Recensione / Review: Dredd

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Genere: fantascienza (distopia / cyberpunk)

Anno: 2012

Diretto da: Pete Travis, scritto e prodotto da Alex Garland

Cast: Karl Urban, Lena Hadey, Olivia Thrilby, etc.

Note: Basato sul famoso personaggio dei fumetti, il giudice Dredd.


 

Magari avete visto il vecchio film di Dredd, quello con Sylvester Stallone, con una tamarrissima Mega City One e Dredd che grida “Io sono la legge!” Magari vi è piaciuto, magari vi ha lasciato delusi, sia che abbiate letto i fumetti sia che non lo abbiate fatto. Ma dimentichiamo il passato e buttiamoci su questo Dredd più recente, perché ne vale la pena. Non ha avuto un gran successo nei cinema, ma è diventato subito un cult, e a mio avviso è una fama meritata.

Vediamo la trama: corruzione e criminalità impazzano a Mega City One e il giudice Dredd e la recluta Cassandra Anderson cercano di smantellare l’impero criminale di Madeline Madrigal detta Ma-Ma (una Lena Hadey perfetta). Per farlo devono recarsi a Peach Trees, un condominio/arcologia gigantesco dal nome poetico e dalle condizioni di vita assai poco poetiche. Di colpo i due vengono chiusi all’interno dell’edificio senza aver modo di uscire, prigionieri di un luogo dove la gente nel migliore dei casi li evita e nel peggiore cerca di ucciderli. I poteri psichici di Cassandra e l’esperienza di Dredd verranno sfruttati al massimo per permettere loro di sopravvivere.

Quasi tutta la storia è ambientata nella gigantesca arcologia a forma di torre, che costituisce un’ottima ambientazione: a tratti claustrofobica, a tratti inquietante, sempre perfettamente cyberpunk e perfetta incarnazione dell’high tech low life.

Karl Urban, attore ormai presente in un mucchio di film e saghe a tema nerd, riesce a regalare un’interpretazione convincente senza mai levarsi il casco, e Cassandra (Olivia Thrilby) è un ottimo personaggio femminile, con i suoi punti deboli e le sue capacità. Lena Hadey ormai ha una faccia perfetta da cattiva, ed è perfetta per la parte di Ma-Ma, per la quale si potrebbe quasi simpatizzare: ha i suoi motivi e una sua storia.

I costumi sono meno, ehm, anni 80 e luccicosi, ma mantengono il design originale ed è quello che conta. Gli effetti speciali non sono niente di straordinario e sono perlopiù al servizio della trama, non per distrarre da un’assenza di essa.

Si è tanto parlato delle possibilità di un sequel ma temo non lo vedremo mai, ed è un peccato perché è un film che merita. Dategli una possibilità, non ve ne pentirete.
Da quando ho scritto questa recensione a ora che la sto traducendo mi è rimasto un ottimo ricordo di questo film, e una gran voglia di rivederlo.


 

Genre: Sci-fi (dystopia, cyberpunk)

Year: 2012

Directed by Pete Travis, written and produced by Alex Garland

Cast: Karl Urban, Lena Hadey, Olivia Thrilby

You probably have seen the old Dredd movie, and have enjoyed the cyber realness of Mega City One as seen from the recently released thief. You surely remember the “I am the law!” screamed by Sylvester Stallone. And that movie probably left you disappointed, even if you haven’t read the comics. Vice versa, you don’t need to read the comics to enjoy the 2012 movie: I haven’t, and to me it’s still greatly enjoyable. It achieved cult status after obtaining poor results in theaters; a cult status that is well deserved.

Corruption and criminality rule over Mega City One, and Judge Dredd and recruit Cassandra Anderson are trying to shut down a drug empire in a giant tower building/archology ruled by Madeline Madrigal, alias Ma-Ma (Lena Hadey). The two find themselves prisoners in the sealed building, where everyone is trying to kill them in the worst of cases or to avoid them at best. Cassandra’s psy powers and Dredd’s experience will have to be fully employed to allow them to survive. Most of the story is set in the giant tower block, creating a wonderful setting: sometimes claustrophobic, sometimes scary, always cyberpunk and iconographically inspiring: that is some high tech low life realness.

Noteworthy how Karl Urban, patron saint of Geekdom, plays Dredd without ever removing his helmet, and yet doing a wonderful job as actor; Anderson (Olivia Thrilby) is a good example of strong female character, with her weaknesses and strong points. Lena Hadey has that permanent evil scheming face that makes her perfect as a villain – and her character is interesting, she has motivations and the viewer can sympathize with her as well. Costumes are

grittier and less all about that ‘80s shiny, while still keeping the original design.

Great costumes, setting, good special effects (you know, not the ones that aim to distract the public from a poor plot), overall good acting and, most importantly, as I was saying, a nice plot.

It’s a pity that this movie will most likely not see a sequel, because it’s honest

and a pleasure to watch. Probably not the best movie in the world, but still worth a watch.

Racconto: Lunedì Mattina / Short story: Monday Morning

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“Procedo?” chiese Sakura00.

“Procedi.” confermò Lark. I quattro – Sakura00, Lark, Iris e Shadow – si guardarono negli occhi, poi fissarono il prigioniero, già legato mani e piedi al tavolo inclinato. Iris sistemò il bavaglio e la benda sugli occhi, e Sakura00 rovesciò la prima secchiata d’acqua sul volto dell’uomo. Il prigioniero emise un gemito ma tacque.

Lark sedette su una sedia, osservando i parametri del prigioniero sul palmare. C’erano picchi di stress ogni volta che Sakura00 o Shadow rovesciavano altra acqua.

“Parlerai?” chiese Lark senza alzare gli occhi dal palmare.

Shadow attese prima di rovesciare di nuovo l’acqua.

“Mai!”

Lark fece cenno agli altri di proseguire, e lesse un messaggio inviatogli da Iris stessa sul palmare. –Sicuro che sia la procedura giusta?

-Lo abbiamo già fatto altre volte, perché ti preoccupi?

-Perché a volte non funziona.

-Non preoccuparti, serve solo a stancarlo. Le fece cenno di avvicinarsi e le mostrò gli indicatori di stress: ormai avevano superato il livello di guardia anche nei momenti in cui nessuno rovesciava l’acqua. Dal punto di vista fisico aveva sviluppato solo delle lesioni ai polsi nei tentativi di liberarsi dalle cinghie.

Gettò uno sguardo al poster alla parete visibile dietro a Sakura00. The Order of the Sapphire shines and saves. Lark scosse la testa. Splendere sì, quello capitava a volte. Ma non credeva che il suo prigioniero di quel giorno la vedesse allo stesso modo, e nemmeno quelli dei giorni precedenti. Ma non era certo un crimine, i suoi nemici sapevano quello a cui andavano incontro. Era parte del gioco.

“Basta così.” disse con un gesto. Per un attimo si godette la sensazione di potere sulla vita di quel miserabile, poi si alzò e si avvicinò a lui. Shadow gli tolse la stoffa da davanti a naso e bocca. Il prigioniero tossì e sputò acqua.

“Hai cambiato idea?”

“Vaffanculo.”

“Capisco. Però ti conviene parlare adesso. Abbiamo disinnescato tutti i vostri ordigni, e catturato tutti i vostri leader, tranne uno. Dicci dove si trova e vivrai.”

“E se non lo faccio?”

“Usa la tua immaginazione.”

Con un gesto indicò a Sakura00 di farsi avanti.

“Lo vedi questo? Se infilo questo bel cavetto nella tua testa e premo un pulsante, avremo accesso anche al tuo cyberware cerebrale. Non riusciremo a estrarre le informazioni facilmente, però, e ci toccherà usare un programma ariete. Dicono che non è piacevole.”

Il prigioniero tacque ma sbiancò, poi sussurrò un nome.

“Aurelia? La nipote del Leader? Credi davvero che…”

“Giuro che è la verità!”

I quattro si guardarono.

“Cerchiamo di prenderla viva, se possibile.”

Accadde tutto molto in fretta. Loro quattro che circondavano Aurelia senza starle troppo vicino, racchiudendosi intorno a lei senza darle vie di fuga. Aurelia che estraeva la pistola, Sakura00 che si gettava contro di lei per disarmarla, un colpo sparato a vuoto, le grida della folla che Shadow provvedeva a calmare mentre Lark ammanettava la ragazza e le metteva un cappuccio in testa. Sorrise a Sakura00 e estrasse il telefono. Trattenne il respiro e fece il numero del Leader.

“Ben fatto.” disse una voce calda e piacevole. I tre urlarono di gioia e la schermata cambiò, mostrando i quattro in una sala d’onore.

 

Quando il mattino dopo suonò la sveglia, Mike “Lark” Anvers avrebbe preferito restare a letto. Le persiane chiuse da due settimane, l’odore di piatti da lavare e vestiti da pulire lo riportò nel suo mondo. Mondo che era molto lontano dall’onore e dal rispetto che aveva ricevuto assieme ai suoi tre amici su Sapphire Order. Era il modo perfetto per non sentirsi frustrato. Sospirò. Se avesse vinto un campionato sportivo ne avrebbe potuto parlare con i colleghi, ma pochi avrebbero capito il valore che aveva per lui vincere il campionato mondiale di Sapphire Order assieme ai suoi amici. Ripensò a Sakura00, videogiocatrice con 50 anni di esperienza, instancabile pensionata che aveva adottato un po’ tutta la squadra. E c’erano Iris e Shadow, fratello e sorella, studenti universitari dal futuro promettente. Con loro aveva vissuto incredibili avventure, e ora sarebbe dovuto tornare in ufficio ad occuparsi di cose di cui non gliene importava. Si mise la cravatta con aria poco convinta, guardandosi allo specchio. Contavano poco la doccia e la camicia nuova, si sentiva come se gli si leggesse in faccia che era rimasto fuori dal mondo per due settimane. Ripensò alla vittoria epica della serata precedente e si sentì meglio. Sì, ne è decisamente valsa la pena di prendersi due settimane di ferie solo per quello.

Si versò dell’altro caffè e si sedette. Non oso pensare a tutte le email che avrò da leggere appena torno in ufficio. Speriamo non ci siano rogne.

Accese il cellulare e vide tre chiamate senza risposta. Mamma? Che cazzo–

Suonò il citofono. Si alzò per andare ad aprire e per poco non inciampò nelle sue stesse scarpe.

“Va bene, ho capito, arrivo!” borbottò quando suonarono nuovamente.

“Signor Anvers?” disse una voce maschile cortese.

“Sì… sì, sono io.”

“Sono il Capitano Ferretti della polizia del Nuovo Ordine. Avrei bisogno di parlargli, se non le dispiace.”

Mike provò la sgradevole sensazione di non avere alcuna scelta, e fece salire l’uomo. Ma che cazzo sarebbe poi ‘sto Nuovo Ordine? Sarà mica uno scherzo?

Aprì la porta e si trovò davanti tre uomini vestiti con una divisa che non aveva mai visto prima, due dei quali portavano dei fucili d’assalto che sembravano veri.

“Ehm, buongiorno.” salutò Mike. Dovrei offrire del caffè?

“Buongiorno. Lei è Mike “Lark” Anvers.”

Non sembrava una domanda.

“Sì.” Mike andò alla finestra e aprì le persiane. Due persone con una divisa simile a quella dei tre stavano attaccando un manifesto gigante alla parete di fronte. Raffigurava una donna coi capelli scuri raccolti e il volto fissato in un’espressione neutra. La scritta diceva “Nuovo Ordine – Pace e Sicurezza per la Nazione.”

“Abbiamo saputo della sua vittoria di ieri. Il Nuovo Ordine ha bisogno di persone come lei e la sua squadra, Lark.”

 


 

“Shall I start?” asked Sakura00.

“Yes.” replied Lark. The four of them – Sakura00, Lark, Iris and Shadow – looked at each other, then at the prisoner, already with his hands and feet tied to the inclined table. Iris adjusted the piece of cloth that covered his face, and Sakura00 poured the water over his face. The captive groaned, but did not say a word.

Lark sat on a nearby chair and observed the captive’s parameters on his tablet. His stress levels peaked every time Sakura00 or Shadow poured more water.

“Are you going to talk?” asked Lark without raising his gaze.

Shadow waited.

“Never!”

Lark gestured to Shadow, and they continued. He read a message sent by Iris on his tablet: -Are you sure this will work?

-We’ve done this before, why are you concerned?

-Sometimes it doesn’t work.

-Don’t worry, we just need it to make him feel exhausted. He showed Iris the stress levels: they had reached peak level even when no one was pouring water over him. From a strictly physical point of view he was fine, except for a few bruises on his wrists as he struggled against the restraints. Lark looked at a poster behind Sakura00. The Order of the Sapphire shines and saves. He shook his head. Shine, yes, that happened sometimes. But he didn’t think his captive of that day agreed, and the same was for the other captives of the preceding days. But it was not a crime, his enemies knew what they were going to face. It was all part of the game.

“Enough,” he said with a movement of his hand. He appreciated the feeling of power on the life of his captive, then he got up and came closer. Shadow removed the piece of cloth from his nose and mouth. The captive coughed and spit out water.
“Changed your mind?”

“Fuck you.”

“Yeah, I understand. But you better talk now. We have dismantled all your bombs and captured all your leaders, except for one. Tell us where they are and you’ll live.”

“What if I don’t.”

“Use your imagination.”

He made Sakura00 step forward.

“Can you see this? If I stick this nice little cable in your head and press a button, we’ll gain access to your brainware. We will not be able to take out any info easily though, and we’ll need to use a battering ram program. I’ve heard it’s quite unpleasant.”

The captive kept quiet but his face turned white, then he whispered a name.

“Aurelia? The Leader’s niece? Do you really think…”

“It’s the truth, I swear!”

Lark exchanged looks with the others.

“Let’s capture her alive, if we can.”

It all happened very quickly. The four of them surrounding Aurelia from a distance, coming closer to her and trapping them. Aurelia taking out her gun, Sakura00 rushing against her to disarm her, the sound of a gunshot, the cries from the crowd that Shadow was controlling while Lark handcuffed her and covered her face with a hood. He smiled at Sakura00 and took out his phone. He held his breath and called the Leader.

“Well done.” said a warm and pleasing voice. There were screams of joy, then the screen showed Lark and his friends during a splendid ceremony.

 

The day after, when the alarm clock rang, Mike “Lark” Anvers would have preferred to stay in bed. The shutters had been closed for two weeks, and the smell of dishes in the sink and clothes in the laundry brought him back to the real world. A world that was far away from the honor and respect he had received with his team on Sapphire Order. It was such a great way to get rid of the stress in his life. He sighed. If he had won a sport championships he could have talked about it with his colleagues, but not many of them would have understood what it had meant for him winning the Sapphire Order world championships. He thought about Sakura00, a gamer with 50 years of expertise, the team’s grandma who cared for all of them. And there were Iris and Shadow, brother and sister, university students with a promising future. She had lived some amazing adventures with them, and now he would have gone back to office, to work with things he did not give a fuck about. He fixed his tie with an unconvinced look. Thinking about their victory made him feel better. Yeah, I really needed these two weeks. I mean, we won. He poured himself some more coffee and sat on the sofa. I don’t even want to think about all the emails I’ll have to read. I hope there’s nothing too troubling to handle. He turned his phone on and noticed three missed calls from his mom.

The intercom rang and he got up. He nearly tripped in his shoes before he could reach the intercom. “Yeah, yeah, I’m coming, just..” he muttered as it rang again.

“Mister Anvers?” asked a polite male voice.

“Yeah… yes, it’s me.”

“I am captain Ferretti of the New Order police. I need to talk to you, if don’t mind.”

Mike felt as if he didn’t have that much of a choice anyway, and opened the gate. What the fuck is this New Order thing, anyway? Is it a joke?

He opened the door to three men in uniforms he had never seen before, two of which were carrying assault rifles. Real ones, he guessed.

“Ehm, good morning,” he greeted. Should I offer some coffee?

“Good morning. You’re Mike “Lark” Anvers.”

That didn’t sound like a question.

“Yes.” replied Mike, then headed for the window. He opened the shutters and saw two people with similar uniforms attaching a giant poster of a dark-haired woman with a neutral expression. The caption said “New Order – Peace and Security for the Nation.”

“We have heard of your victory. The New Order needs people like you and your team, Lark.”

Recensione / Review: Senza un Cemento di Sangue

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Autore: Anna Ferruglio Dal Dan

Genere: space opera

Anno: 2017

Notes: Il titolo è una citazione di W. H. Auden. Finalista al premio Urania nel 2000.


Siamo in una galassia lontana lontana. C’è qualcosa che non va sulla stazione spaziale ARRAS, e il generale Creyna riesce a dare l’allarme prima che sia troppo tardi. Su un pianeta, uno studente universitario di nome Nicolas Degras viene contattato dalla temuta polizia segreta SATO. Se non fosse un membro della ribellione sarebbe molto meno preoccupato della loro visita… Altrove, Thuien Twony, il volto della ribellione contro i Say, cerca di guidare ciò che resta della Dikea, l’alleanza ribelle che ha combattuto e perso.

C’è uno strano clima in quella galassia, un clima di paura, di silenzio, di obbedienza ottenuta grazie al sangue, di fazioni militari e privilegi della nobiltà. Ma ci sono anche tante ragioni per rimanere in vita e continuare a combattere, dal profumo del mare e la bellezza dei tramonti a una pace che tutti vogliono ma tramite metodi diversi. Sia i ribelli della Dikea che i signori dei pianeti interni ed esterni sono pronti a far scorrere sangue per ciò che ritengono giusto. E il sangue scorrerà, e molti soffriranno. Riusciranno Thuien Twony e Nicolas Degras a farcela, o il pugno di ferro del generale Creyna schiaccerà la Dikea per sempre?

Ho deciso di leggere questo romanzo dopo averne letto pareri entusiastici da parte di persone dai gusti più che affidabili, e il titolo mi aveva colpito subito. Suona così bene, non trovate? Così ho deciso di dargli una possibilità. All’inizio non è stata una lettura facile, con i tanti personaggi, luoghi e fazioni da ricordare e, lo ammetto, un po’ troppi spiegoni per i miei gusti. Capisco dover dare informazioni al lettore/lettrice, ma avrei preferito riceverle in altro modo. Avrei quasi preferito leggere pagine di una wikipedia di quel mondo all’inizio di ogni singolo capitolo piuttosto che trovarmi l’azione interrotta da lunghe spiegazioni. Certo, potrebbe essere una scelta di stile, tant’è che in alcuni punti emerge in modo palese il narratore onnisciente, ma devo ammettere che non mi ha agevolato la lettura.

L’azione, in compenso, è a dir poco coinvolgente. I tre personaggi principali – Nicolas, Thuien e Creyna – sono gestiti molto bene, e lo stesso posso dire di altri personaggi secondari, incluse alcune delle navi spaziali stesse. La storia è costruita in un modo infido che adoro, perché fa di tutto per fare si che il lettore/lettrice provi empatia persino per Creyna. E in effetti Hayderad Creyna è uno dei personaggi meglio riusciti (non posso dire “migliori”, è pur sempre una gran brutta persona dopotutto): ha i suoi sogni, le sue paure, i suoi rimpianti, e sindrome da stress post-traumatico da vendere. E lo stesso vale per Thuien, che ha sofferto e affrontato cose terribili ma non intende arrendersi. Ci sono studenti che muoiono sulle scale dell’università, persone che vengono rapite e che scompaiono, famiglie che fanno la fame: Thuien lotta per un mondo migliore, ed è pronta a uccidere. Quasi tutti in realtà lo sono, non c’è molto spazio per la pietà (e quando se ne vedono degli sprazzi diventa sorprendente).

Nel leggerlo ho mentalmente diviso il romanzo in tre parti: la prima con più spiegoni e dove ancora non si sa quali personaggi avranno un ruolo importante o andranno a morire molto presto, la seconda in cui l’azione comincia sul serio e la terza durante la quale proprio non volevo mettere giù il libro.

Tra la dura vita della ribellione, una nobiltà che cerca di fare qualcosa (se non è corrotta) e una specie di impero malvagio è difficile non pensare a Guerre Stellari. E anche se ha degli elementi in comune con la famosa saga, Senza Un Cemento di Sangue è molto più tragico. Ma parecchio tragico. Preparatevi a soffrire.


 

Author: Anna Ferruglio Dal Dan

Genre: space opera

Year: 2017

Notes: Title literally means “Without a Cement of Blood” and it is a quote from W. H. Auden. It has not been translated into english yet.


We’re in a galaxy far, far away. Something weird is happening on the space station called ARRAS, and General Creyna manages to avert a disaster. On a planet, an university student called Nicolas Degras is contacted by the dreaded secret police SATO. He wouldn’t be so afraid if he weren’t a rebel in disguise. Somewhere else, Thuien Twony, the face of the rebellion against the Say, tries to guide what’s left of the Dikea, the rebel alliance which fought terribly and lost. There’s a strange climate in the galaxy, a climate of fear, of silence, of obedience obtained through blood, of military factions, of noble privileges. But there’s many reasons to stay alive and keep fighting, from the scent of the sea and the beauty of sunrises to a peace everyone wants but with different methods. Both the rebels of the Dikea and the rulers of the inner & outer planets are ready to spill blood for what they deem right. And there’s a lot of blood and suffering here. Will Thuien Twony and Nicolas Degras succeed, or will General Creyna’s iron fist crush every attempt at rebellion?

I decided to read this novel after a friend wrote enthusiastically about it, and the title had immediately struck me. It sounds so good, am I right? So I decided to give it a try. At first it wasn’t easy, there’s a lot of characters, places and factions to remember and, I have to admit, a bit too many infodumps for my tastes. I realize the need to tell things to the reader, but I would have preferred a different way. I would have rather read pages of a “space wiki” at the start of every chapter rather than having the action interrupted by explanations. I realize this might be a style choice by the author, since the all-knowing narrator emerges in a very visible way every now and then, but I have to admit it didn’t make the novel any easier to read. But it’s worth the effort, because the action is quite interesting. The three main characters – Nicolas, Thuien and Creyna – are very well handled, and the same is for certain secondary characters, like some spaceships themselves. The story is built in a way that it tempts the reader to feel sympathetic even towards Creyna. And indeed, Hayderad Creyna is one of the best characters of the novel, in terms of writing (he’s an awful human being, after all): he has his dreams, his fears, his raging PTSD, his regrets. And so does Thuien, who has suffered through terrible things but has no intention to surrender. Students get killed on the stairs in front of the university, people get captured and vanish, and hunger is still widespread: Thuien fights for a better world, and will kill for it. And so will everyone else, there is very little mercy in that world. I personally divided the novel in three parts, the first one with most infodumps and when you still don’t know which of the characters will matter more or will die very soon, the second in which the action starts kicking and a third one in which I didn’t want to put the book down.

Between the gritty life of the rebellion, a nobility who tries to do something (if they’re not corrupted) and a form of evil empire it is impossible not to draw parallelisms with Star Wars. And while it does have enough elements in common to please a fan of the saga, it’s also much more tragic. Like, so much more. Prepare to suffer.

 

Recensione / Review: Mad Max Fury Road

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Genere: fantascienza postapocalittica/distopica

Anno: 2015

Diretto da: George Miller

Cast: Charlize Theron,Tom Hardy, Nicholas Hoult, etc.

Note: vincitore di sette premi Oscar.


Quando esce il reboot o un nuovo film di un vecchio franchise di questi tempi non si sa mai cosa pensare. C’è chi non vede l’ora, e chi non ne può più. Ma è difficile ignorarli, e nel caso di questo film non dovreste. Alcuni lo hanno definito un reboot, altri un fanmovie, altri ancora un film che appartiene alla serie e basta, ma poco importa: anche se non avete mai visto un film della saga vi piacerà. All’inizio sembra un classico film di Mad Max: paesaggi aridi e deserti, cattivoni con nomi assurdi e look ancora più assurdi, personaggi solitari, poveracci miserabili e veicoli rombanti ed esagerati. Un mondo deserto che vive dei suoi fluidi: l’acqua, il sangue, il latte delle madri e il petrolio.

Tutto comincia quando Max viene catturato dai Figli di Guerra, una tribù del deserto comandata da Immortan Joe. Nonostante i suoi faticosi (e scenici) tentativi di scappare, viene incatenato e costretto a donare sangue ai Figli di Guerra. Quando Nux, uno degli uomini di Immortan Joe, incatena Max alla sua auto per andare in battaglia e continuare a rubargli sangue, il gioco si fa duro. E i duri cominciano a giocare, perché Max si troverà a collaborare con Imperator Furiosa, e a vedersela con Immortan Joe e i suoi alleati, i quali non gradiscono che Furiosa abbia liberato e portato con sé le mogli di Immortan Joe. Seguono splendide battaglie di rara potenza scenica e simbolica.

Mi è sembrato di guardare una graphic novel con una colonna sonora spettacolare, più che un film: non ci sono lunghe spiegazioni, o preludi di sorta, è un gigantesco show don’t tell, con pochi dialoghi e dove tutto è comunque chiarissimo grazie alla potenza delle immagini.
I personaggi sono straordinari: Max è il Mad Max che conosciamo, ma Imperator Furiosa è una grandissima co-protagonista, un personaggio da una forza psicologica e fisica come non se ne vedevano sullo schermo da un bel po’, e gli altri personaggi (Nux, Immortan Joe, etc) sono gestiti in maniera spettacolare. Altra cosa meravigliosa: siamo in un mondo difficile e violento, eppure ci sono tantissimi personaggi femminili nei ruoli più disparati – e disperati – al punto che se ne muore qualcuno ha un peso diverso, perché non è più “l’unica donna del film che muore”, ma solo uno dei tanti che perde la vita lungo la Fury Road. Le scene di scontri e battaglie mi hanno sorpreso positivamente, perché non sono confusionarie come in molti film, ma una sequenza precisa di eventi e avvenimenti che portano avanti la narrazione in una serie di cause ed effetti. Non sono certo messe lì a riempire un vuoto, ed è merito anche del montaggio effettuato ad opera di una documentarista (e si vede).

Sono passati due anni dalla recensione in inglese che sto traducendo qui, e ancora MM:FR si trova in cima alla mia classifica personale dei film più belli degli ultimi tempi, se non di sempre. In un mare di reboot e ricicli, George Miller ha fatto una cosa meravigliosa: ha preso un franchise ben noto che avrebbe attirato gli spettatori e ha raccontato una storia con personaggi nuovi ed elementi innovativi e spettacolari. Ha preso una storia post-apocalittica e ci ha messo elementi meravigliosamente solarpunk, creando un Mad Max che è davvero figlio dei nostri tempi, condannando una società dove un 1% maschile, bianco ed etero ha il controllo della società con esiti disastrosi per tutti: uomini, donne, il pianeta stesso. E lo sviluppo della trama mi suggerisce un messaggio molto chiaro… ma non ve lo dirò per evitare spoiler. Vi dirò solo: se non lo avete ancora fatto, guardatelo subito.


 

Genre: sci-fi (post-apocalyptic, dystopia)

Year: 2015

Directed by: George Miller

Cast: Charlize Theron,Tom Hardy, Nicholas Hoult


 

A reboot or new movie of a old franchise is always met with mixed reactions. To some it’s awesome, to some more it’s dreadful. But it’s impossible to ignore them, and this is the case with this movie. It could be considered a reboot, or a fanmovie, or a new movie in the series: you’re going to enjoy it even if you’ve never seen a Mad Max movie before.

It has all the characteristics of a classic Mad Max movie: huge desert landscapes, bad guys with crazy names and even crazier outfits, loners, miserable people, and of course gorgeously terrifying vehicles. A desert world that lives on fluids – be it water, blood, mother milk or gasoline.

Now, to the plot: Max gets captured by War Boys, a desert tribe ruled by Immortan Joe, and despite his valiant (and scenic) efforts to escape, he is chained and forced to give his blood to wounded soldiers of Immortan Joe. When Nux, one of his soldiers, chains Max to his car into battle to continue draining his blood, his adventures truly start. He will pair with Imperator Furiosa (Charlize Theron) and help her fight Immortan Joe and the armies from Bullet Farm and Gas Town who didn’t appreciate her efforts to save Immortan’s

wives. Epic battles ensue.

It gave me the impression of watching a graphic novel unfold in front of me, with some added awesome soundtrack: and that because it doesn’t devote time to long explanations, it truly is an example of “show don’t tell”. There aren’t many words spoken in this movie, and yet everything is crystal clear. The power of imagery is used to its full extent, and the effect is wonderful.

The characters are great – Max is, well, the usual Mad Max, but Imperator Furiosa truly stands out, and not ony because she’s a strong (read: well written, not necessarily ass-kicking) female character: in this universe the amount of male/female important characters is surprisingly equal. She stands out because of Charlize Theron’s great acting, too. Action scenes are the backbone of the movie, and they’re not the typical battle mess of many other movies, they feel clear, real, are made of accurate sequences that constitute a narrative in a perfect chain of cause and effect. Action isn’t there to fill a void, but to build a story.
It’s a stunning movie narratively and visually. What more could you ask for?

Racconto breve: Il Debito / Short story: The Debt

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Alan correva da un po’, e ormai le gambe avevano cominciato a fargli male. Si guardò alle spalle: i suoi inseguitori si stavano facendo strada tra la folla del sabato sera. Studiò i passanti. Avrebbero protestato ma si sarebbero spostati, e pochi istanti dopo sarebbero tornati alle loro conversazioni, ai loro bicchieri, al loro shopping. Alan li invidiò per questo.

Voltò a destra attraversando la strada all’ultimo minuto, quando i motori delle auto già rombavano impazienti e il semaforo verde aveva iniziato a lampeggiare. Appena mise piede dall’altro lato della strada le auto partirono, sfrecciandogli a pochi centimetri di distanza. Si concesse un attimo per prendere fiato, lieto del fatto che sembrava nessuno facesse caso a lui. Avrebbe potuto essere coperto di sangue dalla testa ai piedi e lo avrebbero ignorato. Se fosse stato armato e il sangue fosse stato palesemente altrui, lo avrebbero ignorato anche con maggiore intensità. Ma l’unico sangue che Alan vedeva non era certo dei suoi nemici. Si premette una mano contro il ventre e altre gocce caddero a bagnare il marciapiede. Respirò lentamente e si infilò nel vicolo più vicino, conscio che se i suoi inseguitori avevano un minimo di sale in zucca avrebbero potuto benissimo seguire le tracce e raggiungerlo. Non che io abbia scelta, adesso.

Attivò il comunicatore.

“Jas, mi senti? Sono io.”

“Quanti sono?”

“Quattro, credo, se nessuno ha rinunciato.”

“Quattro? Wow, ti sei cacciato in un bel guaio stavolta. Ti stanno seguendo ancora?”

Alan stava per rispondere, quando le sagome dei quattro si affacciarono nel vicolo.

“Sì, decisamente.” riprese a correre.

 

“Jas, comincio a non farcela più!” Alan respirava affannosamente. I quattro non sembravano avere nessuna intenzione di mollarlo, anzi, sembravano più determinati di prima.

“Megamarket, parcheggio sul retro.” disse semplicemente lei.

Alan si guardò intorno in fretta, tenendo una mano premuta sul ventre. Il sangue continuava a scorrere ma si costrinse a farsi forza e a fare il giro dell’isolato.

Il Megamarket era chiuso di notte, ma le sue luci illuminavano quella parte del quartiere più lontana dalla folla. Il rumore delle auto sulla strada principale e quello del locale notturno più vicino arrivavano ormai attutiti. C’erano poche luci accese nei condomini alti e grigi che lo circondavano. Jas, non deludermi.

Alla vista dei quattro inseguitori Alan corse verso il parcheggio posteriore del supermercato, passando attraverso un cancelletto che era stato lasciato aperto, l’unico ingresso possibile. Gli inseguitori entrarono e si piazzarono in modo da non consentirgli di tornare sui suoi passi e fuggire. Fissò le sbarre della cancellata che circondava il parcheggio sentendosi in trappola.

I quattro membri della gang sembravano vederla come lui.

Alan fissò i loro manganelli elettrificati e deglutì. Uno di loro estrasse la pistola.

“Sei in trappola, uccellino.”

Prima che Alan potesse pensare a una risposta, quattro colpi consecutivi di fucile echeggiarono nel parcheggio in rapida successione. Chiuse gli occhi, e quando li riaprì trovò i suoi inseguitori riversi a terra immobili.

“Jas, fanculo, mi hai fatto prendere un infarto.”

“Bel ringraziamento, ti ho appena salvato le chiappe.”

“Pff, se non ci fossi io a fare da esca qui, col cavolo che li prenderesti questi simpaticoni.” Alan estrasse la sacca di sangue finto dall’interno della giacca e sospirò.

“Hai qualcosa da bere?” chiese a Jas appena lo raggiunse.

“Prima il dovere, poi il piacere.” replicò Jas esaminando i quattro bruti addormentati profondamente. “Ho avvertito Tina alla polizia, se li vengono a prendere tra poco.”

“Ottimo.” Alan frugò nella sacca del fucile di Jas alla ricerca di una bottiglia d’acqua. Era calda, ma meglio di niente.

“Poi ti offro da bere, giuro.” disse Jas. “Appena la polizia ci dà le taglie di questi stronzi, come sempre.”

“Come sempre.” replicò Alan fissando il sangue finto che gli macchiava la camicia e i pantaloni, chiedendosi quanto ancora sarebbe dovuto andare avanti con quel gioco assieme a Jas per ripagarsi il debito studentesco, e sperando che nessuno gli avrebbe sparato per davvero prima o poi.


 

Alan had been running for a while now, and his legs had started to hurt. He turned his head to see his pursuers, still behind him and mixed with the saturday evening crowd. He looked at the pedestrians. They would have protested, but they would have moved to let his pursuers pass, and after a few seconds they would have gone back to their talks, their glasses, their shopping. Alan envied them. He quickly turned to the right, crossing the road at the very last second, when the cars’ engines already roared and the green light had started to flicker. As soon as he set foot on the other side of the road the cars set in motion, and darted a few centimeters from him. He allowed himself a moment to breathe, aware of the fact that no one seemed to care about him. He could have been drenched in blood and they still would have ignored him. He could have been armed and drenched with someone else’s blood and they would have ignored him even harder. But the only blood Alan saw did not belong to his enemies. He pressed a hand to his stomach and saw a few drops stain the pavement. He breathed slowly and headed for the small alley nearby, aware that unless his pursuers were really stupid they would have found the blood stains and followed them. Not that I have any choice, do I.

He activated his comm.

“Jas, can you hear me? It’s me.”

“How many of them?”

“Four, I think, if no one left.”

“Four? Wow, you have a talent in getting into trouble. Are they still following you?”

Alan was going to answer when he saw the figures of the four men peering in the alley.

“Yeah, they are.” He ran away.

 

“Jas, I don’t think I can go on much longer!” Alan struggled to breathe. His pursuers looked more determined than ever.

“Megamarket, the parking lot on the back.” she simply replied.

Alan looked around keeping a hand on his stomach. Blood kept dripping, but he forced himself to stay focused and to go on the other side of the block.

The Megamarket was closed at that time of the night, but its lights still lightened up that area so isolated from the evening crowd. The sound of cars on the main road and of the closest night club were distant and muffled. Only a few lights were visible in the tall, grey buildings that surrounded him. Jas, don’t disappoint me.

As soon as his pursuers reached him, Alan ran towards the parking lot, passing through a small gate which had been left opened, the only possible entrance. The men followed him and positioned themselves so that he wouldn’t have been able to leave without passing through them. He felt he had fallen into a trap, and the pursuers seemed to agree with him.

He stared at their electrobatons and swallowed. One of them took his gun out.

“You’re trapped, birdie.”

Before Alan could think of a reply, four rapid gunshots, one after the other, echoed in the parking lot. He closed his eyes, and when he reopened them, he saw the four men lying motionless on the ground.

“Jas, fuck, you scared me to death.”

“That’s how you thank me for saving your ass?”

“Pff, if it weren’t for me out there playing the bait’s part, you wouldn’t even get close to these guys.” He removed his fake blood pouch from his jacked and sighed.

“You got anything to drink?” he asked Jas as soon as she reached him.

“Duty first,” she replied. “I phoned Tina, the police will come to get them soon.”

“Great.” Alan rummaged in her rifle sack, looking for a bottle of water. It was warm, but better than nothing.

“Gonna buy you a drink afterwards,” said Jas, “As soon as they give us the bounty, as usual.”

“As usual.” replied Alan, looking at the fake blood staining his shirt and trousers, wondering how long was he going to need to keep playing that game with Jas to pay off his student debt. He hoped no one would have shot him for real before that.

Recensione: Livido / Review: Nexhuman

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Autore: Francesco Verso.

Genere: fantascienza cyberpunk

Anno: 2013

Note: è stato tradotto in inglese e in portoghese.


Peter Pains vive con sua madre e col fratello maggiore Charlie in un mondo cyberpunk dove sopravvivono grazie alla discarica: cercano cose da riciclare, rivendere e recuperare. L’unica cosa bella nella vita del giovane Peter è Alba, una bellissima ragazza che lavora in un’agenzia di viaggi. La guarda da lontano e a volte la va a trovare; nel suo mondo di rifiuti e brutalità Alba è come un angelo di gentilezza. Ma è anche una nexumana, un corpo di androide su cui è caricata la coscienza di una persona. E qualcuno distrugge il corpo di Alba, facendola a pezzi. Da quel giorno Peter sarà ossessionato dall’idea di ricostruirla, cercando tutti i suoi pezzi e sperando di poter di nuovo sentire la sua voce. Quest’ossessione domina la sua vita anche in età adulta, e viene risvegliata quando scopre degli indizi su dove potrebbero trovarsi i pezzi mancanti… ma non sarà un’impresa facile.

 

Livido è un’opera interessante, perché riesce a unire elementi tradizionali del cyberpunk (androidi, rifiuti, cosa rende un umano davvero un umano) a un nuovo spirito e ai problemi del presente. Ci porta in un mondo cyberpunk di sua invenzione, dotato di abbastanza elementi da apparirci originale, cosa non facile in un romanzo cyberpunk scritto dopo gli anni d’oro del genere. Per farla breve sì, l’ambientazione è stata la mia parte preferita: Verso riesce a creare un mondo profondamente umano e reale. Ed è per questo, tra l’altro, che Charlie riesce a essere un antagonista perfetto: perché è reale in maniera inquietante, e il mondo è pieno di persone come lui, più che di signori del crimine o malvagi direttori di multinazionali.

Altri personaggi secondari, come Ion, sono ben costruiti, con la quantità giusta di informazioni per incuriosire il lettore/lettrice senza rivelare troppo.

Ciò che non mi ha entusiasmato è la relazione tra Peter e Alba. Gli altri personaggi la definiscono una storia d’amore, ma per me è solo ossessione, quella di Peter per Alba. E dato che Alba passa la maggior parte del romanzo in pezzi, non ha pressoché nessuna agency (ed è per questo che avrei preferito un finale diverso). Non sappiamo cosa sognava, cosa desiderava, cosa sperava, e la cosa mi mette tristezza. Mi sembra poi che quasi tutti i personaggi femminili siano dipinti con una luce negativa, o almeno così le vede Peter (una diventa simile alla moglie di Montag in Fahrenheit 451, una viene ridicolizzata per la sua sessualità, un’altra è fastidiosa e ingiusta). Poi ci sono un sacco di bellissime nexumane, ma non ricordo accenni a nexumani altrettanto belli. Agli uomini qui è concesso essere brutti (e non sono ridicolizzati se lo sono).

Ad essere onesta al 100%, direi che è un romanzo ben scritto, con uno stile che mi piace e un’ambientazione soddisfacente, ma non amo il tipo di storia, o perlomeno il finale che ha. Mi rendo conto che è una questione di gusti personali e di come mi sento io come lettrice in questa fase della mia vita, magari potreste scoprire che è il vostro prossimo libro preferito. Dopotutto è un bel romanzo e se dessi ancora voti nelle recensioni sicuramente ne darei uno positivo. Se vi piace il cyberpunk questo è un ottimo esempio del genere.


 

Author: Francesco Verso.

Genre: sci-fi, cyberpunk

Year: 2013

Notes: english and portuguese translations available. First edition’s title was Livid.


Peter Payne lives with his mother and older brother, Charlie, in a cyberpunk reality where they make ends meet by digging through waste looking for things that can be reused, recycled and resold. The only pleasant thing in the life of teenager Peter is Alba, a beautiful young woman working in a travel agency. He looks at her from afar and visits her when he can. In his bleak world, she is like an angel of kindness. But Alba is a nexhuman, a human conscience uploaded in an android body. And someone destroys Alba’s body, tearing it to pieces. From that day forward Peter will be obsessed with the task of “rebuilding” Alba, searching for her pieces and hoping to see her whole again. His obsession doesn’t vanish with adulthood, and is in fact awakened when he finds out something about the placement of her body parts… but it’s not going to be easy for Peter.

 

This is an interesting novel, because it manages to blend traditional cyberpunk elements (androids, conscience uploading, landfills) with new nuances. Indeed, the author manages to create his own cyberpunk world, with enough elements to make it original enough, a rare feat for cyberpunk written in the 2000s. As you can guess, the setting was my favorite element here, rendered also thanks to Verso’s writing skills which manage to paint a vivid and extremely human world. This is also why a character like Charlie manages to be a successful villain: because he’s frighteningly real, there’s plenty of people like him in the world, more than there can ever be crime overlords or megacorp CEOs. Other side characters, like Ion, are very well crafted, with just the right amount of info to make the reader curious without revealing too much.

The thing I’m not personally a fan of is how Peter’s relationship with Alba was treated. Other characters may call it a love story, but what’s between Peter and Alba is just obsession, Peter’s obsession. Since Alba is a series of broken pieces for most of the novel, she has little to no agency (and this is why I was hoping for another ending). We don’t know what she dreamed of, what she wanted, what she hoped for, and that is kinda sad to me. I also felt that most female characters are pretty much all in a negative light (one becomes not too different from Montag’s wife in Fahrenheit 451, one is ridiculed for her sexuality, and the other is made to be annoying), and while there’s plenty of beautiful nexhuman women, I can’t recall descriptions of equally handsome nexhuman men. Men are allowed to be ugly (and are not ridiculed for it).

If I were to be completely honest, I’d say that this is a well written novel, Verso’s writing skills are undeniable and the setting is satisfying, I just do not like the kind of story he chose to tell in relationship with the ending and its aftermath. This is incredibly personal of who I am as a reader in this moment of my life, mind you, and you may find out this is your new favorite novel. After all, it is a good novel and if I were still giving votes in my reviews this one would get a positive one. If you’re into cyberpunk this might be your jam.

 

Recensione / Review: Snowpiercer

Autori: Jacques Lob, Jean-Marc Rochette, Benjamin Legrand
Genere: fantascienza, post-apocalittico
Titolo originale: Le Transperceneige
Anno: 1982
Note: contiene tre storie, la prima intitolata in seguito La Fuga. Le altre due storie sono state scritte dopo, nel 1999 e nel 2000 quando Legrand ha sostituito Lob. C’è anche un film basato sulla prima storia (ma con parecchie differenze).


Basta vedere il poster del film o la copertina del graphic novel per farsi un’idea: c’è un treno, un treno incredibilmente lungo che attraversa una landa ghiacciata in un mondo postapocalittico. A causa di alcuni avvenimenti (mai chiariti) la Terra è prigioniera di una nuova era glaciale, e le temperature toccano i -90°: morte certa per chi mette piede fuori. Ma lo Snowpiercer continua il suo percorso, girando intorno al globo senza mai fermarsi. Nato prima della catastrofe come treno di lusso, è completamente autosufficiente… ma non solo i ricchi vi hanno trovato rifugio a bordo: c’è chi sta negli ultimi vagoni, e sopravvive in condizioni terribili. Man mano che si va verso la coda del treno, infatti, le condizioni di vita degli abitanti peggiorano, e man mano che si va verso la locomotiva i lussi aumentano fino a diventare leggendari. Nessuno si spinge nei vagoni di coda, ma a volte qualcuno dei loro abitanti cerca di fuggire verso una vita migliore, come nel caso di Proloff, un fuggitivo dei vagoni di coda che riesce a raggiungere gli altri vagoni. Viene immediatamente catturato e messo in quarantena, e viene presto raggiunto da Adeline Belleau, attivista che vuole integrare gli abitanti della coda nel resto del treno. Proloff rifiuta di rispondere a qualunque domanda sulla vita nei vagoni di coda, ma le sue rivelazioni finali sono semplici quanto agghiaccianti. Proloff e Adeline si trovano a percorrere l’intero treno in un viaggio che avrà conseguenze incredibili. Le altre due store, invece, si svolgono a bordo di un altro treno simile, chiamato il Wintercrack. I suoi abitanti vivono nel terrore di una collisione con lo Snowpiercer, e il protagonista qui è Puig Vallès, un esploratore che finirà per portare alla luce scomode verità.

La natura umana al suo meglio e al suo peggio si è condensata sui due treni, e anche se sono cambiate molte cose, tante altre sono rimaste quelle di un tempo. C’è la religione, e sullo Snowpiercer non è raro sentire persone rivolgersi alla Santa Loco, la locomotiva senza la quale sarebbero tutti morti. Finché la locomotiva va, la vita continua. Sul Wintercrack la religione è uno strumento usato per controllare le masse. Ci sono persino dei fanatici convinti che il treno sia in realtà un’astronave nello spazio.

Il Wintercrack è, se possibile, ancora più distopico dello Snowpiercer, grazie all’uso di illusioni e realtà virtuale per controllare la popolazione con la scusa di aiutarli a sfuggire alla noia quotidiana. Le allegorie si sprecano, insomma, e visto che la crisi dei rifugiati si fa più intensa che mai (ed è destinata a peggiorare, se si pensa ai rifugiati climatici), vale la pena darci una letta e riflettere. Si dice che le persone fatichino a immaginare azioni e conseguenze collegate a miliardi di persone ma abbiano bisogno di cifre più piccole per rendersi conto della gravità delle cose, perciò le vicende di questi due treni potrebbero essere perfette. Quanto vale una vita umana, ci sono persone che valgono più di altre, chi vive in miseria dovrebbe restare in quelle condizioni per consentire a pochi di vivere nel lusso? Questi sono solo alcuni dei temi affrontati in questo graphic novel le cui trame vi cattureranno. I disegni sono carini, niente di eccellente ma è bello vedere come grazie allo stile realistico adottato tutti siano tremendamente umani e, in alcuni casi, brutti. La bellezza è per pochi a bordo di questi treni. A volte se il treno è inquadrato dal misero paesaggio esterno ci sono delle didascalie in rima abbinate alla fredda desolazione di quel mondo, come una canzone o una litania, fatta per ricordarci dello Snowpiercer con i suoi mille e uno vagoni. Un interessante studio sulla natura umana e sulla follia post-apocalittica. Da leggere.


 

Author(s): Jacques Lob, Jean-Marc Rochette, Benjamin Legrand
Genre: sci-fi, post-apocalyptic
Original title: Le Transperceneige
Year: 1982
Notes: It contains three stories, the first one later simply renamed “The escape.” The second and third stories were published later, in 1999 and 2000 when Legrand replaced Lob. There’s also a movie based on its first story which I plan to review soon.
If you’ve seen the movie – or at least the poster – you know what I’m talking about: an impossibly long train making its way on a post-apocalyptic landscape covered in snow. And it’s precisely what it is. After some event (the cause is debated) the Earth is trapped into a new Ice Age, with temperatures as low as -90°. Outside, certain death. But the Snowpiercer carries on, circling the globe. Born as a luxury tourist train, it’s completely self-sufficient. The first carriages are reserved to the most rich, and their lifestyle is the stuff of legends. The more you go down the train, the worse it gets. Life in the tail is said to be horrible. And this is why a man named Proloff escapes and manages to reach one of the other carriages. He is immediately captured and put into quarantine, where he is soon joined by an activist, Adeline Belleau, who wants to integrate people living in the tail in the rest of the train. Everyone asks Proloff how life is in the rearmost carriages, but he refuses to answer, telling everyone they couldn’t understand. And when he does, reality is as terrible and as simple you’d imagine. Both will end up travelling through the whole train, a journey that will have consequences. The other two stories, however, are set in another similar train, the Wintercrack. People live in fear of a collision with the Snowpiercer, and the troublemaker here is an explorer named Puig Vallès, who uncovers some horrible truths.
Human nature as its best and worst inhabits both trains, and even if many things have changed, many have remained the same. Religion still exists, and on the Snowpiercer it has the form of a cult of the Saint Locomotor, the only thing that keeps them from dying. As long as the locomotor goes, there is hope. On the Wintercrack, religion is a mean to control the masses. Fanatics still exists, and here they believe the train is a spaceship and everyone is actually in space.
The second train is even more of an orwellian place, with illusions and virtual reality trips offered to the population to control it. Of course this whole graphic novel has allegorical effects, and in the wake of the refugee crisis, please give a it a read and think about it. It’s said that humans have trouble imagining consequences and actions linked to billions of people, our mind needs smaller groups to deal with important facts, and Snowpiercer could be good practice. How much is a human life worth, are there people who are worth more than others, should people who live miserably stay that way to allow a few to live in luxury… these are only some of the topics that are discussed in the graphic novel. And don’t get fooled by this, the stories work, narratively speaking. The art is good, and I love how everyone is extremely human and, well, ugly in certain cases. Everyone is very different, and only certain people get to be beautiful. Sometimes, when the train is drawn from the outside, rhymed captions are paired to the bleak landscape, like a litany or a song that reminds us of the powerful Snowpiercer with its one thousand and one carriages. A careful study on humanity and a good representation of post-apocalyptic crazyness, Snowpiercer is a must read.

Racconto breve: L’Incontro / Short story: The Meeting

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Se non fosse stato un ordine diretto del suo capo, Lucy non si sarebbe trovata sul sedile passeggero di un furgone di consegne vestita come se lavorasse davvero per la DeliVery Inc, alle 4 del mattino per giunta. Le venivano in mente una miriade di cose che avrebbe preferito fare a quell’ora, e occuparsi di una consegna di dati così importanti che nessuno si fidava a metterli in rete era in assoluto tra le ultime, più o meno tra “infilarsi degli spilli negli occhi” e “farsi iniettare due o tre malattie incurabili”. Il fatto che il destinatario fosse la fazione del Sole Nero rendeva le cose anche meno piacevoli, se possibile.

Di fianco a lei, alla guida, Kirill guardava la strada e sbuffava, probabilmente perso negli stessi pensieri.

“Il passaggio a livello abbassato! Ci mancava solo questo…” borbottò Kirill.

“Siamo in ritardo!” piagnucolò Takeshi dal retro del furgone.

“Lo so, lo so, ma mica ci possiamo schiantare contro un treno!”

Il treno impiegò dieci minuti ad arrivare, e nel frattempo avevano tutti esaurito il catalogo di bestemmie.

“Dovremmo essere già lì… se quelli si offendono…” borbottò Valérie.

“E non abbiamo modo di contattarli, vero capo?” chiese Kirill.

“No, e non chiamarmi capo.” replicò Lucy sospirando.

“Forse dovrei chiamare mio cugino Hideo, è con la Yakuza e… “

“E piantala con questa storia!” Kirill frenò bruscamente per non finire contro un tir parcheggiato nella stradina già di per sè minuscola. Traslochi alle 4 del mattino? si chiese Lucy, ma non disse niente.

“Non si offenderanno di sicuro per un quarto d’ora di ritardo.” Lucy cercò di essere ragionevole.

“Sono già venti minuti!”

L’idea di quelli del Sole Nero che aspettavano in piazza guardandosi gli orologi era grottesca e inquietante.

Kirill tamburellò le dita sul volante con aria nervosa mentre aspettavano che il ponte sul fiume si abbassasse per permettere loro di passare, mentre Takeshi blaterava qualcosa sul cugino nella Yakuza e Valérie mugugnava qualcosa in francese mentre caricava la pistola.

 

Mentre Kirill parcheggiava gli altri erano appiccicati ai finestrini.

“Non li vedo, non c’è nessuno!” esclamò Takeshi.

“Calmo, Tak, di sicuro non se ne sono andati.” replicò Lucy.

“Vorrei essere altrettanto ottimista.” borbottò lui.

Scesero in tutta fretta e corsero al centro del piazzale. I lampioni erano ancora accesi, anche se le prime luci dell’alba avevano cominciato a farsi strada. Il silenzio avvolgeva il luogo.

“Dove sono?” sussurrò Kirill.

Lucy controllò di nuovo il cellulare. Nessun messaggio. Attivò la scansione termica del suo occhio cibernetico, ma rilevò solo alcuni uccelli sugli alberi e una figura vicina a un albero.

“Seguitemi.” mormorò lei, “fate finta di essere degli onesti cittadini, mi raccomando.”

Takeshi fece una smorfia ma non protestò.

L’uomo che la scansione termica aveva inquadrato portava la divisa della ditta di pulizie impiegata dal comune ed era chinato su un robot pulitore che non sembrava deciso a funzionare.

Sulle prime Lucy si rilassò, poi ricordò delle loro uniformi e si sfiorò il fianco della giacca informe per sentire la presenza della pistola. Fece un passo avanti e il suo piede toccò qualcosa di piccolo e metallico. Un bossolo.

“Siete in ritardo.” disse l’uomo senza alzare lo sguardo dal robot. Lucy sentì il sangue gelarle nelle vene. Che sia lui il nostro contatto?

“Vi siete persi una bella scena, c’è stata una specie di sparatoria. Quando sono arrivato era già finita, ma dev’essere stata una roba da film.”

“Una… una sparatoria?” chiese Takeshi.

“Già. Ho visto che portavano via i corpi, dei gran brutti ceffi. Meno male che la polizia ha avuto la meglio, anche se così hanno svegliato tutto il quartiere. E hanno buttato me giù dal letto per pulire.”

I membri del gruppetto si guardarono senza dire una parola.

“Ah, ma voi siete gente onesta, lavoratori come me,” indicò la loro divisa “ capite cosa si prova a svegliarsi presto e lavorare duro, mica come quei perdigiorno criminali che vengono qui a farsi ammazzare.” l’uomo scosse la testa e tornò a trafficare col suo robot.

“Se quella storia del cugino nella Yakuza è vera, Tak, chiamalo subito.” disse Kirill a Takeshi in un sussurro appena udibile da Lucy. “Ci servirà una mano.”


 

If it hadn’t been for a direct order from her boss, Lucy wouldn’t have found herself on the passenger seat of a delivery van, dressed as if she really worked for DeliVery inc, at 4 o’clock in the morning no less. She could think of at least a thousand things she would have rather been doing at that time of the day, and delivering data so important it couldn’t be put online was pretty much at the end of the list, between “jamming needles in her eyes” and “infecting herself with a couple of incurable illnesses”. The fact that the recipient of the delivery was the Black Sun faction made things even worse.

Next to her, Kirill was driving and taking long deep breaths, probably lost in a similar train of thought.

“The railroad crossing’s down! Oh, come on, not now…” mumbled Kirill.

“We’re late!” protested Takeshi from the van’s back.

“I know, I know, we can’t exactly jump in and crash against a moving train, can we?”

The train took ten minutes to arrive and pass, during which they finished their personal catalogues of profanities.

“We should already be there… if we offend them…” wondered Valérie.

“We don’t have a way to contact them, right boss?” asked Kirill.

“No, and don’t call me boss.” Lucy sighed.

“Maybe I should call my cousin Hideo, he’s with the Yakuza and…”

“Oh, cut with this shit!” Kirill slowed down suddenly to avoid a crash with a truck parked in the already small road. What’s this truck doing here at this time of the day? wondered Lucy, but said nothing.

“They will not be offended for a fifteen minutes delay.” Lucy tried being reasonable.

“It’s twenty minutes already!”

The idea of the Black Sun members waiting in the square checking their watches was grotesque and creepy. Kirill drummed his fingers on the steering wheel while they waited for the bridge to lower down and let them pass. Takeshi was still mumbling something about his cousin in the Yakuza and Valérie loaded her gun speaking to herself in French.

 

Kirill parked, and everyone stuck their heads against the windows.

“I can’t see them, they’re not here!” said Takeshi.

“Calm down, Tak, they sure haven’t left.” replied Lucy.

“I wish I had your optimism.”

They got out and ran to the center of the square. The streetlights were still on, even if the first sunrays were starting to reach the city. Silence clouded the place.

“Where are them?” whispered Kirill.

Lucy checked her phone. No message. She activated the thermal scan of her cybernetic eye, and detected the presence of a few birds and of a single human figure next to a tree.

“Follow me,” she whispered. “Remember to look like honest citizens.”

Takeshi sneered but obeyed.

 

The man highlighted by the thermal scan wore the uniform of the city’s cleaning service and was kneeling on a robot-cleaner which didn’t seem to be working.

At first Lucy relaxed, then she remembered their own fake uniforms and lightly touched the side of her baggy jacket to feel the presence of her gun. She took a step forward and her foot touched something small and metallic. A bullet casing.

“You’re late.” said the man without looking at them. Lucy felt her blood turn into ice. So he’s with the Black sun?

“You missed quite a show here, a nice gunfight. When I got here it was pretty much over, but it must have been like in the movies.”

“A… a gunfight?” asked Takeshi.

“Yeah, I’ve seen the bodies they brought away, some really creepy faces. Oh, I’m glad the police won, it’s just that they woke up everyone. And guess who has to come here and clean up.”

The members of the small group looked at each other and said nothing.

“Ah, but you’re honest people, workers like me,” he pointed at their uniforms, “you know what it means to wake up early and work hard, not like those time-wasting criminals who come here to get killed, of all places.” the man shook his head and went back to his robot.

“If that story about your cousin in the Yakuza is true, Tak, call him as soon as you can.” Lucy heard Kirill’s whisper to Takeshi. “We’re gonna need some help.”

Recensione / Review: Raven Stratagem

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Autore: Yoon Ha Lee

Genere: fantascienza, space opera

Anno: 2017

Note: secondo romanzo della trilogia Machineries of Empire, non ancora tradotta in italiano. Potrebbero esserci piccoli spoiler riguardanti il primo romanzo della trilogia, Ninefox Gambit.


L’Esarcato è convinto di essersi finalmente liberato di Shuos Jedao. Il folle quanto brillante generale con un massacro sulla coscienza è stato utile finché c’era da riconquistare una fortezza caduta in mano agli eretici, e proprio per quel motivo lo avevano estratto dal congegno che tiene prigioniera la sua essenza, ma ora sembra solo una minaccia fastidiosa. Ma c’è una bella sorpresa in serbo per gli esarchi, perché Jedao si presenta presso una flotta Kel dicendo di avere l’ordine di prendere il comando e di essere lì per combattere gli eretici Hafn. Per via dell’istinto di formazione il Generale Kiruhev si trova costretta a dargli il comando… eppure Jedao sembra voler rimanere nell’ombra, lasciando a Kiruhev il compito di lottare contro gli Hafn. L’attendente di Kiruhev, il tenente colonnello Brezan, rivela la sua natura di crashhawk (cioè di Kel capace di resistere all’istinto di formazione) e viene allontanato dalla flotta. Jedao sembra intenzionato a combattere gli Hafn, ma ci si può fidare di uno come lui? Ci si può fidare di qualcuno, in quel mondo? Ci si può fidare dell’Esarcato stesso?

Ninefox Gambit mi era piaciuto parecchio, così mi sono buttata sul sequel appena possibile. Devo ammettere però che non è stato come me lo aspettavo. Certo, verso la fine ho capito il perché delle scelte dell’autore, ma non sono sicura che mi piaccia comunque il sistema che ha adottato. Uno degli aspetti più belli di Ninefox Gambit era il rapporto tra Jedao e la sua ancora, Cheris: era emozionante vedere come interagivano l’uno con l’altra e come reagivano ad essere due persone in un unico corpo. Per quasi tutto Raven Stratagem seguiamo il punto di vista di personaggi secondari, come Kiruhev, Brezan e l’esarca della fazione Shuos, Mikodez. Anche se è funzionale per la trama – sarebbe brutto sapere fin dall’inizio cosa sta progettando Jedao – credo che privi il lettore di uno degli aspetti più interessanti della storia. A questo punto avrei preferito dei personaggi secondari più interessanti. Non sopporto Mikodez, ma immagino che non debba piacere come persona, dato che per essere esarca degli Shuos bisogna essere un tipo particolare. Almeno a un certo punto il suo tramare nell’ombra si fa interessante.

Le battaglie spaziali dovute alla tecnologia basata sul calendario sono sempre un piacere da leggere, anche perché a questa fase ci si abitua al fatto che funzionano più o meno come la magia. Non posso dire che si tratta di un romanzo noioso, non sarebbe la verità. Anzi, per essere il secondo di una trilogia ha un finale a dir poco spettacolare, del tipo che fa venir voglia di prendere in mano subito il terzo e ultimo romanzo. Ninefox Gambit aveva più azione, mentre qui ci sono molti complotti, trame e segreti. Ha senso, considerando come di solito i secondi romanzi, come le parti centrali dei film, tendono a esistere in preparazione del finale, il tutto dopo un inizio che ha catturato l’attenzione.

Meno male che non metto più i voti alle recensioni, perché in questo caso sarebbe stata davvero dura. Da un lato abbiamo un universo a dir poco peculiare, il carisma di Jedao e la promettente sottotrama sugli esarchi e il desiderio di immortalità di alcuni di loro, ma dall’altro lato ci sono personaggi secondari, come Brezan, che non sono risultati interessanti per me quanto avrei voluto. Ma se vi è piaciuto Ninefox Gambit probabilmente vi piacerà anche questo.


 

Author: Yoon Ha Lee

Genre: sci-fi, space opera

Year: 2017

Notes: Second novel of the Machineries of Empire trilogy. Might contain minor spoilers for the first novel in the series, Ninefox Gambit.


The Hexarchate, the ruling oligarchy in this universe, are confident they have finally managed to get rid of Shuos Jedao. Jedao, the mad but brilliant genocidal general they had taken out of his undead sleep to beat the heretics who had taken the Fortress of Scattered Needles, had become too much of a threat. But they’re in for a surprise, because Jedao takes control of the Swanknot swarm, a Kel fleet headed to fight the Hafn heretics. General Kiruhev is bound by formation instinct, and gives him control of the swarm. And yet, Jedao seems interested to stay as a shadow figure and advisor, and to let Kiruhev fight against the Hafn herself. Kiruhev’s aide, Lieutenant Colonel Brezan, reveals his nature as crashhawk (meaning, as a Kel that can resist formation instinct) and is sent away from the swarm. Jedao’s intention seems to be focused on fighting the Hafn, but can he really be trusted? Can anyone be trusted in the world of the Hexarchate? Can the Hexarchate itself be trusted?

I had enjoyed Ninefox Gambit a lot, so I was quite thrilled to read the sequel. I have to admit that, however, I was a little disappointed with part of this novel. Sure, when I reached the ending I understood Yoon Ha Lee’s decision, but I have to admit it was a risky one. Because for me, the most appealing aspect of Ninefox Gambit was the relationship between Cheris and Jedao, the way they interacted with each other and came to term with being two people in one body. But for most of Raven Stratagem, we follow the povs of characters like Kiruhev, Brezan and the Shuos hexarch, Mikodez. While it serves the plot (it would be far less entertaining if we knew from the beginning what Jedao is planning), it robs the reader of the most interesting element of the story, so I can’t help but wondering if there were other options. Or, at least, other side characters who were more interesting than those ones. Personally I can’t stand Mikodez, I guess I am not supposed to like him – to be the Shuos hexarch you have to be quite a particular person – but I was bored by most of the chapters about him, at least until the scheming got interesting. Calendrical space battles are always an entertaining read, at least when you come to terms with the fact that calendrical warfare works pretty much like magic.

I cannot consider it a boring novel, because it is not. In fact, for being a second novel in a trilogy it has quite a spectacular, game-changing ending, to the point that it makes the reader eager to finish the trilogy. I also have to point out that Ninefox Gambit was much more action-packed than Raven Stratagem, in which there is instead a lot of plotting, scheming, meetings to attend and such. It sort of makes sense, since usually second novels, like middle parts in movies, are meant to be the “less interesting” one after a beginning made to capture the attention and, usually, before a majestic ending. I am glad I have stopped adding votes to my reviews because it would have been super hard. On one hand we have a very peculiar universe,Jedao’s charisma and the actually interesting subplot regarding the hexarchs toying with the idea of immortality, on the other secondary characters, like Brezan, who are not as interesting as they should have been. Still, if you loved Ninefox Gambit there’s a good chance you will appreciate this one too.

Recensione: Monna Lisa Cyberpunk / Review: Mona Lisa Overdrive

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Autore: William Gibson

Genere: fantascienza, cyberpunk

Anno: 1988

Note: terzo romanzo della Trilogia dello Sprawl, preceduto da Neuromante e da Giù nel Cyberspazio.


Ambientato quindici anni dopo Neuromante e otto anni dopo Giù Nel Cyberspazio, è strutturato in maniera simile al secondo libro della trilogia: varie trame che si collegano tra loro fino a unirsi nel finale. C’è Monna Lisa, una prostituta giovane e ingenua che viene assunta per un lavoro particolare per via della sua somiglianza con la famosa diva del simstim Angie Mitchell (che avevamo già incontrato in Giù Nel Cyberspazio). Anche lei ha una sua linea narrativa. Poi c’è Kumiko, la figlia di un boss della Yakuza, che passa alcuni giorni a Londra, lontana dai nemici del padre, il quale deve gestire alcuni affari.

A proteggere Kumiko c’è la samurai della strada Sally Shears, una certa donna dagli artigli mortali che ormai ben conosciamo. Poi c’è Slick Henry, un uomo che vive in una fabbrica abbandonata in un’area desertica e velenosa dove produce robot simili a sculture usando pezzi che trova in giro. Non è solo in quella fabbrica, ma la sua quotidianità viene interrotta quando, per saldare un debito, si trova a dover ospitare un uomo chiamato il Conte, il quale è accompagnato da un’infermiera e si trova in una sorta di coma.

 

Siamo in un libri di Gibson, e a questo punto il lettore/lettrice si è abituato allo stile e sa che ci saranno cose particolari e inaspettate. E come gli altri suoi libri, non è semplicissimo, ma si vede un miglioramento nella caratterizzazione dei personaggi (Molly e Finn sono quelli meglio riusciti, almeno per me). Monna è ingenua, sì, ma nella sua condizione sociale ed economica non potrebbe essere diversamente, è pur sempre una prostituta minorenne che fa una vita orribile, e c’è qualcosa nel modo in cui Gibson descrive la sua innocenza che rende impossibile non simpatizzare con lei. Si finisce, in effetti, per simpatizzare più per lei che per Angie, diva del simstim la cui vita ci sembra distante e fredda. Eppure hanno più cose in comune del previsto…

Come libro ha i suoi problemi, non lo nego. Il finale è uno di questi, non tanto per alcuni dialoghi non impeccabili ma per un elemento che ritorna e che ho ritenuto un po’ deludente. Non è poi facilissimo da capire: in una lettura casuale non avevo capito al 100% il finale, ci è voluta la lettura dell’originale inglese e il lavoro approfondito fatto per la tesi per capire le varie sfumature. Una volta capito il finale, però, si rischia di rimanere perplessi: ha davvero senso, è possibile che succedano certe cose? Certo, Gibson di sua ammissione non sapeva molto di computer e internet, e il mondo di internet ancora era lontano da come lo conosciamo ora, ma si è tentati di pensare che abbia esagerato.

Il che, volendo, può essere considerato il problema vero e proprio del romanzo. Sembra che Gibson non si fosse aspettato il successo di Neuromante e si sia sentito in dovere di rimanere a quel livello senza deludere nessuno, con il risultato che alcune cose ora sembrano esagerate o assurde. Monna Lisa Cyberpunk sembra un viaggio strano ma emozionante con un finale deludente. Vale comunque la pena leggerlo, ma non trovo corretto ignorarne i difetti. Detto ciò la trilogia dello Sprawl rimane fondamentale.

 


Author: William Gibson

Genre: sci-fi, cyberpunk

Year: 1988

Notes: Third volume of the Sprawl Trilogy, preceded by Neuromancer and Count Zero. As I said for the other novels of this trilogy, take care in the selection of a very good translation, if you can.

Set fifteen years after Neuromancer and eight years after Count Zero, it is structured like the second book: interconnecting narrative threads that meet only at the end. The titular character is Mona, a young and naive prostitute, who gets hired for a special job, due to her not so subtle resemblance with the famous simstim diva Angie Mitchell – a teenager in Count Zero. She has her own plot too. Another thread focuses on Kumiko, the daughter of a Yakuza boss: she spends some time in London, far away from her father’s enemies, while he sorts his business out.

There she is protected by the street samurai Sally Shears, a certain razor-clawed woman we already met before. The third thread involves a guy named Slick Henry, who lives in an abandoned factory in a deserted, poisonous area and produces sculptures that are nothing short of robots assembled from what he can salvage around. He shares this factory with other people, but due to an old debt, he has to look after a man named the Count, kept in a comatose state, attached to some strange machines and controlled by a nurse.

This is the Sprawl Trilogy, and this is William Gibson. You can tell that weird things will ensue. Now, like the others, this is not an easy book. Gibson got better in terms of characterization, that for sure, and it’s wonderful to see old friends back on stage (Molly and Finn are probably his best characters). The innocence of Mona is incredibly well described, she is an underage prostitute living a horrible life, and yet it’s impossible not to sympathize with her. We feel closer to her than to Angie. The life of the simstim superstar seems almost cold and distant, even if the two women have more things in common than it seems.

This book is not free from problems, of course. For starters, the ending. Oh, some dialogue lines aren’t excellent, but that’s not the worst. The “villain” who resurfaces at the end takes the disappointment cake. I have to confess that I was able to really understand these books, especially the ending of Mona Lisa Overdrive, only when I was using them as a source material for my thesis. A casual read had left me “what?” and so did a more deep reading, but in a different sense: at first you wonder what’s happening, then you understand it and wonder if it makes fucking sense at all. If it has some degree of probability. Yeah, Gibson confessed not knowing anything about internet and computers when he wrote these (and it considering this, the results could have been far worse), but I think he went a little bit over.

Which, not so coincidentally, is a big problem of the whole book. It reads as if Gibson absolutely did not expect the huge success of Neuromancer and felt a great pressure on himself as a writer, a need not to disappoint everyone, so he took things to the extreme, sometimes a bit too much. Mona Lisa Overdrive flows like a beautiful but weird journey with a disappointing ending

Now, he’s still a very good writer and it’s still a book worth reading, but I feel it would be unjust to ignore its flaws. If you’re into cyberpunk, this whole trilogy is still a must.