Racconto breve: Una mattinata al museo // Short Story: A morning at the museum

museum

 

La voce del collega la distrasse dai suoi pensieri, e Hilda si voltò. Nella sua divisa azzurro vivo da insegnante, Frank si stagliava come un faro in un mare di bambini delle elementari.

“Smettila, o romperai il minicomputer.” disse Frank a un bambino impegnato a testare la resistenza del computer da polso sbattendolo contro il sedile. Il bambino lo guardò e obbedì riluttante, ottenendo un sorriso da parte di Frank. Assicuratosi che i bambini fossero a posto nei loro sedili e sufficientemente intrattenuti dal paesaggio, Frank si sedette vicino a Hilda.

“Tutto bene?”

Annuì. “Sono solo stanca.”

Frank sospirò. “Meno male che ci sei anche tu. Antoinette mi ha detto che ti piace portare i bambini al museo. Non fraintendermi, adoro il mio lavoro, ma a volte preferirei camminare sull’orlo di un vulcano attivo.”

“Ne hai mai visto uno vero?”

“Ho la faccia di uno che può permettersi una “vacanza avventura” sulla Terra?” mimò le virgolette con le dita, “No, solo le simulazioni. Tu?”

“Idem. E comunque non mi dispiace portare in giro i bambini. Ho visto tutti i musei e le mostre degli ultimi cinque anni gratis, e con tanto di guida.”

“Cosa ti è piaciuto di più?” chiese Frank.

“Difficile a dirsi. Mi era piaciuta la mostra sull’Antico Egitto, ma temo le mummie fossero tutte finte. La mia cosa preferita rimane l’Albero, mi sa.”

 

Hilda adorava l’Albero. Lo aveva visto per la prima volta da piccola, e da allora le aveva sempre fatto piacere rivederlo: valeva la pena farsi intere sale del museo dedicate alla vita di un tempo sulla terra, con sempre gli stessi ologrammi di animali e quelle spiegazioni che ormai conosceva a memoria, per arrivare alla stanza dell’Albero. Si ergeva proprio in una sala circolare, luminosa e dotata di soffitto trasparente, così che da alcuni angoli l’albero sembrava stagliarsi contro i grattacieli più alti del museo, come per ricordare uno spettacolo comune per chi viveva sulla terra. Protetto da una gigantesca cupola trasparente come un oggetto in mostra in una teca, l’unico albero presente su Aurora viveva e cresceva nel suo ambiente perfettamente controllato. Era un cedrus libani, un Cedro del Libano.

Rispose alle domande dei bambini senza problemi, visto che erano più o meno sempre le stesse: cos’è un “libano”, cos’è un “cedro”, perchè le foglie sono fatte così.

“L’Albero è alto 19,7 metri, Violet.” la bambina fissò l’albero a bocca aperta.

Ed ecco che arrivava il suo momento preferito. Si domandava come potessero permetterselo, quelli del museo: a quanto sapeva lei gli androidi erano molto costosi, soprattutto quelli con fattezze così umane. Immagino ricevano donazioni, e sicuramente sarebbe utile per un’azienda, ci guadagnerebbe in termini di immagine.

Con la sua pelle di plastica opaca e rifinita, l’androide sembrava appena più grande di una persona, e si muoveva con una grazia rara per un macchinario. Aprì la cupola dell’albero e si comportò come se non ci fosse nessuno a guardarlo, controllando attentamente dei parametri su un palmare e estraendo un paio di forbicine dal grembiule. Si mise a osservare attentamente il terreno vicino all’albero, controllando la presenza di parassiti.

Hilda sapeva che probabilmente non c’era bisogno di una scena del genere: potevano tenere d’occhio i parametri dai computer centrali e riservare gli eventuali interventi a momenti in cui non c’erano visitatori. Ma era, appunto, una scena: faceva parte di tutta l’esperienza del Museo della Vita Terrestre e non stonava affatto.

“Immagino sia per via del contrasto,” disse Frank, “Un androide… un essere meccanico, un’intelligenza artificiale costruita dall’uomo…” enfatizzò le sue parole con i gesti delle mani. “..ad occuparsi di uno degli ultimi esseri viventi del vecchio mondo. Scommetto che lo usano per quello.”

 

Lucy risistemò le forbicine nella tasca del grembiule e uscì dalla cupola dell’albero, chiudendo la porta con il codice di sicurezza.

“Grazie per la vostra visita.” disse alla classe accennando un inchino. I bambini e i due insegnanti risposero all’unisono, e lei si diresse verso una porta riservata ai dipendenti del museo. La chiuse con cautela e si diresse all’area relax.

“Com’è andata?” chiese un collega masticando un panino.

“Come al solito.” rispose Lucy con la sua voce dal timbro sintetico. Si sedette su una delle sedie di plastica verde fluorescente e si tolse la maschera da androide. Trasse un profondo respiro e cominciò a pulirsi il sudore dal viso.

“I bambini ci cascano sempre?”

“Ci cascano tutti, secondo me.” si tolse i guanti che formavano le mani finte. “Per questo amo i lunedì.”


 

The voice of Frank, her colleague, distracted Hilda from her thoughts, and she looked behind her. In his bright blue teacher uniform, Frank stood up like a lighthouse in a sea of elementary school kids.

“Stop doing that, you’ll break your wristcom.” said Frank patiently to a kid who was testing the resistance of his wristcom smashing it with all his force against his seat. The kid looked at him and, reluctantly, obeyed, obtaining a smile from Frank. Seeing that the kids were all sitting in their seats, thankfully distracted by the pastel skyscraper landscape, Frank sat next to Hilda.

“You okay?”

She nodded. “I guess I’m just tired.”

He took a deep breath. “I’m glad to have you here. Antoinette told me you love taking kids to the museum. Me, I love my job, but sometimes I feel like I’d rather walk on the edge of a flaming volcano.”

“Have you ever seen a real one?”

“Do I look like the guy who can afford an “adventure holiday” on Earth?” he mimed the brackets with his fingers. “Nah, only the simulations. You?”

“Same. Anyway yeah, I don’t mind it. I’ve seen every museum and exhibition in the last 5 years for free, and in great detail too.”

“What’s the coolest thing you’ve ever seen?” asked Frank.

“Uh, that’s hard to say. I loved the Ancient Egypt one, even if I suspect the mummies were fake. But my favorite thing remains the Tree.”

 

Hilda loved the Tree. Since she had seen it for her first time as a little kid, it always brought her joy to see it again. It was worth an entire day walking through museum areas devoted to old life on Earth, with always the same animal holos and explanations she had learned by heart now. The museum knew how to bring value to its pieces and she knew it.

There it stood, at the center of a bright, round hall with a transparent ceiling made so that from a certain angle you could see the tree against the human structures, a reminder of what it was to live on Earth once. Encapsulated in a transparent, giant case, like a normal piece at an exhibition, stood the only tree that could be found on Aurora. It was a cedrus libani, a Cedar of Lebanon, living and flourishing in its perfectly controlled environment.

She answered the kids’ questions easily, since they were pretty much always the same ones: what’s a “lebanon”, what’s a “cedar”, why do the leaves look weird.

“It’s 19,7 meters tall, Violet.” the kid opened her mouth in wonder.

Then came her favorite part. She briefly wondered how the museum could afford it, because as far as she knew androids weren’t cheap, especially those who looked so human. But there were donations, after all. It would to well for the image of a company, I guess.

With its visible, polished plastic skin, the android looked only slightly bigger than a regular human, but he moved with a grace she rarely saw in machines. It opened the Tree’s protective dome and behaved like there was no one looking at it, carefully checking parameters on a display and taking small scissors from its apron. It tended the grass next to the tree, carefully scouting for parasites.

She was vaguely aware that perhaps there was no need for such a thing: most parameters could have been checked by the main computers and interventions could be kept to times in which visitors were not allowed. But it was part of the show, and she couldn’t blame the museum for wanting to keep up with it.

“It’s all about the contrast, isn’t it?” said Frank, “An android – that is, a mechanical being, an artificial intelligence, something man made…” he emphasized everything with his hand gestures. “Taking care of one of the last precious living things. I think that’s why they use one.”

 

Lucy put her scissors back in her apron and left the Tree’s environment, closing the door with its security code.

“Thank you for your visit,” she said to the classroom with a small bow. All kids and the two teachers replied in unison, and she headed for an employee-only door. She closed it carefully behind her and headed for the relax area.

“How did it go?” asked a friend who was munching on a sandwich.

“As usual.” replied Lucy, with her vaguely synthetic voice. She sat on one of the bright green plastic chairs and took off her fake android mask. She breathed heavily and reached for a tissue to clean the sweat off her face.

“Kids still fall for it?”

“Everyone does, I think.” she removed her fake-hand gloves. “That’s why I love mondays.”

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