema serio. Se il danno non viene riparato nel corso del turno continuerà a infliggere danni all’integrità della nave e alla salute degli astronauti. I danni più difficili poi presentano anche delle difficoltà extra: se esce fuori un certo numero un dado può venire bloccato per il turno, può sparire o addirittura causare danni all’astronauta.

Non è un gioco facile da battere, ci ho messo un po’ per farcela in modalità facile (le modalità sono facile, normale e difficile), e le prime volte molto probabilmente perderete. Non è troppo frustrante visto che le partite non durano molto – dipende ovviamente da quanto resistete e se riuscite ad arrivare su Marte. Una partita vinta può durare anche un’oretta, ma si può salvare e interrompere a proprio piacimento.

Sembra un gioco da tavolo, non lo nego, ma non lo ritengo un difetto. Molto dipende dalla fortuna, cosa che ha generato delle critiche negative nei confronti del gioco, e lo capisco. Ma non è tutta fortuna: senza una strategia adeguata non riuscirete mai a sfruttare le risorse disponibili. Ogni astronauta ha una specializzazione diversa, e va sfruttata al massimo (nel corso del gioco si possono sbloccare anche altri astronauti), tenendo conto anche che fattori come salute e stress influenzano il loro comportamento. Ogni mossa va calibrata alla precisione: sfruttate anche le piccole missioni secondarie per raccogliere cibo e far guadagnare dadi ai personaggi, riparare lo scafo, abbassare i livelli di stress o guadagnare bonus, come quelli alla ricerca. All’inizio sembra molto difficile tenere conto di tutti questi fattori, e lo è, ci vuole un po’ di pratica per abituarsi a tutte le meccaniche di gioco (fortunatamente non è a tempo).

Lo avevo comprato in un Humble Bundle tempo fa, e mi era piaciuto anche perché non richiede una competenza decennale nei videogiochi, solo la voglia di cimentarsi con la risoluzione dei problemi. Ah, quasi dimenticavo: a seconda di quanti astronauti riuscirete a portare su Marte il finale cambia… e vi sorprenderà.


Developer: Choice provisions

Genre: sci-fi

Year: 2016

Notes: the game is available on Steam. This review is part of the Red October event. 


The tutorial ( you should really pay attention to it) creates a prologue for the game: you are onboard the Iktomi, a spaceship directed to Mars. Supposedly the first manned mission to the red planet, it has actually been sent after the receiving of a signal from Tharsis on Mars. Your job is to reach it and investigate on this signal that might as well be a sign of alien life. But first, you have to reach the planet… Every turn of the game reveals you more details of the mission.

At the end of the tutorial a micrometeorite storm hits the ship, destroying a part of it and killing two astronauts. You’re left with four astronauts, several weeks of space travel and a ship in need of constant repair. Every turn the ship is damaged in two or more of its sections, and the four characters need to be deployed in these areas to repair the damage. And from that, it’s a matter of dice. Every astronaut is assigned a maximum of 5 dices that can be replenished in various ways, and the sum of their numbers once they’re thrown will determine if the damage has been repaired. 8 would constituite an easy damage, 27 a hard one. If you can’t repair it, it will continue to inflict damage, like breaking the hull or damaging the astronauts’ health. Hardest damages also come with penalties: a dice may be frozen (so you cannot throw it again in the same turn), expelled into the void or may injure the character.

If it looks like a boardgame, you’re not so far from the truth. A lot depends on luck, which prompted the game some negative critics and I can understand those. It took me several efforts to beat the game on easy (it comes in easy, normal and hard mode), so if you’re not ready to lose a few times this is not the game for you. Luckily a game of Tharsis doesn’t last much (especially if you lose): a successful game could take around one hour, and you can of course save whenever you want. Why did it take me so much to beat Tharsis? Because luck matters, but only to a certain degree. Preplanning and strategy count an afwul lot as well. Every astronaut has a different specialty that may be used to benefit the mission and improve your strategy, and you will unlock new astronauts as you achieve little things in game. You must also take into account their dice, their health and stress. Every section of the ship is also different, and allows you for side missions to be accomplished during a repair turn or while the ship is in good condition. These side missions can be used to harvest food (to replenish dice), repair the hull, lower the stress levels, regain health or assist points. You can also use some of your dices for research by putting them in a special screen section and enjoy the bonuses that come from it. At first it may seem overwhelming, as there are many factors to care for, but you only need a little practice to get used to the mechanics. Luckily, time is not an issue.

I bought Tharsis while it was part of the Humble Bundle, and I ended up appreciating a lot. And if you’re not a hardcore gamer with thousands of gameplay hours in your background, you’ll still be able to play it and like it. The main focus is problem solving, which I always find interesting and challenging. Oh, another thing. It has different endings according to how many astronauts you can bring on Mars….

Recensione: La Guerra di Zakalwe / Review: Use of Weapons

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Autore: Iain M. Banks

Genere: fantascienza, space opera

Anno: 1990

Note: nominato per il BSFA nel 1990. Terzo romanzo ambientato nell’universo della Cultura, può essere letto indipendentemente dagli altri. Ho letto la traduzione italiana di Gianluigi Zuddas della Nord (a parte qualche errorino qua e là non male).


La Cultura è una specie di società utopistica post-scarsità che comprende tanti pianeti e realtà differenti. La donna di nome Diziet Sma lavora per loro, e riceve un incarico per il quale prova scarso entusiasmo: c’è tanto da fare e viene mandata a recuperare Cheradenine Zakalwe, guerriero e stratega militare che aveva già lavorato per la Cultura in passato. Meno male che ad assisterla c’è il sarcastico robot/drone Skaffen-Amitskaw.
Diziet Sma sa cosa offrire a Zakalwe per convincerlo a tornare in pista. Il compito di Zakalwe sembra una cosa semplice, ma nella vita di Zakalwe la parola “semplice” non esiste.

E questo è uno dei due fili narrativi: segue il presente in ordine cronologico. L’altro, invece, ci racconta il passato di Zakalwe, mostrandoci vecchie missioni svolte per la cultura, rari momenti di pace, e episodi della sua giovinezza. I capitoli sono alternati: uno sul presente segue uno sul passato e così via. Tutto ciò serve a dipingerci un quadro dell’uomo chiamato Cheradenine Zakalwe: stress post-traumatico da vendere, sarcasmo, competenze e ossessioni. Cos’è la Staberinde? Perché Zakalwe non tollera la vista delle sedie? I misteri non mancano.

Non mi è facile esprimermi su questo romanzo. Sono rimasta deliziata dal finale, e ci sono certe parti delle avventure di Zakalwe (sia quelle del presente che del passato) che sono delle emozionanti storie-nelle-storie. I dialoghi che coinvolgono Zakalwe e Skaffen-Amitskaw sono spesso molto divertenti.

Eppure all’inizio ero tentata di abbandonare la nave e mollare tutto. Devo ammetterlo, le prime 100 pagine circa mi sono sembrate inutili, e sono servite solo ad alimentare la mia frustrazione. Non riuscivo a interessarmi del destino dei personaggi. Diziet Sma non era male, anche se niente di sconvolgente, ma mi aspettavo di appassionarmi al destino di Zakalwe fin da subito. Dopo un inizio potenzialmente interessante mi sono resa conto che non me ne fregava granché di lui. E ce ne vuole, perché come lettrice ho un debole per gli antieroi e i guerrieri tormentati. Considerando la vita di Zakalwe (addestramento militare speciale, lavora per una grande organizzazione) mi aspettavo una specie di Takeshi Kovacs, ma è qualcuno di molto diverso. Le cose diventano interessanti nella seconda metà del libro, il tutto fino a raggiungere un finale soddisfacente… ma non potete farmi aspettare 200 pagine!

Immagino che un libro del genere abbia richiesto molta progettazione, ed è una cosa che rispetto. Però non sono rimasta soddisfatta dello stile: troppi spiegoni (smetterò di lamentarmene quando smetteranno di metterli nei libri), e troppo raccontato invece di mostrato. Altro che show don’t tell. Quando leggo voglio dimenticarmi che sto leggendo e diventare tutt’uno con la storia, ma qui è stata dura. Quasi 400 pagine di azione interessante nascosta tra spiegoni e raccontato-non-mostrato, sembra di camminare col fango alle ginocchia… ed è un peccato perchè i capitoli più ricchi di azione, più al cardiopalma (il passato di Zakalwe, il finale) sono molto emozionanti! La storia ha del potenziale ma lo stile non l’aiuta.

Non posso non notare anche un’altra cosa: quando si parla della donna che Zakalwe amava ci sono righe e righe sulla sua bellezza (curve perfette e capelli perfetti, ovviamente), e sono quel tipo di descrizioni che mi fanno partire lo sbadiglio istantaneo… mentre invece quando entrano in ballo i partner di Diziet Sma (e ne ha parecchi, si intuisce), abbiamo sì e no una riga, se va bene, e non mi sembra molto equo.

Non mi pento di averlo letto, perchè contiene elementi molto interessanti (la storia dietro all’ossessione di Zakalwe per le sedie, ad esempio), ma ha anche i suoi difetti.


 

Author: Iain M. Banks

Genre: sci-fi, space opera

Year: 1990

Notes: nominated for the BSFA in 1990. Third novel set in the Culture universe (you don’t need to read the others first). I have read the italian translation by Gianluigi Zuddas published by Nord.


The Culture is an utopian, post-scarcity society which encompasses a lot of planets and living beings. The woman named Diziet Sma works for it, and she is given a task she is not eager to perform: she has to retrieve the old warrior Cheradenine Zakalwe. For this she has the help of Skaffen-Amitskaw, a sarcastic robot.

Zakalwe has worked for the Culture before, and Diziet Sma knows what he will want in return. Zakalwe’s new task seems a simple job, but there’s no such thing as “simple” in Zakalwe’s life, apparently.

This is the narrative thread that follows a chronological order and the events of the present. Every chapter set in the present is followed by another chapter set in another time in Zakalwe’s life: we read of the many creative ways in which he risked his life for the Culture, we read of his rare moments of peace, and of his youth. All of this paints the reader a picture of the man called Cheradenine Zakalwe, a man with an undeniable PTSD and a bunch of obsessions. What is the Staberinde? And why is Zakalwe triggered by chairs? There’s a lot to discover.

I have mixed feelings about this novel. I was delighted by the ending, and there are certain sections in Zakalwe’s adventures which are chilling and interesting stories-within-the-story. Zakalwe’s irony is enjoyable, and the same can be said for Skaffen-Amitskaw’s.

And yet, I was tempted to abandon ship and quit reading. I have to say this, the first 100 pages or so felt pretty much useless, and they only managed to increase my frustration. I really did not care about the characters at all. Diziet Sma was interesting even if not groundbreaking, but I was expecting Zakalwe to be compelling from the start – and yet for the first 100 pages or so I really did not care about him at all. And I was surprised, because the I have a weakness for anti-heroes and tormented warriors. Considering his role (military man with special training who worked for a powerful organization) I almost expected some sort of Takeshi Kovacs, and I couldn’t be more wrong. From the second half of the book, things get very interesting, and all of this brings to an ending that’s bound to surprise you. I just hate waiting 200 pages for things to get juicy!

 

I can imagine the amount of planning that was necessary for such a novel and I respect that. And yet, I have issues with Banks’ style, because there’s infodumps – no I’ll never stop complaining about them, get used to it – and too much telling instead of showing. When I read I want to forget I am actually reading, I want to become one with the story, and yet here I had a hard time doing it. An almost 400-pages long book littered with infodumps and tell-don’t-show feels like walking knee-deep in mud, and I hate saying this, because the most intense sections, the best written ones (the chapter about Zakalwe’s past, the ending) were very compelling! I hate seeing potentially good stories ruined by a style I’d definitely not expect from such a famous name in sci-fi.

Then there’s the minor issue with the fact that we get words upon words about the beautiful woman Zakalwe loved, and I always yawn at these “perfect curves, perfect hair” moments… especially because Diziet Sma has quite a lot of partners, and in the chapters that follow her POV we never get paragraphs and paragraphs of descriptions of them. That’s just not fair.

Overall I do not regret reading this, and it has many interesting ideas (the whole story of Zakalwe’s obsession with chairs is just an example), but I can’t deny it has many flaws.

Recensione / Review: Age of Pandora

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Cos’è: un programma fitness gratuito strutturato come un rpg, ambientato in un mondo post-apocalittico.

Autori: il team di Darebee.

Genere: fantascienza, post-apocalittico

Note: Uscito in due parti, questa è la recensione della seconda parte che copre gli ultimi 30 giorni del programma. Il programma si trova qui, potete scaricare il pdf o usare la app sul loro sito (cosa che consiglio). Ovviamente non mi intendo di fitness e valuterò principalmente la struttura della storia.


Torniamo a Pandora, mondo postapocalittico abitato da strani, pericolosissimi mostri e dove non ci si può fidare di nessuno… e dove, come prima, la storia si costruisce secondo le scelte del lettore / protagonista. Dopo gli avvenimenti della prima parte diventa palese che c’è bisogno di alleati. La Mietitura è vicina, ma forse per una volta potrà andare diversamente – e il lettore/protagonista è ben determinato a fare tutto il possibile. Non sarà facile difendere Pandora dall’orda di mostri in arrivo, e senza la fiducia e l’aiuto dei capi delle varie comunità sarà impossibile: solo uniti si può avere qualche speranza di resistere. Bisognerà convincere gli Uomini delle Montagne, i Messaggeri, i Costruttori, e così via, facendo di tutto per guadagnarsi la loro fiducia in varie missioni parallele.

E non dimentichiamo che a volte il numero di ripetizioni di un certo esercizio che si è in grado di fare può cambiare il risultato di una scena. Niente paura però, come la prima parte anche questa è accessibile a chi non è in formissima, e le scelte fatte dal personaggio / lettore continuano ad essere fondamentali: sembra di trovarsi di un videogioco della Telltale in effetti ( The Wolf Among Us, ecc), perchè non tutte le scelte saranno facili e ovvie, anzi. Qui l’inventario gioca una parte più ampia rispetto a Parte 1, perché per continuare la storia serviranno certi oggetti, oggetti che possono essere comprati al mercato in cambio di un certo numero di scraps, la valuta locale. Se non si hanno accumulato abbastanza scraps ci sono varie missioni parallele per farlo, che a un certo punto diventano necessarie. Si può cacciare o pescare, ma serve l’equipaggiamento necessario per farlo… e anche una bella dose di coraggio, visto che la fauna locale sembra una versione mostrificata degli animali che ben conosciamo. Ma la carne è sempre carne.

Come la Parte 1 a volte sembra più un fantasy che una storia di fantascienza, ma non fatevi illudere da spade e mostri, ci sono molti misteri e elementi fantascientifici dietro ai mostri… e all’identità del protagonista.

E ricordatevi che c’è una mappa, e che dovrete faticare per muovervi!

Programmi come questo rimangono una piccola manna secondo me: la storia tiene motivati ed è perfetto come sistema per chi non ha l’abitudine di fare esercizio tutti i giorni, abitudine che diventa facile da sviluppare con un programma così, che tra l’altro non richiede molto tempo nell’arco di una giornata (il più delle volte una mezz’ora basta e avanza). E diciamocelo, se bisogna fare delle flessioni in più meglio farle per sconfiggere mostri o salvare delle vite… anche se fittizie, ovviamente. L’importante è che dia soddisfazione.

Perciò su, gente, è ora di mettersi in forma, prima che arrivi un apocalisse vero.


 

What is it:  a free, no equipment 30 days fitness program that follows a storyline set in a post-apocalyptic world. Part 1 and part 2 united make it a 60 chapters/days program.

Author: The team at Darebee. Find the program (including also part 2) here. You can download it in pdf format or use their web app (I recommend this option if you can).

Genre: Sci-fi, post-apocalyptic

Notes: I am not a fitness professional, so I will give my evaluation solely as a user… and because I like to review everything that has an interesting storytelling, so why not. You can find my review of part 1 here.

The story goes on. We are back to the post-apocalyptic universe of Pandora, where monsters roam the land and you can’t trust anyone. After the events in the first part, you find yourself in desperate need of allies. The Harvest is coming, and you think you can make a difference – and you’re determined to do so. If you want to defend Pandora against the huge avalanche of monsters that will attack, devour and destroy everything, you need to gain the trust of both the common people and of their leaders. Only united you have a chance of winning. You will talk to the Mountain Men, to the Messengers, to the Builders, and so on. Everything to gain their trust and help. Which leads the player to many sidequests and hard work.

Every day of the program you will have to perform a certain workout: sometimes the number of sets you can perform will make the difference. But don’t get scared away, because like the first chapter, it is perfectly suitable for beginners. The biggest difference isn’t made by your skill, but by your choices: the lovechild of a gym and of a Telltale videogame, it will force you to make really hard choices which will shape the story. The inventory, already present in part 1, here plays a bigger part, because you’ll need certain items to continue your story, to enter certain places and so on. Items can be bought at markets using scraps, the game currency. You can gain scraps by doing jobs: again, small workouts such as 500 half-jacks, not necessarily non stop. The harder the workout the more you gain, of course. At a certain point you will be forced to do some side missions as you will be in need of scraps. You can also hunt or fish, but you need the equipment to access those areas. The fauna you’ll meet looks like a crazy, monster-ized version of our common animals, but the meat is good and you aren’t too afraid of them. Again, like part 1, sometimes it will feel a bit more of a fantasy than of a sci-fi work, but certain important sci-fi themes are still very present, under the swords and monsters. Like the creatures you fight, or who you are.

There is a bit too much cardio for my taste, since I am more of a strength training person. Especially if you take into account that you have a map on which you move, that requires a certain number of reps to be performed. Still totally worth it. I find that this sort of programs are very good in keeping me motivated in working out, because I want to see how the story goes on, which is why it would be very helpful for a beginner who hasn’t developed discipline or habit yet. And even if you have, hey, it’s fun. I’d rather do some extra push-ups knowing it will save a life, even if fictional, rather than just doing it because I have to. It’s not even that time consuming as a program, either. I did everything at level 2 or 1 and it rarely took me more than half an hour, sometimes even less. If you want to push yourself further and level 3 isn’t enough, you can always perform sidequests. I can’t recommend their programs enough.

So yeah, get in shape. The apocalypse is coming.

Recensione / Review: Nessun Uomo è Mio Fratello

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Autore: Clelia Farris

Genere: fantascienza, distopia

Anno: 2008

Note: vincitore del Premio Odissea nel 2009.


Enki Tath Min è il figlio di un agricoltore in un Indonesia futuristica. Nasce e cresce in campagna, dove aiuta suo padre a coltivare il riso e dove passa del tempo coi suoi amici, ragazzini della sua età. Col tempo tutti loro sembrano trovare la loro strada facilmente, anche con un discreto successo, e Enki è ancora lì alla fattoria, a occuparsi di un padre testardo e violento. E come se non bastasse, Enki è una Vittima. In questo futuro con l’adolescenza emerge sui corpi di tutti un simbolo, una C o una V. C per Carnefice, V per Vittima. Questi segni possono essere di varie dimensioni, e di solito vengono celati coi vestiti o tramite cosmetici: sono considerati una cosa molto privata, e per un buon motivo: ogni Vittima ha il suo Carnefice, e se i segni corrispondono il Carnefice può uccidere la Vittima senza ripercussioni. Ciò finisce per dividere la gente in due gruppi, influenzando lo sviluppo della società: le Vittime tendono a essere timide, e a evitare la violenza anche se ciò significa subire, mentre i Carnefici sono nel migliore dei casi sicuri di sé, nel peggiore dei veri e propri tiranni. La percezione del proprio marchio cambia il carattere di una persona… o è il contrario? Tanti scienziati studiano il ruolo sociale e medico dei marchi. Ma Enki ha altro a cui pensare, ed è la seconda parte del romanzo che ci porta con Enki in città, un mondo dai risvolti quasi noir, dove Enki trova un lavoro particolare che lo porterà a scoprire spiacevoli verità.

 

Questo è il primo romanzo di Clelia Farris che leggo, dopo tanti consigli e raccomandazioni di amici. Non posso certo dirmi insoddisfatta: lo stile è semplice (inteso come complimento) e scorrevole, il che garantisce una lettura piacevole e una buona immersione nella storia. Adoro la fantascienza che gira intorno ai risvolti sociali delle cose: come lettrice non voglio sapere come funziona la tecnologia per i viaggi spaziali, voglio sapere come influenzano la società e la vita delle persone… perciò sono rimasta soddisfatta da questo romanzo. La mia parte preferita è senza dubbio la seconda, quando si trasferisce in città e le cose si fanno davvero interessanti. In proporzione la parte in campagna mi è piaciuta un po’ meno, perché anche lui è un personaggio meno interessante… il che non spiega, per me, come finisca sempre per sedurre a destra e a manca, soprattutto perchè ho avuto l’impressione che queste scene non servissero alla trama, servivano giusto ad annoiarmi appena arrivava la prossima bella ragazza dalle labbra turgide, i fianchi seducenti o che so io. Sì, lo so, questa è una questione di gusti personali. Però come lettrice mi annoio nel vedere che tutti i personaggi femminili ricadono nella categoria “ci va a letto o fantastica sul farlo”. Intuiamo che Enki sia un bel ragazzo/bell’uomo, ma non posso farci niente, mi annoiano profondamente queste scene.

A parte questo, i pregi di questo romanzo ne superano i difetti, e rimane un romanzo che consiglierei. Ci sono un sacco di temi che trovo interessanti, come autodeterminazione, libertà di scelta e di creazione del proprio destino… sì, c’è decisamente abbastanza materiale per tenere un lettore di fantascienza incollato alla pagina.


 

Author: Clelia Farris

Genre: sci-fi, dystopia

Year: 2008

Notes: winner of the Odissea Award in 2009. The title literally means: “no man is my brother”. No english translation is available.


Enki Tath Min is the son of a rice farmer in a futuristic Indonesia. He grows up in the country helping his father and spending time with his friends. He doesn’t have a good relationship with his father, and as they grow all his friends seem to find their own path easily, all while Enki is stuck with his violent, stubborn father. To make things worse, he’s a Victim.

In this future, everyone gains a mark on their skin as they grow up, either a C or a V. V is for vittima, C is for carnefice. Victim and Executioner. Marks are usually kept hidden with clothes or cosmetics, and are seen as something incredibly private: after all, every Victim has their own Executioner, and if their marks match the Executioner can kill their victim without repercussions. This division of the population in these two categories has a special influence on society: Victims tend to be meek and to stay away from violence, even at the cost of suffering, while Executioners are self-confident at best and bullies or oppressors at worst. The perception of one’s mark changes a person’s character, or maybe it is the marks that simply determines it? Many scientists conduct studies of the social and medical role of marks. But Enki has much else on his mind, and it’s the second half of the novel which becomes interesting, as it takes almost a hard-boiled vibe. Enki finds a special job, one that leads him to many unexpected discoveries.

 

This was my first Clelia Farris novel, read after so many friends had recommended me her work. I can’t say I’m disappointed: her style is incredibly simple (in the best sense of the word) and fresh, guaranteeing a pleasurable read that will help your immersion in the story. I really loved they way she choose to deal with the Victim/Executioner binary, and how it influences society. I really love when sci-fi is focused on the impact on society: as a reader I’m not really interested in knowing how space travel is possible, but I want to know everything about how it changes society and everyone’s daily life. This is why enjoyed the second part of the novel far more than the first, since he moves to a big city and we get see much more different types of mark-bearers. I honestly did not enjoy the section set in the country as much, especially because he is, as a character, just less interesting. Which is why I have to admit I was a bit disappointed by how many women he manages to seduce, I felt like it added nothing to the plot except boredom at the umpteenth description of a beautiful, seductive woman with rosy lips and whatnot. Yes, this falls at least in part within the realm of personal tastes, but come on, there isn’t a female character he doesn’t have sex with (or he doesn’t dream about it). Sure, we get hints that he is good looking, but I felt it was most unnecessary. Or maybe I’m just easily bored by this kind of scenes, especially when they are present in a very good book like this one.

That being said, the positive traits of this book outnumber the negative ones, and the second part makes the book a very compelling read. The interesting themes abound: self-determination, freedom of choice and how can a person craft their own destiny are just examples (no spoilers!) and there’s more than enough to keep the sci-fi fan glued to the page.