Short stories: Scorched Earth part 3 / Racconti brevi: Terra Bruciata parte 3

scorched3


Prima leggete parte 1 e parte 2 // Read part 1 and part 2 first.

Marcel e John seguirono Alina oltre a una porta che conduceva in un corridoio.
“Posso già affermare che sarà un successo strepitoso, il pubblico lo adorerà.”
“E, esattamente, chi sarebbe il vostro pubblico?”
“Chiunque ha una tv, ovvio.” Alina li guardò preoccupata. “Tutto bene?”
“Non lo so,” sospirò Marcel, “Dove stiamo andando?”
“Sei ferito, il nostro dottore ci darà un’occhiata,” Alina indicò la fronte sanguinante di Marcel.
“E poi?” chiese John, ipnotizzato dai corridoi lindi e dai dipendenti della tv che entravano e uscivano, presi dai loro compiti.
“Dovrò chiederlo al direttore, temo. Nel frattempo mettetevi comodi.”

Il dottore mise i punti alla ferita di John mentre Marcel si guardava intorno sentendosi come se fosse seduto su una montagna d’oro. C’era abbastanza attrezzatura medica da rifornire una comunità come la loro per più di un anno. Cercò di esaminare un paio di cose, cercando date di scadenza o informazioni simili, ma non dovrò niente. Non posso certo cominciare ad aprire cassetti e sportelli come se niente fosse.
“Ora dovresti essere a posto.” disse il dottore, e Marcel tornò a concentrarsi su John, che si stava sfiorando la fronte come se ancora non ci potesse credere. “Cerca di tenerla pulita.”
John annuì e Alina si affacciò dalla porta semiaperta, “Dottor Cheng? Può venire un attimo?”
“Certo. Per favore aspettate qui.” il dottore uscì dalla piccola infermeria e chiuse la porta alle sue spalle. Meno di un secondo dopo John aveva già cominciato ad aprire i cassetti e a frugarci dentro. “Hanno un sacco di roba!”
“Stai cercando la medicina per–”
“Eccola!” John era quasi in lacrime quando mostrò la bottiglietta di pillole a Marcel, “Queste… queste vanno bene… posso salvare Aaron!”
“Bene, ma prima dobbiamo levare le tende.”
John annuì e mise la bottiglietta nello zaino.
“Senti, non voglio far del male a nessuno che non ha cercato di farlo a noi, ma non ci hanno preso i fucili perciò… preparati a usare il tuo.”
“Non hai tutti i torti.” John aprì la porta e fece capolino. Dopo qualche minuto dichiarò che il corridoio era deserto.
“Non possiamo tornare indietro, ci serve un’altra uscita. Forse c’è un’uscita di sicurezza o qualcosa del genere.”

“Questo posto non ha alcun senso.”
“Lo hai già detto tre volte… ma concordo.” borbottò John.
“Beh, com’è possibile che siamo arrivati fino a qui?”
“Magari hanno deciso di lasciarci andare visto che abbiamo vinto.”
“Sì, ma… ci dovevano delle risposte!” protestò Marcel mentre scendevano un’altra rampa di scale. “Ci sono altre persone che vivono come loro? Significa che il… disastro è avvenuto solo nella nostra città e qualcuno ci sta tenendo così per trasformarci di proposito in un programma tv e divertirsi, come in quel film…”
“Non lo so, non oso nemmeno sperare una cosa del genere,” ammise John, “Mi interessa solo salvare Aaron. E mi scoccia un po’ che non abbiamo trovato del cibo da rubare. Non era una priorità, lo so, però–”
“John, sei un genio!” Marcel si fermò e afferrò John per le spalle.
“Grazie ma…. perchè?”

“Che n’è stato di non voler far male alla gente?” chiese John in un sussurro frenetico mentre Marcel puntava il fucile contro una guardia di spalle vicina alla prossima rampa di scale.
“Non lo ammazzerò mica, voglio solo vedere se ho ragione.” Marcel sparò al braccio della guardia. L’uomo gridò con una voce strana, ed estrasse la pistola appena li vide.
“Che ti dicevo,” Marcel sembrava perfettamente calmo, “guarda, non sanguina.”
“Ma allora…”
“Sì, siamo tutti androidi, contenti ora?” Alina spuntò da dietro di loro. “Potevate chiedere invece di, beh, fare danni…” sospirò.
“Sto bene, è solo un graffio.” rispose la guardia.
“Ma se siete tutti androidi… perchè lo fate, perchè hanno tutti paura di entrare qui dentro, perchè–”
“Uno, perchè è il nostro lavoro, e siamo davvero bravi a farlo.” il cameraman dietro ad Alina sorrise fiero. “Due, perchè è parte del lavoro. Nessuno viene a disturbarci e trasmettiamo ciò che filmiamo a chiunque lo possa vedere. Non è molto ma–”
“Ecco come ci hanno trovati! La gang, dico!” capì John.
“Ma perchè ci avete consentito di raggiungervi?”
“Eravamo curiosi, non vi avevamo mai visti prima e non ci siete sembrati un pericolo. E poi cerchiamo un vincitore ogni tanto… per poi proseguire con l’edizione successiva di Terra Bruciata.”

“Wow, nessuno alla base ci crederà mai.” John scosse la testa.
“Oh, ti sbagli… chiederemo a Julie di riparare quella vecchia televisione, poi vedranno… letteralmente.”


SCORCHED EARTH PART 3

Marcel and John followed Alina beyond a door that led to a corridor.
“I can already predict that it’s going to be a huge success, our audience will love it.”
“And, exactly, who is your audience?”
“Why, everyone who owns a tv, of course.” Alina looked at them concerned. “Are you okay?”
“I’m not sure.” replied Marcel sighing. “Where are we going?”
“You’ve been wounded, our doctor will take a look at that.” Alina pointed at Marcel’s bleeding forehead.
“And after that?” asked John, looking at the pristine corridors and the tv employees who came in and out of them, busy with their work.
“I’ll have to ask the director, I’m afraid. In the meanwhile, make yourselves comfortable.”

The doctor stitched John’s wound while Marcel looked around, and he felt like he was sitting on a pile of gold. There were enough medical supplies to last a community like theirs for more than a year. He tried to examine a few things, looking for an expiration date of some sort, but he found nothing. He couldn’t exactly start opening all the drawers and cabinets.
“You should be fine now.” the doctor spoke, and Marcel focused back on John, who was touching his forehead as if he could not believe it just yet. “Try to keep it clean.”
John nodded, and Alina peeked from the half-closed door,
“Doctor Cheng? Could you please–”
“Yes, of course. Please, wait here.” the doctor left the small emergency room and closed the door behind him. Less than a second after, John had started opening the drawers and rummaging into them.
“They have so much stuff!”
“Are you looking for Aaron’s–”
“Found it!” John almost shed tears of joy showing Marcel the bottle of pills. “This.. this should work… I can save Aaron!”
“Yes, but we need to leave first.”
John nodded and put the bottle in his backpack.
“Look, I don’t want to hurt anyone who hasn’t tried to hurt us, but they didn’t take our rifles, so… let’s be ready to use them.”
“I suppose you’re right.” John opened the door and peeked through. After a few minutes he declared the place was empty.
“We can’t go back, we need another exit. Maybe there’s a fire exit or something.”

“This place doesn’t make any sense.”
“You’ve said it three times already… but I agree.” mumbled John.
“Well, how comes we made it so far?”
“Maybe they’re letting us go since, you know, we won.”
“Yes, but… they owed us answers!” protested Marcel as they went down another flight of stairs. “Are there other people like them? Is the… disaster limited to our town and someone is keeping us like this so that they can have fun watching us, like in that movie…”
“I don’t know, I don’t ever dare to hope something like that.” admitted John, “I just want to save Aaron. Besides, I’m a little disappointed that we didn’t find some food to steal. It wasn’t a priority, I know, but–”
“John, you’re a genius!” Marcel stopped mid-step and grabbed John by the shoulders
“Thank you, but… why?”

“What about not wanting to kill people?” asked John in a frantic whisper as Marcel aimed his rifle at an unaware guard standing before the next flight of stairs.
“I’m not gonna kill him, I’m just gonna prove my theory.” Marcel shot the guard in his arm. The man emitted a weird shriek, and as soon as he saw them, he drew his gun out.
“Told you,” said Marcel, seemingly calm, “Look, there’s no blood.”
“But this means…”
“We’re all androids, yes, are you happy now?” Alina appeared behind them. “You could’ve asked instead of causing, you know, damages…” she sighed.
“I’m fine, it’s just a scratch.” replied the guard.
“So if you’re all androids… why are you doing this, why is everyone scared of entering the building, why–”
“First, because it’s our job, and we’re damn good at it.” the camera operator behind Alina smiled, proud. “Second, because it’s part of the job. Nobody touches us and we broadcast what we can film to everyone who can see it. It’s not much but–”
“That’s how they found us! That gang!” understood John.
“But why did you let us come to you?”
“We were curious, we had never seen you before and you didn’t seem really dangerous. Besides, we try to find a winner every now and then… then we continue with the following edition of Scorched Earth.”

“Man, nobody is going to believe us back to camp.” John shook his head.
“Oh no, they will… we’ll ask Julie to repair that old tv and then everyone will see. Literally.”

Salva

Annunci

Recensione/ Review: Sons of Seraph

sonsofseraph

Autore: Neon Shudder (bandcamp; tumblr)

Genere: sci-fi, cyberpunk

Anno: 2017

Note: Romanzo e album mi sono stati inviati in anteprima per una recensione, ma la cosa non influenzerà la mia opinione. Sequel di Cadence. Per ora il romanzo è disponibile solo in inglese.


 

Se conoscete Cadence, sapete di che si tratta: musica perlopiù strumentale messa ad accompagnare i capitoli di una storia cyberpunk, ed è sulla storia che mi concentrerò soprattutto. Siamo sempre nell’isola artificiale di Cadence, e ancora una volta seguiamo le avventure del gruppo Go!, ma questa volta l’atmosfera si fa molto più oscura.
I Go! ancora si devono riprendere dai danni causati da Seraph: tra le altre cose quegli eventi hanno spinto Sam – l’esperto di missioni stealth con un gran senso dell’umorismo – via dal gruppo per anni. Ma ora è tornato, e così il loro vecchio nemico. Seraph ha piani grandiosi per Cadence, e ancora una volta spetta ai Go! affrontarlo… ma a che prezzo?

Come accennavo, Sons of Seraph è molto più cupo di Cadence, perchè stavolta non serve spiegare niente sulle ambientazioni o sui personaggi: il lettore/la lettrice conosce Cadence e alcune delle sue figure di spicco, e soprattutto conosce i Go!. Il potere di Seraph non si limita alla violenza fisica – che ovviamente non manca – ma si basa molto sugli inganni, e riesce a infiltrarsi persino nei ranghi più inaccessibili causando confusione tra i suoi nemici. Si crea un clima di “questa persona potrebbe essere una spia di Seraph” che rende tutto più inquietante, aggiungendo pericoli ad ogni angolo.

Come per Cadence la storia è piena di scene d’azione degne di un videogioco, dalle missioni stealth a quelle più dirette possibili, e unite assieme formano una storia interessante. Persino il tema dell’intelligenza artificiale, molto difficile da gestire, qui è trattato in maniera credibile.
Non sono un’esperta di musica, ma vi dico lo stesso i miei pezzi preferiti: The Hands of God e Devil’s in The Details; menzione d’onore per It’s Go! Time perchè mentre il capitolo parla di spari che echeggiano la canzone ha un effetto sonoro simile proprio agli spari, un dettaglio carino.

Non aspettatevi una storia super originale, perchè non crea niente di nuovo nell’ambito del cyberpunk: è fatta di scene d’azione, personaggi apprezzabili e un nemico degno di tale carica. Come vedete non è poco, e infatti si tratta di un’avventura godibilissima – e lo dico come un complimento, ovviamente – e ben abbinata alle canzoni. Però avrei apprezzato una maggiore profondità narrativa: sapere di più sulle vite private dei Go! ci farebbe affezionare a loro ancora di più, e quindi la prospettiva della morte di qualcuno di loro sarebbe ancora più terribile.

Prendiamo ad esempio i videogiochi di Shadowrun: si possono giocare interagendo il minimo sindacale coi personaggi secondari, oppure ci si può mettere lì e parlare con loro, cosa che risulta in molte rivelazioni interessanti. So che questo non è un videogioco, ma ci sono stati alcuni momenti (come quelli passati ad attendere le mosse del nemico) che avrebbero potuto essere arricchiti dalle interazioni tra i personaggi e dai loro sentimenti.

A parte ciò è una lettura godibile, non è un capolavoro ma non tutti possono scriverne, e io non mi sono sentita affatto delusa: se volete un po’ di scazzottate cyberpunk avete trovato la storia giusta.

Voto: 8-


Author: Neon Shudder (bandcamp; tumblr)

Genre: sci-fi, cyberpunk

Year: 2017

Notes: The short novel and the album were both sent to me in exchange of a honest review. Sequel of Cadence.


If you’re familiar with Cadence, you know what this is about: instrumental music tracks paired with the chapters of a story. And it’s the story I’ll mostly focus about here.
Still set in the man-made island of Cadence, and still following the adventures of the Go! Team, Sons of Seraph takes a much darker twist on their story.
The Go! team is still recovering from the trouble caused by Seraph which, among other things, drove Sam – the stealth specialist with a great sense of humor – away from the team for years. But now he’s back, and so is their old enemy. Seraph has big plans for Cadence, and once again it’s the Go! team that has to deal with him…but at what cost?

As I said before, Sons of Seraph is much darker than Cadence, because this time there’s no need to explain anything about the setting or the characters: the reader is familiar with Cadence and some of its major figures, and with the Go! squad. Seraph’s power doesn’t lie solely on the big guns – which he will of course use – but in deceit, and he does a nice job of disrupting his enemies’ bonds and strategies, infiltrating ever in the highest ranks. This climate of “could this person be one of Seraph’s spies” puts a darker twist to most of the story, adding danger in every corner.

As usual the story is full of video game-like action scenes, from stealth missions to direct hits, and it works in creating a compelling story. Ever the theme of artificial intelligence, which is very delicate to handle, is made believable here. I’m not a music expert, but I can say that some of my favorite tracks were The Hands of God and Devil’s in The Details, but bonus points go to It’s Go! Time, because while I was reading about people shooting in the distance the music had a gunshot-like effect. Well played.

Don’t expect a super original story, as it doesn’t bring anything new to the cyberpunk table: it has well crafted action scenes, badass characters and an enemy worth being taken down. As you can see, that’s still a lot on the plate, so it’s an entertaining adventure – and I say it as a compliment, of course – which pairs perfectly with the songs. But it could benefit of more depth in narrative terms: knowing a bit more of the Go! team members’ personal lives would make us root for them even more (and be even more terrified at the possibility of their deaths).

Consider the Shadowrun video games, you can play them with a very limited interaction with the side characters, or you can sit down and talk to them, which results in finding out many interesting things. I know this is not a videogame, but there are a few moments (those spent waiting for their enemy to act, perhaps) that could have been richer with character interaction and the description of their feelings.

Besides that, it’s still a very pleasing read, it’s not a masterpiece but not everything has to be one, I personally did not feel disappointed at all, and if you want some badass cyberpunk action you’ve found the right thing.

Vote: 8-

Recensione/Review: Cadence

tumblr_inline_oa1ta64qdo1swk1pk_500

Autore: Neon Shudder (bandcamp; tumblr)

Genere: fantascienza, cyberpunk

Anno: 2016

Note: Cadence è un progetto multimediale composto da musica, narrazione e immagini. Il tutto mi è stato inviato dall’autore in cambio di una recensione, ma la cosa non influenzerà la mia opinione. Il romanzo per ora è disponibile solo in inglese.


Cadence non è solo un romanzo breve: è infatti il titolo di un album composto da 20 tracce (quasi tutte strumentali) ad opera di Neon Shudder e altri artisti ospiti.
Ed è anche il nome della città dove è ambientata la storia: una metropoli futuristica costruita su un’isola artificiale con un suo governo e le sue regole, come spiegato da “Welcome to Cadence”, traccia musicale che legge con una voce apparentemente sintetica il contenuto del secondo capitolo. La forza di Cadence sta nelle sue industrie high-tech (dalla robotica agli armamenti) e in tutto ciò che ne è connesso. Ed è qui che incontriamo il gruppo Go!, un piccolo team di persone specializzate in vari ambiti e che si occupano di vari lavori, siano consegne, recuperi, sorveglianza e tanto altro. Ma soprattutto, i membri del Go! sono ottimi amici. Sam si occupa delle missioni stealth, Vale delle armi pesanti, Ike e sua sorella Hanako dell’assistenza a distanza, di tutto ciò che riguarda la rete e tanto altro. Un giorno vengono assunti per un lavoro molto particolare: qualcuno sta uccidendo i membri del comitato esecutivo di Cadence uno a uno. La faccenda è segreta, ma non sarà facile tenerla nascosta per sempre. E quel che è peggio, tutti gli indizi sembrano rimandare a Daniel Skinner, figlio del defunto Gerald Skinner, ex CEO di Cadence… ma Daniel Skinner dovrebbe essere in coma dopo l’esplosione di una fabbrica. Il gruppo Go! dovrà fare indagini sull’argomento e portare i risultati alla polizia. La paga è alta, ma è una missione molto rischiosa…

Cadence sembra un’avventura di Shadowrun o di qualche altro rpg a tema cyberpunk, e lo dico come un complimento. Non si possono non apprezzare i membri del Go!, e la storia ha un buon ritmo ed è piena di azione. L’effetto rpg è visibile soprattutto nella prima parte (introduzione all’ambientazione e ai personaggi, chiamata all’azione e così via), ed è interessante come lettura poiché si riconoscono certi dettagli, e il lettore/la lettrice penserà che gli avvenimenti si svilupperanno in un certo modo… ma non è così. Mi sono piaciuti in particolare due colpi di scena molto ben calibrati che sono riusciti a sorprendermi. Non è una storia super innovativa, ma è decisamente godibile.

Non sono una fan del narratore onnisciente di solito, ma devo dire che qui è stato usato bene, non ci sono troppi spiegoni e le informazioni sono ben dosate, ed è necessario per l’impostazione della storia: consente al lettore/alla lettrice di vedere cosa succede a una riunione dei pezzi grossi di Cadence e così via.
Purtroppo c’è qualche refuso qua e là, cosa che mi distrae ed è un peccato perchè è un lavoro molto curato, con tanto di illustrazioni e una finta pagina del sito del governo di Cadence. Come omaggio all’amore del cyberpunk per gli esagoni gli sfondi delle pagine hanno un pattern a esagoni, e tanto altro.

Sono molto più brava a valutare le storie rispetto alla musica, ma posso dire che adoro l’idea di abbinare canzoni e capitoli: sono combinati, ma ovviamente non è obbligatorio, e non sarà mai un accoppiamento perfetto durante la lettura visto che alcune canzoni sono troppo corte per capitoli lunghi e viceversa, ma so che sto chiedendo troppo (e che ognuno ha tempi di lettura diversi). Tra le mie tracce preferite segnalo Go! Go! Go!, Follow the Trail of Blood, Satellite Collector e Galvanized. Si abbinavano perfettamente alle scene, e penso che faranno capolino nella mia playlist da allenamento.

Cadence è un’idea piacevole, e se amate le storie cyberpunk classiche, allora fa per voi. Aggiungete anche la musica e sarà come leggere un’avventura a Shadowrun invece di giocarla.

Voto 8-


Author: Neon Shudder (bandcamp; tumblr)

Genre: sci-fi, cyberpunk

Year: 2016

Notes: the book and the music were sent to me by the author for reviewing purposes, but it will not influence my opinion.

Cadence is not just a short novel. It is, in fact the title of a full lenght album (20 tracks) by Neon Shudder and some guest artists. And it’s the name of the city where the story takes place. Cadence is afuturistic metropolis set on an artificial island with its own government, as the “Welcome to Cadence” track explains reading the second chapter of the story in a seemingly synthetic voice. Cadence’s power lies in its high-tech industry (from robotics to weaponry) and everything connected to it. Here we meet the Go! Group, a small party of people specialized in different tasks who take many kinds of jobs, from deliveries to recoveries of various kinds. But, most importantly, the members of the Go! are friends. Sam is the stealth specialist, Vale is the muscle, Ike the desk jockey and his sister Hanako helps with various tasks. One day they get hired for a very special job: someone has been assassinating the members of the Cadence exec board. So far it has been kept a secret, but it’s not a truth that can be kept hidden forever. Worst of all, the only traces seem to point towards Daniel Skinner. Son of the late Gerald Skinner, once Cadence’s CEO, he is supposedly into a coma, still recovering from a factory explosion. The Go! team has to investigate on the subject and bring the results to the police. The pay is very high, but so are the risks…

Cadence feels like a Shadowrun adventure, and I am saying this in the best possible meaning. It’s impossible not to like the Go! team, and the story is fast-paced and full of action. The rpg effect is present mostly in the first part (introduction to setting and main characters, characters get hired and so on), and it’s interesting because, as a reader, you recognize tropes. You think things will develop in a certain way. But they don’t. A couple of plot twists were very well handled and managed to surprise me. It’s not a groundbreaking story, mind you, but it’s definitely enjoyable.

I am not a fan of the omniscient narrator, but I have to say I am pleased it was not used too much to convey unnecessary (or badly written) infodumps, and it was necessary for the structure of the story as it gives the reader firsthand access to a Cadence board meeting, and much more.
Unfortunately there are a few typos scattered here and there which I found distracting, and it’s a pity because it’s evident that there is some serious work behind it. There are various illustrations inside, and even a fake page from the government of Cadence website. As a homage to cyberpunk’s lifelong love of hexagons, the background of the pages has a hexagon pattern too.

I am much better at judging stories than music, but I loved the idea of pairing music and narration. Songs and chapters are combined, but you can enjoy them separated as well. A pity that a few songs were too short for long chapters and vice versa, but I realize I am asking for the moon here. Some of my personal favourite tracks include Go! Go! Go!, Follow the Trail of Blood, Satellite Collector and Galvanized. I loved how well they fit their scenes, and will probably add some of these to my personal workout playlist as well.

Cadence is a very fun project and if you love “classical” cyberpunk stories, you’re gonna love this one. If you add the music, it’s like reading a Shadowrun adventure instead of playing it.

Vote: 8-

Short stories: Scorched Earth part 2 / Racconti brevi: Terra Bruciata parte 2

scorched2

Consiglio di leggere prima parte 1 // I recommend reading part 1 first

TERRA BRUCIATA parte 2

“Signore e signori, date un caloroso benvenuto ai nostri vincitori!” la ragazza parlava rivolta alla telecamera, visto che non c’era pubblico nella sala, né la sala sembrava fatta per averlo, notò Marcel. C’era la ragazza, un’altra donna che doveva avere qualche anno in più e gli operatori. Sembrava tutto così vero. Li posizionarono vicino a un grande cartello con su scritto “Terra Bruciata” a caratteri arancioni e grigi metallizzati. L’atmosfera della sala era un tributo a Mad Max e le vecchie serie tv di zombie che piacevano tanto al suo migliore amico, con tanto di finte mazze insanguinate e catene. Non sapeva dire esattamente perché, ma si sentiva davvero a disagio. Poi echeggiò una musica trionfale, e coriandoli brillantinati calarono dal soffitto seguiti subito da palloncini colorati.

“Congratulazioni! Il mio nome è Alina, come di certo sapete…” disse la donna con qualche annetto in più, affascinante e dai folti capelli rossi. John sembrava un bambino in un negozio di caramelle: prese qualche coriandolo in mano e li fissò come ipnotizzato.

“Ah, no, non mi pare di conoscerla…” rispose Marcel. C’era qualcosa di assurdo nell’essere sporco – non si faceva la doccia da un po’ visto che razionavano l’acqua – coperto di polvere e terriccio e chissà cos’altro, e stare lì in un posto così pulito mentre dal soffitto piovevano coriandoli. È come gettare zuccherini in una fogna, pensò, come se fossimo noi quelli fuori posto.

“Beh, ora mi conoscete! Ma noi non conosciamo voi, miei cari vincitori! Come vi chiamate?” Alina passò un microfono a Marcel.

“Marcel Belcamp.”

“Splendido! E tu…”

“Uh, John… John Williamson:”

“Marcel e John! Splendido!” Marcel considerò l’ipotesi di colpirla con il calcio del fucile se non smettesse di dire la parola “splendido”.

“Allora, come avete fatto a venire qui? Il pubblico lo vuole sapere!”

Marcel stava per chiederle che genere di pubblico intendesse, ma John rispose: “Stavamo fuggendo da una gang… ci hanno trovati quasi subito, e abbiamo fatto attenzione, dico davvero, non so come ma ci hanno visti… cercavamo un posto dove nasconderci,abbiamo deciso di venire qui e hanno smesso di seguirci.. Oh, a proposito, perchè hanno smesso?”

“Cosa ci facevate in questa zona?” chiese Alina e Marcel non piacque veder ignorata la domanda di John.

“Cercavamo medicine e–”

“Oh, sento una storia strappalacrime in arrivo! Splendido!” Alina fece un gran sorriso alla telecamera e Marcel dovette trarre respiri lenti e profondi per evitare di spararle.

“Sì, sì, medicine per mio figlio, è molto malato, devo salvarlo! Potete aiutarci? Devo salvare Aaron–” Il tono di Marcel si era fatto sempre più eccitato, finchè non sembrò del tutto fuori di testa

“Che dolce! Quanti anni ha?”

“Ne ha dodici, ah… per favore, potete aiutarci? Devo…” Marcel si sentì teso nel vedere la forte stretta di Alina sul braccio di John, ma lei fissò la telecamera con un sorriso che doveva esser stato il risultato di anni di pratica, “Davvero molto interessante, e sono certa che avranno tante storie affascinanti da raccontare. Ma per ora lasciamoli riposare. A più tardi, gente!” Alina fece un cenno di saluto alla telecamera, poi sospirò. Due uomini le fecero un cenno d’intesa da dietro a telecamere, microfoni e altre apparecchiature che Marcel non conosceva.

“Ok, per ora siamo a posto,” i riflettori si abbassarono e Marcel poté vedere meglio la sala.

“Ora seguitemi, per favore…”

 


 

“Ladies and gentlemen, give a nice and heartfelt welcome to our winners!” the showgirl spoke directly to the cameras, as there was no audience in the room, nor did the room look fitted to hold it, noticed Marcel. There was the girl, another woman, slightly older, and the camera crew. Everything seemed so real. They were made to stand next to a giant “Scorched Earth” board, the letters written in orange and metallic grey. The atmosphere of the room was a tribute to Mad Max and the old zombie shows his best friend used to watch, with fake bloody clubs and chains. He couldn’t pinpoint why, but he was feeling very uncomfortable. They heard a triumphant music and glitter confetti started falling from the ceiling, quickly followed by balloons.

“Congratulations! My name is Alina, as you surely know…” the older woman, a handsome redhead, had spoken to both of them. John looked like a kid in a candy shop: he caught a few confetti in his hand as if he were hypnotized.

“Uh, no, I don’t think we know…” replied Marcel. There was something absurd in being dirty – he himself had not showered in a while, because of water rationing – covered in dust, soil and god knows what else, while being snowed confetti upon in what looked like a pristine environment. It’s like throwing cake sprinkles into a gutter, he thought. As if we are the ones out of place.

“Well, you do now! But we do not know you, my dear winners! What’s your name?” Alina handed a microphone to Marcel.

“Marcel Belcamp.”

“Splendid! And you are…”

“Uh, John… John Williamson.”

“Marcel and John! Splendid!” Marcel considered hurting her with his rifle’s stock if she didn’t stop saying the word “splendid”.

“So, how did you made it up here? The audience wants to know!”

Marcel was going to ask her specifically what kind of audience did she mean, but John replied, “We ran away from a gang… they found us almost immediately, and we had been cautious, mind you, I don’t know how but they did… we were looking for cover and we decided to get here, and they stopped following us… oh, why did they stop, by the way?”

“Why were you in this area?”

Marcel did not like her lack of reply.

“We were looking for medicines, actually, and–”

“Oh, a heartbreaking story is coming, I can sense it! Splendid!” Alina smiled wide to the camera and Marcel had to take long, deep breaths to avoid shooting at her.

“Yes, yes, meds for my son, he’s very ill and I need to save him! Can you help us? I need to save Aaron–” Marcel’s tone had become more and more excited, to the verge of maniac.

“How cute! How old is he?”

“He’s, ah, twelve… please, could you help us? I need…” Marcel felt tense as he saw Alina’s steel grip on John, but she faced the camera with a smile that must have been the result of years of practice, “this is incredibly interesting, and I’m sure they’ll have more amazing stories to share. But for now, it’s time to let them rest. ‘Till later, folks!” Alina waved at the camera, then took a deep breath. Two men who had been behind the cameras, microphones and other things Marcel could not name signalled her.

“Ok, we’re done for now.” the lights grew dimmer, and Marcel got a better sight of the room. “Now, if you’d please follow me…”

Recensione / Review: Ancillary Mercy

51nmhdookql-_sx331_bo1204203200_Autore: Ann Leckie

Genere: sci-fi, space opera

Anno: 2015

Note: Terzo volume della trilogia dell’Imperial Radch, preceduto da Ancillary Justice e Ancillary Sword. Non è mai stato tradotto in italiano. Ha vinto il Locus nel 2016.


Avevamo lasciato Breq alla stazione di Athoek, e la troviamo ancora lì, impegnata a proteggerla dalla guerra interna di Anaander Mianaai. Non è un compito facile, specialmente tenendo conto che non tutti apprezzano la sua presenza. Mentre cerca di gestire le autorità locali e i cittadini, viene trovata una persona speciale nell’Undergarden (i quartieri sotto ai giardini), e si tratta di qualcuno che non dovrebbe trovarsi lì… Ovviamente è solo la punta dell’iceberg, perchè i problemi aumentano, e Breq deve risolvere la questione con una cauta miscela di diplomazia, abilità e colpi di pistola.

Breq è sempre la solita, testarda e pronta a morire ma mai ad arrendersi. Ma sono i personaggi secondari a stare sotto i riflettori questa volta: Seivarden ha ancora parecchi problemi da risolvere, la traduttrice Zeiat è il personaggio comico più terrificante che abbia mai messo piede nel mondo Radchaai, e Tisarwat riesce a fare un sacco di cose nonostante lo stress della sua situazione. Gettiamo anche un’occhiata su una giovane e preoccupata Anaander Mianaai, anche se questa sua incarnazione poteva essere gestita meglio: non sembra comportarsi come ci si aspetterebbe da un imperatore galattico di migliaia di anni, clone o non clone. C’è azione, come nei libri precedenti, ma non abbastanza per me.

Mercy assomiglia di più a Sword che a Justice, considerando come ambientazione e personaggi principali cambino poco. Sembrano invece cambiati i piani di Breq, ma non posso dire altro causa spoiler. Mi piace sempre l’ambientazione e l’assurda quantità di tè che bevono, e leggerei volentieri altre storie ambientate nello stesso universo ma con altri personaggi.

Non è un romanzo perfetto, ci sono dei piccoli problemi di stile, come un cambio di punto di vista che poteva essere gestito meglio. E il finale è molto difficile da giudicare. Funziona, ma poteva essere scritto meglio. Non ho apprezzato molto la quantità di pagine dedicata ai problemi personali dei vari ufficiali (includo anche Seivarden): per quanto mi piacciano, troppo è troppo.
Alla fine, è una buona conclusione per una trilogia cominciata da un romanzo che ha fatto il pieno di premi? Risposta breve: sì e no. Da un punto di vista narrativo funziona, chiude le sottotrame che erano rimaste aperte e presenta una soluzione interessante per il problema di Breq: non lo nego, è stato bello vedere come Breq riesce a danneggiare Anaander Mianaai usando ciò che teme maggiormente – qualcosa di collegato alla sua missione in Ancillary.
Eppure… ah, non lo nego, anche se funziona, mi aspettavo qualcosa di diverso. Non so dire cosa (più azione? più incarnazioni di Anaander Mianaai che fanno cose? Una soluzione più decisiva al problema dell’”imperatore galattico impazzito”?) ma considerando il primo libro mi aspettavo un finale di quelli che fanno fare “woah!”. Mi aspettavo che gli avvenimenti determinati dal finale di Ancillary avrebbero creato conseguenze enormi, eppure rimangono lontane, e tutto viene risolto in maniera molto semplice… e grazie all’aiuto della fortuna. Si poteva tenere la stessa idea di base ma sfruttarla meglio.
Ciononostante, è una trilogia che vale la pena leggere se siete appassionati di fantascienza (anche se di solito non leggete space opera). Ma se siete alla ricerca di una critica all’imperialismo unita a una narrazione meravigliosa e che dà ciò che promette, consiglio di leggere The Traitor Baru Cormorant di Seth Dickinson. Anche se è un fantasy.

VOTO: 8-


Author: Ann Leckie

Genre: sci-fi, space opera

Year: 2015

Notes: Third novel of a trilogy, preceded by Ancillary Justice and Ancillary Sword. It won the Locus Award in 2016

We’ve left Breq trying to protect Athoek System from Anaander Mianaai, and that’s what she tries to do. Not an easy task, especially considering that not everyone appreciates her presence on Athoek Station. As she tries to handle the authorities and the citizens, a special person is found in the Undergarden, someone who should definitely not be there. This is just the tip of the iceberg, as many other problems unfold and Breq has to solve everything with a careful mix of diplomacy, skills and shooting at things.
Breq is the usual Breq, stubborn and ready to die, but never to surrender.
But it’s the side characters who seem to sparkle ever more than Breq: Seivarden’s problems are far from solved, Translator Zeiat is the most terrifying comic relief who ever set foot in Radchaai space and Tisarwat, despite being overstressed, accomplishes a lot of things.

We even get a glimpse of a young and worried Anaander Mianaai, even if this incarnation could have been handled better: she does not behave like we’d imagine a thousand-year-old galactic emperor of some sort would behave, cloning or not.
There’s action, like in the preceding books, but not enough if you ask me. Mercy is more similar to Sword than to Justice, considering how the setting and the main characters involved remain the same. And Breq’s goals seem to have shifted a bit, but telling more would be venturing into spoiler land.
I still love the setting and love the ridiculous amount of tea that everyone drinks, and I would definitely read more stories set in this setting and involving different characters.

It’s not a perfect novel, it still has a few style issues, and there’s a pov shift that could have been handled better. The ending is very complex to evaluate. It works, but I feel that there was room for improvement. I did not always appreciate the number of pages spent on the various officers’ personal problems (includes Seivarden): as much as I like them as characters, too much is too much.
So, is this a good conclusion for a trilogy that was started by a novel that won so many awards? Short answer: yes and no. Narratively speaking, it works as a conclusion because it ties up a lot of loose ends, and it comes up with quite a great solution for Breq’s problem: I’m not gonna lie, it’s satisfactory to see how Breq found a way to harm Anaander Mianaai using what she fears most – and is a way connected to her quest in Ancillary. And yet… ah, I’m not going to lie, ever if it works, I was expecting more from the ending. I can’t say what (more action? More dead Anaander Mianaais? A more decisive solution to the “space emperor gone mad” problem?) but considering the first book I would have loved Ancillary Mercy to have that kind of ending that makes the reader go “woah!” I expected the events started by Ancillary Justice’s ending to create huge consequences, and yet everything is solved in a far too simple way… and with a great help from pure good luck. The same basic idea could have been exploited in a better way.

Besides that, I still think that, as a trilogy, it’s worth a read if you’re a sci-fi fan, ever if you’re not into space operas. But if you’re looking for a critique of imperialism mixed to a great narrative that definitely delivers, go for Seth Dickinson’s The Traitor Baru Cormorant. Ever if it’s actually a fantasy novel.

VOTE: 8-

Salva

Recensione: Accettazione / Review: Acceptance

81cytybdxnl-_sl1500_

Autore: Jeff Vandermeer
Genere: fantascienza, la Zona
Anno: 2014
Note: Terzo libro della Trilogia dell’Area X, preceduto da Annientamento e Autorità. Ho letto l’edizione italiana tradotta da Cristiana Mennella.


Nel primo romanzo abbiamo letto le avventure della Biologa. Nel secondo abbiamo cercato di dare un senso alla Southern Reach assieme a Controllo, il suo neodirettore. Ora che il lettore ha capito quanto Annientamento fosse solo la punta di un iceberg molto strano e pericoloso, può beneficiare di diversi punti di vista.

Continuano le avventure di Controllo, e quelle di molti altri personaggi nuovi e vecchi, che non vi rivelo per ovvi motivi. Non è facile recensire un libro del genere senza rivelare troppo. Non posso fare come faccio al solito: riferire la trama fino al primo punto di svolta, l’avvenimento che cambia la vita del protagonista… perchè manca una struttura tradizionale in quel senso. Ci sono molte linee narrative incastrate tra loro e focalizzate sui vari punti di vista. All’inizio sorge il sospetto che Vandermeer stia per svelare i misteri dell’Area X, perciò ci si sente motivati a continuare a leggere, sperando almeno in una spiegazione piccola piccola, che non si presenta. Si tratta al massimo di indizi, e il lettore/la lettrice deve usare quelli per capirci qualcosa, tenendo a mente che, no, ci sono cose che non si possono proprio capire. Ho un headcanon sull’area X, ma è solo una mia ipotesi e nient’altro.

Vandermeer ha fatto un buon lavoro nel ritrarre le contraddizioni di un luogo ( o forse dovrei dire di una situazione) come l’Area X: sembra aliena, sbagliata, eppure popolata da una natura meravigliosa, incontaminata, pura. Una varietà incredibile di piante e animali che riprendono possesso di un insediamento abbandonato come in un quadro post-apocalittico. Animali descritti con precisione, e altrettanto ben identificati, visti dagli occhi di chi li sa distinguere. Ciononostante rimane un luogo molto alieno. Alieno, distante, strano, scegliete l’aggettivo che preferite, perchè sono proprio le sue contraddizioni a renderla affascinante. Ma non è tutto ben bilanciato. Ci sono dettagli che sembrano messi lì per… motivi ignoti. La storia regge anche senza di essi. Dico regge e non “si capisce”, perchè per quanto io adori finali misteriosi e “aperti” (*coff coff* Picnic Sul Ciglio Della Strada), ritengo comunque che ci voglia qualche rivelazione qua e là per rendere la lettura meno frustrante.

Per dirla in poche parole: X-Files incontra Lovecraft, e ci sono troppe domande a cui non viene data risposta… forse l’Accettazione del titolo si basa proprio su questo.

Voto: 7


 

Author: Jeff Vandermeer
Genre: sci-fi
Year: 2014
Notes: Third volume of the Southern Reach Trilogy, preceded by Annihilation and Authority. I have read the italian translation by Cristiana Mennella.

In the first book, we read the adventures of the biologist. In the second one, we tried, together with Control, the new director of the Southern Reach, to make sense of that haunted organization. This time, now that the reader has realized how the first book was just the tip of a very dangerous and mysterious iceberg, we are presented with many points of view.

We follow Control’s adventures, chronologically after the events of Authority. And those of many other characters we have met before, which I will not reveal for fear of spoilers. In fact, reviewing this book without spoling the fun of the reading experience is nearly impossible. I cannot tell – as I usually do – the very beginning of the plot, until the turning point, the event that changes the protagonist’s life… because the book is not structured traditionally. Many narrative threads are intertwined, each chapter devoted to a different point of view.

At first you get the impression that Vandermeer will actually tell you everything about the mystery of Area X. And that’s why you keep reading it, waiting for at least an explanation of some sort, which doesn’t come. Some elements are offered, and you have to use those to understand what you can – while keeping in mind that no, certain things can’t be understood. I have a personal headcanon about what Area X is, but it is just my ipothesis, and is as good as yours.

Vandermeer did a really good job in portraying the contradiction of a place like Area X (or, better, a situation like Area X). It feels alien, wrong, and yet the nature seems wonderful, unspoilt, pure. An incredible variety of animals and plants inhabit the environment, reclaiming it back from man like in a post-apocalyptic artwork. Animals that are described with precision, a bird is never just a bird, but a specific one, usually seen from the eyes of someone who can distinguish and identify them. And yet, it’s alien. It’s incredibly alien, distant, weird, choose your favorite adjective, but the fascinating thing about Area X is exactly that contradiction.  Sometimes, however, it’s too much. There are some details which appear to be thrown in there just for… unknown reasons. The story makes sense even without them. Well, makes sense is too big of an expression, really. I like a good mystery and open endings like anyone else, but I still feel that some more revelations were in order, or it can be frustrating.

Long story short: X Files meets Lovecraft, and there are too many questions left unanswered… this is probably what the “acceptance” of the title is about.

Vote: 7

 

Short stories: Scorched Earth – part 1 Racconti brevi: Terra Bruciata – parte 1

postapo1“Sai a che sto pensando?”
“Ti manca il tuo lavoro da ufficio.” rispose Marcel, asciutto.
“Sì.” John non sembrò cogliere il suo sarcasmo, “A te no?”
“A volte sì.”
“Solo a volte?”
“E va bene, molte volte’”
“Quand’è che non ti manca?”
“Quando faccio qualcosa di speciale, qualcosa di fantastico. Ti ricordi quella volta che eravamo a caccia e avevamo preso quell’alce enorme e l’avevamo portata alla base? Con la sua carne abbiamo salvato un sacco di vite quell’inverno e tutti ci trattavano da eroi,”
John fissava il cielo azzurro, come se fosse impegnato a ricordare quel giorno.
“Senti,” proseguì Marcel, “di sicuro non mi manca il mio capo e i suoi “mi dispiace ma questo progetto non è abbastanza creativo, ci serve qualcosa di più “emozionante e accattivante e divertente” e qualunque altra cosa si potesse inventare per dire che non era abbastanza.”
“Mi manca quando il mio problema più grande era “Il caffè qui fa schifo” e non sapere cosa regalare a Natale ad Aaron. Ora non so nemmeno se ci arriverà vivo, al prossimo Natale!”
Marcel gli fece segno di abbassare la voce e si guardò intorno, nervoso. Era ancora una zona relativamente sicura, e non c’erano pericoli immediati, ma avevano imparato entrambi troppe volte come “sicuro” potesse essere un concetto molto labile.
“Senti,” cercò di sembrare delicato, “anche io sono preoccupato per Aaron, o non sarei qui con te. Ma non è detto che morirà, lo possiamo ancora salvare.”
“Spero davvero che tu abbia ragione.” John non ne sembrava molto convinto, ma Marcel si sentiva stranamente ottimista mentre si avvicinavano alle aree inesplorate. Inesplorato significava pericolo, vero, era sempre così. Ma non si stavano dirigendo verso il centro della città – c’erano modi più veloci per suicidarsi in effetti – bensì verso un complesso residenziale e di uffici ancora in periferia. E inesplorato significava che avrebbero ancora potuto trovarci qualcosa, come le medicine che servivano per il figlio di John.

“Ma ci stanno ancora…” chiese John correndo. Marcel si voltò indietro: la gang in bicicletta era ancora dietro di loro, e continuava a gridare e sparare.
“Sì, il Mad Max dei poveri ci sta ancora seguendo! Presto, oltre il giardinetto… la porta di quel palazzo!” John annuì, serio. La porta aperta del palazzo di uffici sembrava quasi invitante, al punto che Marcel temeva che si stessero cacciando dritti in una trappola. Ma i loro inseguitori erano sicuramente un fato peggiore, quindi entrarono. Non c’era niente di degno di nota, era identico a tanti edifici abbandonati che avevano visto: polvere dovunque, piante morte e schermi spaccati. Si nascosero dietro una scrivania e Marcel ricaricò il fucile.
“Oh, inquietante,” sussurrò John indicando il droide segretario sul pavimento. Gli mancava un braccio e le giunture metalliche sporgevano dalla spalla, anche se erano coperte di polvere come tutto il resto.
“Non ci sparano più! Se ne sono andati!” Marcel si sporse. Era vero, erano spariti. “Perchè se ne sono andati?”
“Non lo so,” rispose Marcel, cauto, “ma dovremmo andare di sopra, potrebbero tornare con dei rinforzi,” E non mi piace quel brutto graffio che hai sulla fronte, pensò.

“Marcel… c’è qualcosa di strano.” la voce di John era poco più che un sussurro. Marcel rispose annuendo lentamente. Il pavimento di quel piano era pulito in maniera impossibile. Non vedevo un pavimento così pulito da… beh, da prima che andasse tutto a quel paese. Fa persino quel profumo tipo “oceano tropicale” che davano sempre ai detersivi da pavimento. Santo cielo, mi mancano persino le vecchie pubblicità.
Marcel fece un cenno a John e avanzò per primo. Si sentì quasi in colpa a lasciare impronte di polvere e terriccio, ma avanzò col fucile pronto, e provò ad aprire la porta alla sua sinistra. Era chiusa a chiave. La porta alla fine del corridoio era la loro unica opzione per proseguire. Prima che Marcel potesse sfiorare la maniglia le luci del corridoio si accesero di colpo e una musica trionfante echeggiò da altoparlanti nascosti.
“Ma che cazzo…?” John e Marcel puntarono i fucili contro la porta.
Una donna con un abito perfettamente stirato e capelli freschi di parrucchiere uscì dalla porta e venne verso di loro sorridendo e reggendo una cartellina.
“Congratulazioni, cittadini. Avete appena vinto il reality show “Terra bruciata!” Venite con me, il pubblico non vede l’ora di conoscervi!”


 

“You know what I’m thinking about?”
“You miss your office job.” replied the other man, drily.
“Yeah.” John didn’t seem to care for his sarcasm, “Don’t you?”
“Sometimes, yes.”
“Only sometimes?”
“Fine, most of the times.”
“When don’t you miss it?”
“When I do something special, something awesome. Remember that time we hunted that huge elk and brought it back to camp? The meat saved a lot of lives that winter and we were heroes for everyone.”
John stared at the blue sky, as if he were busy remembering that day.
“Look,” continued Marcel, “I certainly don’t miss my boss going at me like “sorry, this project is not creative enough, we need something more “catchy and edgy and fun” and whatever words he could come up to say that no, sorry, that was not enough.”
“I miss when my biggest problem was “the coffee here sucks” and not knowing what to give to Aaron for Christmas. Now I don’t ever know if he’ll live until his next Christmas!”
Marcel gestured him to lower his voice and looked nervously at the environment. It was still a relatively safe area, and no immediate threat was visible, but they both had learned too many times how “safety” can be just a word.
“Look,” he tried to sound gentle, “I’m worried for Aaron too, or I wouldn’t be here with you. But he doesn’t have to die, we can still save him.”
“I hope you’re right.” John didn’t sound convinced, but Marcel was feeling strangely optimistic as they neared the unexplored territory. Unexplored meant danger, true, it always did. But they weren’t heading for the city centre – there were quicker ways to commit suicide, really – only heading for a residential-and-offices complex still on the outskirts of town. And unexplored meant they could actually find something, like the meds they needed to save John’s son.

“Hey, are they still..?” asked John mid-run. Marcel looked back: the bicycle-riding gang was still behind them, screaming and shooting.
“Yes, Mad Max on a budget is still behind us! Quick, across the garden… that building’s door!” John nodded, serious. The opened door of the office building seemed almost inviting, to a point that he was afraid they were going right into a trap. But the guys behind them were clearly a worse option, so they went in. There was nothing noteworthy, it was identical to many abandoned buildings they had seen before, with lots of dust, dead plants and cracked computer screens. They hid behind a desk, Marcel busy reloading his rifle.
“Uh, creepy.” whispered John at the secretary droid lying on the floor. He was missing an arm and his metallic joints were visible, even if covered with dust like everything in the room.
“They’re not shooting at us anymore! They’re gone!” Marcel looked. It was true, they were nowhere in sight. “Why did they go away?”
“I don’t know,” replied Marcel warily, “but we should go upstairs, they could come back with reinforcements.” And I don’t like the bleeding scratch on your forehead, he thought.

“Marcel… there’s something wrong.” John’s voice was barely a whisper. He replied nodding slowly. The floor on that level was impossibly clean. I haven’t seen such a clean floor since… well, since everything went downhill. It almost smells of that shitty “ocean dreams” fragrance they give to floor detergents. God, I can’t believe I even miss old ads.
Marcel signalled John and went forward first. He almost felt sorry for his footprints of dust and soil, but he held his rifle out and tried to open the door on his left. It was locked. The door at the end of the corridor was their only option to go forward. Before Marcel could put his hand on the doorknob, the lights in the corridor flashed on, and a triumphant music blasted from hidden speakers.
“What the fuck?” John and Marcel steadied their rifles.
A woman with a perfectly ironed dress and freshly combed hair came towards them smiling and heading a clipboard.
“Congratulations, citizens. You just won the exclusive “Scorched Earth” reality show! Come with me, the public wants to meet you!”

Recensione / Review: Dimenticami Trovami Sognami

dimenticami-trovami-sognami-cop-663x900Autore: Andrea Viscusi
Genere: fantascienza
Anno: 2015
Note: pubblicato da Zona 42.

Dorian Berti è un ragazzo italiano che viene selezionato dall’ESA per un partecipare a una missione per cui si era candidato. C’è un piccolo dettaglio: non sa quasi nulla della missione, né sa quanto tempo richiederà, ma è comunque felice. Lo racconta alla famiglia e alla sua ragazza, Simona, che sembra davvero contenta per lui. Simona ottiene un permesso speciale per viaggiare assieme a Dorian e raggiungere con lui la base segreta dell’ESA dove si svolgerà la missione: uno degli scienziati principali del progetto insiste proprio che Dorian abbia qualcuno con lui, qualcuno da cui tornare. Dorian scopre che l’obiettivo non è mandarlo nello spazio, e all’inizio ci rimane male. Ma andrà comunque lontanissimo in una sorta di lungo sogno monitorato. Si aspetta di sognare per giorni, forse settimane, ma viene risvegliato dodici anni dopo…

Il romanzo è diviso in tre parti: Dimenticami segue le avventure di Dorian; Trovami ci mostra il dottor Novembre, uno psicologo alle prese con un “paziente” davvero particolare, Mose Astori, che gli parla dei suoi sogni e di cosa crede di saper fare; Sognami parla di Simona e dei suoi sogni, e degli sforzi di Dorian di tornare a una vita normale cercando di capire cosa gli sia successo in quei dodici anni, perché si sente molto diverso…
La politica di Zona 42 era quella di non accettare manoscritti ma di concentrarsi su libri tradotti. Alla lettura di DTS hanno cambiato idea (pubblicando poi un altro romanzo italiano). Il che dice già molto, se si tiene in considerazione che pubblicano pochi titoli all’anno.

Cos’ha quindi DTS di così speciale? Beh, è quel genere di fantascienza che non tratta di astronavi, alieni o tecnologia super futuristica: DTS indaga infatti sull’ultima frontiera, ossia la mente umana, usando il sogno come tema e come mezzo per esplorare l’universo – letteralmente. Un debutto ambizioso nel mondo del romanzo, se si considerano certi temi e certe rivelazioni, eppure funziona molto bene. Il libro è costruito in maniera intrigante, e sinceramente non lo volevo mai mettere giù e interrompere la lettura, perchè sapevo che ci sarebbe stato qualcosa di coinvolgente ad aspettarmi nelle prossime pagine. Ogni personaggio ha qualcosa di interessante da dire, e ciò che sarebbe potuto essere un banale cliché stile hollywoodiano viene abilmente evitato. Mi era stato descritto come “il Solaris italiano” e sapete che vi dico? Rende bene, perché è uno di quei romanzi che fanno sì che il lettore/la lettrice si chieda “cosa avrei fatto/pensato io al suo posto?”, proprio come per me è stato Solaris. E a dire il vero DTS ha parecchie cose in comune con Solaris – in senso buono, ovviamente: basta sostituire il pianeta misterioso con le profondità della mente umana, come se fosse il luogo più alieno dell’universo…

Voto: 8,5


 

Author: Andrea Viscusi
Genre: sci-fi
Year: 2015
Notes: the title literally means “Forget me, find me, dream me”. As far as I know there is no translation into english available, but if you can read Italian you should definitely consider it.

Dorian Berti is a young italian man, and he’s excited when he finds out he has been selected by ESA for a special program he had applied for. But there’s a catch: he doesn’t know much about the mission, and about how much time it will take. He has to break the news to his girlfriend Simona, who appears to be happy for him. She gets special permission to travel with Dorian to the secret ESA location where the mission will take place – indeed, one of the project’s leading scientists insists that Dorian should have someone with him, someone to go back to after the mission. Dorian quickly learns that the mission will not take him to space, and he’s disappointed at first. But he’ll go far, far away in a monitored, special kind of long dream. He expects his dream to last days, maybe weeks. He is awakened twelve years later…

The book is divided into three parts. The first one, Dimenticami (Forget me) follows Dorian’s adventures. The second one, Trovami (Find me), is about a psychologist, dr. Novembre, who gains a weird “patient”, Mose Astori. Mose tells him about his dreams, and about what he thinks he can do. Sognami (Dream me) follows Simona’s dreams and Dorian’s efforts to go back to a normal life and to understand what happened to him in those twelve years, because he feels that there’s something different in him…
Italian sci-fi publishing company Zona 42’s policy was not to accept novels by italian authors, focusing only on translated material. But when they were sent DTS, they changed their minds (and published another italian novel afterwards). That’s already saying something, if we take into account that they only publish around 3-4 books per year.

So, what’s so special about DTS? Well, it’s that kind of sci-fi that doesn’t have spaceships or aliens, nor super futuristic technology. Instead, DTS investigates the next frontier, aka the human mind, using the dream as a main theme and as a mean to explore the universe – quite literally so. It’s an ambitious debut, taking into consideration certain themes and revelations, and yet it works. The novel is constructed in a compelling way, and I really never wanted to put it down and interrupt the reading because I was sure there was going to be something fascinating waiting for me in the next pages: in terms of revealing the info to the reader it’s a very well balanced book. Every character has something interesting to say, and what could have been a boring Hollywood-like cliché is nicely averted. Someone described DTS to me as “the Italian Solaris” and you know what? It fits. It’s one of those novels that leaves the reader thinking “what would I do/think in his/her place?”, like Solaris did to me. And, surprisingly, this novel has a lot in common with Lem’s novel. The mysterious planet is replaced by the depth of the human mind, as if it were the most alien place of the universe..

Vote: 8,5

Recensione: Autorità / Review: Authority

image_book-phpAutore: Jeff Vandermeer
Genere: fantascienza, la Zona
Anno: 2014
Note: Secondo della trilogia dell’Area X, preceduto da Annientamento e seguito da Accettazione. Ho letto l’edizione italiana tradotta da Cristiana Mennella.

Autorità ci fa osservare la vita di John “Controllo” Rodridguez, il nuovo direttore della Southern Reach, l’agenzia governativa che, in teoria, controlla e studia l’Area X.
Potrà anche dire a tutti di chiamarlo Controllo, eppure non controlla quasi niente. Il primo impatto che abbiamo con la Southern Reach è una burocrazia obsoleta, un odore di miele rancido e muffa accompagnati da una moquette onnipresente. A dirla tutta è una specie di “Zona” anche quell’edificio, un vero e proprio ecosistema dove la muffa e alcune aree – che vanno dagli sgabuzzini alla mensa – sembrano avere il ruolo di ricreare la lussureggiante vegetazione dell’Area X e i suoi misteri. Il verde delle foglie viene sostituito da quello della moquette, e non mancano i predatori (come la vicedirettrice Grace, amica intima della Direttrice precedente) e i segreti. Tre membri dell’ultima spedizione sono tornati, e una delle quali è la biologa. Ricorda qualcosa, ma quanto? Non c’è traccia della psicologa, della quale scopriamo molti segreti, incluso il fatto che era lei la direttrice della Southern Reach. La trama si infittisce! Cosa l’ha spinta a prendere parte alla spedizione? E cosa dire degli altri membri dello staff della Southern Reach? Cosa dire di gente come Lowry, l’unico sopravvissuto della primissima spedizione, o dello scienziato Whitby, o della glottologa Hsyu, che ha rinunciato all’ultimo minuto a unirsi alla spedizione che abbiamo visto in Annientamento?

Sarò onesta, all’inizio questo libro non mi aveva preso granché. La burocrazia non è così interessante, e nemmeno il continuo ribadire del pessimo odore dell’ufficio e così via. A un certo punto giuro che avrei voluto fargliela mangiare, quella moquette del cavolo, a Vandermeer! Le prime cento pagine erano emozionanti come una fila alla posta: una piccola rivelazione qua, un dubbio insinuato là, ma soprattutto tanti battibecchi da ufficio ed episodi del passato di Controllo, sua madre, suo padre e la sua infanzia.

Continuo a non apprezzare il narratore onniscente per questo genere di libri, toglie un po’ della brillantezza e del realismo che potrebbe avere. Con la biologa nel primo libro i dettagli sul passato mi erano sembrati interessanti, quelli di Controllo molto meno, come se mancasse qualcosa. La mia prima impressione rimane questa: sarebbe stato bello unire Autorità e Annientamento in un unico libro, alternando i capitoli uno a proposito della Biologa e uno a proposito di Controllo, gestendo delicatamente le rivelazioni, i comportamenti e i misteri, per rendere più fluide le parti noiose e accrescere la curiosità del lettore/della lettrice.
(nota: all’epoca non sapevo che ciò lo avrebbe reso troppo simile a Il Direttorato).
Ah, il finale, quanto ci sarebbe da dire sul finale! Da un punto di vista stilistico è bellissimo, le reazioni di Controllo sono umane e comprensibili. Però non so se mi convince dal punto di vista narrativo, sembra un deus ex machina. Se una cosa del genere può avvenire così improvvisamente, allora tutto può succedere, e per me ogni universo, anche il più strano, deve avere le sue regole. Ma Autorità soffre della sindrome del “secondo della trilogia”: sembra un riempitivo messo lì per darci le ultime 50 pagine (che potevano essere tagliate a 40). Il libro perfetto da regalare a chi fa un lavoro d’ufficio per ricordargli che “potrebbe andare peggio, potresti lavorare alla Southern Reach!”

Voto: 7,5


Author: Jeff Vandermeer
Genre: sci-fi,
Year: 2014
Notes: Second volume of the Southern Reach Trilogy, preceded by Annihilation and followed by Acceptance. I have read the italian translation by Cristiana Mennella.

Authority follows the events in the life of John “Control” Rodriguez, the new director of the Southern Reach, the government agency that is supposed to control and study the Area X. He may tell everyone to call him Control, but it’s pretty obvious he doesn’t have control over many things. The first impact we have with The Southern Reach is antiquate bureocracy, a smell of rancid honey and mold, paired with omipresent moquette. But it is almost a Zone in itself, a veritable ecosystem where the mold and the different areas – from small storage closets to the big canteen seem to mimic the lush vegetation of the Zone. The green of the leaves is substituted by the green of the moquette. It has its predators (Grace, the vicedirector and close friend of the former director) and its mysteries. Three members of the last expedition are back, one of which is the biologist. She remembers something, but how much? There is no trace of the psychologist, of which we learn many things – including the fact that she was the former director of Area X. The mysteries multiply. What compelled her to take part to that expedition? And what about the rest of the staff at Southern Reach? What about people like Lowry, the only surviving member of the very first expedition, or the scientist Whitby, or the glottologist Hsyu, who almost left with the last expedition but changed her mind?
I am going to be honest here, at first I had a hard time getting captured by this book. Bureocracy isn’t interesting, and neither is the continous mention of the disgusting smell of the office and so on. I wanted Vandermeer to eat that goddamn moquette, at a certain point. The first 100  pages or so felt like a queue at a post office, a small revelation or doubt given here and there bit by bit, mixed with office quarrels and tales of Control’s past, about his mother and father and childhood. The omiscient narrator still isn’t the best choice for this kind of books, it makes everything feel a little bit more stale, more unreal. With the biologist, in the first book, these details seemed interesting, Control’s ones feel like they lacked something. My first impression of this book was that it would have been better to mix it with Annihilation, one chapter about the biologist and one about Control, carefully handling revelations, behaviours and mysteries, so to make the most boring parts flow a bit better and make the reader even more curious.
Ah, the ending. So much could be said about that. Stylistically speaking, it’s the best part, I really appreciated the human reactions of Control in respect to what was happening. Narratively, I am not sure I can say so, because it really felt like an unpredictable deus ex machina. If that can happen so suddenly, then everything can and every universe, no matter how weird and mysterious must have its rules. Unfortunately Authority has the “second book of a trilogy” syndrome, it feels like a filler written to reach the last 50 pages (which could have been cut to 40).

It’s the kind of book you could give to someone you know that has an office job, as in “see, it could be worse, you could be working there.”

Vote: 7,5

Salva

Short stories: The Ship – part 3 / Racconti brevi: La Nave – 3 parte

nave3

Seguito di La Nave – parte 1 e parte 2/ Sequel of The Ship – part 1 and part 2

Quando si svegliò, Mathias era convinto che fosse stato tutto uno strano sogno. Era ancora sull’Agamennone, che non era mai esplosa, e non era mai stato disperso in mare finché non era stato salvato da una nave piena di morti. Ma quando aprì gli occhi non vide la parete grigia che vedeva sempre dalla sua cuccetta. Vedeva invece il bianco di uno dei tavoli della mensa, e si stava rendendo conto che gli facevano male collo e schiena. Davanti a lui c’era una lattina di fagioli, ancora mezza piena. Là fuori il sole splendeva come se volesse deriderlo. Merda. Quindi no, non era un sogno. È tutto vero.

Dormire non era stato parte dei suoi piani, ma appena aveva finito di esaminare alcuni dei corpi meglio conservati dell’infermeria aveva vagato per la nave come in un sogno. Aveva cercato di entrare nella sala comandi, ma era stata chiusa dall’interno. Doveva esser stata chiusa a chiave e non con una serratura elettronica, perchè i suoi innesti cerebrali non lo avevano potuto aiutare. Si era trascinato fino alla mensa e aveva chiuso le porte. Gli ultimi istanti prima di addormentarsi erano già come un sogno nella sua memoria, ma ricordava di essersi detto che doveva mangiare qualcosa visto che il suo pranzo era finito sul pavimento dell’infermeria.

C’è qualcosa che non va. A parte i morti, dico. E questo mal di testa mi sta uccidendo. Sentì di nuovo lo strano ronzio e si grattò la testa come se potesse fermarlo. Si alzò e camminò lentamente fino alla finestra. Sono tutti morti. Tutti per un colpo alla testa, a parte due che sembra che siano stati ammazzati da un pazzo armato di ascia o qualcosa del genere. Se non posso raggiungere la sala comandi, mi prenderò una scialuppa. Poi provviste, acqua e via da questo incubo di merda.
Si diresse al ponte, grattandosi la testa come se un insetto lo avesse morso.

“E che cazzo, sul serio?” Tutte le scialuppe erano state sabotate, e addirittura un paio di esse avevano buchi grossi come la sua testa. “Perché non posso avere un po’ di fortuna, per una volta?” sospirò. Poi la vide. Qualcuno aveva abbandonato una Halligan sul ponte. Qualcuno doveva averla usata per sabotare le scialuppe e, suppose, per massacrare i due poveri cristi in infermeria, a giudicare dalle macchie marroni sospette.
Posso usarla per entrare nella sala comandi! Finalmente un po’ di fortuna!

Si diede un’ultima grattata alla testa, arrivando quasi fino a piantarsi le unghie nello scalpo cercando di far tacere quel cazzo di ronzio, poi si diresse verso la porta della sala comandi.
Funziona! Quel genere di attrezzatura gli dava sempre una gran soddisfazione. Forzò la porta e entrò. Quasi non si sorprese nel vedere un’altra persona morta: si trattava di una donna sulla cinquantina, che doveva essere stata il capitano della nave e teneva ancora in mano la sua pistola. Non c’era nessun altro nella stanza.
“Ok, capitano, mi scusi ma devo provare a… fare qualcosa.” spostò la sedia con il cadavere il più delicatamente possibile e spinse un tasto del computer. Si riaccese lentamente dopo giorni di standby. Mathias si grattò la testa, impaziente. Perchè questo ronzio non smette mai? Finirò per impazzire! Ritirò la mano e notò che si era grattato così forte da sanguinare. “Oh, merda. Ecco cosa è successo a tutti. Il… ronzio ha mandato tutti fuori di testa! Abbastanza da farli ammazzare gente o loro stessi…”
Il computer si accese sull’ultima pagina del diario di bordo e confermò i suoi sospetti. Stando al defunto capitano il ronzio si era insinuato nelle teste di tutti tramite gli innesti neurali, e si era intensificato col tempo. Sospettava fosse un nuovo tipo di arma, forse un virus. Aveva cercato di cambiare la rotta, ma il virus stesso glielo aveva impedito. Lesse le sue ultime parole ad alta voce. “A tutti: state lontani da questa nave, vi supplico. Beh, capitano, mi piacerebbe un sacco. Vediamo… la rotta è impostata per la base militare di Whitematch, arrivo stimato tra sette giorni. E non posso cambiare la rotta.” Sospirò e si lasciò andare contro la parete. Ho acqua e cibo a sufficienza, se non impazzisco prima. Si colpì la mano appena si sentì tentato di grattarsi la testa. E cosa accadrà quando arriveremo a Whitematch? Avranno tutti questo genere di innesti neurali, è roba militare standard…. Rabbrividì e fissò la pistola del capitano, chiedendosi se sarebbe riuscito a resistere alla tentazione di usarla in quei sette giorni.


 

When he woke up, Mathias expected it all to be a silly dream. He was still on the Agamemnon, which had never exploded and he had never been at sea for days only to be rescued by a ship full of dead people. But when he opened his eyes he didn’t see the grey wall he always saw from his bunk bed. Instead, he saw the white of a mess hall table, and realized his neck and back hurt. In front of him laid an open can of beans, still half full. Outside, the sun was shining almost mockingly. Shit. So, no dream. Everything is real.

He had not planned to sleep but as soon as he had finished observing some of the better-preserved bodies in the infirmary he had wandered the ship as in a dream. He wanted to open the control room, but it had been locked from the inside, it had to be an old fashioned lock instead of an electronic one considering how his cyberware had not been able to help him. He had dragged himself back to the mess hall and locked the doors. The last moments before falling asleep were already like a dream in his memory, but he remembered telling himself he was supposed to eat since his lunch was currently on the floor of the infirmary.
This is not normal. I mean, beside the dead people. And this headache is killing me. He felt that weird buzzing sound and scratched his head as if that could make it stop.
He got up and walked slowly to the window. They’re all dead. All because of a hit to their head, except for two who looked like victims of a madman with an axe or something like that. If I can’t get to the control room, I’m going to get a lifeboat. Some supplies, some water, and out of this motherfucking nightmare.
He left for the upper deck, scratching his head as if a bug had just bitten him.

“Ok, seriously, what the fuck?” He asked to no one in particular. All lifeboats had been tampered with, a couple of them ever sporting a hole as big as his head. “Why can’t I have just a little bit of luck, just once?” He sighed. Then he noticed it. Abandoned on the deck lied a Halligan bar. It had probably been used to sabotage the lifeboats and, he supposed, to maul the two poor devils lying in the infirmary, judging by the suspicious dark brown stains.
I can use this to get into the control room! Luck has just arrived!
He gave a last powerful scratch to his head, almost digging his nails in his scalp in an effort to make the goddamn buzzing shut up, then headed for the control room door.

It works! He always thought that there was something incredibly satisfying in that kind of tools. He pried the door open and got inside. He almost did not feel surprised at the sight of another dead person, this time a woman who looked in her fifties and had been the captain of the ship. There was no one else in the room, and her gun still lied in her hand.
“Okay, captain, I’m sorry but I need to see if I can… do something.”
He moved the chair with the corpse as gently as he could and pressed a few keys on the computer. It sprung back to life after a days-long standby. Mathias scratched his head impatient. Why can’t this buzzing thing stop, it’s driving me mad! He retracted his hand to see he had scratched had enough to bleed. “Oh, fuck. This is what happened to everybody, isn’t it? The… the buzzing thing has been driving people mad! Mad enough to make them kill or kill themselves…”
The computer showed him the last page of the captain’s log, which confirmed his suspicions: according to her words the buzzing got through everyone’s heads through the brain cyberware, and it had intensified over time. She suspected it was some new kind of weapon, perhaps a virus. She had tried to alter the course, but the virus had acted on the navigation computer too, making it impossible. He read her last words aloud: “To everyone, please stay away from this ship. Well, shit, capitan, I’d love to. Let me see… course set for Whitematch Military Base, ETA 7 days… can I alter the course? No, of course not, because it’s stuck.” He sighed and leaned against the wall. I have enough food and water for 7 days, but will I go mad before that? He slapped his hand when he felt tempted to scratch his head again. And what will happen when the ship reaches Whitematch? Everyone’s got this brain cyberware, it’s standard military issue… He shivered looking at the captain’s gun, wondering if he would have resisted the temptation to use it in those 7 days.