Short stories / Racconti brevi: Suite Royale (2)

Seguito di Suite Royale parte 1. Consiglio caldamente di leggere prima l’1.

Sequel to Suite Royale part 1. I strongly recommend to read 1 first.

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Vivianne stava guardando il profilo della città. Gli alteratori climatici avevano trasformato la fredda serata di Novembre in una piacevole serata estiva. Se si fosse messo a piovere saremmo state protette dalla cupola invisibile sopra di noi. Premetti il dito dietro l’orecchio. Approvo l’efficienza degli alteratori climatici.
Chiusi il collegamento prima di pensare che la mia approvazione era dovuta al fatto che mi consentivano di vedere la schiena nuda di Vivianne, anche se il mio capo sarebbe stato d’accordo con me. Non faceva troppo freddo per esibire un vestito come il suo, e la mia camicia cominciò a sembrarmi pesante.
“Spero di non averti fatta aspettare troppo.”
“Non preoccuparti.” Vivianne mi guardò con un sorriso, e qualcosa dentro di me si sciolse. “Abbiamo tutta la notte.”
“Già.” guardai le luci scintillanti della città per qualche secondo. “Vuoi qualcosa da bere?”
“Perché no.” smise di osservare i grattacieli e mi rivolse un sorriso seducente. “Ma non il rosso, sembra un vino da supermercato.”
Non potei evitare di sorridere.
“Hai una bellissima risata. Anche il suo capo ha una risata così, signorina Mei?” chiese Vivianne entrando nella stanza. Si passò una mano nei capelli, facendo sì che le luci soffuse facessero risaltare i suoi meravigliosi riccioli scuri.
“Dire che è molto simile è dir poco.” risposi cercando di sembrare disinvolta. Digitai delle istruzioni sul pannello di controllo della stanza e l’armadietto dei liquori si aprì. Scelsi una bottiglia nera. L’etichetta era in coreano, ma prima che potessi attivare il dizionario innestato nel cervello, Vivienne mise due bicchieri vicino alla bottiglia.”
“Spirito Azzurro. Ottima scelta.”
Versai il liquore celeste nei bicchieri. Prese il suo bicchiere e si sedette su uno dei divani. Mi misi vicino a lei, ipnotizzata dal colore del liquido che sembrava scintillare.
“Così liscio… mi fa pensare alla tua pelle.” dissi cercando di non suonare patetica. Non avevo bisogno di sedurla, era pagata per passare la notte con me, eppure mi sentivo nervosa come un’adolescente. Mi ricordai chi ero, e drizzai le spalle.
“Alla nostra notte.” alzò il bicchiere, e così io.
Il liquore aveva un retrogusto di menta, non mi faceva impazzire ma non era spiacevole. Aprii il collegamento e inviai al mio capo la mia opinione.
Ha un sapore piacevole, ma mai quanto le sue labbra, pensai mentre mi baciò. Sentii un brivido lungo la schiena mentre giocò con la spallina del mio reggiseno. Passai una mano tra i suoi capelli. Erano meravigliosi e morbidi, una sinfonia di riccioli simili a filamenti di DNA. Giocai con il suo orecchio, baciandone delicatamente il lobo. E poi lo trovai.
Discreto, costoso – forse più del mio, quindi parecchio costoso – ma comunque presente. Un piccolo rilievo sotto la sua pelle, appena prima dell’attaccatura dei capelli, nascosto dall’orecchio. Un connettore neurale, quello che noi tester usiamo per trasmettere le sensazioni ai nostri capi.
“Sei come me, vero?” sussurrai. Non avevo idea di come avrebbe reagito, ma non ero preoccupata. Eravamo professioniste.
Rispose con una risata cristallina.
“Sei molto brava. Certo, sono una tester. La vera Vivianne non perde tempo con… dei tester. Nessuna offesa, ovviamente.”
“Certo che no. Senti,” lasciai una scia di baci sul suo collo “C’è qualche speranza che tu mi dica il tuo vero nome? Magari domani?”
“Magari domani.”

 

 

Vivianne was looking at the skyline. What was supposed to be a cold November night had been turned into a pleasant early summer evening by the climate selector. If it had decided to rain, we would have still been sheltered by the invisible dome above us. I tapped my finger behind my ear. I approve of the climate selectors’ efficiency.
I closed the connection before thinking about how I approved because they allowed me to look at Vivianne’s naked back, even if my employer would probably have approved as well. It wasn’t too cold to sport such a dress, and suddenly my shirt felt so heavy.
“I hope I didn’t leave you waiting for too long.”
“Do not worry about that.” Vivianne looked at me with a smile and I felt something inside me melt. “We have all night.”
“Yes, we do.” I looked at the glittering city lights for a few seconds. “Do you want something to drink?”
“Why not.” she stopped looking at the city and looked at me with a seducing smirk. “But not the red wine, it tastes cheap.”
I couldn’t avoid laughing.
“You have a beautiful laughter. Does your employer have the same laughter as you, miss Mei?” asked Vivianne while heading for the room. She ran a hand through her hair, letting the carefully staged dim lights hit her beautiful black curls.
“Very similar would be an understatement.” I said trying to look casual. I typed a few instructions on the room’s control center and the liquor cabinet opened. I picked a black bottle. The label was in korean, but before I could activate the dictionary implanted in my brain she placed two glasses next to the bottle.
“Blue Spirit. A fine choice.”
I poured the cerulean liquid into both glasses. She took her own glass and sat on one of the sofas.
I sat next to her, mesmerized by the blue, almost glittery drink.
“So smooth. It reminds me of your skin.” I said, trying not to feel cheesy. I didn’t need to seduce her, she was paid to spend the night with me. And yet I was feeling nervous like a teenager. I reminded myself of who I was, and held my head straight.
“To our night.” She raised her glass and so did I.
The drink had a vaguely minty aftertaste, not a favorite but not unpleasant. I opened the connection and sent the company my thoughts about the liquor.
It tastes nice, but her lips are better, I thought as she kissed me. I felt a shiver through my spine as she played with my bra strap.
I ran my hand through her hair. It was wonderful and soft, a symphony of perfect twisted curls like DNA strands. I played with her ear, placing a tender kiss on her earlobe. And then I found it.
Discreet, expensive – probably more expensive than mine, and that’s saying something – but still there. A small bump under her skin, right before her hairline, covered by her ear. A connector, the kind testers like me use to transmit feelings to their bosses.
“You’re like me, aren’t you?” I whispered. I had no idea how she would have reacted, but I wasn’t scared. We were professionals.
She replied with a crystalline laughter.
“You’re very good. Yes, of course I am a Tester. The real Vivianne doesn’t toy herself with… Testers. No offence, of course.”
“Of course not. Say,” I left a trail of kisses on her neck, “is there a chance you’ll tell me your real name? Tomorrow, maybe?”
“Maybe.”

 

Recensione / Review: Ancillary Justice

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Autore: Ann Leckie
Genere: fantascienza, elementi di space opera
Anno: 2013
Note: Primo libro della trilogia “Imperial Radch”. Vincitore dei seguenti premi: Hugo Award, Nebula Award, Arthur C. Clarke Award , British Science Fiction Association BSFA Award for Best Novel, Locus Award, Kitschies Golden Tentacle, Seiun Award.

Trama:

In una galassia lontana lontana i Radch hanno conquistato pianeti e popoli, formando un gigantesco impero che ha portato la “civiltà” a quei mondi. Breq faceva parte del meccanismo dell’impero, e letteralmente: era l’IA di un’astronave. Poteva controllare vari ancillary – corpi immagazzinati e abitati dall’IA al momento del bisogno – allo stesso momento e gestire l’astronave del tipo Justice in cui si trovava.
Ma ora è sola, ridotta al semplice corpo di un ancillary. Sono passati quasi vent’anni dall’ultima volta che è stata sé stessa al completo, anni trascorsi in varie avventure guidate dalll’obiettivo comune: portarla alla vendetta. Sul suo cammino incontra Seivarden, una persona che riconosce subito: era stata tra i suoi ufficiali quando Breq era ancora una nave, ma tutto ciò era avvenuto a bordo della Justice più di mille anni fa… mossa da un misto di pietà e curiosità, Breq salva Seivarden da morte certa. Seivarden finirà poi per seguire Breq nelle sue peripezie, anche dopo aver scoperto le sue intenzioni. Un obiettivo assurdo, folle, impossibile… eppure Breq è determinata a trovare ciò che le serve e mettere in atto il suo piano. Scopriamo perché Breq vuole ciò che vuole tramite alcuni capitoli alternati agli altri, ambientati nel passato.

So cosa vi state chiedendo, “Ma come, ci sono solo personaggi femminili in questo romanzo?” Ed è qui che viene il bello. Risposta breve: no. Risposta lunga: è una faccenda molto più complicata. Breq è pur sempre un’IA, un prodotto della cultura Radchaai: e i Radchaai non hanno distinzioni di genere di alcun tipo. Non fa parte della loro grammatica, né della loro tradizione; quando osserva le persone non Radchaai Breq fa sempre fatica a indovinare il loro genere, non riconosce gli elementi esteriori necessari. Ho usato pronomi femminili perché è ciò che Breq usa nella sua mente: anche se in alcuni punti della storia delle persone non Radchaai si riferiscono ad altri personaggi in termini maschili e femminili, tutti rimangono delle “lei” nella mente di Breq. Quest’esperimento semplice ma brillante permette al lettore/alla lettrice di immaginarsi i Radchaai come preferisce, almeno per quello che riguarda il genere. Perchè per il resto sappiamo parecchie cose: sappiamo cosa indossano, cosa bevono (spoiler: tè. Tonnellate di tè. I Radchaai sono l’Impero Britannico spaziale), sappiamo come trattano gli stranieri e come funziona la loro amministrazione. Sappiamo che la maggior parte di loro sono di carnagione scura, e scopriamo persino alcune loro canzoni, dato che Breq adora la musica.

Ma a parte le questioni di gender, la trama funziona? Sì. Non gli hanno scaraventato sopra tonnellate di premi per via del gender, anche se sicuramente ha fatto la sua parte, e per un buon motivo: la fantascienza dovrebbe portarci oltre ai limiti, inclusi quelli della nostra mente. Non abbiamo un’unica percezione del gender in tutto il pianeta, figurarsi una cultura distante millenni e anni luce dalla nostra che idee può avere.
No, ha avuto successo per via di un’ottima miscela di personaggi ( Breq è fantastica, così umana e così IA allo stesso tempo), universo dettagliato e motivazioni interessanti.
Una volta abituati allo stile la trama vi avrà catturato, e non vorrete smettere di leggere. Pur avendo un finale, è palese che la storia di Breq non sia ancora finita, e posso capire che sia un deterrente per chi non ama libri non autoconclusivi.
Molti temi di Ancillary Justice sembrano usciti da una space opera classica: imperialismo, eroi, imperatori, tanti pianeti diversi, guerre, astronavi senzienti…ma è facile apprezzarlo anche se non si è abituati a questo sottogenere.

Ci sono riflessioni sulla natura del potere e su cosa significhi essere umano. C’è un intero universo con le sue religioni, culture, canzoni, popoli. Non mi sorprende che questa trilogia sia diventata tanto popolare su internet. Ho dato un – al voto perché c’è un dettaglio nel piano di Breq che avrei preferito veder gestito in maniera migliore, ma non rovina troppo il piacere della lettura.

Nota per i lettori italiani: vi imploro, non leggetelo in traduzione. Avete presente quando dicevo che tutti sono al femminile nella mente di Breq? Beh, nella traduzione italiana no. E “Ancillaries” è diventato “ancelle”. Dejah Thoris avrà anche delle ancelle, ma Breq proprio no.

Vote 9-

Author: Ann Leckie
Genre: sci-fi, some space opera elements
Year: 2013
Notes: First volume of the Imperial Radch trilogy. Winner of the following awards: Hugo Award for Best Novel from the World Science Fiction Society (WSFS), Nebula Award for Best Novel from the Science Fiction and Fantasy Writers of America, Arthur C. Clarke Award for best science fiction novel of the year, British Science Fiction Association BSFA Award for Best Novel, Locus Award for Best First Novel, Kitschies Golden Tentacle for best debut novel, Seiun Award for Best Translated Novel.

Plot: In a galaxy far far away the Radch have conquered planets and populations for centuries, forming a huge empire that brought “civilization” to those worlds. Breq used to be part of the machine of the Empire, quite literally so: she was a spaceship AI. She could control various “ancillaries” – bodies stored and inhabited by the AI when needed – at the same time and had full control over a Justice-class ship. And now it’s just her, alone, reduced to a mere ancillary body. It’s been almost 20 years since she the last time she has been her complete self: years spent living many adventures, always in the pursuit of vengeance. On her path she meets Seivarden, a person she recognizes immediately: Seivarden was an officer under Breq when she was still a ship, but that happened more than 1000 years ago… out of a mixture of piety and curiosity, Breq saves Seivarden from certain death. She’ll end up following Breq around, even after she learns Breq’s goal. Something apparently foolish, impossible… and yet, Breq is determined to find what she needs to achieve her goal.

You may be asking yourself “Wait, are there only female characters in this novel?” And here’s where the fun begins. Short answer: no. Long answer: it’s much more complex than that. See, Breq is an Ai at her core, a product of Radchaai culture: and the Radch have no gender distinctions whatsoever. It’s not in their grammar, it’s not in their tradition, and when looking at a person Breq always struggles to determine their gender, because she was never taught how to do such a thing. I used female pronouns because that’s what Breq does in her mind: even if at some point non-Radchaai people refer to other characters as male or female, they’re still a she in Breq’s mind. This simple but mind-blowing experiment allows the reader to picture the Radchaai however he/she may prefer in terms of gender. In terms of appearance we know plenty: we know what it’s customary to wear and drink (spoiler: tea. Lots of tea. The Radchaai are basically Space British), we know how they react to strangers and how their administration works. We know that most of them are dark-skinned, and we even know some popular songs since Breq is fond of music.

Gender aside, does the plot work? Yes. Ancillary Justice wasn’t showered in awards because of this gender thing, even if it probably helped and for a good reason: sci-fi should be about breaking the boundaries, including those of our own mind. And you don’t need me to tell you that we don’t have an unique perception of gender(s) on our planet, so why shouldn’t a completely different culture have a different concept of gender as well.

No, the success is probably due to a carefully prepared mix of character personality (Breq is incredibly interesting, so human and so AI at the same time), detailed background and understandable motivation. We find out why Breq wants what she wants through alternate chapters set in her past, chapters that show us how the Radchaai and those who have been annexed by them live. Once you get used to the style you’ll get caught by the plot, and you’ll want to read more, and even if it has an end it’s clear that Breq’s story is far from finished, which I understand can be a drawback for some people.

Many of its themes could fit in a “classical” space opera: space imperialism, heroes, emperors, a vast array of planets, giant sentient spaceships… but it’s easy to like it even if you’re not used to this subgenre. It comes with reflections on what is power and what it means to be human. It comes with a wonderful new universe with religions, cultures, songs, people. I’m not surprised that the internet ended up loving this trilogy. It gets a – in my vote because a detail in Breq’s goal could have been handled a bit better, but it’s still definitely worth a read.

Vote: 9-

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Recensione: Destinazione Stelle / Review: The Star My Destination

Cosa sarebbe successo se il cyberpunk fosse nato negli anni ’50?

What would have happened if cyberpunk was born in the 50’s?

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Autore: Alfred Bester
Genere: fantascienza, pre-cyberpunk
Anno: 1956
Note: conosciuto anche come “la Tigre della Notte” in riferimento alla poesia di Blake su cui si basa uno dei titoli con cui è conosciuto in inglese (Tiger Tiger).

Trama:
Nel venticinquesimo secolo non solo viaggiare nello spazio è diventato pratica comune, ma esiste persino una forma di teletrasporto, chiamato “jaunto” dal nome dello scienziato che lo ha scoperto. Non servono apparecchi tecnologici per jauntare, solo il potere della mente e della concentrazione.
Il jaunto ha cambiato molte cose, dalla struttura delle carceri alle misure di sicurezza dei più ricchi, alcuni dei quali si rifiutano di jauntare perché possono permettersi di farlo. E ha distrutto il delicato equilibrio tra i pianeti interni e quelli esterni del sistema solare, ora in guerra tra loro.
In mezzo a questa situazione complicata troviamo Gulliver “Gully” Foyle, un uomo mediocre, senza ambizioni, ignorante e senza abilità particolari. Si trova a bordo della Nomad quando vengono attaccati e distrutti da una astronave nemica e Foyle, unico sopravvissuto, fa del suo meglio per mantenersi in vita trascorrendo ben sei mesi nella carcassa dell’astronave. La disperazione fa posto alla speranza quando vede passare un’astronave della stessa azienda della Nomad e spera che lo possano portare in salvo. Ma la nave ignora il suo segnale di richiesta d’aiuto. Come una goccia che fa traboccare il vaso, Foyle si incide nella mente il nome di quella nave, la Vorga, e diventa un essere consumato dalla vendetta, un feroce antieroe con pochi scrupoli che non si fermerà alla Vorga. Diventa a modo suo la tigre del titolo, sia visivamente che psicologicamente… ma non vi dico altro.

In viaggio con Gulliver (Foyle): Non lo nego, avrete buoni motivi per detestare Foyle, eppure non riuscirete a non fare il tifo per lui, come con ogni antieroe ben scritto. La meccanica del jaunto è gestita in maniera molto interessante nei suoi limiti e nel modo in cui viene percepita dalla società.
Bester costruisce un mondo che al giorno d’oggi ci sembra strano, eppure la sua visione del futuro non è invecchiata così male per quanto riguarda i grandi temi. Questo perché è riuscito a toccare corde ben particolari: le sue riflessioni sulla società, sul ruolo delle donne e sul potere della ricchezza sono, alla fine della fiera, temi universali. Non mancano nemmeno i personaggi femminili interessanti: provenienti da ceti diversi e con obiettivi diversi, incontrano o si scontrano con Foyle, non sempre avendo la meglio.

Indovinate: una scoperta di un certo livello accessibile quasi a tutti e che ha cambiato il mondo nel modo di comunicare, viaggiare, percepire ma anche difendersi e attaccare. Sto parlando di internet? No, sto parlando del jaunto. Questo perché Destinazione Stelle è una storia profondamente cyberpunk, e se sostituite il jaunto con internet avrete sottomano qualcosa da fare invidia a Gibson (Il quale, assieme a Moorcock, lo annovera tra i suoi libri preferiti).
Non a caso è stato annoverato tra i progenitori del genere: megacorporazioni che controllano il pianeta (in questo caso i pianeti), famiglie ricchissime distaccate dalla società, sempre più strane ed eccessive, impianti cibernetici, un singolo in lotta con il potere e un’aura di pessimismo… insomma, c’è tutto.
Leggerlo è come assistere a una fusione tra la fantascienza “classica” e il cyberpunk: uno spettacolo non da poco.

Voto: 8,5

 

The Stars my Destination

Author: Alfred Bester
Genre: Sci-fi, pre-cyberpunk
Year: 1956
Note: Known also as “Tiger, Tiger” as a reference to William Blake’s famous poem.

Plot:
In the 25th century space travel is common, and there’s even a form of teleportation, called “jaunting” , from the name of the scientist who discovered it. One doesn’t need a device to jaunt, only the power of the mind and concentration.
Jaunting changed many things, from the structure of prisons to the security measures adopted by the richest people who refuse to jaunt as a sign of wealth. And it has destroyed the delicate balance between the internal and external planets of the solar system, now at war. In the middle of this complex situation we have Gulliver “Gully” Foyle, a mediocre and ignorant man without ambitions or special skills.
He’s working aboard the spaceship Nomad when they get attacked and destroyed by the enemy and Foyle, the only survivor, spends six months alone in the remains of the ships. Desperation makes way to hope when a spaceship of the same company appears and he hopes that they’ll be able to save him. But the ship ignores his distress beacon.
This becomes the proverbial last straw for Foyle, who carves in his mind the name of that spaceship, the Vorga, and becomes consumed by vengeance, a cruel, merciless anti-hero that will not stop even after the Vorga. He becomes the tiger of the title, both visually and psychologically… but I’m not gonna say anything more.

Dont’ get Foyle’d: you will have good reasons to hate him, but also to sympathize with him, as with any well written character.
Bester handles the mechanics of jaunting in an interesting way, giving it limits and showing us how it changed society. He creates a world that feels weird today, and yet his vision of the future has not aged so badly when it comes to the main themes. This because his reflections on society, on women’s roles and the power of money are, in the end, still universal and very important today. Unsurprisingly there’s no lack of interesting female characters: coming from different backgrounds, with different goals, they meet or crash into Foyle, which isn’t always a good thing.

Guess this: an important discovery, accessible almost to everyone and that changed how the world communicates, travels, perceives but also defends and attacks. Am I talking about the internet? No, I’m talking about jaunting. And this because The Stars My Destination is deeply cyberpunk, and if you replace jaunting with the internet you’ll have something to make Gibson envious: after all, it’s one of his – and Moorcock’s – favorite books.
The book has been described pre-cyberpunk because it shares many themes with the genre: mega corporations controlling the planet(s), super rich families becoming even more rich, weird and totally detached from the common people, cybernetic enhancements and an aura of pessim.
To read The Stars My Destination is like facing a mix between “classical” sci-fi and cyberpunk: not something you want to miss, believe me.
Vote: 8.5

 

 

 

Short stories: The Briefcase / Racconti brevi: La valigetta

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La valigetta

L’uomo smise di prestare attenzione alla voce femmile sintetica che stava di nuovo vantando qualcosa sul servizio perfetto che la metro offriva ai suoi clienti. Non è che ci siano altre metro, pensò Leonardo salendo sul treno.
Erano quasi le 18.15, e il vagone era pieno fino all’orlo di uomini e donne che tornavano a casa. Seguitemi ora se ne siete capaci, sogghignò Leonardo stringendo la presa sulla valigetta.
Si strinse tra una donna vestita all’ultima moda che parlava in un auricolare impiantato a partire dall’orecchio e un signore che indossava una cravatta dai colori tanto sgargianti quanto terribili. E meno male che Milano dovrebbe essere la capitale della moda! Ma la sua sensazione principale era sollievo. Quasi metà delle persone nel vagone avevano una valigetta, spesso semplice e nera come la sua.
Quando raggiunsero la fermata più vicina alla stazione dei treni un fiume di persone scese, e Leonard si mescolò tra loro. Invece di seguire la corrente e dirigersi in stazione rimase nell’area della metro e cambiò linea. Salì su un vagone della linea rossa e si sedette su uno dei sedili di plastica, controllando l’orologio. Sapeva che i suoi colleghi stavano facendo più o meno la stessa cosa. Bene. Il mio piano sta funzionando. Identificarmi e seguirmi qui sarebbe un incubo. E anche se ci riuscissero, beh, buona fortuna a scoprire chi di noi ha la vera valigetta.
Alla fermata successiva entrò un gruppo di ragazzi, tutti con in mostra dei tatuaggi dai colori vivaci. Aveva già visto quei tatuaggi, si illuminavano al buio rivelando altre figure. Salì un gruppo di uomini e donne, tutti vestiti in modo elegante, tutti impegnati a fare qualcosa, alcuni dei quali portavano impianti cibernetici ben visibili. Una ragazza gli sorrise – una modella magari? – mostrando un paio di occhi color lavanda all’ultima moda. Per un attimo si domandò come facessero le donne a salire e scendere con tanta facilità con quei tacchi.
Poi venne il buio. Il treno si fermò stridendo e qualcuno finì addosso a Leonardo. Alla faccia del servizio perfetto. Strinse subito la presa sulla valigetta, ma si rese conto di essersi mosso un secondo troppo tardi. Toccò la valigetta: il modello era identico, ma non era la sua, ne era certo. Si guardò intorno rapidamente. I ragazzi coi tatuaggi ridevano e guardavano i disegni che il  buio aveva rivelato: un teschio al posto di una faccia, delle fiamme che circondavano ciò che era stato un semplice fiore e un gatto che diventava una tigre.
I suoi occhi si abituarono all’oscurità. I passeggeri si lamentavano della situazione, ma non gli importava, non poteva distrarsi: era impossibile capire chi avesse scambiato la valigetta, ma finché non c’era elettricità era bloccato lì con lui.
Qualche secondo dopo le luci si riaccesero e il treno riprese a muoversi. La voce disse qualcosa scusandosi dell’imprevisto, ma Leonardo si concentrò sui presenti.
Almeno una decina di persone portavano una valigetta come la sua, e la prossima stazione si stava avvicinando. Poteva trattarsi dell’uomo con la cravatta mal annodata che parlava con sua madre al telefono? O della donna corrucciata e concentrata sul suo libro? Forse la ragazza nervosa che guardava fuori dal finestrino?
Leonardo sospirò. C’è solo un modo per scoprirlo.
“Mi scuso per il disagio.” disse senza rivolgersi a nessuno in particolare, poi attivò l’interruttore impiantato nel polso. La valigetta esplose. I passeggeri gridarono e si spostarono per permettergli di raggiungere l’uomo che aveva effettuato lo scambio. Un uomo sulla cinquantina che Leonardo aveva a malapena notato: il volto contorto dal dolore, era in ginocchio vicino ai resti della valigetta. La mano che reggeva la valigetta era stata distrutta dall’esplosione, e i cavi che gli uscivano dal polso spiegavano perché non si sentisse odore di carne bruciata ma di plastica e circuiti bruciati.
“E ora, caro mio, mi dirai per chi lavori.”

 

The briefcase

The man stopped paying attention to the synthetic female voice as she boasted again something about the perfect service that the metro offered to its users. It’s not like there are other metros, thought Leonardo as he boarded the train.
It was almost 18.15, and the train was filled to the brim by men and women leaving their offices. Tail me now if you can, he smirked and strengthened the hold on his briefcase.
Leonardo squeezed himself between a fashionable young lady talking into an earpiece implanted next to her cheek and an older guy who wore a nightmare-inducing colorful tie. So much for Milan being the capital of fashion. But his main feeling was relief. Almost half of the people on the train carried a small briefcase, usually plain and black like his own.
As they reached the stop next to train station, a river of people went off, and Leonardo with them. Instead of joining the stream and heading to the station he stayed within the metro, and changed the line. He mounted on a red line train, sitting on a plastic seat and checking his watch. He knew that his colleagues were probably doing the same. Good. My plan is working. Identifying and following me here would be a nightmare. And even if they managed, well, good luck finding out which one us has the real briefcase.
At the next stop a group of youngsters headed in, almost all of them sporting colorful neon tattoos. He had seen those tattoos before, they lighted up in the dark revealing new designs. A group of men and women boarded the train, all sharply dressed, all busy with something, some of them wearing obvious cybernetic enhancements. He caught the smile of a lady – a model, perhaps? – wearing a fashionable pair of lavender-colored eyes and he briefly wondered how could women hop on and off with ease wearing high heels.
Then everything went dark. The train stopped with a screech, and someone bumped into him. Perfect service my ass. He clutched at his briefcase immediately, only to realize he had been less than a second too slow. He patted his briefcase, the model was identical but it was not his own, he was sure of it. He looked around frenetically. The guys with the luminescent tattoos were laughing and looking at the shapes the dark had just revealed: a skull where once there was a face, flames surrounding what used to be a plain looking flower, a cat becoming a tiger.
Leonardo adjusted his vision to the dark. People complained about the situation, but he couldn’t care, couldn’t be distracted: it was impossible to tell who had exchanged the suitcase, but until there was no electricity, they were stuck in that wagon with him.
A few seconds later the lights came back on and the train started running again on its tracks. The voice said something about apologizing for the inconvenience, but he focused on the train passengers. At least ten different people could be holding his suitcase, and the next station was drawing near. Could it be the man with a badly knot tie talking to his mother over the phone? Or the annoyed woman busy with her book? Maybe the nervous-looking girl who looked out of the window?
Leonardo sighed. Only one way to know.
“I apologize for the inconvenience.” he said to no one in particular, then he activated a switch embedded in his wrist. His briefcase exploded. People screamed and made way as he reached the man who had taken his briefcase. A man in his fifties who Leonardo had barely noticed before: he was kneeling in pain next to the remains of the briefcase. The hand that held the briefcase had been caught in the explosion, and the wires at his wrist explained why there was no smell of burnt meat, only of burnt circuits and plastic.
“And now, my friend, you’re gonna tell me who do you work for.”

 

Recensione / Review: Pashazade

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Autore: J. C. Grimwood

Genere:  fantascienza,  un tocco di cyberpunk,

Anno: 2001 (2014 per l’edizione italiana)

Note: Entrato nella shortlist del Clarke Award, del BSFA e del Campbell Memorial Award. Primo romanzo della trilogia Arabesca. L’ho letto nell’edizione italiana pubblicata da Zona 42 e tradotta da Chiara Reali.

Pashazade è un’ucronia ambientata in un mondo in cui la Prima Guerra Mondiale è durata un anno, e la Seconda non è mai esistita: gli equilibri politici ed economici mondiali sono molto diversi. Ashraf, il nostro protagonista, arriva a El Iskandria (Alessandria d’Egitto) con una carta di credito di lusso e un passaporto speciale: è un pashazade, un figlio dell’emiro. Con quei dreadlock biondi e quella maglietta troppo larga non sembra un personaggio importante, ma dovrà adattarsi al suo nuovo ruolo.
Vive nella casa della Zia Nafisa, la quale ha già progettato un matrimonio per lui: loro non sono ricchi, ma Ashraf è un Bey, perciò sposerà Zara, figlia di uno degli uomini più ricchi della città. Il padre di Zara avrà il titolo che tanto desidera e la famiglia di Nafisa diventerà ricca.
Piccolo problema: nessuno dei due è interessato a sposare l’altra. La faccenda si complica quando Nafisa viene trovata morta: o si è suicidata, un grave crimine contro la religione e la morale, o è stata uccisa da qualcuno, e Ashraf è ovviamente sospettato dell’omicidio. Un nuovo parente appena arrivato in città e pochi giorni dopo Nafisa viene trovata morta? Tutti sono sospettosi. Intenzionato a proteggere la nipotina Hani e a scoprire la verità su Nafisa, Ashraf si farà nuovi amici e nuovi nemici…

Pashazade potrebbe essere considerato cyberpunk, perché presenta elementi caratteristici del genere: Ashraf ha del cyberware nel cervello e agli occhi, ci sono animali robot, hackers, personaggi dalla vita pericolosa e droghe. Senza dimenticarsi del passato misterioso di Ashraf, raccontato in capitoli inframmezzati alla narrazione del presente e che creano una nuova linea narrativa. Il passato di Ashraf andrebbe benissimo per un personaggio cyberpunk e ha delle scene davvero godibili, ma il presente non è come me lo aspettavo: nonostante la trama ben scritta e i personaggi secondari ben costruiti (soprattutto Hani e Felix), Pashazade non è cyberpunk quanto mi aspettavo. Mi spiego: forse è vero che un fan di Gibson apprezzerebbe questo romanzo, ma è un cyberpunk molto “leggero”. Le strade di El Iskandria sono molto diverse da quelle di Chiba City dell’inizio di Neuromante.
Mancano molti temi chiave del cyberpunk, come il concetto di “high tech low life” (alta tecnologia, bassa qualità della vita), non c’è molta cibernetica e il ruolo della tecnologia nella società non è messo in discussione o esplorato a sufficienza. Non è necessariamente un male, ma non aspettatevi cyberpunk classico.

Il cyberpunk ha sempre avuto un grosso debito con il noir, e leggere un bel giallo è sempre un piacere (che dite, ho esagerato coi colori?). Per fortuna l’indagine sulla morte di Nagisa è strutturata in maniera interessante e mi ci è voluto un po’ per farmi un’idea: alla fine ci sono arrivata prima di Ashraf, e adoro risolvere i casi prima dei protagonisti. Non ho quasi mai risolto un caso prima di Marlowe ma, insomma, gli scrittori non possono essere tutti dei Chandler (né dovrebbero esserlo).
Ho qualche problema col personaggio di Zara, perché è bella, ricca e ama stare nuda. Non riuscivo a non sbuffare leggendo certe cose perché tutto ciò la fa sembrare troppo un’incarnazione di un desiderio maschile. Meno male che Grimwood non la limita nei panni (ah-ah!) della “ragazza ricca e viziata”, rendendola simile a una sorta di Angie Mitchell, la diva del simstim di Mona Lisa Overdrive. Forse Grimwood cercava di costruire una femme fatale, ma non sono sicura che ci sia riuscito.
Intendiamoci: Pashazade non è un brutto libro, anzi. Ha delle scene davvero ben costruite ed è stata una lettura piacevole, ma non è un capolavoro. Mi è stato detto che la trilogia migliora volume per volume: dopotutto solo il Terzo Arabesco, Fellahin, ha vinto il BSFA. La curiosità di saperne di più sul passato (e sul futuro) di Ashraf mi è rimasta…

Voto: 8-

Author: J. C. Grimwood

Genre: sci-fi, some cyberpunk,

Year: 2001 (2014 for the italian edition)

Notes: Shortlisted for the Clarke Award, the BSFA and the Campbell Memorial Award. First volume of the Arabesk Trilogy. I have read the italian edition published by Zona 42 and translated by Chiara Reali.

The story is set in an alternate history in which WW1 lasted one year and WW2 never happened, so the political and economical balance of the world is very different.
Ashraf, the main character, arrives to El Iskandria (once known as Alexandria of Egypt) with a luxury credit card and a special passport: he is a pashazade, a son of the Emir. With his dreadlocks and his way too large t-shirt he certainly doesn’t look the part, but he has to assume his new role.
He stays at his Aunt Nafisa’s, and the woman has already a marriage planned for him: they aren’t rich, but Ashraf is a Bey, and he is destined to marry Zara, the daughter of one of the richest men in town. Zara’s father will get the title and Nafisa’s family will get the money. Except, of course, neither of them is interested in marrying the other. And things get more complicated as Nafisa is found dead: either she killed herself (a great crime against religion and morals) or was killed by someone, and of course Ashraf is accused of having murdered her. A new relative just arrived in town and suddenly Nafisa is found dead? Everyone sees it as suspicious. Trying to protect his niece Hani and to find out what really happened, Ashraf will make new friends and new enemies…

This story could be considered cyberpunk because there are elements of the genre involved: Ashraf has cyberware in his brain, there are robot animals and hackers, nightlife and drugs. Not to mention Ashraf’s mysterious past, which is told in a few chapters intertwined with the main narration. Ashraf’s past may be fit for a cyberpunk hero and displays some interesting narrative moments, but the present is not as I expected it to be.
Despite the compelling plot and the interesting secondary characters (especially Hani and Felix), I feel like this story is not as cyberpunk as I expected it to be. Let me explain: it is true that a fan of Gibson will probably enjoy this novel, but it’s also a very “soft cyberpunk”.
The streets of El Iskandria are much different compared to the streets of Chiba City at the beginning of Neuromancer. It’s a pity because I expected more from the setting: it’s missing the typical high tech-low life view, there’s not enough cybernetics in play and the role of technology in society is not explored nor questioned enough. It’s not necessarily a bad thing, but don’t expect your typical cyberpunk.

Cyberpunk always owed a lot to hard boiled fiction, and I’m always excited to read a good crime story. Luckily this part of the plot (that happens to be the main one) is well written and it took me a while to figure out to figure out the truth about Nagisa’s death, even if I eventually guessed it before Ashraf. I almost never solved a case before Marlowe while reading Chandler but it’s ok, authors can’t all be Chandler (nor should they).
I have a few issues with the character of Zara, because she is beautiful, rich and enjoys being naked. I can’t avoid to scoff at this because she sounds a bit of a male wish fulfillment fantasy. Luckily Grimwood doesn’t limit her to the “rich spoiled kid” personality and she is somewhat reminiscent of Angie Mitchell, the simstim diva from Mona Lisa Overdrive. Probably Grimwood wanted to build another femme fatale, but I’m not sure he managed to do it.

Now, Pashazade is not an awful book at all. It has some very compelling scenes and it was a pleasing read, it’s just not a masterpiece. I’ve been told that the series get progressively better – after all, only the Third Arabesk, Felaheen, won the BSFA – and I’m still curious to know more about Ashraf’s past (and future).

Vote: 8-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Recensione / Review: Picnic Sul Ciglio Della Strada / Roadside Picnic

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Autori: Arkady & Boris Strugatsky (Russia)
Genere: fantascienza (con elementi post-apocalittici)
Titolo originale: Piknik na obochine
Note: Ho letto la traduzione di Luisa Capo pubblicata dalla Marcos Y Marcos.


 

Magari avete giocato a uno degli S.T.A.L.K.E.R, oppure siete come me e un certo punto avete avuto troppa paura e non siete andati più avanti. O magari avete visto Stalker di Tarkovsky. Ma il libro è molto diverso da videogiochi e film.
Il picnic sul ciglio della strada menzionato nel titolo è la premessa base della storia: gli alieni hanno visitato la terra, trattando il nostro pianeta come se fosse una piazzola da picnic e lasciando svariate tracce del loro passaggio. Tale passaggio è chiamato “la visita” e i punti in questione, sei in tutto il pianeta, vengono chiamate “Zone” e sono controllate da governi e autorità locali. Non si sa nulla degli alieni né delle loro intenzioni, e soprattutto nessuno sa niente delle “cose” che si sono lasciati alle spalle in queste Zone. Impossibile capire a cosa servissero per loro o che significato avessero, questi oggetti sono molto ricercati dalla comunità scientifica e non solo: hanno quindi un discreto valore economico. Alcuni di essi hanno un’utilità pratica, altri vengono usati come gioielli, altri ancora sono trappole mortali. Alcuni sono facili da trovare e altri hanno raggiunto lo status di leggenda, come la mitica sfera d’oro che, si dice, esaudirà i desideri di chi la trova.

Trovare gli artefatti non è facile: molti strani fenomeni hanno trasformato le Zone in luoghi mortali, con pericoli spesso invisibili.
La storia si svolge a Marmont, cittadina immaginaria del Canada dove si trova una di queste Zone, e ruota intorno a Redrick. Redrick è uno stalker, ossia una persona che entra nella Zona di nascosto per prendere artefatti e rivenderli: è un lavoro duro e si rischia la vita, eppure molti tentano la carriera dello stalker sperando nel colpo grosso.
La storia di Redrick ci mostra come il mondo si è adattato alla Visita, e cosa significhi fare la vita dello stalker. Potrei dirvi di più ma non voglio rovinarvi la sorpresa: è un libro piccolino, ma ci sono tanti, tantissimi dettagli meravigliosi. Picnic riesce benissimo a creare un’atmosfera originale e interessante, al punto che mi sono spesso domandata cosa sarebbe successo senza riuscire a prevederne mai gli sviluppi. La Zona sembra davvero qualcosa di “alieno” e il contrasto con il mondo esterno è qualcosa che solo uno stalker può capire. O un lettore.
La forza di questo libro non è solo nell’ambientazione e nella trama, ma anche nei personaggi: Redrick è un protagonista affascinante, un antieroe che cerca di sbarcare il lunario nell’unico modo che conosce, un uomo che ama la sua famiglia e fa di tutto per proteggerla, un uomo che ama e odia la Zona allo stesso tempo. Non tutti gli stalker sono come lui, alcuni sono avvoltoi senza scrupoli che sfruttano gli stalker più giovani e con meno esperienza, altri sono solo dei poveri diavoli sfortunati. Altri ancora sembrano innocenti come angeli. Tutti sanno che solo alcuni di loro ne usciranno vivi e che ancora meno diventeranno ricchi, ma per gli stalker è impossibile sfuggire al richiamo della Zona.
A Picnic si deve la popolarità del mito degli Stalker, della Zona, degli artefatti misteriosi… Nonostante conti tante imitazioni quante la Settimana Enigmistica, niente arriva al livello di questo gioiellino letterario. Che, tra l’altro, è una prova del fatto che non servono centinaia e centinaia di pagine per scrivere un capolavoro se si sa scrivere e i fratelli Strugatsky lo sanno decisamente fare. Avete presente la classica domanda “Qual’è il tuo libro preferito?” Beh, da quando ho letto Picnic ho sempre avuto la risposta pronta.

Voto: 10/10


 

Roadside Picnic

Author(s): Arkady & Boris Strugatsky

Genre: Sci-fi (with some post-apocalyptic elements)

Original Title: Piknik na obochine

Note: I have read the italian translation by Luisa Capo published by Marcos Y Marcos (I own the edition pictured above). If, like me, you can’t read russian, I suggest you look for an accurate translation (I know there have been problems with an english translation).

Maybe you have played S.T.A.L.K.E.R. or maybe you’re like me and at a certain point you were too scared to continue it and never finished the first one in the series. Or maybe you have watched Tarkovsky’s Stalker. But the book is very different from the videogames and the movie.
The roadside picnic mentioned in the title is the main premise of the novel: aliens visit Earth treating the planet like their picnic spot and leaving various traces of their passage. Their passage is called the Visitation, and the areas, six in all the planet, are called “Zones” and they are controlled by governments and local authorities. The aliens are still a mystery, and so are the “artifacts” they left behind in the Zones. It’s impossible to understand the use or meaning they had for the aliens, but they have great economic value because they can be used or collected, and many institutions or figures are ready to pay high sums for them.

Some of them are actually useful, some others are worn like jewels and some others are deadly traps. Some are easy to find and some have become the stuff of legends like the mysterious golden sphere, an unique artifact that, it is told, will grant any wishes. Getting them is not a piece of cake either: many unexplainable phenomena have transformed the Zones in dangerous places, and may of these dangers are invisible.
The story is set in Marmont, a fictional canadian town next to a Zone, and revolves around Redrick. Redrick is a stalker, aka a person who risks their life to get into the Zone to search for artifacts to sell: it’s a hard and risky job, and yet many try the Stalker’s life in a hope to make lots of money. Redrick’s story shows us how the world has adapted and changed after the visitation and what it means to be a stalker. I could tell you more but I’d spoil your fun. It’s a really short book with many wonderful details. Picnic is capable of creating an original and compelling atmosphere, to the point that I often wondered what was going to happen without ever being capable of guessing it. The Zone feels truly “alien” and the difference with the external world is something that only a stalker can understand. Or a reader.
It doesn’t only have a great setting, but wonderful characters and an intriguing story that will leave you longing for more – even if it’s perfect as it is. Redrick is a great main character, an anti-hero who tries to provide for himself and, later, for his family as well as he can. He loves and hates the Zone at the same time. The other stalkers aren’t as fundamentally good as he is: some are traitors who exploit younger, inexperienced stalkers, others are miserable people down on their luck. Some appear as innocent as angels. They are aware that only a few will make it out alive, and even fewer will become rich, but for stalkers it is impossible to resist the siren’s call of the Zone.
Without this book the whole myth of the stalkers, of the Zone, of the mysterious artifacts wouldn’t exist (or wouldn’t be this popular) and yet nothing else surpasses the beauty of this little gem of a book. It is proof that you do not need hundreds and hundreds of pages to create a masterpiece when you know your way with words, and the Strugatsky brothers certainly do. Reading this book provided me with an answer to the standard “what is your favorite book” question.

Vote: 10/10

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Short stories / Racconti brevi: Suite Royale (1)

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Continua in Suite Royale (2). / Continues in Suite Royale (2)

Il cameriere si avvicinò e versò il vino nel mio bicchiere. Bevvi un sorso e sentii i connettori innestati nel cervello attivarsi per trasmettere le mie sensazioni ai computer aziendali. Un buon vino rosso con un retrogusto fiorito. Al gusto non sembrava costoso, ma doveva per forza esserlo, considerando il tipo di ristorante. Premetti il dito dietro l’orecchio. Approvo il sapore ma consiglio di ordinarlo solo se non si desidera impressionare nessuno. Premetti il dito di nuovo e chiusi la connessione neurale.
Fissai l’impronta di rossetto che avevo lasciato su bicchiere, prendendo mentalmente nota di aggiungere nella recensione che lasciava segni nonostante la pubblicità promettesse il contrario.
Un altro cameriere si avvicinò e si inchinò.
“Speriamo che la cena le sia piaciuta e di avere presto notizie dal suo capo.”
“Certo, non ne dubito.” Me ne andai senza dire un’altra parola.
Il mio lavoro richiedeva di essere distaccata e distante, e alcuni committenti ‒ come il mio capo ‒  incoraggiavano addirittura la maleducazione. Non mi piaceva trattar male i camerieri, ma il mio lavoro era più importante.
Presi l’ascensore e mi diressi ai piani superiori. Suite principale, ultimo piano, ovviamente.
Controllai il palmare e rilessi la descrizione della stanza nell’email. Volevo essere sicura che tutto fosse perfetto.
La serratura era già regolata sul mio DNA, così mi passai una mano nei capelli e ne piazzai una ciocca davanti al lettore. La porta si aprì.
Le luci si accendevano registrando la mia presenza man mano che camminavo, rivelando una stanza d’albergo abbastanza grande da poterci ricavare un appartamento per una famiglia numerosa. Aveva persino due salotti, uno sui toni dell’oro e uno sui toni dell’argento. Tutto sembrava come promesso. Molto meglio della cena, pensai guardando il letto maestoso. Manca solo una cosa… non riuscii a finire il pensiero che lei entrò nel mio raggio visivo. Era sulla terrazza, e stava aspettando che io la raggiungessi. Indossava un semplice abito nero, molto elegante e aderente: abbastanza da mostrare il suo corpo perfetto, ma non troppo perché non aveva davvero bisogno di mostrare niente. Era Vivianne, e chiunque fosse attratto dalle donne si sentiva venir meno le ginocchia quando ricambiava uno sguardo.
Persino respirare la sua stessa aria era più costoso di quanto guadagnavo in un anno della mia vita precedente. Ma ora potevo permettermi il lusso di parlarle.
“Devi essere Mei.” la sua voce era perfetta, perché tutto in lei era perfetto.

 

The waiter approached and refilled my glass of wine. I took a sip and felt the connectors wired to my brain light up and transmit what I was feeling to the company computers. A nice red wine with a flowery aftertaste. It didn’t taste expensive, but it surely was considering the nature of the restaurant. I tapped my finger behind my ear. I approve of the taste but I recommend serving it only if you do not wish to impress anyone. I tapped my finger again, closing the connection.
I stared absentmindedly at the lipstick mark I had left on the glass and made note to add in the review that it did leave marks, despite what the ads boasted.
Another waiter came forward and bowed.
“We hope the dinner was satisfying and we look forward to hear from your employer.”
“Yes, of course you do.” I left without saying another word.
My job demanded me to be aloof and reserved, and some employers like mine actually encouraged being rude. I didn’t like to be mean to servers, but my job mattered more.
I took the elevator and headed upstairs. Last floor, main suite, of course. I checked on my datapad and re-read the description of the room in the email. I wanted to be sure everything was as planned.
The lock was already set to my DNA, so I run a hand through my hair and placed a few hair on the lock. It buzzed open.
 The lights went on as I walked in, revealing what could have passed as an apartment fit for a big family dolled up to be a fancy hotel room. It even had two lounges, a gold-tinted one and a silver-tinted one.
Everything seemed as promised. This is much better than the dinner, i thought looking at the huge bed. Now there’s only one thing missing… I could barely complete the thought as she came into view. She was waiting for me on the terrace, and waited for me to reach her on purpose. She was wearing a simple black dress, very elegant and tight enough to show her perfect body but not too tight because she didn’t need to show off. She was Vivianne, and everyone who was attracted to women felt their knees weak when she looked at them.
Even breathing the same air as her was more expensive than what I made in a year in my former life. But now I could afford the luxury of talking to her.
“You must be Mei.” her voice was perfect, because everything in her was perfect.

Recensione / Review: Binti

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Autrice: Nnedi Okorafor
Genere: fantascienza
Anno: 2015
Note: vincitore del premio Hugo come miglior romanzo breve nel 2016. Okorafor sta lavorando a un sequel.

É un giorno importante per Binti, una ragazzina Himba di sedici anni. Bravissima in matematica, è destinata a diventare una “master harmonizer”, una persona che è in grado di mettere armonia tra le cose grazie alle equazioni e alla matematica in genere. Binti ha ottenuto ottimi voti negli esami d’accesso all’università di Oomza, il centro culturale più importante della galassia, un’università situata su un pianeta lontano dove umani e membri di altre razze studiano assieme. Ma la sua gente non viaggia, sono fortemente attaccati alla loro terra e non approverebbero la partenza di Binti. In piena notte Binti se ne va: lascia la sua casa, i suoi genitori, i suoi fratelli e sorelle, la sua cultura per qualcosa di completamente nuovo. Tutti la guardano e fanno commenti su di lei e sui suoi capelli: Binti è coperta da capo a piedi di otjize, una miscela di terra e oli profumati che usa per restare pulita e per rimanere in contatto con la sua cultura. Senza otjize si sentirebbe nuda, così ne ha preparato un vaso da portare con sé. Ha anche il suo edan, un dispositivo antico che nessuno ha mai compreso o decifrato che lei considera il suo portafortuna.
Si imbarca sull’astronave e incontra altri futuri studenti dell’università di Oomza. Forma nuove amicizie e studia con loro, senza voler pensare alle conseguenze della sua fuga.

Un giorno un gruppo di Meduse (una razza aliena) attacca la nave e uccide tutti, tranne il pilota e Binti. Sembra interessante, no? Quasi inquietante. Il problema è che da qui in poi smette di essere interessante…
Magari è solo la mia opinione, ma per me una storia è interessante se succedono cose: voglio vedere come farà un personaggio quando il suo progetto va a rotoli, voglio vederlo progettare una soluzione e vederla fallire, e così via. Sono questi i fattori che rendono una narrazione emozionante: cosa sarebbe di The Martian se a Mark Watney non si guastasse mai niente su Marte? Però da quel punto in poi in Binti va tutto a gonfie vele. Non voglio rivelarvi tutto, è un romanzo breve quindi non impieghereste molto a leggerlo, ma vi dico solo questo: Binti riesce a fare tutto. Non solo ha una fortuna sfacciata per quanto riguarda l’edan e l’otjize, ma quando ci si aspetta che succeda qualcosa di problematico va tutto a buon fine, e in modo abbastanza ingenuo per giunta. Non ho niente contro le storie che finiscono bene, anzi, sono fantastiche se ben scritte, come tutte le storie. Ma qui va tutto bene e basta.
Beh, mi direte, muoiono delle persone, sono morti tutti a bordo della nave! Sì, e tutti se ne dimenticano subito. Sul serio, sembra che a nessuno importi della morte di tutte quelle persone, dopo un po’ nemmeno a Binti. Quando entrano in gioco le Meduse i morti finiscono nel dimenticatoio, anche da parte delle autorità di Oomza.

Poi c’è un altro fattore. Gli Himba, o almeno la famiglia di Binti, sono descritti come costruttori di astrolabi (un dispositivo moderno, non quello antico) e scienziati. Però si preoccupano che Binti possa avere difficoltà nel trovare marito se va a Oomza, e le Meduse sembrano non aver mai visto una persona di colore. Siamo in un futuro dove si viaggia nello spazio e ci sono varie razze aliene, e le persone di colore sembrano ancora qualcosa di strano?
L’impressione è quella di trovarsi di fronte a un worldbuilding pigro, anche se capisco il desiderio di inserire problemi odierni nella fantascienza: è così che è nato il genere dopotutto. Ma bisogna farlo con cautela o l’effetto rischia di essere strano. Okorafor sa scrivere, e non lo nego, tant’è che mi rimane la curiosità di leggere qualcos’altro (magari i suoi romanzi sono migliori). Sembra di leggere una brava scrittrice alle prese con una storia ingenua. Magari dico un’eresia, ma non capisco come questo romanzo breve abbia potuto vincere un premio…

Voto: 7

Author: Nnedi Okorafor
Genre: sci-fi
Year: 2015
Notes: winner of the Hugo Award as Best Novella in 2016. Okorafor is writing a longer novel as a sequel.

It is an important day for Binti, a sixteen year old girl of the Himba people. She is very skilled in maths and destined to be a “master harmonizer” – aka a person that can create harmony between things, usually with the help of equations and math. She got very high marks in the admission exam to the Oomza University, the most important cultural centre in the galaxy, an university set on another planet where humans and other alien races study together. But her people don’t travel, they are closely linked to their homeland and wouldn’t tolerate well for Binti to go. In the dead of night, she leaves her home, her parents, her brothers, her sisters, her culture for something completely new.

Everyone looks at her and makes strange comments about her plaited hair: her skin and hair are covered with otjize, a mix of clay and perfumed oils that keeps her clean and connected to her heritage. She would feel naked without it, so she has prepared a big jar of otjize to carry with her along with her edan, an ancient device that nobody knows what it does but she feels it will bring her good luck. She boards an organic spaceship and meets other people who will go to her same university: they talk, form friendships… she doesn’t want to think about having left home, and she’s eager to learn new things. One day a group of Medusas (an alien race) attack the ship and kill everyone on board except for her and the pilot. It seems interesting, right? Even scary. The truth is, it also stops being interesting from here.

Maybe this is a matter of personal choices, but I do consider a story interesting if things happen: I want to see how a character will deal when things don’t go as planned, I want to see them plan one thing and see it fail, then another and another. Otherwise it’s just not that exciting: how would The Martian be if Mark Watney faced no problems on Mars? And from this point onward, everything goes on nicely. I don’t want to spoil the whole story, it’s kinda short since it’s a novella, but let me tell you this: she manages to do everything she wants. Not only she is incredibly lucky when it comes to two things, mainly the role of the edan and of her otjize, but the points I was expecting to be more of a challenge for her simply go well, in a very naive way. I have nothing against stories that end well or that are optimistic, hell, they’re awesome when well written. But here everything goes well just because. Well, people die, right? Almost everyone on the ship dies! Yes, and is conveniently forgotten. No, seriously, nobody gives a damn anymore that dozens of people have been slaughtered, not even Binti. As soon as the Medusas start playing a bigger part in the story, everyone forgets about it, even the authorities at Oomza Uni.

Then there’s another issue I have with this story. The Himba people, or at least Binti’s family, are introduced to us as astrolabe builders (some sort of modern device, not the old timey one) and scientists. Yet everyone is worried that she might not find a husband if she leaves for uni, and apparently the Medusa have never seen a black person either. We are in a future with space travel and aliens of multiple races and somehow black people still look unusual? That sounds like lazy worldbuilding to me, even if I understand the desire to bring today’s issues to the light through fiction, a procedure as old as time. But it has to be done with care or the results will be weird. Okorafor can write and there’s no denying that, which is why I’ll probably read something else written by her in the future (maybe her longer novels are better). It felt like having a good writer putting her pen to a naive story. Maybe this is a heresy but I fail to see how this novella is prizeworthy?

Vote: 7

Recensione: Selezione Naturale / Review: Maul

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Tit. originale: Maul
Autore: Tricia Sullivan
Genre: fantascienza distopica, cyberpunk
Anno: 2003
Edizione italiana: pubblicata da Zona 42 nell’ottima traduzione di Chiara Reali
Note: entra nella shortlist del premio Clarke nel 2004.

Selezione Naturale è composto da due linee narrative che non sembrano essere ambientate nello stesso mondo. La prima segue le avventure di una ragazzina adolescente, Sun, la quale va al centro commerciale con le sue migliori amiche, Suk Hee e Keri, ognuna armata di pistola. Il loro obiettivo? Un tranquillo pomeriggio di shopping e un incontro con una girl gang locale. A quanto pare nel mondo di Sun è facile passare dal comprarsi un rossetto allo sparare all’impazzata, e le ragazze di entrambe le gang sono pronte a trasformare il centro commerciale in un campo di battaglia in una sequela di meravigliose scene d’azione.

La seconda linea segue un uomo chiamato Meniscus: clone di uno scienziato, Meniscus porta in sé un virus e vive in laboratorio, controllato da delle scienziate che studiano l’effetto del virus. Anni fa quel virus ha quasi sterminato la popolazione maschile mondiale, e ne sono rimasti pochi: i sopravvissuti vengono tenuti isolati dal resto del mondo in attesa di un campionato che ne determini l’esemplare più desiderabile. Le donne si occupano di tutto nella società, ed è ovviamente possibile avere un figlio da una donna. Ma è costoso, e non c’è niente di più prestigioso dell’avere un figlio da un uomo, cosa non facile da ottenere.

La scienziata a capo degli studi su Meniscus, Madeleine Baldino, ha già una clone di sé tenuta come figlia (chiamata Bonus), ma vorrebbe fare il salto di qualità e spera che il suo lavoro su Meniscus le porti fortuna e gloria. Meniscus vive in quella che è una vera e propria gabbia e si chiede se un giorno rivedrà mai lo scienziato che lo “creò” tanti anni fa. Un giorno, ovviamente, le cose cambiano…

Come potete intuire dalla trama Selezione Naturale mette in gioco molti elementi interessanti. Dall’autonomia del proprio corpo al valore dei beni materiali, dalla politica al sesso, dallo shopping all’omicidio. Non è solo Meniscus a non poter decidere del proprio corpo, e tra l’ovvia satira della vita moderna si nascondono altri temi. Non si può non parlare di femminismo immaginando una società dove i ruoli si sono rovesciati: non è un mondo ideale o perfetto. C’è qualcosa di post-apocalittico, di distopico, ma rappresenta anche la realtà quotidiana di due dei tre personaggi principali (Meniscus e Madeleine).

Impossibile non apprezzare Sun, che ha il nome in comune con Sun Tzu e che lo cita mentre continua la sua battaglia nel centro commerciale preoccupandosi di “cose normali” da adolescenti come incontrare il ragazzo che le piace o prepararsi per un compito in classe. Sia Sun che Meniscus hanno un profondo attaccamento alla vita, anche se a modo loro, e i risultati sono sorprendenti.

Ho una teoria su cosa colleghi i mondi delle due linee narrative, ma non posso dirla altrimenti scatta il rischio spoiler. Però posso dirvi questo: è stata una lettura fresca e piacevole. I temi non saranno molto innovativi, ma Sullivan li gestisce in maniera esperta e ogni personaggio ha una sua personalità, con lati positivi e negativi. L’umorismo di Sun è una benedizione per il romanzo, e l’evoluzione di Meniscus non è da trascurare.

Tricia Sullivan scrive innegabilmente molto bene, e se vi piacciono gli universi cyberpunk e/o distopici questo è un libro che non dovreste proprio lasciarvi sfuggire.

Vote: 9

 

Author: Tricia Sullivan
Genre: sci-fi, dystopia, cyberpunk
Year: 2003
Notes: shortlisted for the Clarke Award in 2004.

The novel follows two storylines that don’t appear to be set in the same world. The first one is focused on a teenage girl named Sun: she heads to the Mall with her best friends Suk Hee and Keri, each one of them carrying their gun. Their aim? To do their shopping, and to meet another girl gang. Apparently in Sun’s world it’s quite easy to go from makeup shopping to gunfights, and the girls are ready to transform the mall in a battlefield.

The second storyline focuses on a man named Meniscus: actually the clone of a scientist, Meniscus has been infected with a certain virus and lives in a lab, routinely controlled by other scientists who hope to find a cure for the virus. In Meniscus’ world most men have been wiped out by the aforementioned virus, and only a few of them survive. The remaining men are kept isolated from the rest of the world in what is pretty much a futuristic harem, and they compete once a year to determine which one is the best. Everything in society is handled by women. It’s possible to have children with another woman, but it’s expensive, and there is nothing that brings power and prestige like having a child from a man. But it’s not easy to obtain. The main scientist who studies Meniscus, Madeleine Baldino, already has a clone of herself as a daughter, but she’d like to go for the ultimate upgrade and hopes that her work on Meniscus will bring her fame and fortune. Meniscus spends his days in what is, essentially, a cage, exploring the virtual reality he has been given and wondering when he’ll see again the professor who “created” him many years ago. One day, of course, things change…

As you can grasp from the plot there’s plenty of interesting themes here. From bodily autonomy to the value of consumer goods, from politics to sex, from shopping to murder. Bodily autonomy isn’t related solely to Meniscus, and between the obvious satire of modern life there’s other themes. It’s impossible to avoid feminism when taking into account a society in which the roles are pretty much reversed: it’s not an ideal, perfect world. It’s post-apocalyptic, it’s a dystopia, it’s the daily world for two of the three main characters (Meniscus and Madeleine).

It’s also impossible not to like Sun, who shares a name with Sun Tzu and quotes him as she goes through her mall warfare business all while worrying about typical teenager things, like meeting the boy she has a crush on and having to study for a test. Both Sun and Meniscus are deeply attached to their lives, though in their own ways, which brings surprising results. I have a personal headcanon about the connection between the two storylines, but it would involve too many spoilers… I can tell you this, however: this book felt refreshing. The themes may not be super new, but they’re expertly handled and each character has a distinct personality, with good and bad sides. Sun’s sense of humor is a blessing to the novel and Meniscus’ character development should not be forgotten. If there’s one thing that cannot be denied is that Tricia Sullivan can write very well, and if you’re into cyberpunk and dystopian realities this is a book you shouldn’t miss.

Vote: 9

Short stories / Racconti brevi: FAR 001

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FAR 001 – Gudrun e Zeno

“Grazie per l’aiuto.” Zeno rabbrividì nell’aria fredda del mattino.
“Ho solo fatto il mio lavoro.” Gudrun alzò le spalle, vagamente conscia del fatto che il suo cappotto pesante doveva aver nascosto il gesto.
“Nah, sei una guardia cittadina.” indicò il distintivo di Dürerstadt cucito grossolanamente sulla spalla di Gudrun. Sei venuta a cercarci. Stando alla mia esperienza – e ne ho un po’, fidati – non ci sono tante guardie cittadine così ansiose di lasciare le loro postazioni sicure al calduccio. C’è qualcuno di importante che aspetta questo carico, eh?”
Gudrun sospirò. “Sì, mia madre è una commerciante. Ma non siamo venuti per quello.” guardò le altre guardie, impegnate ad aiutare l’ultimo camion incastrato nel fango.
“Ieri ha piovuto così tanto che temevamo ci fossero stati problemi.” spiegò Gudrun. “I dodoraptor di solito non si fanno vedere qui, non in questa stagione… ma non si sa mai.”
“Ti aspettavi un combattimento.”
“Mi aspetto sempre un combattimento. Così sono sempre pronta.” si sentì troppo presuntuosa. “Beh, più o meno.”
“Tua madre sarà fiera di te.” Zeno era serio.
“Più o meno. Comunque gli altri hanno finito, vi scorteremo a Dürerstadt appena siete pronti.”
L’uomo segnalò alle altre persone della carovana e tutti coloro che erano scesi dai loro camion tornarono in posizione.
“Posso offrirti da bere quando arriviamo in città?”
“Non sei un po’ troppo vecchio per me?” Gudrun inarcò un sopracciglio.
“Oh, andiamo, da un Pendolare a una guardia cittadina.”
Gudrun sospirò, fingendo che le dispiacesse l’idea di fare quattro chiacchiere con il Pendolare.
“Va bene, ma solo quando non sono in servizio. Chiedi di Nebelsee.”
A quelle parole l’espressione dell’uomo cambiò completamente, il sorriso gentile sostituito da uno sguardo cauto.
“Mi aspettavo che una donna nella tua posizione conoscesse le regole dei Solitari.”
“Le conosco.” Gudrun sentiva uno strano nodo allo stomaco. “Un caro amico o un familiare possono prendere il nome di un Solitario alla sua morte, in segno di rispetto.”
“Sì, ma Nebelsee è vivo e vegeto.”
Gudrun sentì il sangue abbandonarle le vene del viso.
“Non può essere. Ci hanno portato notizia della sua morte tanti anni fa.”
Zeno scosse la testa. “L’ho visto meno di un mese fa. Chi era Nebelsee per te?”
“Mio padre.” rispose con una voce che non le sembrava la propria.

 

FAR 001 – Gudrun and Zeno
“Thanks for helping us.” said Zeno, shivering in the cold morning air.
“It’s just my job.” Gudrun shrugged, vaguely aware that her big coat probably hid her gesture.
“Nah, you’re a city guard.” he pointed at the crudely sewn badge with the Dürerstadt name that Gudrun wore on her shoulder. “You came looking for us. In my experience – and I’ve got some, I’ll tell you – not many city guards are eager to leave their warm and safe posts. Someone important must be expecting this cargo, mmh?”
Gudrun sighed. “My mother is a trader, yes. But that’s not why we came.” she looked at the other city guards, who were now helping the last truck stuck in the mud.
“It rained so much yesterday that we were afraid you might have run into trouble. Dodoraptors don’t come here, not in this season usually… but you never know.”
“You expected a fight.”
“I always expect a fight. That way I’m always ready.” she felt incredibly pretentious. “Well, sort of.”
“Your mother must be proud of you.” Zeno looked serious.
“Sort of. Anyway, the others are finished, we’ll escort you to Dürerstadt as soon as you’re ready.”
The man signalled the people of the caravan, and everyone who had left their trucks came back to their position.
“May I offer you a drink when we reach the city?”
“Aren’t you a bit too old for me?” Gudrun raised one eyebrow.
“Oh, come on, from a Commuter to a city guard.”
Gudrun sighed, pretending she disliked the idea of a longer chat with the Commuter. “Fine, but only when I’m off duty. Ask for Nebelsee.”
At those words the man’s expression changed completely, his benign smile replaced by a cautious look.
“From a woman in your position I expected you to know the Wanderers’ rules.”
“I do.” replied Gudrun, a strange knot in her stomach. “A close friend or a family member can take a Wanderer’s name when he dies in sign of respect.”
“Yes, but Nebelsee’s alive and well.”
Gudrun felt the blood drain from her face.
“It can’t be, we got news of his death many years ago.”
Zeno shook his head. “I saw him less than a month ago. Who was Nebelsee for you?”
“My father.” she replied with a voice that didn’t feel like her own.

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