Short stories: The Briefcase / Racconti brevi: La valigetta

briefcase

La valigetta

L’uomo smise di prestare attenzione alla voce femmile sintetica che stava di nuovo vantando qualcosa sul servizio perfetto che la metro offriva ai suoi clienti. Non è che ci siano altre metro, pensò Leonardo salendo sul treno.
Erano quasi le 18.15, e il vagone era pieno fino all’orlo di uomini e donne che tornavano a casa. Seguitemi ora se ne siete capaci, sogghignò Leonardo stringendo la presa sulla valigetta.
Si strinse tra una donna vestita all’ultima moda che parlava in un auricolare impiantato a partire dall’orecchio e un signore che indossava una cravatta dai colori tanto sgargianti quanto terribili. E meno male che Milano dovrebbe essere la capitale della moda! Ma la sua sensazione principale era sollievo. Quasi metà delle persone nel vagone avevano una valigetta, spesso semplice e nera come la sua.
Quando raggiunsero la fermata più vicina alla stazione dei treni un fiume di persone scese, e Leonard si mescolò tra loro. Invece di seguire la corrente e dirigersi in stazione rimase nell’area della metro e cambiò linea. Salì su un vagone della linea rossa e si sedette su uno dei sedili di plastica, controllando l’orologio. Sapeva che i suoi colleghi stavano facendo più o meno la stessa cosa. Bene. Il mio piano sta funzionando. Identificarmi e seguirmi qui sarebbe un incubo. E anche se ci riuscissero, beh, buona fortuna a scoprire chi di noi ha la vera valigetta.
Alla fermata successiva entrò un gruppo di ragazzi, tutti con in mostra dei tatuaggi dai colori vivaci. Aveva già visto quei tatuaggi, si illuminavano al buio rivelando altre figure. Salì un gruppo di uomini e donne, tutti vestiti in modo elegante, tutti impegnati a fare qualcosa, alcuni dei quali portavano impianti cibernetici ben visibili. Una ragazza gli sorrise – una modella magari? – mostrando un paio di occhi color lavanda all’ultima moda. Per un attimo si domandò come facessero le donne a salire e scendere con tanta facilità con quei tacchi.
Poi venne il buio. Il treno si fermò stridendo e qualcuno finì addosso a Leonardo. Alla faccia del servizio perfetto. Strinse subito la presa sulla valigetta, ma si rese conto di essersi mosso un secondo troppo tardi. Toccò la valigetta: il modello era identico, ma non era la sua, ne era certo. Si guardò intorno rapidamente. I ragazzi coi tatuaggi ridevano e guardavano i disegni che il  buio aveva rivelato: un teschio al posto di una faccia, delle fiamme che circondavano ciò che era stato un semplice fiore e un gatto che diventava una tigre.
I suoi occhi si abituarono all’oscurità. I passeggeri si lamentavano della situazione, ma non gli importava, non poteva distrarsi: era impossibile capire chi avesse scambiato la valigetta, ma finché non c’era elettricità era bloccato lì con lui.
Qualche secondo dopo le luci si riaccesero e il treno riprese a muoversi. La voce disse qualcosa scusandosi dell’imprevisto, ma Leonardo si concentrò sui presenti.
Almeno una decina di persone portavano una valigetta come la sua, e la prossima stazione si stava avvicinando. Poteva trattarsi dell’uomo con la cravatta mal annodata che parlava con sua madre al telefono? O della donna corrucciata e concentrata sul suo libro? Forse la ragazza nervosa che guardava fuori dal finestrino?
Leonardo sospirò. C’è solo un modo per scoprirlo.
“Mi scuso per il disagio.” disse senza rivolgersi a nessuno in particolare, poi attivò l’interruttore impiantato nel polso. La valigetta esplose. I passeggeri gridarono e si spostarono per permettergli di raggiungere l’uomo che aveva effettuato lo scambio. Un uomo sulla cinquantina che Leonardo aveva a malapena notato: il volto contorto dal dolore, era in ginocchio vicino ai resti della valigetta. La mano che reggeva la valigetta era stata distrutta dall’esplosione, e i cavi che gli uscivano dal polso spiegavano perché non si sentisse odore di carne bruciata ma di plastica e circuiti bruciati.
“E ora, caro mio, mi dirai per chi lavori.”

 

The briefcase

The man stopped paying attention to the synthetic female voice as she boasted again something about the perfect service that the metro offered to its users. It’s not like there are other metros, thought Leonardo as he boarded the train.
It was almost 18.15, and the train was filled to the brim by men and women leaving their offices. Tail me now if you can, he smirked and strengthened the hold on his briefcase.
Leonardo squeezed himself between a fashionable young lady talking into an earpiece implanted next to her cheek and an older guy who wore a nightmare-inducing colorful tie. So much for Milan being the capital of fashion. But his main feeling was relief. Almost half of the people on the train carried a small briefcase, usually plain and black like his own.
As they reached the stop next to train station, a river of people went off, and Leonardo with them. Instead of joining the stream and heading to the station he stayed within the metro, and changed the line. He mounted on a red line train, sitting on a plastic seat and checking his watch. He knew that his colleagues were probably doing the same. Good. My plan is working. Identifying and following me here would be a nightmare. And even if they managed, well, good luck finding out which one us has the real briefcase.
At the next stop a group of youngsters headed in, almost all of them sporting colorful neon tattoos. He had seen those tattoos before, they lighted up in the dark revealing new designs. A group of men and women boarded the train, all sharply dressed, all busy with something, some of them wearing obvious cybernetic enhancements. He caught the smile of a lady – a model, perhaps? – wearing a fashionable pair of lavender-colored eyes and he briefly wondered how could women hop on and off with ease wearing high heels.
Then everything went dark. The train stopped with a screech, and someone bumped into him. Perfect service my ass. He clutched at his briefcase immediately, only to realize he had been less than a second too slow. He patted his briefcase, the model was identical but it was not his own, he was sure of it. He looked around frenetically. The guys with the luminescent tattoos were laughing and looking at the shapes the dark had just revealed: a skull where once there was a face, flames surrounding what used to be a plain looking flower, a cat becoming a tiger.
Leonardo adjusted his vision to the dark. People complained about the situation, but he couldn’t care, couldn’t be distracted: it was impossible to tell who had exchanged the suitcase, but until there was no electricity, they were stuck in that wagon with him.
A few seconds later the lights came back on and the train started running again on its tracks. The voice said something about apologizing for the inconvenience, but he focused on the train passengers. At least ten different people could be holding his suitcase, and the next station was drawing near. Could it be the man with a badly knot tie talking to his mother over the phone? Or the annoyed woman busy with her book? Maybe the nervous-looking girl who looked out of the window?
Leonardo sighed. Only one way to know.
“I apologize for the inconvenience.” he said to no one in particular, then he activated a switch embedded in his wrist. His briefcase exploded. People screamed and made way as he reached the man who had taken his briefcase. A man in his fifties who Leonardo had barely noticed before: he was kneeling in pain next to the remains of the briefcase. The hand that held the briefcase had been caught in the explosion, and the wires at his wrist explained why there was no smell of burnt meat, only of burnt circuits and plastic.
“And now, my friend, you’re gonna tell me who do you work for.”

 

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