Recensione: I Figli dell’Invasione / Review: The Midwich Cuckoos

ucl51Autore: John Wyndham
Genere: fantascienza
Anno: 1957
Note: esistono tre film tratti da questo romanzo: Il Villaggio dei Dannati, La Stirpe dei Dannati e Villaggio dei Dannati.

Midwich è il classico paesello di campagna dove non succede mai niente. Un giorno, il protagonista, Richard Gayford, torna a Midwich assieme alla moglie dopo aver passato la notte a Londra. Ma tutte le strade sono bloccate. Quando la moglie cerca di raggiungere il villaggio tagliando per i campi all’improvviso crolla, come colpita da qualcosa. Quando la recuperano scoprono che sta bene: era un’altra vittima dello strano fenomeno che aveva impedito a chiunque di entrare a Midwich quel giorno. Nessuno può superare la linea immaginaria che sembra circondare il villaggio, o cadrà in uno stato simile al sonno. Esercito e autorità non sanno cosa stia succedendo, ma l’aviazione riesce a notare uno strano oggetto argentato vicino al villaggio prima di perdere un altro aereo a causa del sonno. Il giorno dopo tutto torna alla normalità: gli addormentati si svegliano e continuano la loro vita quotidiana, riferendosi a quel giorno come al “giorno saltato.” Nessuno sa esattamente cosa sia successo, e le autorità decidono di mantenere il villaggio sotto osservazione in caso di conseguenze. E c’è, in effetti, una conseguenza non da poco: ogni donna fertile scopre di essere incinta. Il dottore del villaggio, la famiglia ricca locale (gli Zellaby) e Gayford, incaricato segretamente di sorvegliare Midwich, decidono di coordinare i loro sforzi per proteggere queste donne da eventuali conseguenze sociali spiacevoli: alcune di loro sono appena adolescenti, o non sposate. Non ci devono essere scandali o sensi di colpa, perchè è chiaro che nessun uomo – nessun umano, a dire il vero – è responsabile della loro condizione. E il titolo originale deriva proprio da lì: i cuculi sono uccelli parassiti che depongono uova nei nidi di altri uccelli e costringono i legittimi proprietari a occuparsi anche dei loro piccoli. I piccoli dei cuculi crescono in fretta e richiedono molte attenzioni… e così i figli misteriosi che vengono alla luce come conseguenza del “giorno saltato.”

La trama di questo romanzo è molto nota, grazie anche ai film, e non è un tema che al giorno d’oggi ci sembra innovativo. Non incolpo Wyndham per questo, I Figli dell’Invasione ha quasi sessant’anni e ha influenzato molti autori e registi. Lo stesso era accaduto al Giorno dei Triffidi, eppure I Figli dell’Invasione non è invecchiato altrettanto bene. In gran parte è per via delle idee sull’evoluzione espresse da Gordon Zellaby – scusate, sì, dall’età del libro – e dall’atmosfera in generale. Potrebbe essere una riflessione profonda sull’autonomia corporea femminile (un tema sempre attuale) o almeno sul ruolo delle donne nella società, ma entrambi i temi vengono a malapena sfiorati, cosa che conferisce un effetto ingenuo al romanzo. Oggi sarebbe assurdo scrivere un romanzo del genere senza usare un punto di vista femminile, o esserci molto vicini. Il che ci riporta a un altro problema: il narratore. Gayford è praticamente invisibile, e la storia avrebbe tratto beneficio da un altro stile. Manca la personalità dell’esperto in triffidi o della coppia di autori e giornalisti che osserva gli orrori degli abissi. Gayford non ha una personalità, e sua moglie sparisce presto dietro le quinte, cosa deludente dopo aver avuto personaggi femminili come Josella e Phyllis. Doppiamente deludente in una storia che tratta di un’esperienza collettiva di maternità: anche se la moglie di Gayford non ha subito gli effetti collaterali del “giorno saltato”, la sua presenza sarebbe potuta essere rilevante. Nonostante questi difetti, che uniti alla mancanza di “azione” che gli altri romanzi di Wyndham che ho letto hanno in abbondanza, I Figli dell’Invasione è comunque interessante. L’inizio è da brividi, e i figli nati dopo il “giorno saltato” sono… interessanti, a dir poco. Gordon Zellaby ha una personalità da protagonista, e forse sarebbe stato meglio come tale. Ciononostante, i romanzi di Wyndham hanno quel qualcosa che fa sì che diventa difficile prevedere il finale, cosa non da poco. Non sarà il suo romanzo migliore, ma è interessante, e non è male andare alle radici di certi temi famosi ogni tanto.

Voto: 7,5


Author: John Wyndham
Genre: sci-fi
Year: 1957
Notes: Has been filmed twice as Village of the Damned.

Midwich is the typical countryside village in which nothing ever happens. One day, the main character Richard Gayford and his wife come back after having spent the night in London but find every road blocked. When his wife tries to reach the village through the fields she simply falls down, as if something struck her. When she is recovered they found out that she is fine: she is just another victim of the strange phenomenon that has been preventing everyone to enter Midwich that day. No one can come within a certain radius of the village or they will fall down in a sleep-like status. The military and the authorities have no idea what’s happening, and the aviation manages to spot a strange silver object next to the village before losing another plane. The day after, everything comes back to normal. People wake up and continue their daily activities, and refer to that day as “Dayout”. No one knows exactly what happened during Dayout, and the authorities keep watch on any possible consequence. And there’s a very big one: every fertile woman in the village finds out to be pregnant. The local doctor, the local rich family (the Zellaby) and Gayford, who is keeping watch on Midwich as a secret job, decide to coordinate their efforts to prevent any possible societal consequence on these women, some of which barely teenagers or unmarried. There is no room for scandals or guilt, as it becomes clear that no men – indeed, no humans as we know them – were involved in the process. And that’s where the title comes from: cuckoos are parasite birds who lay eggs in other birds’ nests and make so that the other bird cares for their chick. Cuckoo chicks grow faster and are very demanding… and so are the mysterious children that come to life as a result of that dreadful Dayout.
The plot of this novel is rather well known due to the movies as well, and it is generally a theme that does not feel new at all to a reader of the present times. I do not put Wyndham at fault for this, the book is almost sixty years old and has influenced many authors and directors. The same happened to Day of the Triffids, and yet Midwich Cuckoos has not aged as well as the 1951 novel. The most obvious elements are the beliefs expressed by Gordon Zellaby about human evolution – again, excused by the book’s age – and the whole atmosphere. The book could be a deep reflection on female body autonomy, or at least about women’s role in society, but both themes are barely touched, which makes the novel feel immediately more naive and “old”. Today it would be unthinkable to write about similar experiences without adopting a woman’s pov or at least being very close to one. This makes another problem of the book stand out: the narrator. Gayford is more or less invisibile, and the story could have been written in another style (it would have been better, honestly). There isn’t the personality of the triffid expert who sees firsthand the chilling reality of a blind world, neither the amazing couple who warns the world about the dangers from the abyss and witnesses the consequences. Gayford is barely there, and his wife quickly disappears behind the scenes, which was really disappointing after having read characters like Josella and Phyllis. This is twice as disappointing in a story that is based on a collective maternal experience: even if Gayford’s wife was not in the village during Dayout she could have had a bigger role as a character.
Besides these problems and the story that has, compared to the other novels I’ve read, significantly less “action”, Midwich Cuckoos still has some interesting elements. The beginning is incredibly chilling, and the Children who are born out of the village women are … interesting, to say the least. Gordon Zellaby stands out way more than the narrator and perhaps would have been a better choice as pov. Still, Wyndham’s novels have that something that ensures that you could not predict the ending straight from the beginning, and that’s saying something. While not being Wyndham’s best in my opinion it’s still interesting, and it’s never a bad idea for sci-fi fans to get to know their roots.
Vote: 7,5

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Recensione: Il Direttorato / Review: Snail On The Slope

u1277Autori: Arkady & Boris Strugatsky
Genere: fantascienza, la Zona
Anno: scritto nel 1965, non fu pubblicato prima del 1972.
Note: Ho letto una vecchia edizione Urania tradotta da Riccardo Valla.

La storia è divisa in due linee narrative, ed entrambe hanno a che fare con la Foresta, un luogo alieno e misterioso popolato da strane creature, strane piante e ancor più strani abitanti. Una linea narrativa segue Pepper, un linguista che ha chiesto il permesso di lavorare al Direttorato, l’organizzazione kafkiana che gestisce la Foresta. Pepper vorrebbe visitare la Foresta, ma gli viene continuamente negato il permesso, e si sente inutile. Ogni volta che prova ad andarsene e partire per la capitale i suoi piani falliscono per qualche motivo, e le promesse che gli vengono fatte non vengono mantenute. Cerca di incontrare il Direttore, una figura misteriosa che nessuno pare conosca e che però ognuno descrive in maniera diversa, come se conoscessero tutti il suo aspetto.
L’altra linea narrativa segue le vicende di Kandid: schiantatosi con il suo elicottero nella Foresta anni fa, ora vive tra gli indigeni. Ha una moglie e una capanna, ma non gli piace vivere lì: gli abitanti del luogo hanno comportamenti particolari che gli complicano la vita, come non tacere mai e soprannominarlo “Muto” perchè non parla quanto loro. Kandid cerca di raggiungere la Città, un abitato al centro della Foresta dove spera di scoprire qualcosa sui misteri del luogo e di trovare un modo per tornare a casa. Troverà delle risposte, ma non gli piaceranno.

Pepper fa esperienza della Foresta solo tramite il Direttorato, e Kandid invece è immerso completamente nei suoi pericoli e nei suoi segreti. Uno dei due vuole entrare e l’altro uscire.
Fin da subito la Foresta ci appare come qualcosa di immenso e impossibile da conquistare o distruggere, nonostante gli sforzi del Direttorato. Ma il Direttorato sembra privo di senso quanto la Foresta, con i suoi impiegati che bevono kefir tutto il tempo e perdono i loro macchinari senzienti come se niente fosse. Kandid si trova ad affrontare i pericoli dei briganti, delle paludi e di altri misteri (che ovviamente non spoilero) mentre gli abitanti del suo villaggio si rassegnano comportandosi come se tutto fosse inevitabile. Se arriva l’Annessione abbandonano il villaggio e si trasferiscono in uno nuovo, e così via. Sia Pepper che Kandid vogliono risposte, ma otterranno risultati molto diversi.

So a cosa state pensando: una Foresta “aliena” con una burocrazia kafkiana determinata a controllare ciò che non può comprendere, figurarsi influenzare… difficile non pensare alla Trilogia dell’Area X di Vandermeer. E man mano che si procede nella lettura le somiglianze aumentano. Leggendo i primi due libri dell’Area X mi ero domandata perché Vandermeer non ne avesse tratto un unico libro, mescolandoli e alternando un capitolo sulla Biologa e uno su Controllo. Non so se Vandermeer lo abbia evitato di proposito, ma forse se avesse creato un libro unico il risultato sarebbe stato troppo simile al Direttorato. Non lo dico per lanciare accuse, lo dico perché non amo fare scoperte del genere.
Tornando al Direttorato, ne approfitto per avvertirvi che è un tantino misogino, ma è pur sempre un libro vecchio, quindi si può tollerare.
A quanto pare i fratelli Strugatsky adoravano questo romanzo, ma a me è sembrato una prima stesura di Picnic Sul Ciglio Della Strada… o forse solo un altro esperimento sul tema della Zona. Pur essendo molto più strano di Picnic e non altrettanto iconico, vale comunque la pena darci una letta, a maggior ragione se avete già letto la trilogia di Vandermeer.
Voto: 7,5


 

Author(s): Arkady & Boris Strugatsky
Genre: Sci-fi, the Zone trope
Year: written in 1965, couldn’t be fully published until 1972.
Original title: Ulitka na sklone
Notes: I have read an old Urania edition translated by Riccardo Valla.
The story is divided in two narrative threads, and both are connected to the Forest, a mysterious and alien place with strange creatures, even stranger plants and weird inhabitants.
One follows the actions of Pepper, a linguist who asked the permission to work at the Directorate, the kafkian bureocratic organization who deals with the Forest. Pepper would like to visit the Forest, but he’s denied permission every time, and he feels that his presence there is pointless. Everytime he tries to leave for the Capital, somehow, his plans fail, and people who promise him things end up not keeping their promises. He also tries to meet the Director, a seemingly mysterious guy that nobody seems to know – and yet everyone describes differently, as if they were perfectly aware of his appearance.
The other thread follows Kandid, a guy whose elicopter crashed on the forest many years ago and who now lives among the natives. He has a wife and a hut, but he doesn’t like living there: the people are strange, they never shut up and never remember the things he says, making things hard for him. They nicknamed him the Mute, because he doesn’t talk nearly as much as them. Kandid’s goal is to reach the City, a place in the center of the forest where, he supposes, he will find out something about the forest, and perhaps a way to go back to civilization. He finds his answers, but they aren’t pleasant.

If Pepper experiences the Forest only through the Directorate, Kandid can experience its dangers and secrets directly.
The Forest is immediately presented as something huge and impossible to conquer and destroy in its entirety, despite the efforts of the Directorate. But the Directorate makes probably even less sense than the Forest, with its people drinking kefir all the time and losing their sentient machines. Kandid experiences the threat of undead, of the swamps and of the bandits, all while the people in his village act like everything is unavoidable. The Annexation comes? They’ll leave the village and go to another one, and so on. Kandid wants answers, and so does Pepper. Their results are radically different…

I know what you’re thinking about: an alien forest with a kafkian bureocracy determined to control what it can’t understand, let alone have an influence upon… This is very similar to Vandermeer’s Southern Reach Trilogy. And the more you go further in reading, the more similarities you’ll uncover. When I read the first two books of the Southern Reach Trilogy I thought “Why hasn’t Vandermeer mixed the two books, a chapter about the Biologist and one about Control and so on?”. Apparently, I have the answer: it would have been too similar to this book.
I’m not accusing anyone here: I just don’t like finding out this sort of things.
Going back to Snail on the Slope (I promise, there is an explanation for this title, and possibly more than one, depending on your interpretation), I have to make a little warning: it’s a bit mysoginistic, but it’s an old book, after all.
The Strugatsky brothers seemed to appreciate this novel a lot, but it reads like a first draft of a certain novel about stalkers and the Zone. They clearly loved the trope of the Zone very well, and this is another way of doing it. I think that, despite being weirder than Roadside Picnic and not remotely as iconic, it’s still definitely worth a read.
Vote: 7,5

Short stories: The Ship – part 1 / Racconti brevi: La Nave – 1 parte

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Mathias si svegliò di colpo facendo beccheggiare la scialuppa. Si guardò intorno alla ricerca di un possibile pericolo. Il mare era calmo e piatto, l’acqua scura come il cielo notturno. Scrutò la superficie dell’acqua, ma non trovò niente che potesse giustificare il suo improvviso risveglio.
Forse era solo un incubo, pensò Mathias. Ne aveva avuti parecchi le prime volte in cui si era concesso di dormire, e tutti avevano avuto a che fare in qualche modo con l’esplosione della Agamennone e la morte sicura dei suoi commilitoni.
Però di solito gli incubi li ricordava sempre, e non ricordava nulla di cosa stesse sognando prima. Sbatté le palpebre rapidamente e si concentrò senza farsi troppe illusioni.
La sua mente effettuò l’accesso all’impianto cibernetico cerebrale. Qualcosa si era danneggiato con l’esplosione, ne era sicuro, ma era pur sempre tecnologia militare fatta per situazioni ostili. Avrebbe resistito alla salsedine come aveva resistito all’esplosione.
O almeno spero. Sbuffò. Non gli interessavano temperatura e umidità dell’aria, voleva uno scan dell’area per sapere se ci fosse un pericolo nelle vicinanze. Perché ormai gli era chiaro che era stato l’impianto a svegliarlo, segno che doveva aver captato qualcosa.
Era successo anche l’altro ieri, e si era trattato di un pesce spia, roba vecchia di cinque anni. L’animale aveva continuato la sua vita come se niente fosse anche se nessuno usava più le frequenze da cui avrebbe potuto trasmettere chissà quali dati. Mathias aveva staccato l’impianto cibernetico e si era mangiato il resto: era pur sempre pesce, e lui aveva fame.
Perciò scrutò le acque con l’impianto, gli occhi chiusi in realtà focalizzati sul tracciatore di movimenti. Dopo un po’ interruppe la connessione, abbandonandosi sul telo che copriva il fondo della barca. Non c’era niente che si muovesse da quelle parti, perlomeno non all’interno del raggio del suo impianto cerebrale. Bevve un sorso di acqua piovana che aveva raccolto in una ciotola e guardò il cielo. Mancava poco all’alba ed era bellissimo come sempre, ma lo avrebbe apprezzato di più se fosse stato sulla Agamennone. Considerò l’ipotesi di riaddormentarsi, ma appena chiuse gli occhi tornò a pensare a per quale motivo l’impianto poteva mai averlo svegliato. Il fatto che non gli avesse comunicato subito il motivo era forse da imputarsi a uno dei guasti causati dall’esplosione, un qualche collegamento che era saltato. Forse mi sto immaginando tutto. Forse mi ero svegliato perché qui si dorme di merda. Magari ho fame, o sono già le allucinazioni queste? Come si sviluppano le allucinazioni quando hai della roba elettronica nel cervello?
Mathias si fece cullare dal mare, percependo la luce del sole farsi più intensa dalle palpebre chiuse. Poi qualcosa scurì il suo campo visivo, e d’istinto aprì gli occhi.
Si aspettava un uccello, e invece ad aver bloccato la luce era stata una nave. Come ho fatto a non vederla all’orizzonte? Eppure ho guardato! A meno che non sia un qualche nuovo sistema di mascheramento… Si rese conto immediatamente di tre cose: che era una delle loro, che il cyberware doveva averla in qualche modo percepita e che gli stava ormai venendo addosso.
“Ehi! Uomo in mare!”
Nessuna risposta.

Mathias rabbrividì appena fu sul ponte, nonostante il sole scintillante. Appena si era trovato alla distanza giusta la nave aveva esteso una scaletta automatica, segno che aveva riconosciuto il suo impianto cibernetico. Ma ora nessuno gli era venuto incontro. Che abbiano abbandonato la nave? Forse è ingovernabile. Gettò un ultimo sguardo alla sua scialuppa che veniva trascinata lontano dalla corrente, sperando di non essersi cacciato in un guaio peggiore del primo. Notare che la nave aveva ancora tutte le scialuppe nei loro alloggiamenti come se fosse appena uscita dal porto lo fece rabbrividire nuovamente. Mi serve un’arma.
I corridoi erano deserti, e non si udiva alcun suono, anche se le luci si accesero automaticamente al suo passaggio. Provò le porte, finché non ne trovò una aperta.
L’odore gli disse che la persona riversa sul tavolo era morta, e quando si avvicinò vide che aveva un proiettile piantato nella tempia e una pistola in mano.


 

Mathias woke up all of a sudden, making the lifeboat pitch. He tensely looked for something wrong, some source of trouble. The sea was calm and smooth, the water as dark as the night sky. He stared at the surface of the water, but he couldn’t see anything that could justify his sudden awakening.
Maybe it was just a nightmare, Mathias thought. He had a lot of nightmares since the first time he had surrendered to sleep, and they all had been related to the explosion of the Agamemnon and the death of his fellow soldiers. But he always remembered his nightmares, and he was not having one when he woke up. He blinked quickly a few times and focused, trying not to expect anything. His mind gained access to the cyberware in his brain. Something had probably been damaged in the explosion, he was sure of it, but it was military tech, bound to resist to almost anything. His days at sea hadn’t caused any damage he was aware of yet. At least I hope so. He sighed. He didn’t care for water temperature or air humidity, he wanted to scan the area around him to understand what was near. Mathias was sure now that it had been the cyberware that had woken him up, a sign that it had sensed something’s presence. It had happened yesterday too, and it had been a spy fish: old tech, almost five years old. The animal had peacefully continued his life even if nobody used its frequencies nor gathered its data anymore. Mathias had removed the fish’s cyberware and had eaten it: spy or not, it was still a fish, and he was hungry.
So he scanned the waters with the cyberware, focusing on the motion sensor. After a few minutes he closed the connection to the cyberware and sat on the tarpaulin that covered the bottom of the lifeboat. Nothing was moving, at least nothing that his cyberware could track. He drank a a sip of rainwater he had been collecting and looked at the sky. Sunrise was close, and the sky was as beautiful as ever. He would have appreciated it more on the deck of the Agamemnon.

He considered going back to sleep, but as soon as he closed his eyes again he went back to thinking why the cyberware had woken him up. It had not communicated him why, and he didn’t like it. Maybe the explosion of the Agamemnon had broken something in his cyberware. Maybe I’m imagining things. Maybe I woke up because this is a shitty place to sleep in. Maybe I’m hungry, or I’m allucinating. How do hallucinations work when you got tech shit in your brain? The sea rocked his lifeboat gently, and he perceived the sunlight becoming stronger and stronger under his closed eyes. Then something darkened his vision, and he opened his eyes. He expected a bird, and found a ship blocking the sunlight instead. How come I didn’t see it on the horizon? I should have! Maybe it’s new cloaking tech?
He immediately realized three things: that it was one of theirs, that it was what his cyberware had perceived, and that it was coming straight towards him.
“Hey! Man at sea!”
He got no answer.

Mathias shivered as soon as he got on deck, despite the shining sun. As soon as he had been at the right distance, the ship had extended an automatic ladder: a sign that it had recognized his cyberware. But nobody had come to meet him. Maybe it has been abandoned because it’s malfunctioning? He looked at his lifeboat being carried away by the currents, hoping he had not just worsened his situation. Noticing that all the ship’s lifeboats were still in their slots as if the ship had just left port made him shiver again. I need a weapon.
The corridors were empty and silent, but the automatic lights turned on as soon as he passed. He tried the doors until he found an opened one.
The stench told him that the person lying on the table was dead, and when he got close he saw that there was a bullet in his head and a gun in his hand.

Recensione / Review: Rogue One: A Star Wars Story

rogue_one_a_star_wars_story_posterJyn Erso è la figlia di Galen Erso, un brillante ingegnere costretto a lavorare per l’Impero alla loro nuova superarma: la Morte Nera. Non vede suo padre da quando era bambina, e ora è prigioniera dell’Impero sotto falso nome. La Ribellione la trova e la libera in cambio del suo aiuto: incontrerà Saw Gerrera, un ribelle estremista che crea problemi alla Ribellione ma che era caro amico di Jyn e di Galen. Nel frattempo un pilota abbandona l’Impero disertando e portando un messaggio che giura essere da parte di Galen Erso…

Non è un classico film di Guerre Stellari, come si intuisce già dalla mancanza del “title crawl”, il titolone con il riassunto della situazione che scorre sullo schermo all’inizio del film. Anche per questo ci sono state lamentele sul fatto che non fosse un “vero” film di Guerre Stellari, anche perchè l’uso di Forza e spade laser è al minimo. Ma ha senso, perché le vicende si svolgono in un’epoca in cui la Forza era poco più di una leggenda o una vecchia tradizione. Non ci sono più molte persone che usano la Forza in giro per la galassia, e tutto è ammantato da un’aura di decadenza: solo le statue semidistrutte dei Jedi ci ricordano la gloria del passato.

Visivamente è meraviglioso come un film di Guerre Stellari dovrebbe essere: paesaggi mozzafiato e deliziose miscele di diverse culture aliene e umane ben visibili in ogni scena di folla. Da notare come non ci sia un inizio su un pianeta deserto né una classica scena da taverna. I costumi sono come al solito molto curati, perchè hanno saputo mantenere l’effetto “sporco” della tecnologia di Una Nuova Speranza e fanno un bel contrasto con il bianco immacolato degli abiti di Mon Mothma che ci ricordano come da qualche parte esista ancora un Senato.

Ho apprezzato che il cast fosse più etnicamente variegato del solito, ma sono ancora perplessa dalla bassissima quantità di personaggi femminili. Certo, è fantastico avere una protagonista femminile, ma perchè deve trovarsi in un team tutto al maschile? Non che non ci siano per niente altri personaggi, ma è comunque assurdo immaginarsi una ribellione – sporca e sanguinosa, per giunta – gestita e combattuta solo da uomini quando persino la nostra storia ci mostra il contrario. Ma hanno comunque fatto progressi. Almeno il cast è popolato da personaggi interessanti che ci dimostrano spesso, grazie anche ai dialoghi molto curati, come la lotta tra Ribellione e Impero non sia una faccenda solo bianca e nera. Cassian Andor è un ottimo esempio di personaggio “grigio”.

Temevo che i personaggi sarebbero stati troppo stereotipati: ci sono dettagli che potrebbero essere migliorati, ma nel complesso funzionano e si creano alchimie interessanti. Anche il droide della squadra è un ottimo personaggio: non ci troviamo di fronte a due sferette rotolanti puccettose, ma a un droide imperiale riprogrammato, il che già ci dice molto sulla natura del film. Mi aspettavo di più dal Direttore Krennic come cattivo, ma pazienza, si fa perdonare grazie al suo mantellone bianco e al fatto che ci consente di gettare uno sguardo alle gerarchie imperiali.

Difficile fare commenti sulla trama senza fare spoiler, ma vi dico questo: è di gran lunga migliore dell’Episodio VII. Una boccata d’aria fresca rispetto al classico “ragazzino/a conosce la Forza, trova un mentore, il mentore muore, e swissh, via di spada laser”… anche se Jyn è stata abbandonata da bambina ed è stata cresciuta da una figura mentore. Ed è questo il bello: hanno preso degli elementi standard di Guerre Stellari e li hanno usati per creare qualcosa di nuovo, cosa degna di merito.

La trama scorre bene, non ho trovato noiosa nessuna scena (ma è soggettivo, me ne rendo conto) e, soprattutto, non ci sono scene che fanno pensare “sì, vabbè, assurdo/impossibile”, cosa che invece avevo pensato in alcuni punti del Risveglio della Forza; tutto è ben collegato in sequenze di cause ed effetto. Ci troviamo di fronte a un capitolo della saga (anche se privo di “numerazione”) che merita di essere visto: ci sono elementi nostalgici, ma usati in maniera logica e interessante. C’è il classico humor alla Guerre Stellari, ma in un contesto più crudo… è un film di guerra, alla fine, un film di guerra ambientato nell’universo di Guerre Stellari. E vale la pena vederlo.
Voto: 8,5


Jyn Erso is the daughter of Galen Erso, a brilliant engineer forced to work with the Empire on their powerful new weapon, the Death Star. She hasn’t seen her father since she was a kid, and is now a prisoner of the Empire under a fake name. The Rebellion sets her free in exchange of her help: she will have to meet Saw Gerrera, extremist rebel and a friend to her and her father, who refuses to talk with the Rebellion. In the meantime a pilot leaves the Empire betraying their cause and bringing a message that, he swears, is from Galen Erso…

This is not a typical Star Wars story, as you can guess from the lack of the opening crawl and from the nature of the ending. Many have complained that it’s not a “real” Star Wars movie because lightsaber and Force use are kept to a minimum. But it fits, because the story is set in a time in which the Force was just a legend, or an old tradition. Force users didn’t roam the galaxy freely as they did in the Prequels, and everything is cloaked by an air of decadence. The glorious past is no more, as the destroyed statues of the Jedis show us.
Visually it’s as glorious as a Star Wars movie should be, with marvellous planetary landscapes and a mix of different human and alien cultures visible in every crowd scene.
We’re even spared a beginning on a desert planet and a cantina scene. The costumes also deserve a mention, because they managed to keep the gritty and retro effect of the old technology of Episode IV, when characters like the white-clad Mon Mothma remind us that there’s a Senate, somewhere.

I appreciated a cast that is more varied than the usual, but I’m still baffled by the ridiculously small amount of female characters. It’s great to have a female protagonist, but why should her team be an all-male one? Not that there are no other female characters whatsoever, but it’s still absurd to pretend that a rebellion – a gritty, dirty and bloody rebellion – would be fought and handled solely by men when ever our history tells us the contrary. Still, we’re making progresses. At least the cast is composed by interesting characters who are busy showing us that there are a lot of grey areas in the galaxy, even within the rebellion itself, and their dialogues are (well) written with such an idea in mind. Cassian Andor is an interesting example of this. The characters are not as stereotyped as I feared: there’s room for improvement, but we’re getting there. I also appreciated the team’s droid a lot, and the fact that it’s no cute rolling ball but an imperial re-programmed droid already tells you something about the tone of the movie. Director Krennic could have been a bit more charismatic but I’ll forgive him in the name of his billowing white cape – and it’s nice to see more of how the Empire works.

It’s hard to comment the plot without giving any spoilers, so let me tell you this: it was so much better than Episode VII: it was a breath of fresh air compared to the “kid knows the Force, finds a mentor, mentor dies, swissh goes the lightsaber”… even if Jyn is an abandoned kid raised by a mentor. They got some standard elements of the Star Wars lore and put them into action creating something new, and this should be praised.
The plot flows nicely, there isn’t a single boring scene (at least to me) and, most importantly, there is no scene that makes you think “that’s absurd/impossible”, everything is connected and a direct consequence of another scene.
It’s definitely a chapter of the saga that deserves being seen: there’s nostalgia, but used in a logical way. There’s the traditional Star Wars humor, but in a cruel context. It’s a war movie set in the Star Wars universe, and a well executed one.
Go see this, it’s worth it.

Vote: 8,5

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Recensione: La Città & La Città / Review: The City & The City

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Autore: China Miéville
Genere: new weird/giallo, distopia
Anno: 2009
Note: è sempre difficile definire il genere delle opere di Miéville, normalmente vengono definite new weird ( in bilico tra fantascienza e fantasy). Vincitore del Locus Award, Clarke Award, BSFA, World Fantasy Award e del Kitchies Red Tentacle. Ho letto l’edizione Fanucci tradotta da Maurizio Nati.

L’ispettore Tyador Borlú vive e lavora nella piccola città-stato di Besźel, nell’Europa dell’Est.
E come in tanti gialli, la sua avventura inizia con il ritrovamento di un cadavere. La vittima è una donna trovata in un quartiere povero della città. Borlú segue le tracce e si trova ad affrontare l’altra città, Ul Qoma. Ed è solo l’inizio: problemi burocratici, silenzi e corruzione lastricano la strada che Borlú ha deciso di percorrere per scoprire la verità dietro quella morte. Le cose si fanno interessanti proprio quando scopre la sua identità, ma  si fanno anche pericolose. Senza l’aiuto di colleghi e amici sarebbe impossibile risolvere un tale mistero: fortunatamente ci sono Corwi di Besźel e Dhatt di Ul Qoma, personaggi molto umani, comprensibili e interessanti che affiancano Borlú nella sua ostinata missione.

La cosa interessante è che Besźel e Ul Qoma coesistono nello stesso luogo, solo che si trovano su quelli che sembrano essere due diversi livelli della realtà. Vivono sovrapposte, e hanno tradizioni e culture diverse, persino abiti diversi che identificano immediatamente l’origine della persona. Per andare da una città all’altra bisogna passare in punti speciali, e oltrepassare una dogana, anche se non mancano gli accessi non autorizzati… I cittadini di Besźel e Ul Qoma hanno imparato a “disvedere” l’altra città: molte strade, strutture ed edifici coesistono nello stesso punto, e se ci si trova a Besźel bisogna imparare a vedere solo ciò che vi appartiene, e viceversa. Chiunque oltrepassi i confini o interagisca con l’altra città in maniera non autorizzata viene immediatamente catturato dalla Violazione, un’organizzazione misteriosa, spietata ed efficiente che è temuta e rispettata da ambo le città.
Le due città hanno economie diverse, situazioni politiche diverse e società diverse. Entrambe, però, ospitano nazionalisti convinti che la loro città sia l’unica città “giusta”, unificazionisti che vogliono unire le due città e, ovviamente, problemi come razzismo e povertà. Non si sa cosa abbia portato le due città a coesistere, ma l’archeologia fornisce risultati interessanti sul loro passato.

Fingere di non vedere veicoli, edifici e persone di un’altra città può sembrarci assurdo, ma solo finché non ci si rende conto di quante cose fingiamo di non vedere nella vita quotidiana, soprattutto se si vive in città.
La classica struttura da giallo ha degli elementi che ricordano Chandler: Borlú è testardo e farà tutto ciò che può per la morta, pur non ricavando nessun guadagno personale (anzi, rischiando la vita). Ma Miéville è anche debitore di Kafka, perché il comportamento della Violazione e la burocrazia tra Ul Qoma e Besźel non sarebbe fuori luogo nel Processo.
Dietro alla facciata di un giallo ben costruito Miéville esplora molti temi interessanti e importanti, come la storia e la ricerca per le proprie radici, razzismo, patriottismo, immigrazione e corruzione. Ma non è una lettura pesante: è breve (300 pagine sono poche se si considerano le 700 di Perdido Street Station) e decisamente piacevole. Il finale, in particolare, è di quelli che danno soddisfazione al lettore/lettrice. Ma dopotutto, Miéville ci sa fare. E se vi piace la psicogeografia, questo libro è un mai-più-senza.

Voto: 9


 

THE CITY & THE CITY
Author: China Miéville
Genre: new weird/crime
Year: 2009
Notes: It is hard to pinpoint Miéville’s works to any other genre than “new weird”, which should be theoretically neither fantasy nor sci-fi (or both, depending on your point of view). Winner of the Locus Award, Clarke Award, BSFA, World Fantasy Award and Kitchies Red Tentacle.

Inspector Tyador Borlú lives and works in the small Eastern European city state of Besźel. And as with many crime stories, his adventure begins as he inspects a corpse. The victim is a young woman recently found in a poor suburb of the city. The search for the woman’s identity brings him to face the other city, Ul Qoma. And that’s only the beginning: bureaucratic problems, silences and corruption will pave the road that Borlú is determined to walk until he can find out what happened to that woman. Things get interesting when he discovers her identity, but they also become dangerous. Without the help of colleagues and friends it would be impossible to solve this mystery: luckily there’s Corwi from Besźel and Dhatt from Ul Qoma, two very human, interesting and understandable secondary characters who help Borlú in his stubborn quest.

The fascinating thing is that Besźel and Ul Qoma exist in the same place, only on what appears to be two different levels of reality. They coexist, and have different traditions, cultures, even clothes and colors that allow anyone to identify where is someone from. This goes to the point that certain colors are forbidden in one city, and so on. Going freely from one city to another is usually forbidden, but it can be arranged in certain areas of town used as a “bridge”. You’ll be fine in both towns as long as you learn to “unsee”: most roads, structures and locations coexist in both cities, and as long as you are in Besźel you must learn to see only what is besź, and not what belongs to Ul Qoma. Anyone who interacts or trespasses without being authorized will be immediately caught by the Breach, a mysterious organization, ruthless and efficient, feared and respected by both cities.
The cities have a different economy, and different political and social situation. Both of them, however, have nationalists who believe their city is the right one, unificationists who want to “unite” the two towns and various, more common problems like racism and poverty. The cause of the twin cities’ condition of coexistence is not known, and it does not even matter, even if archeology suggests some interesting ideas about the twin cities’ past.

The whole technique of pretending not to see vehicles, buildings and people from the other town may seem grotesque until you realize how many things (and people) we pretend not to see in our daily city life.
The classical detective story elements are almost reminiscent of Raymond Chandler, as Borlú is stubborn and will do everything he can for the dead woman – with very little to no personal gain (and risking his own life). But Miéville also owes something to Kafka, because the whole behaviour of the Breach and the bureaucracy between Ul Qoma and Besźel would not be out of place in Kafka’s The Trial.
Under the façade of a well built detective novel Miéville explores many relevant themes such as history and the search for one’s roots, racism, patriotism, immigration and corruption in politics and in the economy. But that doesn’t make it a hard read: it’s quite short (300 pages is not much if you compare it to the 700 pages of Perdido Street Station) and definitely enjoyable. The ending is also very satisfying. Miéville knows his job really well. And if you’re into psychogeography, this book is a must.
Vote: 9

Short stories: Blue Eyes / Racconti Brevi: occhi azzurri

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Mi piace fingere di pensare che sia ambientata nello stesso universo di questa.
I like to pretend that this story is set in the same universe as this one.

OCCHI AZZURRI

La strada era deserta. Era mattina presto, perciò Giulia non si aspettava molto traffico: uno dei motivi per cui le avevano prenotato un volo così presto. Eppure qualcosa non le tornava, e non riusciva a capire esattamente cosa fosse. Rilassati, sei solo nervosa. Controllava lo specchietto retrovisore ogni due minuti, ma nessuno la stava seguendo. La valigetta era lì, sul sedile passeggero di fianco a lei, intonsa. La radio le teneva compagnia con Il Ruggito Del Coniglio 2.0. È una mattinata qualunque di nebbia in Val Padana.
C’era un’auto davanti a lei, abbastanza lontana da non destare sospetti ma abbastanza vicina da farla sentire meno sola. E qualunque trappola le avessero preparato – e se ne aspettava almeno una – forse sarebbe scattata per quell’auto che la precedeva.
Sospirò e controllò l’ora. Tra meno di tre ore sarebbe stata sull’aereo, lontana dall’Italia e anche dalla Nero Corp, con un po’ di fortuna.
O forse no, pensò cercando di riprendere controllo della macchina. Qualcuno la stava manovrando a distanza. Tolse le chiavi, ma non si spense. Merda, a questo non ero preparata. Schiacciò il freno, ma non accadde niente. Era come essere un passeggero, con un fantasma alla guida. Chiunque stesse manovrando tutto doveva poterla vedere, perchè quando mandarono l’auto contro un albero calibrarono l’impatto alla perfezione.
Era spaventata e aveva qualche graffio, ma a parte quello, Giulia era illesa.
Sto bene. La valigetta è posto. L’auto è distrutta. L’hanno fatto apposta, quindi forse mi vogliono viva? Sentì una macchina in arrivo e estrasse la pistola. Uscì dall’auto, prese la valigetta e si nascose dietro ai resti del veicolo.
L’auto si fermò di colpo e qualcuno – una persona sola? Che strano – scese.
“Ehi, tutto a posto?” una voce di donna.
O è una pessima trappola, o questa tipa non c’entra niente con la Nero. Nascose la pistola e si fece vedere.
“Ciao… stai bene? Guidavo e‒” la donna indicò la sua macchina “ho sentito un rumore, così ho fatto inversione e sono tornata indietro. Chiamo un’ambulanza?”
“No.” Giulia la osservò. Doveva essere sui quaranta, indossava un bel cappotto e aveva degli occhi azzurri luccicanti, sicuramente finti. Quel genere di occhi cibernetici che andavano di moda un paio di anni fa.
“Sicura?”
“Sì, ho… perso il controllo dell’auto. Colpa della nebbia e della strada bagnata, mi sa.”
Devo muovermi. Qualcuno verrà a controllare il risultato della trappola e non posso rimanere qui. Forse posso… cazzo, al capo non piacerà, ma quello che conta è il risultato.
“Ehi,” disse Giulia, “Devo raggiungere l’aeroporto e mi domandavo se…”
Gli occhi azzurri della donna luccicarono. “Oh, certo! Stavo andando comunque lì. Vado a prendere mio figlio. Cosa farai con la macchina?”
“Chiamerò mio marito, lui saprà cosa fare.” Giulia non si era mai sposata, ma funzionava sempre.
“Beh, allora vieni. Io mi chiamo Marika, comunque.”

Marika era brava. Si aspettava la classica persona logorroica, ma dopo un paio di domande discrete aveva smesso di parlare e si era concentrata sulla guida. I primi cartelli stradali che indicavano l’aeroporto cominciarono ad apparire ai lati della strada.
A un incrocio un’auto venne verso di loro, e prima che potesse accorgersi davvero delle loro intenzioni, accelerarono puntando a loro in maniera praticamente suicida. Marika gridò, ma non c’era modo di evitare lo scontro. Ok, questi sì che sono della Nero Corp. Mandare un falso aiutante sarebbe stato davvero troppo sofisticato per loro, pensò in un istante prima che l’impatto mandasse entrambe le auto nel fosso lungo la strada. Chiuse gli occhi e strinse la valigetta, finché non perse conoscenza.
Aprì gli occhi lentamente e si rese conto di essere ancora lì nell’auto. Aveva male alle gambe e alla testa. L’aria profumava di metallo ed erba bagnata.
“Marika?”
Nessuna risposta. La donna era ancora seduta alla guida, il collo piegato in un angolo poco promettente.
Merda, il capo aveva ragione.
Gli agenti della Nero Corp erano ancora in auto, ed era molto strano. La loro auto non si era mossa, e gli agenti sembravano immobili. Si sporse quel tanto che bastava per notare che qualcuno aveva piantato un proiettile in fronte a entrambi.
Sentì dei passi sull’erba e si preparò al peggio, non trovando da nessuna parte la sua pistola.
“Riesci a muoverti? Dobbiamo andarcene, e alla svelta!” un uomo la stava guardando. Giulia vide il suo volto attraverso il vetro rotto. Aveva degli occhi azzurri luccicanti.

 


BLUE EYES

The road was empty. It was early in the morning, so Giulia was not expecting heavy traffic. That was partially the reason why they planned such an early flight for her. And yet, something didn’t click right. And she couldn’t exactly understand what it was. Calm down now, you’re just nervous. Every two minutes she checked in her rearview mirror, but she was not being followed. The briefcase lied on the passenger seat, untouched. The radio kept her company with a funny talk show. It’s just another foggy morning in the Po Valley.
There was a car ahead of her, comfortably far from her but close enough to make her feel less lonely. And whatever trap they had laid for her – and she was sure there was at least one – would have been revealed by the preceding car.
She sighed and looked at the wristwatch. In less than three hours she would have been on the plane, out of Italy and, hopefully, away from the Nero Corp.
Or maybe not, she thought as she tried to regain control of her car. Someone was controlling it from a distance. She took away the keys as a desperate measure, but the car didn’t turn off. Well, shit, I was not trained for this. She slammed the brakes, but nothing happened. It was like being a passenger, like having a ghost as a driver. Whoever was there could clearly see her, because when they sent her car against a nearby tree they calibrated the impact. She was frightened and had a few scratches, but apart from that she was fine. I’m okay. The briefcase is okay. The car is crashed. They did this on purpose, so maybe they want me alive? She heard a car coming and she reached for her gun. She left the car, took the briefcase and hid behind the wreck. The car came to a screeching halt and someone – only one? That’s weird – went off.
“Hey, are you okay?” female voice.
Either this is a very weak trap, or this person has really nothing to do with them. She hid her gun and went forward.
“Hi… are you okay? I was driving–” she pointed at her car “and I heard a crash so I did a U turn and came back. Should I call for an ambulance?”
“No.” Giulia stared at the woman. She was in her forties, wore a fancy coat and had sparkly blue eyes, obviously fake. The kind of cyber eyes that were in fashion a couple of years ago.
“Are you sure?”
“Yeah, I… lost control of the car. Must have been the fog and the wet road.”
I need to act quickly. Someone will come to see the result of their trap and I can’t stay here. Maybe I can… hell, my boss is not going to like it, but it’s the result that matters.
“Hey,” said Giulia. “I really need to reach the airport, and I was wondering if…”
The woman’s blue eyes light up. “Oh, of course! I was going there anyway. Gonna pick up my son. But what about your car?”
“I’ll call my husband, he’ll know what to do.” Giulia had never been married, but it worked every time.
“Well, come on, then. My name’s Marika, by the way.”

Marika was good. She expected the typical talkative person, but after a few polite questions she stopped speaking and focused on the road. The first street signs pointing to the airport started to appear along the road. A car came towards them at an intersection, and before she could understand their intentions, they came straight towards them in an almost suicidal move. Marika screamed but couldn’t avoid the collision. Ok, here’s the Nero Corp guys. Sending a fake helper would have been really too classy for them, she thought for an instant before the impact sent both cars in a nearby ditch. She closed her eyes and held her briefcase tight, until everything went black.
She slowly opened her eyes again and realized she was still there. Her legs hurt, and so did her head. There was a smell of metal and damp air.
“Marika?”
No answers. The woman was still in the driver’s seat, her neck bent in a weird angle.
Shit. My boss was right.
The Nero Corp agents had not left their car, and it was strange. Their car had not moved, and the agents didn’t look like they were in good shape. She managed to see that someone had planted a bullet through their foreheads
She heard footsteps on the grass and braced for the worst, realizing she couldn’t find her gun.
“Can you move? We need to leave, quickly!” a man looked at her her and she saw his face through the broken glass. He had a pair of sparkling blue eyes.

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Recensione / Review: Dune

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Autore: Frank Herbert
Genere: fantascienza epica
Anno: 1965
Note: primo di una lunga saga. Dall’universo di Dune è stato tratto un film, una serie tv, videogiochi e quant’altro. Pubblicato in Italia per la prima volta dalla Nord nel 1973 e l’ultima volta da Fanucci nel 2012 (ergo già fuori catalogo).

Probabilmente conoscete già la trama, ma eccovi un breve riassunto della situazione. Siamo in un lontano futuro in cui l’universo conosciuto è governato da un imperatore e i singoli pianeti sono controllati dalla nobiltà, dove non ci sono computers né AI ma solo i Mentat, supercomputer umani, e dove le Bene Gesserit, un’organizzazione tutta al femminile usa le sue abilità e le sue sacerdotesse dai poteri speciali per mettere in atto i suoi piani. La Spezia lega l’universo: è usata come droga, come valuta, come strumento per amplificare le proprie percezioni e per acquisire potere. La Spezia si trova solo su un pianeta, Arrakis, coperto da deserti. L’imperatore invia il casato degli Atreides su Arrakis per governarlo, sostituendo quindi i loro acerrimi nemici, gli Harkonnen. Gli Atreides sospettano che sia una trappola, ma sperano di usarla a loro vantaggio. Il Duca Leto Atreides porta la sua concubina, la Bene Gesserit Lady Jessica e il loro figlio, il quindicenne Paul, su Arrakis. Dovranno affrontare molte minacce sul pianeta deserto, soprattutto quando la trappola degli Harkonnen entra in azione e il traditore degli Atreides si rivela. Ma gli Atreides sopravvissuti avranno la loro vendetta, e non solo, grazie all’aiuto dei Fremen, gli abitanti del deserto. E Paul è molto più di quello che sembra…

Gente, stiamo parlando di Dune. I vermi della sabbia, la Spezia, il deserto.. cose che sono diventate iconiche. E, mi sono resa conto, per un buon motivo. Il romanzo è lunghetto (più di 650 pagine), ma c’è poco che avrei tolto: ciò che non porta avanti la trama contribuisce a plasmare l’ambientazione o i caratteri dei personaggi. La cultura dell’acqua dei Fremen, i bisticci politici alle tavolate degli Atreides o degli Harkonnen, i piani delle Bene Gesserit… c’è un gran lavoro alle spalle di questo universo. Ho adorato i personaggi secondari: ce ne sono di così ben costruiti che quando/se muoiono ci si sente davvero tristi. Lo stile di Herbert ci permette di entrare nella testa di molti personaggi, cosa molto utile in un romanzo dal respiro così epico.

Quindi Dune è perfetto? Ovvio che no, non è mica Picnic sul Ciglio della Strada. Tornando seri, credo che il romanzo di Herbert abbia alcuni difetti. Ci sono pochissimi personaggi femminili in rapporto a quelli maschili, e i loro ruoli sono spesso definiti in base a quelli degli uomini. Mi è piaciuto moltissimo il personaggio di Lady Jessica, ma viene troppo spesso confinata nel suo ruolo di madre; è un peccato vedere le Bene Gesserit, così potenti e abili, usare il loro potere per aiutare gli uomini invece di loro stesse. Certo, manipolano gli uomini, ma solo per raggiungere il loro obiettivo: arrivare a dare alla luce il Kwisatz Haderach, il loro messia, che raggiungerà vette di potere e conoscenza per loro irraggiungibili in quanto donne. L’unico personaggio canonicamente gay è uno dei cattivi principali, un cattivo piuttosto stereotipato e monodimensionale.
Non me la prendo troppo con Dune perché è pur sempre un romanzo vecchio, ma uffa, non posso trattenere il mio disappunto: Herbert si è inventato dei vermi giganti della sabbia e una spezia che fornisce superpoteri ma una società dove uomini e donne sono completamente alla pari è chiedere troppo. Se Dune fosse stato scritto al giorno d’oggi non sarei altrettanto clemente. Tra l’altro questo fattore contribuisce all’effetto “romanzo fantasy nello spazio”, e non è l’unico elemento medievaleggiante. Paradossalmente l’assenza di computer e l’effetto fantasy hanno aiutato Dune a invecchiare molto meglio di altri romanzi scritti negli stessi anni.
Un altro problema di Dune – ma stavolta non è colpa sua – è la Sindrome di John Carter: più o meno mezzo mondo ha saccheggiato idee dal romanzo, come se fosse letteralmente un Arrakis a cui rubare “spezia” per le idee. Il caso più famoso è Guerre Stellari, che ha preso una quantità imbarazzante di elementi da Dune.
Spesso quando un’opera soffre della Sindrome di John Carter vuole dire che vale la pena leggerla, e in questo caso è vero: praticamente è il Signore degli Anelli della fantascienza, ma più scorrevole.

Voto: 9


Author: Frank Herbert
Genre: sci-fi, epic
Year: 1965
Notes: first book of the Dune saga. There’s a movie and a tv series based on it.

You probably know the plot already, but here it is. In a distant future where the known universe is ruled by an emperor and noble families rule the planets, where there are no computers nor AIs but Mentats, human beings with mental capabilities close to computers and where the Bene Gesserit, a female sisterhood with special plans and abilities tries to further their special breeding program, the Spice is an essential tool: they use it as drug, as currency, as a way to amplify perceptions or to gain more power. The Spice can only be found on a desert planet, Arrakis. House Atreides is sent by the Emperor to Arrakis to rule it, replacing their long time enemies: House Harkonnen. While House Atreides suspects a trap, they also hope to use it to their own advantage. So they leave their home planet, Caladan, and move their court to Arrakis. Duke Leto Atreides brings his concubine, the Bene Gesserit witch Lady Jessica, and their son, the fifteen y.o. Paul Atreides, destined to become Duke after Leto. They face many trials on Arrakis, as the Harkonnen trap finally springs and the traitor they have in the Atreides court acts. But they will get their revenge, and more than that, with the help of the Fremen, those who inhabit Arrakis’ desert. And of course Paul is more than what he seems…

Look, this is Dune we’re talking about. The sandworms, the Spice, the desert… this stuff is iconic. And, I found out, for a good reason. While the book is long (more than 650 pages) there’s very little I would have taken out: what doesn’t advance the plot still contributes to the setting and the characterizations. The water culture the Fremen have, the political bickering at the Atreides’ (or Harkonnen’s) dinner table, the plans of the Bene Gesserit… truly this universe was well crafted. I loved the secondary characters: they’re so well built you’ll feel genuinely sad when some of them die. We often get into their heads and read their thoughts, which is useful in this kind of novel.

So, is Dune perfect? Well, no. Only Roadside Picnic is. On a more serious note, I still have some issues with the novel. The number of female characters is still too low, and most of them have their roles defined through their relationships towards men. I loved Lady Jessica, but she’s often confined to the role of mother, and it’s a bit disappointing to see the super powerful Bene Gesserit act only to benefit men instead of, you know, themselves. Surely, they manipulate men, but only to achieve their goal: giving birth to their male messiah, the Kwisatz Haderach, who will do things they can only dream of. And the only canonically gay character is also one of the main villains, and a very stereotypical one too.
I’ll cut it some slack because it’s an old novel, but damn, I’m still a bit baffled because Herbert could invent giant sandworms and a spice that gives superpowers but a society where men and women are equal is too much to ask. If someone wrote such a novel today I wouldn’t be so merciful. This is one of the reasons why Dune can be considered almost a fantasy novel, the setting is very medieval in certain aspects. It may seem like a paradox, but the fantasy-esque elements and the lack of computers made it age way better than other novels written in the same decades.
Another problem that Dune has – but it’s not its fault – is the John Carter syndrome: everyone and their mothers stole from it. Indeed, Dune was a literal Spice for a lot of sci-fi creators. The most important case is Star Wars: it owes so much to Dune that it’s almost embarrassing.
Usually when a work suffers from John Carter’s syndrome it means it’s worth reading it, and Dune is one of them.

Vote: 9

 

 

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Recensione: Il Ritorno delle Furie / Review: Woken Furies

220px-woken_furies_cover_amazonAutore: Richard K. Morgan
Genere: sci-fi, cyberpunk, distopia
Anno: 2005
Note: Terzo libro della Trilogia di Takeshi Kovacs, preceduto da Bay City e da Angeli Spezzati. Pubblicato in Italia nel 2008 dalla Nord.

Takeshi Kovacs è tornato sul suo pianeta natale, Harlan’s World. Sì è fatto nuovi nemici: questa volta si tratta di un gruppo religioso che ha giurato di distruggere (non va mai per il sottile lui) per un motivo molto personale. Sul suo percorso aiuta una donna, Sylvie, e in cambio lei gli consente di unirsi alla sua squadra deCom. Kovacs accetta, visto che ha bisogno di non farsi trovare per un po’. I deCom lavorano su un vicino continente dove si trovano dei mimints, hardware militare ancora attivo e pericoloso, lasciato lì dopo l’ultima guerra. Sylvie comanda la sua squadra e interagisce coi mimints grazie agli impianti cibernetici nella sua testa. Qualcosa va storto in una missione e quando rinviene, Sylvia è cambiata. Ovviamente non vi dico altro.

Come in tutti gli altri libri della trilogia, questo è solo l’inizio di una storia molto più grande. Forse la più grande, come se Morgan volesse dare un gran finale alla storia di Kovacs. Non a caso il nostro ex Spedi affronterà un nemico molto particolare, forse l’unico in grado di tenergli testa. Pesterà anche i piedi alla famiglia Harlan, si farà nuovi amici e ne affronterà di vecchi: la yakuza lo vuole morto, ma non è l’unica. Il suo nuovo nemico e il cambiamento di Sylvie costringeranno Kovacs ad affrontare il passato, se spera di avere un futuro.
Morgan sa come raccontare storie, e con lo svolgersi degli eventi diventa palese il lavoro di progetto dietro a un romanzo del genere. Si nota anche quanto sia maturato come scrittore, anche se potrebbe fare un lavoro migliore coi personaggi femminili.

Riesce comunque a strutturare la storia tenendo il lettore attaccato alla pagina, mescolando come al solito azione e tematiche “serie” di un certo interesse. Le rivoluzioni funzionano davvero? Chi ha davvero potere e controllo? Può un singolo cambiare le cose? Kovacs sembra stufo di occuparsi di un “bene superiore”, eppure le sue motivazioni, sia nella sua vendetta che nel suo aiutare Sylvie, sono molto umane. Molte cose cambiano quando si muore e si torna in vita un’infinità di volte, e se deve essere una pedina nelle mani dei potenti, almeno cerca di aiutare coloro che rendono la sua vita migliore. Come personaggio ha una sua maturazione, ma senza distanziarsi troppo da ciò che lo ha reso famoso: determinato e feroce come una macchina, ma con un cuore umano. E meno male, permettetemi di aggiungere: in caso contrario faremmo fatica a empatizzare con questo supersoldato che ha vissuto tante vite, provato incredibili dolori e cambiato corpo come noi cambiamo i calzini.
E sono felice che le avventure di Kovacs finiscano qui, Morgan si è fermato prima di rendere Kovacs un personaggio saturo o, peggio una caricatura di sé stesso, e la cosa gli fa onore.

Voto: 8,5


WOKEN FURIES
Author: Richard K. Morgan
Genre: sci-fi, cyberpunk, dystopia
Year: 2005
Notes: Third book in the Takeshi Kovacs trilogy, preceded by Altered Carbon and Broken Angels.

Takeshi Kovacs is back on his home planet, Harlan’s world. He has made new enemies, this time in the shape of the Knights of the New Revelation, a religious group he has sworn to destroy for a very deep, personal reason. On his path to revenge he helps a woman named Sylvie, and in exchange she makes him part of her “deCom” crew. He accepts, since he needs to stay hidden for a while. DeComs work in a nearby continent where there is a lot of military hardware (called mimints) left from the war, hardware that is still working and dangerous. Sylvie commands her crew and interacts with the mimints using the cyberware implanted in her head. Something goes wrong in one of their missions, and when Sylvie regains consciousness, there is something different in her. The temptation to reveal you what it is it’s huge, but I’m going to keep you spoiler-free.
As with the other books of the series, this is only the beginning of a huge, bigger story. Probably the biggest, as if Morgan wanted Kovacs’ story to have a grand finale, and making him face his biggest enemy (a hint: I am not talking about the Knights). Kovacs will even step on the toes of the Harlan family itself, make new friends and face old ones, as the yakuza sends an unique assassin on his trail. This assassin, together with Sylvie’s change, will force Kovacs to deal with his past if he wants to have a future.

Morgan is a great storyteller, as the story unfolds it is clear that there is a lot of planning behind it. In this novel you can clearly see how much he matured as a writer. Granted, there’s still room for improvement when it comes to female characters.
The events told in Woken Furies are extremely interesting and guaranteed to keep you glued to the book until the end. Adventure and intrigue are mixed with a lot of actual, important themes. Do revolutions actually work? Who has, truly, the power? Can an individual make a change?
Kovacs seems to be fed up with caring for a “greater good”, his revenge and, later, his actions and care for Sylvie, are extremely human and understandable in the mind of a person who died and came back to life countless times. If he has to be a pawn in the hand of greater powers, all he can do is care for the people who make a difference in his life. He has the determination of a machine, but in his heart, he is very human. He has matured as a character and I’m relieved to see it: otherwise it would be hard to feel empathy for a person who, for most of his life, has lived like no one of us can even begin to understand (you can be a soldier or a mercenary, you can’t be a centuries old, mentally conditioned killing machine who changed bodies like we change socks).
On a side note, I don’t think we need other Kovacs’ books, I am glad Morgan stopped here, before our favourite ex-Envoy could go full ridiculous. And I think Woken Furies is a wonderful ending for this trilogy.

Vote: 8,5

 

Short stories: A Concerned Mom / Storie Brevi: Una Mamma Preoccupata

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“Oh, finalmente, è una vita che… dov’è mio figlio? Credevo… voglio vederlo, dov’è Alex? È ferito?”
“La prego, si calmi, signora…”
“Signorina Jankowski.”
“Bene. Prego, si sieda. Quel caffè è per lei.”
Jones le diede il tempo di sistemarsi. Sembrava terrorizzata e stanca, e indossava ancora la divisa da cameriera di Super Burgers.
“Mi dispiace,” tirò su col naso, “cosa è successo, sta bene?”
“Il suo Alex… è bravo con i computer, vero?” Jones bevve un sorso del proprio caffè.
“Beh, come tutti gli adolescenti!” rispose, nervosa.
Jones regolò il cyberware all’occhio destro e le informazioni sul caso comparirono al limitare del suo campo visivo. Attivò il proiettore olografico. “Come può vedere qui,” ingrandì un paragrafo del documento, “suo figlio si è introdotto nel sistema della Vega Corp. Si sono accorti subito dell’intrusione e ci hanno avvertito. Non è stato difficile tracciarlo.”
Poi la Vega Corp è quasi sicuramente collegata alla malavita locale, e ciò spiega la loro fretta di volerlo mettere dietro le sbarre prima che possa parlare con qualcuno, pensò Jones. Ma non disse nulla. Non sappiamo nemmeno se ha visto qualcosa.
La signorina Jankowski si pulì il naso e fissò il paragrafo come se fosse in stato di shock.
“Ma… il mio Alex! Non ci credo, insomma, non è possibile! Mio figlio! Sì, certo, è bravo coi computer, ma non così bravo.”
“Come può esserne certa?”
“Be’… ha detto che lo avete tracciato, magari qualcun altro lo ha… non lo so, ha mandato segnali al suo computer per incastrarlo?”
“Quando lo abbiamo trovato era ancora collegato al sistema della Vega, perciò mi dispiace ma non può essere.”
“Cosa posso fare ora? Cosa succederà?” si lasciò andare e pianse.
“È ancora minorenne, e se è davvero così bravo si farà un paio di anni e poi appena esce avrà un lavoro che lo aspetta, ci scommetto.” cercò di incoraggiarla con un sorriso.
“Lo posso vedere? La prego!”
Jones si grattò la testa. “Sì, ma dovrò controllare i suoi documenti prima di farla entrare nella sua cella.”
“È in una cella? Il mio piccolo…”
“È parte della procedura standard.”
La donna frugò nella borsa e gli diede i suoi documenti. Jones li scannerizzò. Il database non evidenziava nessuna irregolarità. “Okay, venga con me.”

Ho dormito? Alex scosse la testa rapidamente. All’inizio non poté capire come avesse potuto addormentarsi, vista la tensione del giorno. Poi si ricordò quante ore aveva passato davanti allo schermo.
La porta si aprì facendo passare un raggio di luce.
“Alex!”
“Mamma?” il poliziotto lo guardò con aria severa e chiuse la porta.
La madre abbracciò Alex.
“Stai bene?”
“Sì, credo di sì.”
Perché non puzza di fritto? C’è qualcosa che non va… cercò di staccarsi dall’abbraccio, ma lei lo tenne stretto.
“Lasciami andare.” protestò, ma lei lo afferrò per i polsi. La donna gli conficcò nel petto un ago retraibile che era impiantato sotto l’unghia dell’indice.
Cercò di chiamare aiuto, ma qualunque cosa ci fosse stata in quell’ago gli aveva addormentato i muscoli. La vista gli si offuscò e l’oscurità lo avvolse.


 

“Oh, finally! I’ve been waiting… where’s my boy? I thought… I want to see Alex, where’s him? Is he hurt?”
“Please, calm down, mrs…”
“Miss Jankowski.”
“Right. Please, sit. That cup of coffee is for you.”
Jones gave her time to sit. She looked scared and tired, and was still wearing a Super Burgers uniform.
“I’m sorry.” she sniffed. “What happened, is he all right?”
“Your… Alex is good with computers, isn’t he?” Jones took a sip of his coffee.
“Well, like any teenager!” She replied, nervous.
Jones adjusted his eye cyberware and the necessary info started to appear at the edge of his vision. He activated the holo projector. “As you can see here,” he zoomed in at a specific paragraph, “your son broke into the Vega Corp system. They noticed his presence immediately of course, and notificated us. It wasn’t hard to track him.”
Also the Vega Corp is probably tied to a crime organization, hence their interest in putting him behind bars before he could spread any info on the matter, thought Jones. But he said nothing. We don’t ever know if he saw anything about it.
In the meantime miss Jankowski wiped her nose and stared at the paragraph as if she were in shock.
“But… my Alex! No, I can’t believe that, I mean, he can’t! My boy! Yeah, he’s good with computers but not that good!”
“How can you be so sure?”
“Well… you said you tracked him, maybe someone else had… I don’t know, sent signals to his computer to make you believe it was him?”
“When we found him he was still connected to the system, so I’m afraid it’s not possible.”
“What can I do now? What’s gonna happen?” She looked on the verge of crying.
“Well, he’s still underage, and if he’s really this talented he’ll serve maybe a few years and will have a job waiting for him as soon as he’s out, I’m sure.” He tried an encouraging smile.
“Can I see him? Please!”
Jones scratched his head. “Well, I’ll need your documents before admitting you to his cell.”
“He’s in a cell? My boy…”
“Just a standard procedure, ma’am…”
The woman fumbled in her bag and gave him her ID. He scanned it, and it matched their database. “Okay, come with me.”

Have I been sleeping? Alex shook his head quickly. At first he couldn’t understand why, despite the tension of the day, he had managed to fall asleep. Then he remembered how  many hours he had spent in front of the computer.
The door opened and a ray of light entered the room.
“Alex!”
“Mom?” The police officer gave him a stern look and closed the door.
His mom hugged him.
“Are you okay?”
“Yes, I think so…”
Wait, she doesn’t smell of fries? There’s something wrong… He tried to break free from her hug, but she held him close.
“Let me go.” he protested as she grabbed his wrists. Then she stabbed him with a retractable needle implanted under her fingernail.
He tried to scream for help, but whatever had been in that needle made his muscles go numb. His vision started to blurry, and then everything went black.

Recensione: Sotto la Pelle / Review: Under the Skin

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Autore: Michel Faber
Genere: fantascienza, distopia
Anno: 2000
Note: trasposto in un film nel 2013, ma basta vedere il trailer per capire quanto poco abbia a che fare col romanzo.

Isserley è una bella donna che prende su in macchina solo autostoppisti uomini. Guida per le strade della Scozia e fa delle domande ad ogni autostoppista che sale nella sua auto per scoprire il più possibile sul suo conto. Se è senzatetto, non ha una famiglia o qualcuno che lo attenda o possa notare la sua scomparsa allora lo droga e lo rapisce. Perché, e chi è Isserley? C’è qualcosa di strano in lei, come notano anche gli autostoppisti. Vedono che è bella, ma indossa vestiti abbinati in modo strano, e faticano a credere di essere stati aiutati da una bella donna con una scollatura notevole. Se loro fossero una donna non lo farebbero. Ma per Isserley quel corpo è solo una maschera: è un’aliena il cui corpo è stato modificato per farla sembrare una donna attraente per consentirle di svolgere quel lavoro. Non è la sola della sua specie sulla Terra, ma solo lei e il suo capo hanno fatto modificare i loro corpi. Nessuno sospetta che siano alieni né immagina cosa succeda davvero nella fattoria, men che meno cosa facciano agli umani rapiti. Isserley soffre di vari dolori cronici visto che proviene da una razza quadrupede, vagamente canina, e non è il suo solo problema. Non tutti gli autostoppisti hanno buone intenzioni, e il figlio del direttore della grande azienda per cui lavora viene in visita sul pianeta e spezza il delicato equilibrio della sua routine.

Non dirò di più, cerco sempre di evitare tutti gli spoiler possibili ma qualcosa andava detto. E anche solo da questo paragrafo potete intuire alcuni temi: identità e autonomia corporea, ad esempio, perché Isserley è vista come qualcosa che davvero non è: per quanto le manchi la sua vera forma, è fiera della sua bravura a svolgere il suo lavoro (e nonostante tutto possiamo evitare di simpatizzare per lei). Le prime impressioni che abbiamo di lei ci vengono fornite dagli autostoppisti, cosa che non solo dimostra le abilità di Faber come scrittore, ma ci permette di vedere come e quanto cambiano le opinioni delle persone, ognuno la vede diversamente e non tutti la vedono come oggetto sessuale. Il che ci porta ad un altro tema, sessismo e genere: tutti la percepiscono come una donna, ergo “essere una donna” è qualcosa che si può imparare, come molte altre abilità.

Simpatizziamo con Isserley perché è un ingranaggio di un meccanismo di una grande azienda sulla quale non ha nessun controllo, può solo fare il suo lavoro e sperare di non venire sostituita: un’azienda non troppo diversa dalle multinazionali a cui siamo abituati, cosa che ci spinge a farci ulteriori domande. Certo gli alieni non hanno diritto di “invadere” la terra con una piccola operazione, ma la loro presenza non viene mai notata, e non prendono mai così tanti umani da attirare l’attenzione su di loro: un comportamento che potremmo quasi definire etico. Disturbano l’ecosistema del pianeta? Non si comportano forse in maniera peggiore gli umani stessi? Il libro fa molte domande, ma non fornisce risposte, perché ogni lettore dovrebbe trovare la propria. Nonostante l’importanza e l’attualità dei temi, Faber non fa una predica, cosa che giova molto al romanzo, data la sua natura. Non è difficile per via del linguaggio, anzi, ma gli eventi descritti non lo rendono ciò che io definisco una lettura di svago.

Voto: 8


 

Author: Michel Faber
Genre: sci-fi, dystopia
Year: 2000
Notes: adapted into a movie in 2013, but even the trailer shows how little it has to do with the novel.

Isserley is a beautiful woman who picks up male hitchhikers on the roads of Scotland. She questions them and tries to find out as much as she can about them. If they’re homeless, or have no family connections, no one waiting for them or who could notice their disappearance, she drugs them and kidnaps them. But why, and who is Isserley? There’s something weird about her, as the hitchhikers notice when we follow the events through their points of view. They notice she’s beautiful, but wears a weird assortment of clothes, and they are surprised about being picked up by a beautiful woman with a noticeable cleavage. It’s something they wouldn’t do if they were women. To Isserley that body is just a disguise: she’s an alien whose body has been altered to look like an attractive woman to do precisely that job. There’s more like her, but only Isserley and her boss have had their bodies altered, and nobody ever guesses that they’re aliens in disguise and what goes on in their farm, let alone what they do with the kidnapped humans. Isserley deals with chronic pain due to her alterations, since she comes from a race of quadruped, canine-like aliens. And she has to deal with various problems: not all hitchhikers are nice, and the son of the CEO of the company she works for comes to visit and disrupts the delicate balance of her life and work.

I will not say more, since I usually try to avoid spoiling too much of the reading pleasure. But even from this you can tell some of the themes: there’s identity and bodily autonomy, because Isserley is seen as something she’s not, and while she misses her original form she is also proud of her job. She marvels at nature and loves walking on the seashore, and despite the nature of her profession we can’t help but sympathize with her. It’s interesting to learn about her through the eyes of the hitchhikers, which also happens to showcase Faber’s writing skills, as everyone of them has a different idea of who Isserley may be and sees her in his own personal way which can be more or less sexualized. It adds therefore another theme: sexism and gender. Everyone perceives her as a woman, which leads to the theory that “being a woman” is something that can be learned just like any other skill.

We sympathize with Isserley because she’s a cog in the machine of a bigger corporation on which she has no control, she can only do her job and hope she will not be replaced. The corporation she works for could be compared to our own large-scale industries, which prompts us to ask many questions. Surely, the aliens have no right to “invade” Earth through a small scale operation, but their presence goes unnoticed and they don’t take away so many humans that their business is noticed, so isn’t it ethical from them? Is the local ecosystem disrupted by their presence? Aren’t humans actually worse on their own planet? The book asks many questions, but doesn’t give answers, because every reader should find an answer within themselves. Although he touches important themes, Faber doesn’t preach, which is definitely a plus since this is not an easy reading. Not that the language is hard – it isn’t – but the events and themes don’t make it a light novel you can read as a distraction.

Vote: 8