Short stories / Racconti brevi: Suite Royale (2)

Seguito di Suite Royale parte 1. Consiglio caldamente di leggere prima l’1.

Sequel to Suite Royale part 1. I strongly recommend to read 1 first.

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Vivianne stava guardando il profilo della città. Gli alteratori climatici avevano trasformato la fredda serata di Novembre in una piacevole serata estiva. Se si fosse messo a piovere saremmo state protette dalla cupola invisibile sopra di noi. Premetti il dito dietro l’orecchio. Approvo l’efficienza degli alteratori climatici.
Chiusi il collegamento prima di pensare che la mia approvazione era dovuta al fatto che mi consentivano di vedere la schiena nuda di Vivianne, anche se il mio capo sarebbe stato d’accordo con me. Non faceva troppo freddo per esibire un vestito come il suo, e la mia camicia cominciò a sembrarmi pesante.
“Spero di non averti fatta aspettare troppo.”
“Non preoccuparti.” Vivianne mi guardò con un sorriso, e qualcosa dentro di me si sciolse. “Abbiamo tutta la notte.”
“Già.” guardai le luci scintillanti della città per qualche secondo. “Vuoi qualcosa da bere?”
“Perché no.” smise di osservare i grattacieli e mi rivolse un sorriso seducente. “Ma non il rosso, sembra un vino da supermercato.”
Non potei evitare di sorridere.
“Hai una bellissima risata. Anche il suo capo ha una risata così, signorina Mei?” chiese Vivianne entrando nella stanza. Si passò una mano nei capelli, facendo sì che le luci soffuse facessero risaltare i suoi meravigliosi riccioli scuri.
“Dire che è molto simile è dir poco.” risposi cercando di sembrare disinvolta. Digitai delle istruzioni sul pannello di controllo della stanza e l’armadietto dei liquori si aprì. Scelsi una bottiglia nera. L’etichetta era in coreano, ma prima che potessi attivare il dizionario innestato nel cervello, Vivienne mise due bicchieri vicino alla bottiglia.”
“Spirito Azzurro. Ottima scelta.”
Versai il liquore celeste nei bicchieri. Prese il suo bicchiere e si sedette su uno dei divani. Mi misi vicino a lei, ipnotizzata dal colore del liquido che sembrava scintillare.
“Così liscio… mi fa pensare alla tua pelle.” dissi cercando di non suonare patetica. Non avevo bisogno di sedurla, era pagata per passare la notte con me, eppure mi sentivo nervosa come un’adolescente. Mi ricordai chi ero, e drizzai le spalle.
“Alla nostra notte.” alzò il bicchiere, e così io.
Il liquore aveva un retrogusto di menta, non mi faceva impazzire ma non era spiacevole. Aprii il collegamento e inviai al mio capo la mia opinione.
Ha un sapore piacevole, ma mai quanto le sue labbra, pensai mentre mi baciò. Sentii un brivido lungo la schiena mentre giocò con la spallina del mio reggiseno. Passai una mano tra i suoi capelli. Erano meravigliosi e morbidi, una sinfonia di riccioli simili a filamenti di DNA. Giocai con il suo orecchio, baciandone delicatamente il lobo. E poi lo trovai.
Discreto, costoso – forse più del mio, quindi parecchio costoso – ma comunque presente. Un piccolo rilievo sotto la sua pelle, appena prima dell’attaccatura dei capelli, nascosto dall’orecchio. Un connettore neurale, quello che noi tester usiamo per trasmettere le sensazioni ai nostri capi.
“Sei come me, vero?” sussurrai. Non avevo idea di come avrebbe reagito, ma non ero preoccupata. Eravamo professioniste.
Rispose con una risata cristallina.
“Sei molto brava. Certo, sono una tester. La vera Vivianne non perde tempo con… dei tester. Nessuna offesa, ovviamente.”
“Certo che no. Senti,” lasciai una scia di baci sul suo collo “C’è qualche speranza che tu mi dica il tuo vero nome? Magari domani?”
“Magari domani.”

 

 

Vivianne was looking at the skyline. What was supposed to be a cold November night had been turned into a pleasant early summer evening by the climate selector. If it had decided to rain, we would have still been sheltered by the invisible dome above us. I tapped my finger behind my ear. I approve of the climate selectors’ efficiency.
I closed the connection before thinking about how I approved because they allowed me to look at Vivianne’s naked back, even if my employer would probably have approved as well. It wasn’t too cold to sport such a dress, and suddenly my shirt felt so heavy.
“I hope I didn’t leave you waiting for too long.”
“Do not worry about that.” Vivianne looked at me with a smile and I felt something inside me melt. “We have all night.”
“Yes, we do.” I looked at the glittering city lights for a few seconds. “Do you want something to drink?”
“Why not.” she stopped looking at the city and looked at me with a seducing smirk. “But not the red wine, it tastes cheap.”
I couldn’t avoid laughing.
“You have a beautiful laughter. Does your employer have the same laughter as you, miss Mei?” asked Vivianne while heading for the room. She ran a hand through her hair, letting the carefully staged dim lights hit her beautiful black curls.
“Very similar would be an understatement.” I said trying to look casual. I typed a few instructions on the room’s control center and the liquor cabinet opened. I picked a black bottle. The label was in korean, but before I could activate the dictionary implanted in my brain she placed two glasses next to the bottle.
“Blue Spirit. A fine choice.”
I poured the cerulean liquid into both glasses. She took her own glass and sat on one of the sofas.
I sat next to her, mesmerized by the blue, almost glittery drink.
“So smooth. It reminds me of your skin.” I said, trying not to feel cheesy. I didn’t need to seduce her, she was paid to spend the night with me. And yet I was feeling nervous like a teenager. I reminded myself of who I was, and held my head straight.
“To our night.” She raised her glass and so did I.
The drink had a vaguely minty aftertaste, not a favorite but not unpleasant. I opened the connection and sent the company my thoughts about the liquor.
It tastes nice, but her lips are better, I thought as she kissed me. I felt a shiver through my spine as she played with my bra strap.
I ran my hand through her hair. It was wonderful and soft, a symphony of perfect twisted curls like DNA strands. I played with her ear, placing a tender kiss on her earlobe. And then I found it.
Discreet, expensive – probably more expensive than mine, and that’s saying something – but still there. A small bump under her skin, right before her hairline, covered by her ear. A connector, the kind testers like me use to transmit feelings to their bosses.
“You’re like me, aren’t you?” I whispered. I had no idea how she would have reacted, but I wasn’t scared. We were professionals.
She replied with a crystalline laughter.
“You’re very good. Yes, of course I am a Tester. The real Vivianne doesn’t toy herself with… Testers. No offence, of course.”
“Of course not. Say,” I left a trail of kisses on her neck, “is there a chance you’ll tell me your real name? Tomorrow, maybe?”
“Maybe.”

 

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