Recensione: MeccanicaMente / Review: Mechanical Mind

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Autrice: Carme Torras

Genere: fantascienza

Anno: 2017

Note: Raccolta che comprende due racconti brevi e due articoli sulla robotica. Ho letto l’edizione italiana di Future Fiction tradotta da Raul Ciannella e Francesca Secci.


La Spagna è cambiata, e ora ha qualcosa di postapocalittico. Le automobili non vengono usate più, rimpiazzate da piccoli velivoli, e anche le strade sono cambiate, diventando luoghi abbandonati dove i resti di incidenti automobilistici ancora segnano i bordi delle strade. Ma a volte rimane la necessità di fare un salto in una stazione di servizio, e questa è molto diversa dalle altre. Se ne accorge per prima Ag-Nese, una ragazzina, e poi i suoi genitori. C’è qualcosa di strano nella pulizia e nell’ordine della stazione di servizio, e sembra che se ne occupi il senzatetto che vive da quelle parti…

Cosa sta succedendo, invece, a Ictineu Tercat, operato di recente in Tailandia, il cui battito cardiaco si comporta in modo particolare?

I saggi offrono un’interessante panoramica sul futuro della robotica: quali sono le caratteristiche di cui ha bisogno un robot che interagisce con le persone, specialmente se si deve occupare delle persone stesse, e come si possono ottenere robot in grado di farlo? Queste sono solo alcune delle domande che si pongono i saggi. E ovviamente viene anche dato spazio al ruolo che avranno i robot nella società, e a come la fantascienza ci può aiutare a comprenderlo.

 

Carme Torras è ricercatrice al Consiglio di Ricerca Scientifica Spagnolo e ha pubblicato centinaia di articoli su temi come robotica e IA, e ciò rende i due articoli/saggi brevi inclusi in questo libro delle letture davvero interessanti, dato che permettono al lettore/alla lettrice di farsi un’idea su quanto sia complicato progettare un robot in grado di svolgere compiti che non sono i semplici gesti ripetitivi di cui si occupa un braccio meccanico in una fabbrica. I robot si prenderanno cura di chi ne ha bisogno (bambini, disabili, anziani) e dovranno imparare a distinguere le circostanze e a muoversi in un ambiente in cui si muovono anche delle persone. Mi è rimasto impresso il paragrafo dove spiega quanto sia difficile insegnare ai robot come trattare dei materiali diversi (come il tessuto), e se vi piace la fantascienza vi piaceranno anche questi articoli, che siate aspiranti scrittori o solo dei fan.

I due racconti non sono da meno, e vorrei leggere anche qualcos’altro di questa autrice. La prima storia mi ha catturato subito, soprattutto per l’ambientazione, che ci viene descritta tramite piccoli indizi che la rendono molto affascinante: è post-apocalittica, perché le strade non vengono più pulite da tempo e perché moltissime persone hanno perso il lavoro per via di un’elevata automazione, ma i genitori di Ag-Nese hanno ancora un lavoro, e lei riceve un’istruzione, quindi non siamo in un mondo post-apocalittico dove c’è stato un collasso totale della civiltà. E adoro le ambientazioni illustrate tramite piccoli indizi, come in questo caso. Verrebbe da dire che si tratta di un’apocalisse subdolo e nascosto, ma per chi ha perso il lavoro di certo non è così. Il secondo racconto, La vita e-terna, parla di paure e nuove scoperte. Non vi dico altro per non rovinarvi la sorpresa. Ma se volete dare una possibilità a della fantascienza catalana scritta da una ricercatrice, è una buona occasione.


Author: Carme Torras

Genre: sci-fi

Year: 2017

Notes: Collection of two short fiction stories and two essays about robotics. I have read the italian translation by Raul Ciannella and Francesca Secci published by Future Fiction (Future Fiction also published an english translation).

 

Spain has changed, and is now in post-apocalyptic conditions. Cars are not used anymore (replaced by small personal aircrafts) and the roads have changed too, becoming abandoned places where the remains of cars still litter the roadside. But sometimes the need to visit a service station remains, and this one is unlike the others. It is a teenage girl who notices it first, and then both her parents realize it. There is an unexpected cleanliness in station, and a homeless man seems to be living there and taking care of it…

And what is happening to Ictineu Tercat, operated recently in Thailand, whose heartbeat is behaving weirdly?

The essays are an interesting insight on the future of robotics: what are the characteristics needed in a robot that interacts with people, especially in caring roles, and how can those problems be solved is just one of the questions they raise. And there is also space for the role these robots will have in society, and for how science fiction can help in understanding it.

 

Carme Torras is a researcher at the Spanish Scientific Research Council and has published hundreds of articles about robotics and AIs, and this makes the two articles/short essays included here quite the compelling read, since they offer a glimpse of what and how is it so complicated to engineer a robot that can perform tasks that aren’t the simple, repetitive movements a mechanical arm in a factory performs. Robots that will take care of people in need (children, disabled people, elderly) will need to learn and understand the circumstances, and how to move in a setting in which humans move too. I found the paragraphs about the challenge in teaching robots how to deal with different materials very interesting, and if you’re a sci-fi author you may want to give these articles a read. And let’s face it, even if you aren’t, you’re gonna be interested.

The two stories are very fascinating, and I would love to read more by Carme Torras. The first story got my attention pretty quickly, in offering this world that is made fascinating by various hints: it is post-apocalyptic, because car wrecks still litter the roads and tons of people have lost their jobs due to high levels of automatization, but the parents of Ag-Nese, the teenage girl who notices the homeless man first, actually have jobs and she is getting an education, so we haven’t reached a “total collapse of civilization” post-apocalyptic level. I was going to say it’s a sneaky apocalypse, but for those who lost their jobs it’s definitely not so. The second story, called A Life E-Ternal, is a compelling narrative of fear and discovery. I’m not going to say anything else because of spoilers.

That being said, if you want to give Catalan sci-fi from a robotics researches a chance, this is a great occasion.

 

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Recensione / Review: Mr Robot (serie tv)

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Genere: cyberpunk, thriller, drama

Anno: 2015

Cast: Rami Malek, Christian Slater, Carly Chaikin, Portia Doubleday, ecc

Stagioni: Tre.

Note: la terza stagione è appena uscita, io ho visto solo la prima e parte della seconda.


Elliot Alderson è un tecnico che lavora per la ditta di sicurezza informatica Allsafe a New York. Dietro lo schermo è un genio, ma ha una serie di problemi psicologici (ansia, depressione, paranoia) che gli rendono le interazioni con gli altri imbarazzanti nel migliore dei casi e terribili nel peggiore. Come ci dice la sua stessa voce narrante, è abituato a hackerare le persone, e sa molte cose su amici e colleghi grazie alle sue capacità. Va da una psicanalista, la quale cerca sinceramente di aiutarlo, ma lui sente una distanza nei confronti del mondo che non vede quello che vede lui. Un giorno, dopo un episodio molto particolare, un anarchico che si fa chiamare Mr. Robot lo contatta e dice di essere il capo di un gruppo di hacker chiamato Fsociety, e vorrebbe che Elliot si unisse a loro. Qualunque sarà la sua decisione, ci saranno conseguenze…

Mr Robot ha due temi principali: il primo, il più ovvio, è il ruolo dell’hacking nella nostra società, e che rischi/potenzialità rappresenta. Chi ha davvero in mano il potere? Hacker e multinazionali la vedono in maniera diversa, e lottano per usarlo a loro piacimento. Non è facile scegliere da che parte stare, visto che entrambe le parti hanno difetti e problemi. Questa serie tv riflette bene le paure e le speranze del nostro presente, con il sogno di unirsi a qualcuno che ci libererà dalle grinfie di multinazionali dal potere incommensurabile. Essendo una serie tv americana non mancano riferimenti a problemi americanissimi, come il debito studentesco, ma riesce comunque a far presa su tutti, come temi.

L’altra lotta visibile in Mr Robot è quella psicologica, e c’è un bell’abisso in cui guardare. I problemi di Elliot non gli rendono la vita facile al lavoro e nella vita privata, e fin da subito ci rendiamo conto che non è un narratore attendibile, tutt’altro. Parla col pubblico come se fosse una vocina nella sua testa, un amico immaginario. Non sa come gestire la sua paranoia, eppure cerca di aiutare gli altri. Ci sentiamo dispiaciuti per Elliot mentre vediamo come la sua condizione mentale non è romanticizzata né eroicizzata, ma ci viene presentata con la crudezza della realtà – o almeno, della sua realtà. Il pubblico si domanderà spesso cosa è reale e cosa no, con dei twist degni di Philip K. Dick.

Elliot è come un Henry Case (ve lo ricordate Neuromante, no?) dei nostri tempi, un hacker disperato che fa una vita di merda e che ha un sacco di problemi (psicologici, sociali, di abuso di sostanze) che si imbarca in un viaggio più grande di sé stesso. Un viaggio che vale la pena guardare.


Genre: cyberpunk, thriller, drama

Year: 2015

Cast: Rami Malek, Christian Slater, Carly Chaikin, Portia Doubleday, ecc

Seasons: One, ten episodes (running time 45-55 min)

Notes: a second season is in the works.

Elliot Alderson is a young security engineer working for Allsafe in New York. A veritable genius behind the screen, he deals with social anxiety and clinical depression, which make any social interaction for him awkward at best, terrible at worst. He has an habit of hacking people, and knows a lot about his colleagues and acquaintances solely because of that. He has a psychiatrist who is trying to help him, but he’s distant from everything that’s not computer-related. One day, after a specific event, an anarchist nicknamed Mr. Robot contacts him: he is the leader of the hacker group fsociety, and wants Elliot to join. Whatever he decides to do, will have great consequences.

Mr. Robot has two main themes: the first one, most obvious, the role of hacking in our society and what it could do. Who truly owns the power? Megacorps and hackers seem to disagree on this point, as they fight against each other and use each other for their own need. Picking a side isn’t easy when both sides have their problems. As a series it reflects the fears and hopes of our times, with the dream of joining someone who could set us free from the claws of impossibly powerful conglomerates. Of course, since it’s american, this side focuses on american problems, like student debt, but it can be easily perceived as universal.

But there isn’t only the fighting in Mr. Robot: its other side is the psychological one, and it’s a very deep abyss. Elliot’s problems cause him trouble at work, in his private life and behind the keyboard. As we see everything from his eyes, it becomes clear since the beginning that he’s not a reliable narrator – quite the contrary. He talks to the watcher as if she/he was a voice in his head, an imaginary friend. He’s paranoid and doesn’t know how to handle himself, let alone other people. We may feel sorry for him, but the portrayal of his illness is not sugarcoated nor fetishized, it’s introduced to us with the crudeness of reality, or whatever reality can he perceive. The watcher will soon question, together with Elliot, what is real and what is not, in a Philip Dick-esque twist.

Elliot is like a Henry Case (do you remember Neuromancer) of our time, a desperate hacker with a lot of problems – psychological, social and addiction related – who embarks on a journey far bigger than himself. A journey worth watching.

Racconto breve: Un Mondo in Rosso / Short story: A World In Red

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Il casco di Kel-2698 lo informò che la temperatura era scesa di tre gradi negli ultimi 40 minuti, e che la persona davanti a lui si chiamava Szilian Varden, anni 56, operaio. Il chip di identificazione che l’uomo portava piantato sulla tempia reagiva con il casco di Kel-2698 trasmettendogli un silenzioso feedback. A Kel-2698 sarebbero bastati gli occhi per capire che era solo un operaio, uno dei tanti vestiti di stracci che entravano e uscivano tutti i santi giorni dalla fabbrica della Orven a cui erano stati assegnati.

Il respiro di Varden si condensava in nuvolette. Il casco di Kel-2698 gli disse che la temperatura aveva raggiunto i -2, ma Kel-2698 non percepì nessun cambiamento all’interno della sua tuta sigillata.

Kel-2698 perquisì l’uomo con il visore del casco. Era già pronto a dirgli di darsi una mossa quando il casco registrò una presenza insolita.

“Apri la borsa.”

Varden impallidì ma obbedì. Obbedivano tutti.

Il guanto di Kel-2698 frugò nelle cianfrusaglie dell’uomo ed estrasse un involto di carta unta.

“Il… era ciò che rimane del mio pranzo.” spiegò Varden tremando.

Il segnalatore del casco era programmato per reagire a una quantità di cheranio di poco superiore alle inevitabili polveri che rimanevano nell’aria e nei loro vestiti, ma quando Kel-2698 aprì il panino segnalatore lo inondò di notifiche. All’interno c’erano pezzi di cheranio simili a matite spezzate.

“Il tuo pranzo, eh?”

Varden strizzò gli occhi e cercò di farsi piccolo. Gli altri operai cercavano di ignorarlo, ma finivano sempre per fissarlo. Inviò una conferma neurale al collega che si occupava dell’altra fila, e si rivolse di nuovo a Varden.

“Beh, non voglio lasciarti a stomaco vuoto. Mangia.”

Varden strabuzzò gli occhi.

“Su.” Kel-2698 lo incitò colpendolo alla spalla col fucile. Kel-2698 guardò la fila, divisa tra chi guardava per terra, chi guardava il cielo e chi fissava Kel-2698 con occhi d’odio.

Nessuno parlò.

Varden diede un morso al panino e deglutì con espressione disgustata.

“Ancora.”

Varden mandò giù altri due bocconi.

“Puoi andare.” gli ordinò Kel-2698, e passò all’operaio successivo.

La visione periferica del casco e l’analisi del rumore – corpo adulto che cade nella ghiaia mista a neve – gli confermarono che la quantità di cheranio ingerita era stata sufficiente a uccidere il soggetto Szilan Varden, colpevole di furto di materiale necessario per lo sforzo bellico.

Fece un cenno col fucile all’operaio che aveva davanti di proseguire.

“Muoviti.”

“Un attimo solo.” gli rispose l’uomo – Cord Kessal, 46 anni, operaio – e si chinò per raccogliere qualcosa da terra. Kel-2698 gli sparò prima che potesse colpirlo con il sasso che aveva appena preso in mano, ma prima che il corpo di Kessal toccasse terra, si trovò colpito da almeno nove sassi provenienti da direzioni diverse. Il visore registrò freneticamente le identità degli uomini coinvolti, e Kel-2698 sparò altri due colpi. Un sasso centrò in pieno il visore del casco, e Kel-2698 provò una sensazione che credeva di aver dimenticato: confusione. L’universo non fu più rosso come qualunque cosa che il visore gli trasmetteva, ma frammentato e doloroso.

 

Quando si risvegliò ebbe un sussulto e cercò il fucile. Si costrinse a calmare i battiti e a riconoscere l’ambiente: una delle stanze della casa che usavano come campo base vicino alla fabbrica. Era nella sua branda, e indossava la sua tuta: la cosa lo calmò. Sbatté gli occhi per abituarsi alla cacofonia di colori: grigio scuro per le pareti, verde per la coperta, grigio chiaro per la porta. Osservò il mondo a occhi chiusi, fingendo che la luce che gli attraversava le palpebre fosse il rosso garantitogli dal visore. Si tirò a sedere e si coprì gli occhi con le mani, respirando profondamente.

Provava dolore in alcuni punti del corpo, ma era certo che la tuta aveva già provveduto a somministrargli le cure necessarie. D’istinto cercò la presenza dei suoi compagni, ma senza casco la connessione neurale non si attivò.

Le ho prese come un perfetto imbecille. Cercò di ricacciare indietro la nausea, e si tappò le orecchie nel vano tentativo di sopprimere quell’irritante fischio che sembrava venire da dentro il cranio. Si alzò a fatica – anche la gamba destra gli faceva male, e non c’era verso di avere un’analisi della situazione senza casco – e si affacciò alla vecchia finestra.

L’aria fresca della sera lo confortò per un attimo, poi ripensò alle polveri di cheranio nell’aria e richiuse subito la finestra. In giro non c’era nessuno, anche se luci del turno di notte della Orven erano accese. I suoi occhi doloranti cercarono e trovarono la sagoma di Szilan Varden, appeso fuori dai cancelli con un cartello che da quella distanza, scoprì, non era in grado di leggere. Sentì una strana ira invadergli il corpo. Rivoleva la sua connessione coi suoi compagni, rivoleva i suoi dati, il suo mondo di colore rosso fornitogli dal cervello tramite il visore del casco. E invece doveva vedere i colori, doveva vedere il giallo dei lampioni e l’azzurro della neve di notte, doveva vedere il marrone dei vestiti di Varden.

Senza casco non poteva accedere ai dati sulla famiglia di Varden. Ma sapeva che da qualche parte forse lo stavano cercando, una moglie o un marito si stavano preoccupando o avevano appena ricevuto la notizia del suo tradimento. Qualcuno stava piangendo, ne era certo. Kel-2698 riuscì a raggiungere il bagno appena in tempo per vomitare.

 

Kel-2698 non aveva mai notato che i medici portavano un visore azzurro sui loro caschi. Si chiese se per loro il mondo avesse quel colore, e se si sarebbero sentiti come lui se privi del casco.

Il medico uscì e lo lasciò solo sul lettino.

“Una bella nausea, vero?”

Kel-2698 si girò di scatto e vide il sergente Aleth-1336, entrato senza fare alcun rumore.

“Sì, signore.” la sua stessa voce gli sembrò strana e patetica.

“Era capitato anche a me una volta, non vedevo l’ora di rimetterlo. Mi dispiace che tu abbia dovuto aspettare così tanto, non lo auguro a nessuno. Riesci a camminare?”

“Sono solo ferite lievi.” Kel-2698 si alzò.

“Ottimo, seguimi.”

“Che ne è stato degli aggressori?” sentì il cuore battergli in modo strano facendo quella domanda.

“Sei riuscito a uccidere quattro di loro prima che ti spaccassero il casco vicino ai connettori. Poi ne sono morti altri due, e gli altri li stanno interrogando.”

Kel-2698 ripensò a Szilan Varden, a Cord Kessal – ricordava quei nomi fin troppo bene – e ai quattro a cui aveva sparato. E poi c’erano quelli che aveva ucciso o picchiato nei giorni e nei mesi prima.

“Cerca di non vomitare di nuovo.” lo ammonì il sergente Aleth-1336. “Non preoccuparti, passerà appena ti sarai messo il casco nuovo e il regolatore di impulsi si sarà di nuovo connesso.” aggiunse poi a voce bassa.

Qualche minuto dopo Kel-2698 si trovava seduto sulla sua branda con in mano il casco nuovo appena arrivato apposta per lui. Persino l’odore gli era familiare e invitante. Fece per metterselo addosso, ma esitò.


 

Kel-2698’s helmet informed him that the temperature had seen a decrease of three degrees in the last 40 minutes, and that the person in front of him was Szilian Varden, 56 years old, factory worker. The identity chip Varden wore on his temple reacted with Kel-2698’s helmet, transmitting a silent feedback. Kel-2698’s eyes would have been enough to show him how Varden was just one of the many workers dressed in rags who came in and out of the Orven factory they had been assigned to.

Varden’s breath created small clouds in the air. Kel-2698’s helmet told him the outside temperature was -2°, but Kel-2698 did not perceive any change within his sealed suit.

Kel-2698 searched the man, helped by his visor. He was already ready to tell him to go, when he recorded an unexpected presence.

“Open your bag.”

Varden’s face turned pale, but he obeyed. They always obeyed.

Kel-2698’s gloved hand rummaged in the man’s bag and pulled out an oily paper bundle.

“It’s… it’s what’s left of my lunch.” Varden was shivering.

The detector in his helmet was programmed to react to an amount of cheranium reasonably superior to the unavoidable dust that impregnated the air and their clothes, but as Kel-2698 opened the sandwich, his detector showered him in notifications. Between two layers of bread there were pieces of cheranium bars, similar to broken pencils.

“Your lunch, he?”

Varden tried to make himself as small as he could. The other workers pretended to ignore him, but they always ended up staring at him. Kel-2698 sent a neural confirmation to his colleague dealing with another queue of workers, then looked back at Varden.

“Well, you can’t work on an empty stomach. Eat.”

Varden’s eyes were wide open.

“Come on.” he hit Varden’s shoulder with his rifle. The queue was formed by people looking at the ground, at the sky or staring at him with hate.

No one said anything.

Varden bit his sandwich and swallowed, disgusted.

“More.”

Varden took two more bites of the sandwich.

“You can go.” Kel-2698 told him, then proceeded to the next worker.

The helmet’s peripheral vision and the sound analysis – adult body falling on the gravel mixed with snow – confirmed him that the amount of cheranium eaten had been enough to kill the subject Szilan Varden, guilty of theft of raw materials fundamental for the wartime efforts.

He made a gesture with his rifle to tell the worker he was looking at to proceed.

“Go.”

“Just a moment.” replied the man – Cord Kessal, 46 years old, factory worker – and kneeled to pick up something from the ground. Kel-2698 shot him before he could hit him with the stone he had in his hand, but before Kessal’s body hit the ground, Kel-2698 found himself at the end of the trajectory of at least nine different stones coming from different hands. The visor frantically  registered their identities, and Kel-2698 shot again. A stone hit him right in the middle of his visor, and Kel-2698 felt something he had not felt for a long time: confusion. The universe wasn’t red like everything the visor showed him anymore, but fragmented and painful.

 

When he woke up he felt terrified, and looked for his rifle. He forced himself to calm his heartbeat and to recognize the environment: one of the rooms of the house they used as a base next to the factory. He was in his cot, and was still wearing his suit: this calmed him.

He blinked rapidly, trying to get used to the cacophony of colors: dark grey for the walls, green for the blanket, light grey for the door. He looked at the world with closed eyes, pretending the light beyond his eyelids could show him a red world like his visor did. He sat on his cot and covered his eyes with his hands, breathing heavily,

He felt pain in certain areas of his body, but he was sure his suit had already healed him as its best. He instinctively looked for his mates’ presence, but without his helmet the neural connection left him alone.

I got beaten like a stupid idiot. He tried to hold back sickness, and closed his ears trying to suppress the annoying hiss he felt was coming right from his own skull. He managed get up despite the pain on his right leg – no analysis of the situation without the helmet – and looked out of the window.

The chilly air brought him relief at first, then he remembered the cheranium dust in the air and closed the window hastily. He couldn’t see anyone outside, even if the night shift lights at the Orven were visible. His aching eyes found the figure of Szilan Varden, hanging from the factory gates with a sign in front of him, a sign he couldn’t read from that distance. He felt a strange fury gather in his body. He wanted his connection back, he wanted his data, his red world blissfully provided by his visor. But no, he was forced to see color, to see the yellow of the lamplights, the blue of the snow at night, the brown of Varden’s clothes.

Without his helmet he had no access to the data on Varden’s family. But he knew that, somewhere, someone was looking for him, a husband or a wife was getting worried, or had gotten news of his betrayal and execution. Someone was crying, he was sure of it. Kel-2698 managed to reach the bathroom right before throwing up.

 

Kel-2698 had never noticed that the doctors wore a blue visor on their helmets. He wondered if the world had that color for them, and if they would have felt like him if left helmetless.

The doctor left, and Kel-2698 was alone.

“You felt awfully sick, right?”

Kel-2698 turned around and saw sergeant Aleth-1336, who had entered without making a sound.

“Yes, sir.” his own voice felt weird and pathetic.

“It has happened to me once, too. I couldn’t wait to get it back on. I’m sorry you had to wait so much, I don’t wish it on anybody. Can you walk?”

“Yes, they’re just superficial wounds.” Kel-2698 stood up.

“Great, follow me.”

“What happened to the attackers?” he felt his heart beat in a strange way as he asked that question.

“You managed to kill four of them before they managed to break your helmet, right next to the connectors. Two more died. The others are being interrogated.”

Kel-2698 thought about Szilan Varden, about Cord Kessal – he remembered those names far too well – and about those he had shot. And then there were those he had killed or beaten in the last days or months.

“Try not to throw up again.” warned sergeant Aleth-1336. “Don’t worry, it will be over as soon as you will get your helmet on and the impulse regulator will be connected.” he added, lowering his voice,

A few minutes later Kel-2698 sat again on his cot, this time with his new helmet in his hands, a helmet which had been sent right for him. Even the smell felt familiar and inviting.

He almost put it back on, but hesitated.

 

Recensione: …E Non Dimenticare La Tuta Spaziale

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Autore: Jody Lynn Nye (curatrice della raccolta)

Genere: fantascienza, commedia, etc

Anno: 1996

Note: raccolta di racconti brevi di vari autori, il tema unificante è la figura della madre.


L’idea dietro a questa antologia è semplice ma geniale: non importa quanto la tecnologia abbia fatto progressi, quanti pianeti siano stati colonizzati e quanti alieni siano stati incontrati: le mamme ci saranno sempre, in qualche modo, e i loro consigli non sono destinati a cambiare troppo. Ed è per questo che molti dei titoli sono riferimenti a classiche raccomandazioni da mamma, tipo “Non Uscire Con La Biancheria Intima Bucata”, “Non Chiami Mai” “Metti in Ordine la Tua Stanza!”, e così via. Tutte le storie sono molto diverse e trattano diversi tipi di mamme, da quelle virtuali a quelle aliene, da quelle computerizzate a quelle in carne e ossa che sono appena arrivate sulla stazione spaziale e non vedono l’ora di mettersi all’opera. Alcune storie sono palesemente comiche: “Non Uscire Con La Biancheria Intima Bucata” sembra fatta apposta per prendere in giro quelle vecchie storie tipo Flash Gordon, ed è una storia in cui la biancheria intima gioca un ruolo fondamentale. Poi c’è “Non Chiami Mai”, dove un comandante militare è pronto ad attaccare la flotta aliena ma riceve una telefonata dalla mamma che davvero non capisce perché non la possa chiamare più spesso. Altre mamme, invece, come quella di “Torna Con La Tuta Spaziale, O Su Di Essa” sembrano impazienti di mandare i loro figli in guerra.

Non mancano le mamme virtuali, e storie come “Su Marte i Bambini Muoiono di Fame” e “Metti in Ordine la Tua Stanza!” trattano un argomento simile ma con twist diversi.

“Qual’è La Parola Magica?” prende in giro i film di James Bond, e ci presenta un universo dove appaiono sia magia che tecnologia. La magia appare anche in altre storie, una delle quali finisce per creare una vicenda stile Piccoli Brividi. Lo ammetto, ho ritenuto che queste storie fossero un po’ fuori posto, perché mi aspettavo storie con un elemento fantascientifico sempre presente, non ambientazioni tipo Antica Grecia o giorni nostri ma con una magia già vista e rivista.

Ci sono anche mamme aliene, perché non importa in che angolo della galassia uno sia, le mamme cercheranno di fare il loro meglio. O il loro peggio, perché ad essere onesti alcune delle mamme di questa raccolta sono delle persone orribili, o semplicemente non si preoccupano della felicità e della sensibilità dei loro figli. Un buon esempio di questo caso è in “Gli Incidenti Non Capitano Per Caso, Sono Provocati”, uno dei racconti meglio riusciti della raccolta, perché mamma e figlia sono straordinariamente umane (non in senso di non-aliene, ma nel senso di realistiche) e hanno difetti e personalità interessanti.

Non tutte le storie sono allo stesso livello, parlando di qualità. “Maureen Birnbaum Dà Un’Occhiata In Giro” mi è sembrato una lettura ardua, non capivo dove volesse arrivare, e su Goodreads ho visto altri pensarla allo stesso modo. “Non Avvicinarti All’Acqua” è scritto bene, ma non è un racconto di fantascienza.

Due dei miei racconti preferiti sono, casualmente, il primo e l’ultimo dell’antologia. Il primo, “Che il Signore ti Ascolti”, ci presenta una signora che è una madre, sì, ma non della protagonista, e che ha ancora tanto da insegnare. “Non Mettere Quella Roba In Bocca, Non Sai Da Dove Viene” invece crea una circostanza molto carina intorno alla frase del titolo.

Tutto sommato è stata una lettura divertente, anche se non ho apprezzato tutti i racconti allo stesso modo, ed è un peccato perchè l’idea di base della raccolta è sublime.


 

Author: Jody Lynn Nye (anthology curator)

Genre: sci-fi, comedy, etc

Year: 1996

Notes: collection of short stories by various authors. The common theme is the figure of the mother.

 

The idea behind this anthology is simple but brilliant: no matter how far technology has progressed, or how many planets have been conquered, or how many aliens have been encountered: moms will still be there, somehow, with their old brand of advice.

Which is why many of the title are references to typical mom sentences, like “Don’t Go Out in Holy Underwear” “You never call” “Clean Up Your Room!” and so on. All stories are very different and feature different kinds of moms, from alien moms to virtual moms, to computer moms to real, flesh and blood moms who have just came on board the space station and have some business to do. Some stories have a comedic vein: “Don’t Go Out in Holy Underwear” seems devoted to making fun of those old stories à la Flash Gordon, and is a story in which, as you can guess, underwear is very important. Then there’s “You Never Call”, which features an important space commander who is ready to start a battle against an alien race but is called by his mom who really doesn’t understand why can’t he call more often. Other moms, like the one in “Return with Your Spacesuit, Or On It” seem quite eager to send their sons to war instead.

There is no shortage of virtual/computer moms, “The Starving Children on Mars” and “Clean Up Your Room!” both feature these, and with funny twists.

“What’s the Magic Word?” pokes fun at James Bond-esque narratives, and it involves both technology and magic. A few other stories feature magic, one of which uses magic to create a little horror story reminiscent of those classic Goosebumps books. Admittedly, I did feel like those stories were a bit out of place, because I was expecting a sci-fi only anthology, not settings like Ancient Greece or modern times with a kind of magic we have already seen before countless times.

There are also alien moms, because everywhere in the galaxy moms will do their best to protect their kids. Or their worst, because let’s be fair, some of the moms portrayed here are just terrible, or worse, they aren’t that bad, but completely fail to understand how to make their children happy. A good example of this is “Accidents Don’t Just Happen-They’re Caused”, which is probably one of the best stories in this collection because both mother and daughter are very human (not in a not-alien kind of way, but in a “very real” way), and both have interesting flaws and personalities.

 

Not all stories are at the same level, quality-wise. I found “Maureen Birnbaum Pokes an Eye Out” very hard to read, and discovered on Goodreads that other people agree with me on this. “Don’t Go Near the Water” is well written but out of place in a sci-fi themed anthology.

Two of my favorite ones are exactly the first and the last story of the anthology. The first one, “From Your Mouth to God’s Ear”, features a character who is a mom but not the main character’s mom, and still has plenty to teach. “Don’t Put That in Your Mouth, You Don’t Know Where It’s Been” , the last one, features a very interesting circumstance for the sentence in the title.

Overall it was a fun read and I recommend it.

 

Recensione: La Decima Vittima / Review: The Tenth Victim

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Anno: 1965

Diretto da: Elio petri

Sceneggiatura di: Tonino Guerra, Elio Petri, Ennio Flaiano, Giorgio Salvioni

Cast: Marcello Mastroianni, Ursula Andress

 

Note: Basato sul racconto di Robert Scheckley, La Settima Vittima. Il regista rivelò poi in un’intervista che il finale gli fu imposto dal produttore.


In un futuro non troppo lontano (per gli anni ‘60), come ci informa un tipo dall’aria inquietante, il sistema internazionale della Grande Caccia ha aiutato l’umanità a evitare le guerre e a creare un modo legale di gestire l’istinto di uccidere: chi accetta di partecipare alla Caccia acconsente a giocare per un minimo di dieci turni, dopo i quali, se sopravvive, ottiene fama e fortuna (esentasse, ovviamente). Chi è registrato all’ufficio della Caccia riceve il ruolo di vittima o di cacciatore, ma la vittima non sa chi sia il cacciatore, solo che c’è qualcuno che lo sta cercando per ucciderla. Per vincere, la vittima deve uccidere il proprio cacciatore. Molti si uniscono alla caccia sperando in fama e denaro, e altri si limitano a guardarla in televisione, dove rimane uno spettacolo molto apprezzato.

La bellissima Caroline Meredith ha ucciso 9 persone, ed è pronta per il suo ultimo turno nella caccia. Questa volta sarà la cacciatrice, e la sua vittima sarà un italiano, Marcello Poletti: i due sono molto diversi l’uno dall’altra… Caroline arriva in Italia dagli Stati Uniti col suo team di sponsor che vogliono sfruttare la sua ultima caccia per una pubblicità di impatto colossale. Caroline cerca di conoscere la sua vittima per carpirne i segreti, e tra baci, burocrazia, rivalità, altri partecipanti della Caccia che si ammazzano a vicenda sullo sfondo, la vicenda prende pieghe inaspettate.

Come nel Farenheit 451 di Truffaut l’effetto fantascienza è dato da un abbigliamento molto particolare e da una tecnologia moderna ma non troppo, con anche il contrasto con le rovine di Roma come elemento di sfondo. Al di là dei drammi personali dei singoli personaggi, questo film sembra una critica alla società, società che è cambiata, sì, ma la critica è ancora valida sotto certi aspetti. Si parla di una società italiana, ovviamente, ed è decisamente piacevole vedere una storia di fantascienza che non si basi esclusivamente sugli USA. Si prende in giro la nostra burocrazia, cosa che fa ridere ma è anche terribilmente vera. Si parla di divorzio, che ancora nel 1965 non era previsto dalla legge… si parla persino del destino delle persone anziane e dell’onnipresenza dei mass media che hanno trasformato le persone in carne da cannone per la televisione. E lo stato ne è complice, come dimostrano gli slogan che invitano le persone a vivere pericolosamente seguendo la legge, o a controllare le morti invece delle nascite. Nel complesso è tutto più attuale di quanto vorremmo. Non manca l’umorismo in questo film, perlopiù black humor che si basa sulle situazioni assurde o grottesche in cui si trovano i due protagonisti.

La trama fa sì che fino all’ultimo ci si domandi come andrà a finire, e la colonna sonora è molto catchy. I temi che tratta sono ancora sulla bocca di tutti, perciò questa piccola distopia all’italiana merita decisamente una possibilità.


 

Genre: Sci-fi, dystopia

Year: 1965

Directed by: Elio petri

Script by: Tonino Guerra, Elio Petri, Ennio Flaiano, Giorgio Salvioni

Cast: Marcello Mastroianni, Ursula Andress

Notes: based on Robert Sheckley’s tale “The Seventh Victim”. The director revealed in an interview that the ending had been imposed by the producer.

In this not so distant future (for the ‘60s), as the vaguely creepy close up of a guy informs us, the international system of the Big Hunt has helped humanity by avoiding wars and creating a legal way to deal with the instinct to kill: those who decide to take part play a maximum of 10 turns, after which, if they survive, they get fame, fortune, and no taxes. Everyone who is registered at the Hunt office receives the role of either Victim or Hunter, but the victim doesn’t know anything of the Hunter, only that they are being hunted. To succeed, they have to survive and kill their Hunter. Many people join the Hunt system for fame, most for money. It is also a very appreciated form of entertainment, as televisions routinely celebrate the winners.

The beautiful Caroline Meredith has killed 9 people, and she is ready for her last turn in the Hunt – this time, she’ll be the Hunter. She is assigned an italian man, Marcello Poletti. The two couldn’t be more different… She flies to Italy from the USA with her sponsorship team who wants to make a big publicity stunt out of her last kill, and tries to get to know her victim… a lot of things ensue, including kisses, bureaucracy, rivalries, and other Hunt participants following and killing themselves in the background.

Like in Truffaut’s Farenheit 451 the “sci-fi” effect is achieved through weird outfits (which are wonderfully done), a technology that is modern but not too much; there is also a great contrast with the ruins of Rome. Besides the very personal dramas of the main characters involved, the whole movie feels like a critique of society, and despite the movie being quite old, it appears still actual and this is not limited to the italian society only. Of course italian society gets the spotlight, and for once it is extremely refreshing to see something that is not deeply US-bound. There’s a mockery of our ridiculous bureaucracy which will make you laugh, but it is also very real. There’s a reflection about divorce, which mind you, was still not legal 1965 in Italy (the laws were passed in 1970)… A reflection about the destiny of old people. A reflection about the omnipresence of mass media which have transformed the people in cannon fodder for television. And the state is an accomplice of this, with the various slogans that invite the people to join the Hunt to “live dangerously, but following the law” and says things like “why controlling births when you can control deaths?”. You can’t deny that it is all still very real.

Oh, and there’s some comedy, too. Sprinkled here and there, enough to make the theatre burst into laughter, thanks to the great acting of Mastroianni, the weird outfits worn mostly by the female characters. Black humor at its finest. The script is very good, as it leaves you wondering what will happen until the very end. Oh, and the soundtrack is quite catchy too.

I wish more people knew about this movie, especially in an era like ours in which we have the tendency to discuss these themes a lot. If you get the chance, please give it a try, because it is worth it.

Racconto breve: Troppo Stanco per Queste Cose / Short Story: Too Tired for This Stuff

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“Ora fai bravo e stattene lì buono.” Il detective Nguyen sbadigliò e guardò Mark “Valice” Valice, legato mani e piedi al sedile posteriore dell’auto. Johanssen rispose con un grugnito, visto che il bavaglio non gli consentiva di dire molto altro.

Nguyen azionò l’auto, e il veicolo si sollevò da terra con un ronzio. Nguyen impostò la destinazione e attivò il pilota automatico. Tempo previsto: 27 minuti.

Sospirò. Le gocce di pioggia tamburellavano sui finestrini, e le luci soffuse della sera creavano un leggero contrasto con i fanali delle auto in coda.

Nguyen sbadigliò di nuovo. Le palme ondeggiavano al vento tropicale sull’ologramma gigantesco proiettato sull’edificio di fianco, e si sorprese a sentire il desiderio di essere su qualche spiaggia bianchissima, pur non avendo mai amato il mare e il caldo tropicale. Ma per riposarsi l’auto sarebbe andata benissimo lo stesso.

Fanculo al jet lag, fanculo a questo stronzo che ho dovuto inseguire per quattro continenti, si disse sistemando il cappuccio della giacca a mò di cuscino.

Gustandosi il tepore dell’interno dell’auto e il traffico regolare, Nguyen chiuse gli occhi.

Avvolto nella culla del dormiveglia, pensò al suo letto che lo aspettava, un letto piccolo in un appartamento ancora più piccolo… ma comodissimo.

Sognò un giorno di ferie, magari anche due, passato a ciondolare nel letto e a bere caffè stantio guardando i telegiornali che celebravano la cattura del famigerato Valice mentre lui se ne stava lì in pigiama.

Thunk.

“No, non bussate, non ci sono…” borbottò.

Thunk, thunk.

Al terzo colpo si riscosse dal torpore. Il traffico procedeva normalmente, di fianco a lui l’ologramma della Banca Inami faceva piovere banconote virtuali sulle auto incolonnate.

Si voltò e vide Valice che si era slacciato la cintura in qualche modo e ora premeva i piedi contro il vetro del finestrino.

“Che cazzo fai?”

Valice rispose solo con un grugnito, un grugnito che suonava molto come “di sicuro non sto cercando di imparare il tango”.

Nguyen premette un tasto e la cintura lo bloccò di nuovo. Valice protestò.

“Che ti aspettavi, un viaggio di piacere? Ora non fare cazzate, peggiorare la situazione non ti conviene.”

Valice rispose con un’alzata di spalle beffarda. Sì, in effetti con tutto quello che ha combinato che gliene frega. Ah beh, problemi suoi, mica glielo ha ordinato il dottore di fare il criminale.

La pioggia aumentò d’intensità, e Nguyen si mise nuovamente comodo. Aveva ancora una ventina di minuti.

Dopo quelli che gli erano sembrati due minuti e si erano rivelati dieci, un tonfo sordo scosse il veicolo.

“Che cazzo…”

Valice grugnì qualcosa, ma dal tono sembrava sorpreso. Nguyen alzò gli occhi e vide l’auto che si era piazzata sopra alla loro. Il sibilo di un laser e una linea bianca dai bordi rossi sul soffitto dell’auto gli fece capire la situazione. Nguyen afferrò la pistola e la tenne puntata sul  buco che stava per aprirsi.

Due uomini dal volto coperto si lasciarono scivolare sui sedili posteriori, e uno di loro provò a sparargli. Nguyen abbassò la testa e i proiettili si conficcarono sul vetro antiproiettile dell’auto. Sentì la voce di Valice.

“Oddio, ce ne avete messo di tempo.”

“Scusa tanto, capo.”

Approfittando della loro distrazione, Nguyen sbucò da dietro al sedile e sparò ai due, i quali caddero immobili l’uno sull’altro.

“Allora, c’è qualcun altro lì? No?” gridò rivolto all’auto dei criminali. Nessuna risposta.

“Lo prendo per un no.” Nguyen riprese i comandi manuali per quel tanto che gli servì per fare una brusca sterzata. Uscì dalla corsia prevista, ma l’auto sopra alla sua si staccò. Fece qualche decina di metri prima di riassestarsi in una corsia, segno che avevano ancora un pilota.

“Li hai ammazzati?” protestò Valice guardando i due corpi sul sedile.

“Non sono mica come te, non uccido se non sono costretto. Ma se mi causi altri guai potrei cambiare idea.”

Mancavano sette minuti all’arrivo. Nguyen sbadigliò.

 

“Grazie a tutti voi per essere presenti a questa conferenza stampa.” il suo capo sorrideva, le robotelecamere ronzavano e Nguyen fissava la tazza di caffè come un malato terminale che guarda un’aspirina.

“Non è stato facile e ha richiesto l’impiego dei nostri agenti migliori, ma il famoso Mark “Valice” Johanssen è finalmente in cella!”

Gli applausi ricordarono a Nguyen il piacevole ticchettio della pioggia.

Sentì il suo capo dire qualcosa riguardo al suo compito fondamentale e alla cattura, ma sembrava tutto distante e irreale. Il venticello leggero che muoveva le fronde delle palme, invece, era così rilassante che sperava fosse vero.

 


 

“Now, stay there and behave.” Detective Nguyen yawned and looked at Mark “Valice” Johanssen, his feet and hands handcuffed and sitting on the backseat of his car. Valice replied with a mere grunt, since the gag prevented him from talking.

Nguyen started his car, and the vehicle lifted off with a hum. He entered the destination and activated the autopilot. Estimated time: 27 minutes.

He sighed. The raindrops drummed on the windows, and the soft evening lights created a faint contrast with the lights of the queueing cars.

He yawned again. The palms rustled at a delicate tropical wind on the giant hologram on the building next to him, and he found himself wishing to be on some white beach, even if he never liked the sea nor the hot weather. But to take a nap, his car would have been enough.

Fuck jet lag, fuck this assohole I had to follow on four continents, he told himself while adjusting his coat’s hood to work as a pillow. Enjoying the intimate warmth of his car in the regular traffic, Nguyen closed his eyes. Half-asleep, cuddled by the soft hum of his flying car, he thought about his bed, a small bed in an even smaller apartment… but so comfortable.

He fantasized about taking a day off, maybe two, and relax in his bed, drinking stale coffee in his pajamas and watching the news talking gleefully about the capture of the infamous Valice.

Thunk.

“Don’t knock, I’m not home” he muttered.

Thunk, thunk.

At the third hit, he woke up. The traffic was proceeding as usual, and next to him the hologram of the Inami Bank let virtual banknotes fall from the sky on the queueing cars.

He turned and he saw Valice who had somehow managed to get rid of his seatbelt and was pressing his feet against the window.

“What the fuck are you doing?”

Valice grunted something that sounded awfully like “I sure as fuck am not trying to learn ballroom dancing.” but resumed his sitting position.

Nguyen pressed a button and the seatbelt blocked him again.

“What were you expecting, a pleasure trip? Now please cut the bullshit, you don’t want to make things worse.”

Valice shrugged. Yeah, I mean, with all he did why should he care. Ah well, that’s his problem, it’s not like his doctor told him to become a criminal.

The raindrops became bigger and stronger, and Nguyen made himself comfortable. He still had about twenty minutes.

After what had felt like a couple of minutes but had been actually teen, a loud thud resounded in the car.

“What the…”

Valice grunted, but looked as surprised as him. Nguyen raised his gaze to see a car parked right above his own. The hiss of a laser and the white and red line on the car ceiling told him the rest. He took out his gun and aimed it at the hole that was forming.

 

Two men with face masks appeared on the backseat, and one of them aimed his gun at Nguyen and shot. He lowered his head and the bullets got stuck on the bulletproof glass.

He heard Valice’s voice.

“Jesus, that took centuries.”

“Sorry, boss.”

Taking advantage of their distraction, Nguyen peered from behind the seat and shot at the two accomplices, who fell one on top of the other.

“Is there someone else who wants to come down?” he yelled at the hole. No answer. He gained back command of his car just to steer all the way to his left, and the car above him lifted off. It took the car some time to find hide in the traffic of another airway, and that meant the driver was escaping.

“You killed them?” Valice looked at the men.

“No, I’m not like you, I don’t kill unless I absolutely have to. But if you cause me more trouble, I might change my mind.”

Seven minutes to his destination. Nguyen yawned.

 

“Thank you for attending this press conference.” his boss smiled, the robocameras hummed and Nguyen stared at his coffee cup like a terminally ill man looking at an aspirin.

“It wasn’t easy and it has required the work of our best agent, but the famous Mark “Valice” Johanssen is now in the hands of justice!”

The sound of clapping hands reminded Nguyen of the pleasant ticking of the rain.

He heard his boss say something about his fundamental part in Valice’s capture, but everything sounded distant and unreal. The soft wind among the palm trees, however, was so relaxing that he hoped it was real.

 

Recensione / Review: Blade Runner 2049

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Genere: fantascienza, cyberpunk (ma non solo)

Anno: 2017

Diretto da: Denis Villeneuve

Cast: Ryan Gosling, Harrison Ford, Robin Wright, Dave Bautista, Sylvia Hoeks, Ana de Armas, Jared Leto, etc.

Note: sequel del famoso Blade Runner, ispirato a sua volta da Ma Gli Androidi Sognano Pecore Elettriche / Cacciatore di Androidi di Philip K. Dick.


K è un replicante che lavora per la polizia di Los Angeles come blade runner. Si occupa, cioè, di cacciare e “terminare” vecchi modelli di androide non più in produzione… sono cambiate molte cose dai tempi del primo film, tra cui la produzione degli androidi. La Wallace Industries ha acquisito ciò che restava della fallita Tyrell e ha creato una nuova linea di androidi che non creano problemi. Ora tocca a quelli come K  vedersela coi vecchi modelli, la cui vita è più lunga di quella dei vecchi androidi del primo film. Dopo essersi occupato di uno di questi replicanti, Sapper Morton, trova qualcosa di particolare. Una cassa sepolta nel suo cortile, una cassa che contiene i resti di una donna. I resti vengono analizzati dalla polizia che scopre che… l’impossibile è successo. E non sono i soli a saperlo e a volersi occupare di quell’impossibile, incluso il signor Wallace stesso, che manda Luv, la sua assistente, sulle tracce di K.

Non vi dico altro perchè voglio tenervi la sorpresa.

Vi ricordate la prima scena di Blade Runner? Ci mostrava l’auto di Deckard che sorvolava una serie di complessi industriali che eruttavano fiamme. Beh, in un parallelo non da poco, qui l’auto di K sorvola una serie di campi di pannelli solari. Già ci dice molto.
Perché gente, Villeneuve c’è riuscito. Ha diretto un sequel che funziona davvero, e visto che la buona fantascienza riflette sempre le paure e le speranze del presente, ci mostra un mondo che deve affrontare la richiesta di cibo ed energia, e che ha dovuto abbandonare un vecchio stile di vita impossibile. Ci mostra che per produrre quei bei aggeggi tecnologici usati dalla gente, e per produrre le navi che porteranno le persone nell’extramondo, qualcuno deve soffrire. E non è nemmeno una cosa così fantascientifica: lo sappiamo adesso che vengono usati bambini in pessime condizioni di vita nelle miniere o nelle fabbriche che producono materiali e componenti dei dispositivi che usiamo tutti i giorni. Il primo Blade Runner ci ha dato della tecnologia futuristica, Blade Runner 2049 ci mostra quanto sia costosa quella tecnologia in termini di vite umane e risorse. No, non temete, non mancano i grattacieli e gli ologrammi. Ma rimane impossibile poi non pensare a coloro che vivono maneggiando i rifiuti o occupandosi di fattorie di insetti per proteine, il che rende tutto molto più reale. Anzi, la città con tutti i suoi splendori è più efficace ora, e fa sembrare quella di Ghost in the Shell poco interessante e finta. Visivamente è un film spettacolare, ricco di scene e ambientazioni meravigliose, e persino la musica funziona molto bene, mescolando note che rimandano a quella del film precedente a quella solennità epica che abbiamo sentito in Arrival.

E la trama? Se si accetta la premessa principale – non facilissimo, lo ammetto – funziona. Ha dei temi adatti al romanzo di Dick (i simulacri, la necessità di capire se ciò che siamo e abbiamo vissuto è reale o no) ma visti con gli occhi del presente. E c’è un colpo di scena che potrebbe sorprendervi.
Questo film mi ha sorpreso, non lo nego. Non avevo grandi aspettative, anzi, temevo fosse uno di quei sequel arraffasoldi standard. Ma Villeneuve ci ha fregati tutti, creando il Blade Runner dei nostri tempi. Perchè si, ci sono riferimenti al film precedente, ma servono alla trama, e anche le somiglianze visive o concettuali non sembrano semplici copie buttate lì per sfruttare la nostalgia per gli anni ‘80 che va tanto adesso. Se Villeneuve, come è stato dichiarato, sta davvero girando un remake di Dune… sono già pronta. Se continua così farà un lavorone.


Genre: sci-fi

Year: 2017

Directed by: Denis Villeneuve

Cast: Ryan Gosling, Harrison Ford, Robin Wright, Dave Bautista, Sylvia Hoeks, Ana de Armas, Jared Leto, etc.

Notes: sequel of the famous Blade Runner movie inspired by the work of Philip K. Dick.


K is a replicant working for the LAPD as a blade runner. Meaning, he hunts and terminates old models of androids that are not in production anymore… much has changed since the times of the first movie, and so has android production. Wallace Industries had acquired what was left of Tyrell Corp and created a new line of “unproblematic” androids. It is up to people like K to track down and deal with the old models (whose lifespan is way longer than that of the Blade Runner androids). After having retired a rogue replicant called Sapper Morton, he finds something. A box buried in his yard, a box that contains the remains of a woman. Those remains, when analyzed, reveal that the impossible has happened. And now many people want to deal with that impossible, including Mr. Wallace himself, who sends his enforcer Luv on K’s tracks.

I really don’t want to say anything else, because I want you to enjoy every little detail.

 

Do you remember the opening of Blade Runner? How it featured Deckard’s car flying over a series of flame-erupting industrial complexes? Well, in a stunning parallel here K’s car flies over a series of fields of solar panels. And this already speaks volumes.

Because guys, Villeneuve did it. He directed a sequel that actually works, and since good sci-fi is all about the fears and hopes of the present, he shows us a world that has to deal with the need to generate energy, to produce food for everyone, to abandon an old, impossible lifestyle. It shows us that to produce that nice tech people use, and to produce the ships to bring people offworld, someone has to suffer. This isn’t even excessively sci-fi either, we do know that many people, especially kids, suffer to mine or assemble essential parts of our daily tech. The first Blade Runner movie gave us a futuristic tech, Blade Runner 2049 shows us how expensive that is in terms of human lives and resources. No, don’t worry, it doesn’t shy away from giving us magnificent cityscapes. But the comparison with those who live harvesting the waste or farming insects for protein makes this universe incredibly real. The giant holograms around the skyscrapers are much more effective now, and make the Ghost in The Shell city look bland and well, fake. Visually, this is a truly stunning movie, and even the music is effective, mixing the original Blade Runner vibes with that epic solemnity of Arrival’s soundtrack.

And the plot? Well, if you accept the main premise, it works. It has themes that Dick might have liked (like the search for an identity and the need to understand if who we are and what we lived is real or not), and a plot twist that might surprise you.

It works really nicely, you guys. I wasn’t expecting too much, in fact, I was afraid that it might have ended up as a shitty “grab the cash” sequel. And mr. Villeneuve fooled us all. Because yes, there are references to the original movie, but they’re essential to the plot, and even visual or conceptual similarities do not feel like stale copies put in there to cash into the 80s nostalgia which is rampant now. This is truly the Blade Runner of our times.

If Villeneuve is really directing a Dune remake, as it has been .announced, I’m more than ready for it: if he keeps working like this, he’s going to do an amazing job.

 

Recensione / Review: Stalker

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Genere: fantascienza

Anno: 1979

Diretto da: Andrei Tarkovsky

Cast: Alexander Kaidanovsky, Anatoli Solonitsyn, Nikolai Grinko,etc.

Note: vagamente ispirato dal romanzo Picnic sul Ciglio della Strada dei fratelli Strugatsky. Alcuni lo considerano un sequel ideale del libro.


In un luogo e futuro indefinito c’è una Zona, un’area pericolosa in cui nessuno può entrare. I suoi confini sono controllati dall’esercito, perché spesso chi vi entra muore (o comunque non fa ritorno) e succedono strani fenomeni. Girano voci che in questa zona ci sia una stanza dove i propri desideri si avverano. Due uomini, il Professore e lo Scrittore, vogliono entrare nella Zona e assumono uno Stalker, persona capace di muoversi in quell’area. La moglie dello Stalker non vorrebbe che tornasse lì, ma lui la ignora e guida i due nella Zona. Se il mondo esterno appariva agli occhi dello spettatore color seppia, l’interno della zona è colorato e luminoso. Il verde della natura si oppone al grigio degli edifici in rovina e ai resti dei carri armati e dell’equipaggiamento militare rimasto all’interno. Dovunque c’è un gocciolio d’acqua, ruscelletti, laghetti e quant’altro.

Per sopravvivere nella Zona i due devono seguire i passi dello Stalker, perché i pericoli della Zona sono invisibili. Lo Stalker lancia dadi e bulloni per controllare la presenza di trappole, e racconta di un altro stalker, Porcospino, che pare abbia trovato la famosa stanza…

 

Il film si concentra sui tre uomini: il modo in cui parlano, agiscono e la ragione per cui sono nella Zona sono di importanza fondamentale. Ma anche la Zona stessa è un personaggio,  anche se sembra solo una sequela di luoghi abbandonati. Non è un posto palesemente fuori dal comune come nel libro, o palesemente spaventoso come nel videogioco, e l’esistenza stessa della Zona è dovuta ad altro. Potrebbe essere un’altra Zona.

Non è il tipo di film da guardare con la coda dell’occhio mentre si fa altro, e se non viene guardato nel momento giusto potrebbe sembrare persino noioso: bisogna essere pronti psicologicamente e materialmente, perché richiede attenzione e non è il classico film hollywoodiano. Non che sia un male… ed è fondamentale da guardare se il tema della Zona vi attira.

 

Due curiosità interessanti: il film originale doveva essere diverso, ma la pellicola si è rovinata in fase di sviluppo e Tarkovsky ha dovuto ri-girare tutto, con un budget molto più basso per giunta. Viene perciò da chiedersi se la prima versione fosse stata più simile al libro.
Ma non c’è modo di chiederlo ai diretti interessati: Tarkovsky, la moglie (che era assistente alla regia) e Solonitsyn sono morti dello stesso tipo di cancro, molto probabilmente causato dai luoghi dove il film era stato girato, altamente tossici.
La Zona, come il mare, non fa prigionieri.


Genre: sci-fi, philosophical /psychological

Year: 1979

Directed by: Andrei Tarkovsky

Cast: Alexander Kaidanovsky, Anatoli Solonitsyn, Nikolai Grinko

Notes: loosely based on Roadside Picnic by the Strugatsky brothers. It is generally interpreted as an ideal sequel of the book.


In an undefined future and place there is a Zone, a dangerous area where no one can enter. The borders are controlled by the military, because people have died in there (or at last, not returned) and strange phenomena happen. Rumors say that there is a room, in this Zone, that makes wishes come true.

Two people, simply named the Professor and the Writer, want to get in and seek the help of a Stalker, a man that knows his way around the Zone.  The Stalker’s wife doesn’t want him to go back to the Zone, but he ignores her and guides the two men into the Zone. The outside world was filmed in sepia, and the inside of the Zone is bright and colorful. The green of nature contrasts with the derelict buildings and the remains of the tanks and military items that were brought inside. Everywhere there is dripping water, streams and small ponds.

To survive in the Zone they have to follow the Stalker’s steps, because the Zone’s dangers are invisible. The Stalker himself throws bolts and nuts to check for traps. During the trip we also hear about a Stalker nicknamed Porcupine, who is said to have found the Room…

Most of the movie focuses on the personality of the three men: the way they talk, act and the reason why they are in the Zone are all crucial. The Zone itself is a character, and it seems like your average abandoned place, if it weren’t for a few things. It’s not a blatantly weird place like in Roadside Picnic, and the reason behind the existence of the Zone is also different. It seems like a whole different Zone, compared to the book.

This is a weird movie, not the kind of thing you’d put up on an average day if you want something to watch while having dinner. It has been defined boring, but the truth is, you need to be in the right mindset for it, because it will demand your attention. Not like it’s a bad thing.

Two interesting facts: the original movie was supposed to be different, but the film was ruined in the development process and Tarkovsky had to redo the whole Stalker this time on a much limited budget. We can’t be sure of how whis movie was, because Tarkovsky, his wife (who was the assistant director) and Solonitsyn all died of the same kind of cancer, probably contracted after shooting in a toxic environment for Stalker.

The Zone, like the sea, takes no prisoners.

Vote: 8

Racconto breve: Archeologia Spaziale / Short story: Space Archeology

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Mindy e Louis fissavano attentamente la loro collega mentre, con un paio di sottilissime pinzette, separava i due fogli di carta ormai ingiallita. Erano stati attaccati l’uno sull’altro per un migliaio di anni, e l’operazione necessitava della massima cautela. Non avrebbero avuto molto da esaminare se gli ormai estinti Xeno-48 (il loro vero nome era impronunciabile da organi umani) non avessero usato una carta molto resistente ricavata da una pianta unica del loro pianeta, estinta anche essa. Ma grazie a questo fatto casuale, i tre studenti di dottorato avevano molto più materiale su quanto si sarebbero mai aspettati, e continuavano la loro ricerca nella speranza di trovare qualcosa di davvero memorabile.

“Attenta!”

“Ci sono, ci sono… ecco.” le mani esperte di Parvati stesero delicatamente il foglio sul tavolo. Le immagini avevano perso molto del loro colore originale, ma sarebbero state comunque comprensibili per uno Xeno-48.

Lo erano molto meno per Mindy Chang, Parvati Gupta e Louis Park.

“Secondo voi che cos’è quel coso in alto? Quella specie di vortice?” chiese Mindy.

“Un fiore di, ah, non so pronunciarlo il vero nome, lo chiamiamo ED-39. ED come edibile, era un alimento. Esiste ancora un fiore simile nel continente tropicale, ma mille anni fa era più grande e più denso di sostanze nutritive.” Park sospirò. “Ho fatto la tesi su queste cose.”

Le due lo guardarono con comprensione e si concentrarono sul testo sotto all’immagine.

“Lingua standard per epoca e continente, direi.” mormorò Parvati.

“Quello è un numero, sta per 16.” indicò Mindy.

“Oh, allora è un…”

I tre si guardarono e sospirarono.

“Disturbo?” Il direttore del museo, il signor Ramirez, bussò sulla parete del laboratorio facendoli sussultare. “Come va il lavoro?”

“Be-bene, professore.”

“Decifrato qualcosa?”

“Non del tutto, ma siamo a buon punto.”

Il direttore si sistemò gli occhiali e guardò il foglio.

“Affascinante. Di cosa parla?”

“Alimentazione.” rispose Parvati sistemando il foglio.

“Uh! Una ricetta dei nostri cari Xeno-48? Sarebbe carino poter fare una mostra speciale a tema, se ne trovassimo un po’. Porterebbe un po’ di pubblico.”

“Ehm, no, signore, non crediamo sia una ricetta.”

“Il testo è anche di natura informativa.” aggiunse Mindy.

“Parla di nuove scoperte in ambito culinario? Magari informa di evitare di mangiare una certa pianta? Le cose velenose piacciono al pubblico.”

“No, signore, il fiore ED-39 era molto apprezzato.”

“Quelli sono numeri, no? Cosa dicono?” chiese il direttore, e i tre tacquero per un istante.

“16 x 8. L’8 è il loro numero di base, probabilmente per via delle loro appendici sensoriali.” spiegò Mindy, e il direttore annuì curioso.

“Questa riga dice ‘16 fiori ED-39 al prezzo di 8’.”

Ci fu un momento di silenzio. Gli altri due guardavano Parvati, che aveva interrotto l’incantesimo. Il direttore sospirò e si levò gli occhiali per pulirli.

“Un altro volantino delle offerte speciali, vero?”

“Sì, signore.” Mindy scosse la testa e fissò la carta vecchia di mille anni.

“Beh, mettetelo nella sala G, teca 5. Classificato come testo illustrativo a scopo alimentare. Mi raccomando, una descrizione interessante.”

Mezz’ora dopo Mindy Chang sistemò il foglio, pressato tra due piccole lastre di vetro, nella teca 5, tra il frammento di un volantino che invitava i cittadini a far parte di un culto minore e un’illustrazione pornografica che avevano soprannominato PlayXeno.

Non lo avrebbe mai detto, ma cominciava a sentire la nostalgia di PlayXeno.


 

Mindy and Louis stared at their colleague while she, with the help of a pair of minuscule pliers, separated two pieces of yellow paper.

The pieces of paper had been pressed against each other for a thousand year at least, and the whole operation required a lot of caution. The three students wouldn’t have had so much material to examine if the now extinct Xeno-48 (what they supposed had been their name was impossible to pronounce for human bodies) hadn’t used a very resistant paper, made from a plant which was extinct as well. Thanks to that random fact, they had a lot of stuff to analyze, and they kept doing so in the hope of finding something truly unique.

“Careful now!”

“I almost… here, did it.” Parvati’s expert hands laid the paper on the table, gently pressing it. The pictures’ original colors had faded a lot, but they would have been understood by a Xeno-48 still.

Mindy Chang, Parvati Gupta and Louis Park were only humans, and doctorate students no less.

“What do you think that thing up there is? That sort of vortex?” asked Mindy.

“A flower. I can’t pronounce the name, we call it ED-39, ED because it was edible for them. There’s still a similar flower in the tropical continent, but a thousand years ago it was way bigger and more nutritious.” Park sighed. “I did my thesis on this kind of stuff.”

The two girls looked at him in understanding and focused at the text right under the picture.

“Standard language for continent and epoch, I’d say.” muttered Parvati.

“That’s a number, it means 16.” said Mindy.

“Oh, then it’s a…”

They looked at each other and sighed.

“I hope I’m not disturbing,” Mr Ramirez, the director of the museum, knocked on the lab’s wall to announce his presence, and everyone was startled. “How’s the work doing?”

“We-well, professor.”

“Deciphered something?”

“We aren’t finished yet but we’re close.”

The director adjusted his glasses and looked at the ancient piece of paper.
“Fascinating. What does it say?”

“It’s about nutrition.” replied Parvati while repositioning the find.

“Uh! A recipe by our beloved Xeno-48? It would be nice to hold a special exhibition related to food, if we found enough of them. The audience would love it.”

“No, sir, we are quite sure it isn’t a recipe.”

“The text also has information purposes.” added Mindy.

“New food discoveries? Maybe it’s about avoiding a certain plant? People love poisonous stuff.”

“No, sir, the ED-39 flower was very appreciated.”

“That’s numbers, right? Which ones?” asked the director, and the three students stood silent for a moment.

“16 x 8. Eight is their basic number, probably due to their sensorial appendages.” explained Mindy, and the director nodded in curiosity.

“This line says “16 ED-39 flowers for the price of 8.”

Recensione: Le Brigate Fantasma / Review: The Ghost Brigades

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Autore: John Scalzi

Genere: space opera, fantascienza militare

Anno: 2006

Note: secondo libro dell’universo di Old Man’s War / Morire Per Vivere. Non è strettamente necessario leggere Morire Per Vivere prima (ma leggetelo perché è un gran bel libro). Ho letto la traduzione di Benedetta Tavani pubblicata da Gargoyle.


Le Forze di Difesa Coloniale (FDC) hanno il compito di proteggere le colonie umane nello spazio da ogni aggressione. E i pericoli non mancano, considerando le varie razze aliene incontrate, alcune delle quali posseggono tecnologie avanzatissime o trovano gli umani molto appetibili. Come se non bastasse, i capi delle FDC scoprono che uno dei loro scienziati più importanti, Charles Boutin, ha tradito l’umanità e formato un’alleanza tra tre specie aliene… con l’obbiettivo di distruggere l’umanità. La priorità diventa trovare Boutin: sa troppe cose, e potrebbe davvero farcela se non viene fermato. Dopo aver finto la sua morte, Boutin ha lasciato una registrazione della sua coscienza, e le FDC decidono di tentare un piano disperato: caricano la copia della mente di Boutin nella testa di un soldato delle Brigate Fantasma, Jared Dirac. Jared viene trattato come un qualunque soldato delle Forze Speciali, ma il suo comandante, Jane Sagan, sa chi è veramente e lo tiene d’occhio: da un momento all’altro potrebbe emergere la personalità di Boutin, e ne avranno bisogno per sapere cosa ha spinto Boutin a tradire l’umanità. Sperando di non finire con un secondo traditore sottomano, con un corpo e un addestramento da supersoldato per giunta…

Credo che mi ricorderò di questo come l’anno in cui ho scoperto John Scalzi: è il suo terzo romanzo che leggo quest’anno e, indovinate un po’, mi è piaciuto.
Scalzi ci aveva già mostrato l’addestramento di soldati spaziali in Morire Per Vivere, e sta ben attento a non ripetersi troppo qui, vista la natura delle Forze Speciali. All’inizio i due romanzi sembrano simili, ma non potrebbero essere più diversi. Scalzi costruisce una storia di guerra soddisfacente, bilanciando gli aspetti tragici e comici della situazione, ma non si limita a fornirci una sequela di belle scene d’azione (che quando ci sono rimangono godibili).

La verità è che tratta pure temi molto seri. Se era facile, almeno in apparenza, per John Perry in Morire Per Vivere fare le sue scelte, che genere di scelte può fare uno come Jared Dirac? Lo stesso discorso vale anche per gli altri soldati delle FS, ovviamente, e per alcuni degli alieni. Esiste Jared Dirac, o è solo un clone di Boutin in mente e spirito? Jared dovrà scoprire chi è, perché come dice il caro vecchio Sun Tzu, non si può combattere un nemico se non si conosce sè stessi.
Ci sono anche parallelismi interessanti da notare: le FS e gli alieni Obin hanno qualcosa di molto importante in comune, e da qualche parte nello spazio due bambine di due razze molto diverse piangono spaventate.

Non è un romanzo perfetto, e comparato al Collasso dell’Impero ha un inizio più lento (a parte il prologo, molto carino) e molti più spiegoni. Sì, lo so, mi lamento sempre delle stesse cose, ma proprio mi disturbano la lettura. Fortunatamente è un romanzo relativamente vecchio, e ho l’impressione che Scalzi stia migliorando. Non che abbia risolto la cosa, ma ci sono miglioramenti.
Se cercate un bel romanzo con la giusta dose di azione e sentimenti, dategli una possibilità.


 

Author: John Scalzi

Genre: military SF

Year: 2006

Notes: second book in the Old Man’s War universe, you don’t actually need to read Old Man’s War to enjoy it (but read it, because it’s a great novel).


The Colonial Defense Forces (CDF) are tasked with keeping the human colonies in space safe from any aggression. And the space is a dangerous place, considering the various alien races that inhabit it, some of which are much more advanced than human or find humans quite tasty. Worst of all, the CDF leaders find out that one of their leading scientists, Charles Boutin, has betrayed humanity and created an alliance between three alien species… all with the goal of destroying humanity. Finding Boutin is now essential to the safety of humanity: he simply knows too much, and may succeed if he isn’t stopped. After faking his own death, Boutin has left a recording of his consciousness, and the CDF agrees on a desperate plan: they load the copy of Boutin’s mind in the head of a soldier of the Ghost Brigades, Jared Dirac. Jared is treated as any other Special Forces soldier, but his commander Jane Sagan knows about him, and keeps an eye on him: everyone is waiting for Boutin’s personality to emerge, and to see if they can use what he knows to fight the real Boutin. Hoping they don’t end up with a second traitor, this time with the body of a super soldier…

 

I think I will remember this year as the year in which I discovered John Scalzi: this is his third book I’ve read and, huge fucking surprise, I enjoyed it.

He had already showed space military training in Old Man’s War, and he averts the danger of repeating himself here, as the Special Forces are quite different. At the beginning the two novels may be similar, but they couldn’t be more different. Scalzi gives us a convincing piece of military fiction, with a good focus on the tragic and comic aspects of war, but he doesn’t limit himself to showering us in good action scenes – when he does, they’re satisfying as usual.

No, he tackles very serious themes. If it was apparently easy for John Perry in Old Man’s War to make his choices, what kind of choices does a person like Jared Dirac have? This is true also for the other soldiers of the Special Forces, and for some aliens as well.

Does Jared Dirac even exists, or is he just a clone of Boutin in mind and spirit? Jared will have to find it out who he is, because as Sun Tzu said, you can’t fight an enemy if you do not know yourself. There is also plenty of room to enjoy the parallelisms between many elements: the Special Forces and the alien race Obin have something striking in common, and somewhere in space two little girls of two different races cry for their families.

It’s not a perfect novel because, compared to, say, The Collapsing Empire, it has a bit of a slow start (not the first scenes, those are gold) and much more infodumps. I’m getting boring with this, I know, I just want them less and less. Luckily this is a relatively old novel, and Scalzi got slightly better in dealing with these. Not ideal, but he made progresses.

If you want a novel with a nice balance of action and feels, this will be your kind.