Recensione: Il Giorno dei Trifidi // Review: The Day of the Triffids

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Autore: John Wyndham

Genere: fantascienza, post-apocalittico

Anno: 1951

Note: da questo romanzo sono stati tratti due film e una serie tv. L’ho letto in traduzione, ma non sono riuscita a risalire al nome del traduttore/trice (era della biblioteca, e una vecchia edizione).


Un mercoledì mattina Bill Masen si risveglia in ospedale. Ha passato lì alcuni giorni dopo una ferita ricevuta sul posto di lavoro, ed è rimasto per giorni con gli occhi coperti da bende. La sera prima l’attenzione di tutti è stata calamitata da un fenomeno incredibile una tempesta di meteoriti verdi accompagnati da lampi di luce, stando a quanto detto dall’infermiera.

Quel mercoledì Bill si aspetta che gli tolgano le bende e spera di essere guarito del tutto. Nonostante la sua impazienza, non arriva nessuno. Chiama più volte, ma non sente che silenzio accompagnato da suoni che non sa distinguere. Manca il rumore delle auto per strada, ma si sentono passi e voci. L’atmosfera si fa subito inquietante, come in un perfetto horror. Bill si toglie da solo le bende e lascia la sua stanza d’ospedale. Ciò che scopre in fretta è che tutti coloro che hanno osservato la pioggia di meteore sono diventati ciechi. E il lettore scopre presto che un’apocalisse dei ciechi è più terrificante di qualunque zombie. Si possono uccidere gli zombie senza problemi, senza troppi sensi di colpa, perchè non sono più esseri umani ma mostri che non possono essere salvati. I ciechi si comportano come zombie… ma sono persone. Hanno paura. Piangono. Ma sono anche disperati e pericolosi. Alcuni si suicidano quando si rendono conto della loro condizione. Bill scopre che ci sono altri come lui che non sono ciechi. Persone che dormivano, lavoravano nei turni di notte, o come lui erano malati. Assieme devono unirsi per combattere il pericolo più grande, i famosi trifidi: piante carnivore coltivate per trarne un olio, possono camminare e hanno pungiglioni avvelenati. In realtà l’unico vantaggio dell’uomo rispetto ai trifidi sta nella vista. Basta unire la cosa con il fatto che il 95% della popolazione è diventato cieco, e il disastro è servito.

“Quando un giorno che sapete essere mercoledì comincia subito a sembrarvi domenica, vuol dire che da qualche parte c’è qualcosa che proprio non funziona.” Un incipit degno di essere ricordato, perchè rende l’idea dell’apocalisse improvviso con una precisione migliore di qualunque scena splatter. Ed è qualcosa che tutti possono capire, che tutti possono immaginare. E ci mostra qualcosa sui personaggi e sullo stile di Wyndham: persone normali che si trovano in un mondo fuori dall’ordinario, e cercano di sopravvivere mantenendo la loro umanità.

La narrativa di Wyndham ha acquisito il soprannome di “cosy catastrophe” (letteralmente “catastrofe comoda/accogliente”), perchè il protagonista è abbastanza bravo e/o fortunato da sopravvivere, trovare una compagna (o scappare con la moglie in altri romanzi) e rimanere nascosto nella sua fortezza mentre il mondo intorno a lui crolla. Non la chiamerei proprio comoda, e se proprio deve essere tale, che sia: meglio questo che l’accoppiata machismo + armi e sbudellamenti vari, come in The Walking Dead. Che, tra parentesi, deve un sacco al Giorno dei Trifidi, come un sacco di opere postapocalittiche. Come cominciano The Walking Dead e 28 Giorni Dopo? Con un uomo che si risveglia in ospedale e scopre che qualcosa non torna. 28 Giorni Dopo è anche ambientato a Londra, come il romanzo di Wyndham.

E ad essere onesti non definirei “comoda” la situazione nel Giorno dei Trifidi: c’è terrore, malattia, disperazione, gente morta e una lotta continua per tenere il nemico lontano. Bill Masen è fortunato? Sì. Ma se non lo fosse e morisse a pagina 2, non avremmo il romanzo. In effetti Wyndham, gestisce la storia limitando i colpi di fortuna e rendendoli credibili (come l’ultimo) e non proprio riducibili a dei deus ex machina. La storia scorre alla perfezione e non c’è un singolo passaggio che risulti noioso o insensato, tutto ha una funzione ed è palese che Wyndham sappia scrivere. I suoi personaggi sono ben costruiti e moderni. Bill ha delle possibilità in più di farcela perchè lavorava coi trifidi, ma sia Bill che il suo principale alleato, una donna di nome Josella (che tra l’altro verrebbe definita “strong female character” al giorno d’oggi) faticano duramente per imparare come coltivare piante e allevare animali. A dire il vero il Giorno dei Trifidi sembra così moderno che l’indizio più palese dei suoi anni sta nel fatto che nessuno si lamenta di avere nostalgia di internet.

Se amate le storie postapocalittiche questo romanzo è praticamente imperdibile. Non sono il genere di persona che crede che la fantascienza più vecchia sia automaticamente più bella – un buon libro è un buon libro, fine della storia. E il Giorno dei Trifidi è invecchiato splendidamente.

Voto: 9


 

Author: John Wyndham

Genre: sci-fi, post-apocalyptic

Year: 1951

Notes: there are two tv series and one movie based on this novel.


It’s wednesday morning. Bill Masen is hospitalized after having been injured at work, and is now laying in his hospital bed, his eyes covered by bandages and feeling quite annoyed. The evening before, everyone’s attention had been caught by a wonderful phenomenon: green comets falling from the sky with bright flashes of light, or at least that’s what his nurse told him. He knows his bandages will be removed on that day, and his eyesight has been hopefully restored. He is quite impatient, but no one comes to his bed. He calls and calls, but there’s only silence and some sounds he cannot point out. He hears no cars on the road. Very little voices, and only a few steps. The whole atmosphere is chilling, like a well written horror story. He carefully removes his bandages and looks around. What he quickly discovers is that everyone who watched the meteorites has turned blind. And the reader discovers that an apocalypse of the blind is far scarier than any zombie. Zombies, you can kill without feeling guilty. They’re not human beings anymore but monsters beyond salvation. The perfect target. Blind people act like zombies here… but are human. They’re scared. They cry. But they’re also desperate and dangerous. Many of them commit suicide when they discover the terrible truth. Bill finds out that there are others who are not blind. People who were sleeping, working night shifts, or were sick like him. And all together they must unite to fight the greater danger, the famous triffids. A carnivorous plant harvested for its juice, it can walk and inject poison. Indeed, mankind’s only advantage against the triffids is being able to see. Combine that with 95% of the population turned blind and you got a recipe for disaster.

When a day that you happen to know is Wednesday starts off by sounding like Sunday, there is something seriously wrong somewhere.” An incipit worth being remembered, because it renders the “sudden apocalypse” effect better than any gore scene. And it is something everyone can understand, everyone can get behind it; this incipt is important because it already shows us something about Wyndham’s style and characters: common people who find themselves in a world out of the ordinary, and try to survive and maintain their human dignity. Wyndham’s style earned the nickname of “cosy catastrophe”  because the main character is lucky and/or skilled enough to survive, find a girl and retreat to his fortress while the world crumbles. If it has to be cosy, so be it. I’d rather have Wyndham’s “cosy catastrophes” than the gun-toting machismo and gore of something like The Walking Dead. Which owes a lot to Day of the Triffids, like many other post-apocalyptic realities. How do TWD and 28 Days Later start? With a man waking up in an hospital after something weird has happened. 28 Days Later is even set in London, like Wyndham’s novel.

But to be honest, there is little cosyness in The Day of the Triffids. There is horror, illness, despair and dead people and a constant struggle to keep the enemy at bay. Is Bill Masen lucky? Yes. But if he weren’t and died at page 2, it would be a completely different story. In fact, Wyndham builds the story making the strokes of luck (especially the last one) believable and quite far from the deus ex machina trope. The whole story flows perfectly, and there is not a single passage that could be seen as boring or pointless, everything has its function and Wyndham is clearly a very skilled writer. His characters are well written as well. Bill has more chances of survival because he worked with triffids, but both Bill and his main ally, a woman named Josella (which, incidentally, is what the internet would call “strong female character”), still struggle a lot to learn about growing plants and dealing with animals. Indeed, considering how modern this book feels, the greatest clue of its old age is that no character complains about missing the internet. If you’re into post-apocalyptic fiction, this book is an absolute must. I’m not one of those people who thinks that older sci-fi is inherently better compared to contemporary authors – a good book is a good book, end of the story. And Day of the Triffids aged really well.

Vote: 9

Racconto breve: L’esperto // Short story: The expert

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Matteo si stava ancora allacciando le scarpe quando il suo smartphone di lavoro fece ping! e il ragazzo lo prese. Il sistema di tracciamento aveva finito l’analisi e mostrava i risultati. Trovato! Ecco dov’è! Il sistema gli chiese se intendeva cominciare una nuova analisi nel frattempo e Matteo cliccò su “sì”, poi si allacciò l’altra scarpa, prese la giacca e uscì.

Era un po’ tardi, erano quasi le 6 di sera, ma gli esperti del suo campo non avevano orari precisi. Dovevano portare a termine il loro compito, che fosse di notte o alle sei di mattina non importava, purché avessero successo. Aprì la mappa virtuale sul telefono e guardò la strada di fronte a lui. La freccia non era ancora visibile, ma la cosa non lo sorprendeva. Entrò in macchina e piazzò il telefono sul cruscotto. Guidava tenendo un occhio sulla strada e uno sul tracciante, seguendo il segnale. Sperava che il soggetto fosse ancora vivo. Odiava riportare indietro un cadavere. Lo pagavano comunque, certo, ma non era la stessa cosa.

 

Parcheggiò vicino a un supermercato e seguì la mappa virtuale percorrendo il marciapiede, a quell’ora pieno di persone. Molti altri erano concentrati sui loro telefoni, e lui non risaltava di certo, non potè non notare. La freccia rossa sullo schermo era diventata sempre più grande man mano che si avvicinava al soggetto. Girò a sinistra in un vicolo. Un classico.

A giudicare dal segnale il soggetto doveva essere lì. Spero proprio che non sia morto. Matteo si coprì la bocca con la manica chiedendosi se fosse il caso di tirare fuori la mascherina mentre dava un’occhiata veloce ai cassonetti. Ed eccolo, sotto a una macchina arrugginita con un vecchio cartello “vendesi”. Vivo.

“Vieni qui, Vic, da bravo..” il cagnolino tremava spaventato.

Marco prese un pezzo di carne da un contenitore di plastica che teneva nella borsa e lo mise di fronte al cane. Vic mugolò ma non osò muoversi. Matteo prese la sua asta da accalappiacani e piazzò la carne appena fuori dall’ombra dell’auto, per convincere il cane a farsi vedere. Dopo qualche istante, un affamato Vic si fece vedere e Matteo lo afferrò con l’asta. Lo mise in una rete e appoggiò delicatamente la rete sul cofano della vecchia auto. Il cane mugolò, ma non sembrava ferito.

“Ottimo. Sshh, va tutto bene, il tuo papà umano ha tanta nostalgia di te, sai?”

 

Un soddisfatto Matteo suonò il campanello e sentì il proprietario aprire la porta. Sarà il classico impiegato, ipotizzò osservando la casa. Il proprietario di Vic gli aprì in maniche di camicia e con la cravatta dal nodo allargato. Bel fisico! Ricordandosi di non flirtare coi clienti, Matteo si presentò subito. “Eccolo qui, signor Ferretti, il suo Vic.” gli porse il cagnolino, il quale cominciò subito a scodinzolare alla vista di Ferretti.

“Il mio Vic! L’hai trovato!” Ferretti sorrise e prese in braccio il cane, ancora nella rete per motivi di sicurezza. Il cane cercò di leccargli la faccia attraverso la rete.

“Senti, non so come ringraziarti. Ho già pagato l’agenzia, ma… posso darti una mancia o è considerato scortese?”

“Certo che può.” rispose Matteo, valutando l’ipotesi di chiedergli se gli andasse una birra quel fine settimana.

 

Ancora incredulo del fatto che Ferretti – anzi, Giulio, come gli aveva detto di chiamarlo – avesse accettato la birra del fine settimana con entusiasmo, Matteo cercò di concentrarsi sui risultati della sua ultima analisi. Meno male che ci sono sempre più persone che mettono questi chip nei loro animali, pensò. Il prossimo era una gatta soriana di nome Stellina che, stando a quanto gli avevano detto all’agenzia, apparteneva a una signora ricca. Molto bene, prevedo una bella mancia.

Aveva cominciato a piovere a catinelle, ma Matteo non aveva intenzione di interrompere le ricerche. Il chip di Stellina inviava bene il segnale, doveva solo trovarla. Un altro vicolo, un’altra serie di cassonetti puzzolenti il cui fetore era amplificato dalla pioggia.

Gli sembrò di sentire odore di roba marcia, ma uno dei bidoni era vicino alla porta sul retro di un ristorante, quindi aveva senso sentire odore di cibo e animali morti. Sperava solo che Stellina non fosse una di questi.

“Oh, merda.” Matteo fece qualche passo indietro e prese la mascherina. Se la mise e accese la torcia sul cellulare, perchè non era sicuro di credere ai suoi occhi. La freccia rossa sullo schermo era certa che Stellina fosse lì, e puntava all’angolo vicino a uno dei bidoni. Matteo trasse un respiro profondo e attivò il segnale acustico. Il chip emise un cinguettio di risposta, e Matteo seppe di essere al posto giusto. Il che significava che aveva un problema, perchè il chip non era in una soriana di tre anni di nome Stellina. Era nel cadavere di un uomo a malapena coperto da un telo di plastica che puzzava ancora di sangue e chissà cos’altro.

 


 

Matteo was still tying his shoelaces when his work smartphone let out a ping!, and the young man reached for it. The tracking system had finished its analysis, and was now showing the results. Found him! I have a location! The system was asking him if he wanted to start another analysis in the meantime. He quickly clicked on “yes”, then he tied the shoelaces of his other shoe, grabbed his jacket and left.

It was a bit late ‒ it was almost 6 p.m. ‒ but experts in his field had no real schedule. They were supposed to perform their task, whether at night or at 6 a.m. no one really cared as long as they were successful. So he opened the virtual map and looked at the street in front of him. The arrow still wasn’t visible, but that was hardly surprising. He got into his car and place the phone on the dashboard. He drove keeping an eye on the road and another on the tracker, following the signal that he had finally found. He hoped the subject was alive. He really hated bringing back corpses. They still paid him, of course, but it wasn’t the same.

 

He parked the car next to a supermarket and followed the virtual map walking along the sidewalk, bristling with people at that time of the day. Many others were focused on their phones, so he didn’t exactly stand out, he noticed. The red arrow had become bigger and bigger as he got significantly closer to the subject. He turned left to a small alley. How typical.

Judging from the signal, the subject had to be there. I really hope he isn’t dead. Matteo covered his mouth with his sleeve, wondering if he should take out his mask as he quickly inspected the dustbins. Then here he was, under a rusty car with an old “for sale” sign. Alive. “Come here, Vic, shh…” the little dog shivered, scared.

Marco took a piece of meat from a plastic container in his bag and placed it in front of the dog. Vic whined but didn’t dare to move. Matteo took out his dogcatcher pole and placed the meat just in front of the car to force the dog to get out. After a few seconds, the starving Vic resurfaced from under the car, and Matteo caught him with his pole. He placed him into a net, and delicately put the net on the old car. The dog whined, but didn’t seem hurt.

“Great. Shh, it’s okay, your human dad really misses you, you know?”

 

Matteo rang at the doorbell, satisfied, and there he came. Probably a middle-class dude, judging from the house. He opened the door still wearing a shirt with its sleeves rolled up, and a loose tie. Nice body! Reminding himself not to flirt with clients, Matteo quickly introduced himself.

“And here he is, mr Ferretti, your Vic.” he presented him with the little dog, who immediately started whimpering and agitating his tail as he saw his owner.

“My Vic! You found him!” mr Ferretti smiled and took the dog, who was still in the net for safety reasons. The dog tried to lap his face through the net.

“Look, I don’t know how to thank you. I already paid the agency but… can I give you a tip or is it impolite?”

“Sure, you can.” replied Matteo, considering to ask him if he wanted to go out and have a beer on the weekend.

 

Still dizzy from the fact that Ferretti or Giulio, as he had told him to call him, had happily accepted the saturday evening beer, Matteo tried to focus on the results of his next analysis. Thank God more and more people put these chips in their pets, he thought. The next animal was a cat named Starlight, and belonged to a rich lady, according to what they had told him at the agency. I foresee a great tip here.

Rain had started pouring, but Matteo didn’t want to interrupt his research. Starlight’s chip was right on his radar, and all he had to do was to find her. Another alley, another set of smelly dumpsters whose stench was amplified by the rain. He thought he could smell something rotten, but one of the dumpsters was next to a restaurant’s backdoor, so it made sense for it to smell of food and dead animals. He only hoped Princess wasn’t one of these.

“Oh, crap.” Matteo made a few steps backwards, and reached for his mask. He put it on and lighted up the torchlight on his phone, because he wasn’t really sure he could believe his eyes. The arrow on his tracker was sure that Starlight was there, and pointed directly to the corner right behind one of dumpsters. Matteo took a deep breath and activated the beeping function. The chip he was tracking answered with a small beep, so Matteo knew he couldn’t be wrong. Which meant he had a problem, because the chip wasn’t inside a 3 year old tabby cat named Lullaby. It was inside a dead man, barely covered with a sheet of plastic and still smelling of blood and what else.

Recensione: Noi / Review: We

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Autore: Evgenij Ivanovič Zamjatin

Genere: distopia

Anno: scritto tra il 1919 e il 1921, è stato pubblicato per la prima volta nel 1924 in inglese (non è stato pubblicato in russo fino al 1988).

Notes: usato molto da George Orwell come fonte d’ispirazione per 1984. Ho letto una vecchissima edizione Garzanti tradotta da Ettore Lo Gatto, non sapendo il russo non mi pronuncio sulla traduzione.


Noi è scritto sotto forma di diario: un uomo di nome D-503 racconta la sua storia prendendo appunti sulla sua vita quotidiana come ingegnere capo dell’astronave Integrale. Il diario è pensato proprio per essere messo a bordo dell’astronave assieme ad altri testi scritti da poeti e autori approvati dallo stato, con l’obbiettivo di essere letto da popoli che vivono su altri pianeti e non sanno niente della civiltà terrestre. Così spiega ai suoi futuri lettori come vive: sono passati secoli da quando lo Stato Unico ha conquistato il mondo intero e lo ha unificato, ora l’umanità ha raggiunto la vera felicità sotto il comando del Benefattore. Un muro separa lo Stato dalla natura selvaggia (e da ciò che resta del vecchio mondo), e la vita quotidiana di ogni cittadino segue delle regole ben precise. Tutti vivono in case di vetro e seguono delle routine particolari, che però includono due ore da trascorrere come uno meglio crede. In quelle ore è possibile “richiedere” la compagnia di una persona del sesso opposto tramite una procedura burocratica, cosa che funziona sia per uomini che per donne. Non ci sono più le famiglie nel senso tradizionale del termine, ed è lo Stato a occuparsi dei bambini.

Come ingegnere e matematico, D-503 è soddisfatto della sua vita: l’Integrale, il suo capolavoro, è quasi pronto, e ha amici e una donna O-90, che vede di frequente.

Un giorno, mentre sta passeggiando con O-90 come di consueto, incontra I-330, e ne rimane subito affascinato. I due si incontrano in privato, e D-503 scopre che lei è molto diversa da tutte le altre donne: flirta apertamente con lui, fuma e beve alcol, tutte cose in realtà vietate dalla legge. Ma D-503 è troppo curioso, troppo intrigato da lei e non riesce a denunciarla all’Ufficio dei Guardiani. Questo incontro è solo l’inizio: la vita di D-503 si sfascerà lentamente, man mano che scoprirà sempre più cose su I-330, su chi è, cosa vuole… e su cosa si trova al di là del grande muro.

Giustamente considerato il progenitore di altre opere distopiche molto famose, Noi ci mostra un uomo che crolla, che si trova costretto a farsi domande su tutto ciò in cui credeva, con risultati che mai si sarebbe aspettato. Il titolo è significativo, perchè lo Stato Unico ha trasformato tutti i suoi cittadini in qualcosa di più grande, guidato dai principi della ragione e della matematica. Ed è proprio quella la sorpresa per D-503: scoprire che c’è dell’altro oltre alla sua vita, pensare all’idea di vivere una vita diversa, indossare qualcosa di diverso dalle solite uniformi e vivere in qualcosa di diverso da una casa di vetro… per lui è incredibile, eppure I-330 ha molte sorprese in serbo per lui. E per noi. Lo stile di D-503, poi, è davvero particolare: è un ingegnere, vive in un mondo di meccanismi e di ragione, quindi tutti i suoi paragoni e le sue metafore riflettono questa cosa. Ritorna alla matematica cercando di usarla per dare un senso alla sua vita, capisce che c’è qualcosa che non va in lui, che è malato (lo Stato lo considererebbe tale), ma non sa come affrontare il suo problema.

Noi sarà anche un romanzo vecchio, ma è pur sempre la storia della lotta di un uomo per capire se ciò in cui ha sempre creduto è vero o no, cosa che non invecchia mai. Se vi piacciono le distopie, è una lettura a dir poco fondamentale. E se avete letto 1984, beh, troverete molti punti in comune. Specialmente uno che… non ve lo dico, niente spoiler!

Vote: 8+


 

Author: Evgenij Ivanovič Zamjatin

Genre: dystopia

Year: written between 1919 and 1921, was published in 1924 for the first time (in English, not in Russian)

Notes: wasn’t published in Russian until 1988, due to censorship reasons. George Orwell was heavily inspired by it.

We is written as a sort of journal: a man, called D-503, tells his story by taking notes of his daily life as chief engineer of the spaceship Integral. The journal is meant to be carried on the spaceship among other pieces of writing by state-sanctioned authors and poets, and he expects it to be read by people who have never seem human civilization. So he explains to us how he lives: it’s been centuries since the One State conquered the entire world and unified it, and now humanity has reached true happiness and perfection under the rule of the Benefactor. A wall separates the State from the wilderness, and every citizen’s daily life follows a series of rules. Everyone lives in glass houses and follows a strict routine, which includes two hours that can be spent freely. In these hours it is possible to “request” the company of a member of the opposite sex using a bureaucratic procedure, and this works for both men and women. There are no families in the traditional sense of the word, and children are raised by the state. As engineer and mathematician, D-503 is satisfied of his life: the Integral, his masterpiece, is almost ready, and he has friends and a woman, O-90, which visits him often.

One day, while he is walking with O-90, he meets I-330, and is immediately fascinated by her. The two meet in private, and he finds out she’s very different from other women: she flirts with him, she smokes and drinks alcohol, all of which are crimes against the state. D-503 is too intrigued, too fascinated and cannot bring himself to denounce her to the Bureau of Guardians. This meeting slowly shatters D-503’s life, as he finds out more about I-330, what she wants and about what’s behind the great wall.

Rightfully considered the grandparent of other famous pieces of dystopian literature, We shows us a man who breaks down and is forced to question everything he believed in, with results he would have never expected. The title is very meaningful, because the One State has transformed all citizens in something bigger, guided by principles of reason and math. This is what really surprises D-503, to find out there is something else, to even think about living a different life, to wear something different from his daily uniform and to live in something different from a glass house… this is almost unbelievable to his ears, and yet I-330 has much to show him. And to us. D-503’s writing style is something unique: he is an engineer, he lives in a world of mechanics and reason, so all his comparisons and metaphors refer to this. He goes back to math trying to use it to find a sense in his life, he understands that there’s something wrong with him, that he’s sick (that’s how the State would consider him), but he doesn’t know how to deal with it. We may be an old novel, but it’s the story of a man’s struggle to understand if everything he always believed in is true or not, which never gets too old. If you’re into dystopias, this is an absolute must. And if you’ve read 1984, you’re going to find many similarities, specifically one… which I’m not going to spoil.

Vote: 8+

Recensione: Ricambi / Review: Spares

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Autore: Michael Marshall Smith

Genere: sci-fi, cyberpunk

Anno: 1996

Note: la Dreamworks aveva comprato i diritti del romanzo, ma non ci realizzò mai un film. Alla scadenza dei diritti uscì il film The Island, che deve molti elementi al romanzo.


 

Jack Randall è un ex detective della polizia con molti problemi. Costretto ad abbandonare la sua città, New Richmond, si trova un lavoro in una Fattoria. Era vagamente conscio dell’esistenza delle Fattorie, ma non era mai entrato in una nè sapeva esattamente come funzionassero. La sua mente già dipendente da una droga non prende bene la scoperta del funzionamento delle Fattorie: contengono i “ricambi”, esseri umani tenuti sani e ben nutriti in quanto cloni dei figli e delle figlie delle persone più ricche del pianeta. Appena un “originale” viene ferito in qualche modo, un’ambulanza arriva alla Fattoria e prende i pezzi di cui ha bisogno dal clone. A volte è solo una porzione di tessuto, a volte un arto, un occhio o peggio. Poi il ricambio torna nel tunnel dove è destinato/a a vivere. I ricambi non sanno parlare, leggere e nemmeno muoversi correttamente. Con l’aiuto di un droide di nome Ratchet (che lo costringe a disintossicarsi), Jack si imbarca in una assurda impresa: comincia a insegnare tutto ciò che sa ai ricambi, sopratutto a quelli più giovani. Le sue lezioni hanno effetto su alcuni di loro, e li lascia uscire dai tunnel. I ricambi cercano di imparare a leggere e guardano la tv, ma tutto per loro è nuovo visto che non hanno mai vissuto da esseri umani.

Un giorno arriva un’ambulanza per Jenny, uno dei ricambi amici di Jack. Non sopravviverebbe all’operazione, così Jack attacca i medici e riesce a fuggire con alcuni dei ricambi. La sua destinazione è New Richmond, l’unico luogo dove può nascondere i suoi nuovi amici e chiedere aiuto a quelli vecchi. Ma è solo l’inizio, perchè alcuni dei ricambi scompaiono… e mentre aspetta le risposte di cui ha bisogno non riesce a non indagare su una serie di omicidi particolari che attirano la sua attenzione e che crede siano collegati alla scomparsa dei ricambi…

La maggior parte della storia è ambientata a New Richmond: un tempo era un gigantesco centro commerciale volante, da tempo ha messo radici dopo essere stato costretto ad atterrare per problemi tecnici, diventando una sorta di arcologia. La vita nei piani più alti, soprattutto dal 100 in su, è per le persone ricche e rispettabili, più si scende e più la vita diventa miserabile. Non è molto diversa dalla classica città cyberpunk a tinte noir, ma rimane un’ambientazione affascinante. Vediamo tutto dagli occhi di Jack, che è un classico eroe da film noir sarcastico e disilluso, ma al passo coi tempi. Non è facile scrivere un personaggio così senza farlo risultare piatto o una caricatura, ma Smith ci riesce abbastanza bene, considerando anche che è uscito nel 1996 (Monna Lisa Cyberpunk di Gibson è uscito nel 1988, per dire). Oggi ci sembrerebbe inflazionato, ma Ricambi ha pur sempre vent’anni, non è invecchiato bene quanto la trilogia dello Sprawl ma non possiamo essere tutti dei Gibson. Vero, Jack Randall non è certo un personaggio originale, ma è comunque godibile e vi farete due risate, ve lo garantisco.

Ma Ricambi non è solo un noir in una città maledetta. Preparatevi per un’altra ambientazione che vi farà pensare a… beh, se ve lo dicessi sarebbe uno spoiler troppo evidente. Mi limiterò a dire che riguarda il passato di Jack, e ricorda due romanzi che ho già recensito in passato.

Passiamo al tema dei cloni da usare come riserva di organi: un tema che è già stato usato e raccontato da molti autori in molti mezzi, qui è gestito in una maniera tristemente logica, anche se con qualche eccezione (vista la ricchezza dei proprietari, avrebbe senso tenerli in condizioni migliori per evitare rischi di infezioni e così via). Rimane però ragionevole che i ricambi siano mantenuti ignoranti, è probabilmente ciò che accadrebbe davvero se i ricchi potessero avere cloni di loro stessi… di certo non vorrebbero che prendessero coscienza.

Riassumendo, Ricambi è una lettura piacevole. Non è un capolavoro, ma la storia funziona. Non sarà la sagra dell’originalità, ma se amate il cyberpunk vecchia scuola con strade illuminate dai neon e persone ai limiti della società, questo concentrato di high tech low life fa per voi.

Voto: 7,5

 


 

Author: Michael Marshall Smith

Genre: sci-fi, cyberpunk

Year: 1996

Notes: Dreamworks purchased the rights for the movie, but it never got made. After the rights expired the movie The Island came out, with a lot of elements in common with the novel.

Jack Randall is an ex police detective with a lot of problems. Forced to abandon the city of New Richmond, he gets a job at a Farm. He vaguely knew of the Farms’ existence, but he never visited one until he got his job. His drug addicted mind doesn’t take the experience well, especially when he finds out about the “spares”: human beings who are kept healthy and well-fed because they are clones of the richest people’s sons and daughters. When an “original” gets some kind of injury, an ambulance comes to the farm to “harvest” a spare. Sometimes it’s just a piece of tissue that gets taken away, sometimes it’s a limb, an eye or worse. Then the spare goes back to the tunnel where he or she was stored. These spares can’t speak, read or even move their limbs properly. With the help of a droid called Ratchet (who forces him to quit his drug) Jack goes on a fool’s crusade: he starts teaching everything he can to the spares, especially the youngest ones. His lessons have an effect on some of them, and they are let out of their tunnel. They try to read and watch tv, but everything is alien to them as they know nothing of common human life. One day an ambulance comes for Jenny, one of Jack’s friends. She would not survive the operation, so he attacks the surgeons and manages to escape with some of the spares. His destination is New Richmond, the only place where he can hide his new friends and meet his old friends. But this is just the beginning, because some of the spares disappear… As he waits for answers he can’t help but investigate on a series of particular murders that catch his attention, hoping it will help him in finding the missing spares…

Most of the story is set in New Richmond: once a giant, flying megamall, it took roots after some technical problems, thus becoming an archology. Life on the higher floors – especially from floor 100 and above – is for the rich and respectable, the lower you go the more miserable it becomes. Not much different to your standard cyberpunk corrupted metropolis, New Richmond is still a fascinating setting. We see everything from Jack’s eyes, and Jack is a perfect example of the cynical and sarcastic hard boiled antihero, adjusted for inflation. It’s not easy to write such a character without resulting stale, but Smith managed to do it quite well, even considering that the book came out in 1996: for reference, William Gibson’s Mona Lisa Overdrive came out in 1988. Today it would probably result outdated considering it’s been 20 years – it has not aged as well as the Sprawl Trilogy, but we can’t all be Gibson. Indeed, Jack Randall may not be the most original character in the world, but it’s still very entertaining to watch the world through his mind. I guarantee you’ll have a laugh.

There is more than just New Richmond to Spares though. Watch out for another setting that will remind you of… well, if you told you it would be a spoiler. So let’s just say that it is linked to Jack Randall’s past and to at least two books I have reviewed before. We move to the theme of clones as harvest for organs, a topic that has been used and told by many author and many media. I like the way it is handed in Spares, because it sadly feels very logical. If rich people could really have clones of themselves, that’s probably what would happen. If you were an insanely rich person with a clone of yourself you would want them to remain as ignorant of their condition as possible.

Overall, Spares is a nice and entertaining book. Not a masterpiece, but that’s okay because the story works, and that is what matters more. If you’re a fan of old school cyberpunk, the one with neon-light streets and miserable people, this concentrate of high tech and low life is perfect for you.

Vote: 7,5

Racconto breve: All’alba / Short story: At dawn

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Il prompt del racconto di oggi è il risultato di una sessione di brainstorming con il mio collaboratore.

Mentre i primi rosa dell’alba coloravano il cielo, Annika camminava per le vie semideserte di Nuova Vallinn. A quell’ora del giorno era facile pensare che non fosse mai cambiato nulla. Ma mancava qualcosa, come il profumo invitante del pane fresco proveniente dalla panetteria all’angolo della strada, ora chiusa. Traditori, diceva un avviso in chiare lettere rosse attaccato alla porta di vetro ormai impolverata. Qualcosa invece era stato aggiunto, come il grande ritratto del Benefattore di Nuova Vallinn affisso a un muro che osservava i suoi cittadini quando passavano. Annika vide due uomini con le divise della fabbrica dall’altro lato della strada. Continuavano a camminare senza scambiarsi una parola. Il simbolo dei Lupi della Resistenza che aveva visto sul muro ieri era stato cancellato ormai alla perfezione.

Annika trasse un profondo respiro. Calma. Fingi che sia tutto normale. Stai solo andando al lavoro, niente di strano. E di solito non ci sono pattuglie a quest’ora, perciò…

Poi lo udì, il rumore dei passi, il rumore di persone che correvano. Si guardò intorno, ma senza vedere nessuno. Continuò a camminare.

“Ehi, tu, a terra! Ho detto a terra!” la voce veniva da oltre l’angolo. Quando si rese conto che non potevano avercela con lei, proseguì. Non avrebbe potuto percorrere altra strada, e anche se così fosse stato, non avrebbe modificato il suo percorso rischiando di apparire sospetta.

Nella piazzetta all’incrocio un uomo aveva a che fare con due Protettori. Uno dei due teneva il fucile puntato alla testa dell’uomo, che era in ginocchio con la testa vicina al marciapiede e uno sguardo terrorizzato. L’altro Protettore stava sfogliando i documenti dell’uomo. La sua borsa giaceva semiaperta sul marciapiede. Dietro di loro, la vecchia fontana senz’acqua sembrava ascoltarli in silenzio. Non avrebbe voluto fissarli, ma non riusciva a distogliere lo sguardo. Era come quando andava a caccia con suo zio. Detestava quando scuoiavano gli animali, ma non riusciva a distogliere lo sguardo.

Il Protettore che sfogliava i documenti scosse lentamente la testa, e Annika sentì mancarle il fiato. “No, non vanno bene. Questo timbro è sbagliato… dev’essere una spia.”

“No! No, non sono una spia, lo giuro! Lo giuro!”

Il Protettore col fucile gli diede un calcio, e l’uomo rimase in ginocchio. “Silenzio, non vorrai svegliare i giusti che dormono.”

Il malcapitato singhiozzava, ma le sue parole erano diventate poco più che sussurri e Annika non riusciva a capire tutto ciò che dicesse.

“No… vi prego, posso provarlo, non–” lo sparo echeggiò per le vie. L’uomo rimase immobile per un momento, poi cadde. Al contrario delle spedizioni di caccia con lo zio, non ci fu molto sangue, solo un paio di gocce visibili sulle tempie. Aveva l’espressione di chi ancora non ci crede. Dovrei andarmene subito, pensò Annika.

Dall’altro lato della piazza i due operai non si erano fermati, ma non erano riusciti a evitare di guardare la scena. Poi altri due Protettori spuntarono da un vicolo e li fermarono.

“Oh, peccato.” disse uno dei protettori vicino alla fontana, scuotendo la testa.

“Che cosa?” chiese l’altro, frugando nella borsa del morto.

“Credo fosse innocente alla fine, sai? Guarda qui. Il timbro era solo rovesciato.”

“Non preoccuparti. Meglio ucciderne uno di troppo che lasciarne andare uno di troppo, no? Meglio stare sicuri.” L’altro rispose con un’alzata di spalle.

Annika si decise ad attraversare la piazza.

“Ehi, tu! Documenti, subito.” il Protettore che aveva sparato all’uomo innocente puntò il fucile contro di lei. Annika estrasse i documenti, e lui si prese tutto il suo tempo per controllare che ogni singolo timbro, firma e data fosse al posto giusto. Per qualche istante l’unico suono in strada fu quello delle mani del Protettore sulla carta. Quello, e il battito del cuore di Annika.

All’ultima pagina il Protettore commentò, “Bene.” Annika si sentì come se qualcuno le avesse tolto una grossa pietra dal petto, e tese il braccio per riprendersi i documenti. Il Protettore glieli stava porgendo, poi all’ultimo minuto si ritrasse. “Un momento.”

I due si parlarono in sussurri incomprensibili, e Annika sentì una singola goccia di sudore attraversarle la fronte. Aveva un fazzoletto nella tasca, ma decise di ignorare la goccia e non fare nessun gesto che avrebbe potuto mettere in allarme i due. Un Protettore le puntò contro il fucile, e Annika fece un passo indietro.

“Cosa hai visto qui, qualche minuto fa?” chiese l’altro, indicando il morto con un cenno della testa.

“Niente.”

Il Protettore colpì la sua spalla con la canna del fucile. “Sei sicura?”

“Ho visto… che avete riconosciuto e ucciso una spia. Grazie per la vostra Protezione.”

“Meglio. Puoi andare.”

“Ehi, sembri un cadavere.” commentò Olivia quando si incontrarono fuori dai cancelli della fabbrica.

“In effetti ne ho visto uno.”

“Tutto bene?” Olivia ridusse la voce a un sussurro.

“Credo di sì. Cioè, sì, sto bene. Non posso dire lo stesso per un altro tipo, però.” si sistemò il cappello. “Ho incrociato i Protettori stamattina.” Annika mosse appena le labbra.

“Oh, e…”

“Tutto bene. I documenti che mi ha fatto Mathias sono perfetti. Dobbiamo incontrare gli altri Lupi stasera.”

“Me ne occupo io.”


As the first pinks of dawn appeared in the sky, Annika was walking through the semi-deserted streets of New Vallinn. At that time of the day it was easy to pretend everything was as it had always been. But something was missing, like the inviting scent of the fresh bread from the bakery at the corner of the road, now closed. Traitors, said a notice in bright red letters attached to the now dusty glass door.  And something had been added, like the giant portrait of the Benefactor of New Vallinn, who oversaw his citizens as they passed by. She could spot two men with factory uniforms on the other side of the road. They kept walking, and didn’t say a single word to each other. The Wolfpack Resistance symbol that she had seen on the wall yesterday had been scrubbed away almost perfectly.

Annika took a deep breath. Look calm. Look normal. You’re just going to work, no big deal. And there are usually no patrols at this time of the day, so…

The she heard it, the sound of footsteps, the sound of people running. She looked around, but didn’t see anyone. She kept walking.

“Hey, you, down! I said, down!” the voice came from beyond the corner. Once she realized it couldn’t be directed at her, she kept walking. There was no other road she could have taken, and even so, she wouldn’t have changed her path in risk of looking suspicious.

At the small plaza at the intersection, a man was being kept down by two Protectors. One of them kept his rifle held at the man, who was kneeling on the pavement with a blank, terrified stare. The other was going through the man’s papers. The man’s bag had been abandoned on the floor, and lied half-opened. Behind them, the old fountain of the plaza stood waterless and silent. She didn’t want to stare, but she found it hard to look away. It was like when she went hunting with her uncle. She hated looking at animals being skinned, but she couldn’t avoid staring. This was the same.

The Protector who was checking the papers shook his head slowly, and Annika’s heart skipped a beat. “No, these are not right. This stamp is wrong… he has to be a spy.”

“No! No, I’m not a spy, I swear! I swear!”

The Protector with the rifle kicked him, and he remained on his knees. “Shut up, you’ll wake up other respectful Citizens!”

The man was sobbing, but he almost whispered and she couldn’t understand all his words.

“No.. please, I can prove it, I can–” the rifle’s gunshot echoed through the street. The man stood still for a moment, then he fell down. Unlike with Annika’s hunting with her uncle, there wasn’t much blood, only a couple of drops visible from his temple. He looked as if he still couldn’t believe it.

I really should go, thought Annika.

On the other side of the piazza, the two factory workers had not stopped walking, but were looking at the man too. Then two more Protectors appeared from an alley, and stopped the men.

“Aw, that’s a pity.” said one of the Protectors next to the fountain shaking his head.

“What’s wrong?” asked the other, while still going through the man’s possessions.

“I think he was innocent, after all. See? The stamp was just backwards, here.”

“Don’t worry. Better to kill an extra one than to let an extra one go, right? Just to be on the safe side.” The other shrugged.

Annika had to cross the plaza, and she did. “Hey, you! Papers, now.” The Protector who had shot the innocent man pointed his rifle at her. She quickly compelled, and he took his time to check if every single stamp, signature and date was in the right place. For a few moments the only sound that could be heard in the streets was the sound of the Protector’s hands on the paper. That, and Annika’s heartbeat.

The Protector reached the last page of her papers. “Fine.” Annika felt as if someone had taken away a big rock from her chest, and extended her arm to take the papers back. The Protector was handing them to her, but retracted his arm. “Wait a minute.”

The two Protectors spoke in inaudible whispers, and Annika felt a single drop of sweat racing down her forehead. She had a napkin in her pocket, but decided to ignore the drop and not do anything that could have been seen as suspicious.

One of them pointed his rifle at her, and Annika took a step backwards.

“ What did you see, a few minutes ago?” asked the other, pointing with his head at the dead body.

“Nothing.”

The Protector hit her on the shoulder with the muzzle of his rifle. “Are you sure?”

“I saw… that you just identified and killed a spy. Thank you for Protecting us citizens.”

“That’s better. You can go now.”

“Woah, you look like death.” commented Olivia as they met outside the factory gates.

“Well, I did see someone die.”

“Are you all right?” Olivia’s voice was reduced to a whisper.

“Sorta. I mean, yes, I’m fine. Can’t say the same for another guy, though.” She adjusted her hat. “Ran into the Protectors this morning.” Annika barely moved her lips.

“Oh. You…”

“Everything was fine. The papers Mathias made for me are perfect. We need to meet the other members of the Wolfpack, tonight.”

“I can arrange that.”

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Recensione/ Review: 3% (serie)

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Genere: fantascienza distopica

Anno: 2016

Cast: Bianca Comparato, João Miguel, Michel Gomes, Rodolfo Valente, Rafael Lozano, Vaneza Oliveira, Viviane Porto, etc.

Stagioni: Una, 8 episodi (circa 45-55 min. ciascuno), ci sarà anche una seconda stagione.

Note: disponibile su Netflix, è stata anche la sua prima serie tv prodotta in Brasile. Non è stata doppiata in italiano, se non capite il portoghese brasiliano vi consiglio di vederlo in inglese. I sottotitoli italiani esistono, ma con sommo rammarico devo dire di averli trovati molto, molto diversi dall’inglese. Sospetterei una traduzione diretta dal portoghese, se non fosse che ci sono evidenti errori di senso logico in molte frasi… la cosa rimane un mistero per me.


3% è ambientato in un futuro in cui il Brasile è diviso in due parti: la maggior parte della popolazione vive in povertà mentre il 3% vive nel lusso senza preoccupazioni dell’Offshore. Ogni anno chi compie 20 anni può provare a unirsi a questo 3% cercando di superare il Processo: una serie di test che determinano chi è migliore e più meritevole di unirsi all’elite. Il Processo è per molti una fonte di speranza, ma altri formano una ribellione segreta con il desiderio di cambiare lo status quo. Il primo episodio comincia con l’inizio del Processo di quell’anno, e la serie segue un gruppetto di ragazzi che formano strane alleanze e amicizie cercando di farcela. C’è Michele, una ragazza timida ma determinata e con dei segreti. C’è Joana, a cui non sembra che importi niente eppure risulta molto brava coi test. C’è Rafael, tanto fastidioso quanto bravo. C’è Marco, il discendente di una famiglia che, si dice, superi sempre il processo. C’è Fernando, un ragazzo molto intelligente su una sedia a rotelle. Non tutti loro entreranno a far parte del 3%, e spesso le persone muoiono durante il Processo…

Se vi aspettate qualcosa tipo Hunger Games siete sulla strada sbagliata: non c’è niente di strettamente fisico in questi test, si concentrano sulla mente e la psicologia dei candidati, testando la loro intelligenza, le capacità deduttive e come lavorano sotto pressione. Alcuni test sono individuali, altri richiedono di lavorare in squadra, il che implica la presenza di capi, e che devono trovare il modo di collaborare a vicenda se vogliono proseguire… ed è proprio questo a essere molto interessante per il pubblico: tra il “come avrei risolto io questo problema?” e il “Io cosa avrei fatto al suo posto?” c’è un sacco di materiale per catturare il pubblico e tenerlo attaccato allo schermo, specialmente in certi episodi.
Ovviamente scopriamo anche qualcosa sul passato di ognuno: perché Joana si comporta così, che segreto nasconde Michele, perché Rafael è così arrogante ed egoista…
E scopriamo anche qualcosa su Ezequiel, l’uomo a capo del processo, un personaggio intrigante e pieno di conflitti interiori. Le location e i costumi sono semplici ma efficaci, e non nego che sia piacevole vedere così tante facce diverse e colori di pelle diversi.

A livello di trama direi che funziona: essendo una serie tv ci sono episodi più intensi ed efficaci di altri, come il 2 e il 4 ad esempio. Non riesco a non menzionare che il finale per me ha qualcosa di… strano, soprattutto per uno dei personaggi. Il finale del personaggio in questione mi ha deluso un po’, la motivazione per il suo comportamento non era abbastanza efficace tenendo conto del suo passato. Se avevano bisogno che agisse in un certo modo avrebbero potuto trovare degli elementi più efficaci. So di essere molto vaga, ma non ho intenzione di spoilerarvi il finale! Anche se la sceneggiatura è non sempre ottima, la storia di per sé è interessante e i personaggi sono ben costruiti, ci si affeziona a loro e si vuole sapere come andrà avanti. Se vi interessano le distopie e le riflessioni sul costo delle utopie dategli una possibilità.

Voto 8-


Genre: sci-fi, dystopia

Year: 2016

Cast: Bianca Comparato, João Miguel, Michel Gomes, Rodolfo Valente, Rafael Lozano, Vaneza Oliveira, Viviane Porto, etc.

Seasons: One, 8 episodes (running time 45-55 min). A second season has been confirmed.

Notes: available on Netflix, it was also its first Brazilian production.


The story is set in a future Brazil in which the vast majority of the population lives in poverty, and only the 3% of them can enjoy the carefree, luxury life of the Offshore. Each year every 20 year old can try to become part of this 3% by trying to pass the Process: a series of tests which determine who is actually the best and worthiest and can join the elite. The Process gives hope to many, but some others form an underground rebel network that would like to change the status quo. The first episode starts with the beginning of that year’s process, and the series follows a small group of youths who form strange alliances and friendships, desperate to make it to the other side. We have Michele, a shy but determined girl with some secrets, Joana, a girl who doesn’t seem to care and yet is very good at going forward, Rafael, who is as annoying as talented, Marco, the descendant of a family which is said to always pass the Process and Fernando, a brilliant weelchair-bound young man.

Not all of them will become part of the 3%, and sometimes people die in the Process…

If you’re expecting something like the Hunger Games you couldn’t be more wrong: there is nothing strictly physical about these tests, they’re all about the mind and the psychology of the candidates, who are tested for their intelligence, deductive skills and abilities to perform under pressure. Some tests are individual, some others require teamwork, which means there have to be leaders, and that people need to find ways to collaborate if they want to pass… so that’s what more interesting for the audience: between the “how would I have solved this problem” and the “how would I have behaved here?” there is a lot of material to capture the audience and keep them on the edge, especially in certain episodes. We of course learn something about their backgrounds, too: why doesn’t Joana seem to care, what is Michele’s secret, why is Rafael such a selfish, arrogant asshole, etc. And we learn something about Ezequiel, the man in charge of the Process, an interesting character with a lot of interior conflicts. Locations and costumes are simple but effective, and I can’t deny that it’s a pleasure to see so many different faces and skin colors.

Plot-wise, I’d say it works: since it’s a tv series certain episodes are more intense and interesting than others, ep 2 and 4 more than others. I feel like I can’t avoid to mention that the ending is… strange, especially for one of the characters. Their ending disappointed me because I felt they had no reason to behave like they did, considering their background. If they needed them to act in a certain way, they should have found a more compelling argument. I know I’m being vague here, but no way I’m going to spoil you the ending. So while the script is sometimes a hit and miss, the overall story is interesting and the characters are well built, in a way that you become attached to them and want to know more about them. So if dystopian realities and the concept of the cost of utopias is interesting to you, give it a try.

Vote 8-

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Recensione: La Principessa di Marte / Review: A Princess of Mars

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Autore: E. R. Burroughs

Genere: sci-fi, planetary romance

Anno: apparso per la prima volta a puntate nel 1912, reso un libro unico nel 1917

Note: Primo libro del ciclo di Barsoom, conosciuto anche come “Sotto le Lune di Marte” e considerato fonte di ispirazione di tantissimi autori. Recensione uscita per la prima volta nel 2016 all’interno dell’evento Red October, una serie di recensioni di opere collegate a Marte (in collaborazione con la libreria Vecchi e Nuovi Mondi di Torino).


E. R. Burroughs comincia con un prologo in cui racconta di come il libro sia in realtà un’autobiografia dello zio John Carter, per quante strane siano le avventure che vengono descritte. Alla ricerca di oro in Arizona, il veterano della Guerra Civile John Carter e il suo amico si trovano nei guai con gli Apache. Carter si ritrova costretto a nascondersi in una grotta: cosa che sancisce la sua salvezza, dal momento che gli Apache ne sono spaventati e rinunciano all’inseguimento, lasciando Carter bloccato nella grotta misteriosa. La grotta “trasferisce” Carter su Marte – o, come lo chiamano i suoi abitanti, Barsoom – e lì iniziano le sue avventure. Grazie alla differenza di pressione e gravità Carter riesce a compiere salti prodigiosi e si scopre molto più forte di qualsiasi marziano. Ciò lo aiuta a guadagnarsi il rispetto di una tribù di Thark – grossi marziani con tre coppie di arti, zanne e la pelle verde – in mezzo ai quali vive per un po’. Fa amicizia con uno dei loro capi, Tars Tarkas, e con una femmina, Sola, molto gentile e amorevole a differenza dei membri di quella bellicosa razza. Neanche Carter ama molto la brutalità dei Thark, ma deve agire con cautela. Un giorno i Thark attaccano una flotta di navi volanti e riescono a catturare una prigioniera: Dejah Thoris, una marziana umanoide dalla pelle rossa, principessa della città stato di Helium. Carter ne è affascinato fin da subito e decide di fare tutto ciò che è in suo potere per salvarla dal terribile destino che l’attende nelle grinfie di Tal Hajus, supremo capo dei Thark. Nel farlo, Carter si immischia nella guerra tra Helium e un’altra città stato, Zodanga, e in tante altre avventure.

Marte è un pianeta associato alla guerra, quindi tutte le razze che Carter incontra sono formate da fieri guerrieri e regnanti. Ma c’è dell’altro su questo Marte: in un mondo dove si combatte con spade e armi da fuoco, ci si sposta a bordo di carri e navi volanti, fantascienza e fantasy si mescolano in parti eguali. Basandosi sulle conoscenze disponibili all’epoca – come i canali di Schiaparelli – Burroughs plasma un pianeta deserto che un tempo era simile alla Terra. I canali sono gli unici punti coltivabili, e l’atmosfera è prodotta da macchine. I Thark vivono in città che un tempo erano porti e che appartenevano a degli “umani” ormai estinti; città in rovina ma ancora ricche di mosaici e affreschi che costituiscono un paesaggio affascinante e malinconico.

La storia scorre piacevolmente, piena d’azione e di personaggi notevoli: persino Dejah Thoris è ben più che una semplice principessa da salvare. Carter passa velocemente da un’avventura all’altra come richiedeva la narrativa a puntate a cui apparteneva, ma Burroughs riesce comunque a trasmettere informazioni sugli usi e costumi delle due razze marziane e tanto altro.
La Principessa di Marte ha più di cento anni, quindi è ovviamente invecchiato in certi punti, ma è invecchiato molto bene, invecchiato come può invecchiare un Salgari o un Verne. Almeno Burroughs ha una scusa per il cliché dello “straniero che è più bravo dei nativi nelle faccende dei nativi”, cioè le capacità fisiche di Carter dovute al suo diverso pianeta di origine. Non si può dire lo stesso di altre opere ispirate a questo romanzo, come il film Avatar. A tal proposito è utile specificare che il ciclo di Barsoom a cui questo romanzo appartiene è stato “saccheggiato” da moltissimi autori nel corso di oltre un secolo, e le idee che espone non ci sembrano più originali anche se all’epoca lo erano. Non a caso ho soprannominato questo fenomeno “la sindrome di John Carter”.

Per concludere: La Principessa di Marte è una bella storia d’avventura: sì, è letteratura d’evasione, ma non troppo ingenua. Mantiene saldamente il suo ben meritato posto tra i nonni della fantascienza moderna affascinando una generazione dopo l’altra.

Voto: 9


THE PRINCESS OF MARS

E. R. Burroughs opens with a prologue in which he explains how he is merely presenting the memories of his uncle, John Carter, as weird as they may seem. It starts with John Carter, veteran of the American Civil War, searching for gold in Arizona. They find a rich vein of gold, but after an unfriendly encounter with the Apaches, Carter hides in a cave. The Apaches appear to be scared of the cave and run away, and the cave is indeed a mysterious place: it allows Carter to be “transferred” to the planet Mars, known by its inhabitants as Barsoom. Carter find out that, thanks to the differences in gravity and pressure, he possesses a great strength and jumping skills superior to anyone on the planet. This allows him to gain the respect and appreciation of a tribe of Tharks (huge Martians with tusks, green skin and six limbs), where he befriends war chief Tars Tarkas and Sola, a female who is very kind and dislikes the cruel way of life of her race. Carter is not a fan of the Tharks’ brutal ways either, so he tries to find a compromise. One day the Tharks attack a group of flying ships and manage to capture a prisoner: Dejah Thoris, one of the red, humanoid martians, princess of the city-state of Helium. Carter is fascinated by her since the beginning, and decides to do whatever he can to save her from the horrible fate that awaits her in the hands of Tal Hajus, supreme Thark leader. In doing so he gets involved in many other adventures including Helium’s war against another city state, Zodanga, and much more.

Mars is a planet linked to war, so of course all the races Carter meets are made of proud warriors and kings. But there’s more in this Mars: in a story where people fight with swords and guns, move with carriages and giant flying ships, there’s science fiction and fantasy in equal parts. Using what knowledge of Mars was available at the time – notably, Schiaparelli’s canali (meant to be channels, not canals) – Burroughs theorizes a desert planet that once held life in a way similar to Earth.  The canals are the only places in which agriculture can happen, and the atmosphere is produced by machines. The Tharks inhabit ruins of what were once “human” seaside towns, still wonderful with their mosaics and giant palaces.

Now, the story flows very well, full of action and interesting characters: hell, even Dejah Thoris is more than just an aristocratic princess waiting to be saved. Carter goes quickly from one adventure to the other as the serialized fiction of the time required, but there’s still room to learn about the customs of the two Martian races and much more. The novel is old, so of course it has aged in certain points, and it has aged the way Verne and Salgari did: overall, surprisingly well. And at least Burroughs has an excuse for trope of the “stranger who is better than natives at doing native things”, mainly Carter’s physical strength being due to his different planet of origin, and we can’t say that all the works who have been inspired by this novel (like Avatar) did the same. Linked to this, remember that what seems unoriginal is due to its age and to what I have often called the “John Carter Syndrome”, common to old classics: so many authors copied bits and pieces that the original seems not “original” anymore. To sum up, A Princess of Mars is a good adventure story: yes, it’s escapism, but I expected it to be far more naive. Instead, it holds its rightful place amongst the grandparents of science fiction, as it fascinated generation after generation.

Vote: 9

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Racconto breve: Consegne a domicilio // Short story: The courier

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Zoe continuò a pedalare lungo la strada, senza riuscire però a scacciare la sensazione di essere seguita. Tenendo conto che ciò che la insospettiva era un generico furgone nero, pensò che fosse solo la sua immaginazione alle prese con un cliché, e si concentrò sulle informazioni che la raggiungevano tramite gli occhiali cibernetici. Il percorso che doveva seguire era indicato da una freccia azzurra sovrapposta alla strada vera e propria. Stando alla freccia avrebbe dovuto proseguire lungo la via e girare a sinistra di fronte al monumento della Vittoria Galattica. Ai limiti del suo campo visivo le arrivavano dei dati sulle strade più trafficate: considerando che erano le 18.30, significava ogni strada del centro, più delle altre. Ma Zoe aveva delle gambe buone, il carico tenuto al sicuro nello zaino, e sapeva come svolgere il suo lavoro.

Appena il semaforo diventò verde, Zoe seguì la freccia azzurra in direzione della Vittoria Galattica. Non poté non notare che il furgone era ancora dietro di lei. Ma così anche altre auto. Un’auto che veniva da destra ignorò il semaforo rosso e venne verso Zoe a tutta velocità, ma lei fu abbastanza veloce da evitare un incidente. L’auto sfrecciò lungo la strada come se niente fosse, e Zoe si fermò vicino al monumento, fingendo di doversi sistemare occhiali e casco.

“Tutto bene? Il trasmettitore dice che ti sei fermata.” la voce di Stanley la raggiunse attraverso le cuffie del casco.

“A parte che una macchina voleva investirmi, tutto ok.”

“Danni di qualche tipo?”

“No, sto bene.”

“Meno male. Sai com’è il capo…”

“Lo so, lo so, fammi lavorare in pace.” Zoe riprese a pedalare. La signora Dhawan, il suo capo, era famosa per essere una tipa molto esigente, ma si diceva anche che pagasse molto bene per le consegne speciali. Zoe non conosceva nessuno che facesse quelle consegne, e a giudicare dalla sua paga non le aveva mai fatte senza saperlo. Presto smise di pensare all’incidente schivato, al furgone e al suo capo, e si concentrò sulla strada.

 

“Ecco qui, signor Blackwood.” disse Zoe con il suo miglior finto sorriso. L’uomo prese la busta e firmò il suo PDA.

“Grazie per aver scelto Icarus Deliveries!” Prima che il signor Blackwood potesse rispondere, Zoe si stava già rimettendo in sella alla bici. Avrebbe dovuto consegnare almeno cinque tra pacchi e buste segnalati come “normali” per venire pagata, e aveva appena consegnato il secondo. Sarebbe stata una lunga serata. Lasciò il calmo quartiere di Red Pines per dirigersi verso le arterie principali. Ancora non c’erano molte auto, così le fu impossibile ignorare il furgone nero dietro di lei.

“Stanley, ci sei? Magari sono paranoica, ma… credo mi stiano seguendo.”

“Calma, riesco a vederti… sei all’incrocio tra Amara Street e Velasquez Street, giusto?”

“Sì.”

“Stando al satellite ci sono due auto dietro di te, una rossa e una bianca. Quale delle due ti ha insospettito?”

“No… c’è un furgone, è nero ed è proprio dietro la macchina rossa!” la sua voce era poco più di un sussurro.

“Scusa, ma da qui non lo vedo, non so proprio cosa farci!”

 

Perchè doveva andare così? Dai, doveva essere solo un lavoretto facile… Zoe non aveva smesso di seguire la freccia azzurra, ma stavolta stava andando alla velocità massima che le gambe le consentivano, cambiando di proposito strada all’ultimo secondo, cercando di mettere della distanza tra lei e il furgone ancora alle sue spalle. Qualunque cosa facesse, il furgone la seguiva. Così prese e passò attraverso il parco, cosa impossibile per un veicolo come quello che la seguiva. Quando uscì dall’altro lato non trovò traccia del furgone. Ce l’ho fatta! Con un sorriso molto più sincero del precedente si preparò mentalmente a fare la prossima consegna. Appena parcheggiò la bici, quattro uomini vestiti di nero la afferrarono. Cercò di gridare, ma le ficcarono uno straccio in bocca. La strada era deserta, capì che nessuno l’avrebbe aiutata. Le misero un pezzo di tessuto nero intorno agli occhi, e la fecero camminare fino a ciò che Zoe suppose fosse il vicolo vicino alla casa. Ci scommetto lo stipendio che questo è il furgone nero, disse mentre la costrinsero a entrare in una specie di veicolo. Finalmente le tolsero il bavaglio e la benda. Seduti nel furgone c’erano un uomo che sembrava lo stereotipo di una guardia del corpo, e una donna dai tratti indiani vestita elegantemente. Aveva l’aria di una persona mai soddisfatta per definizione. La donna batté lentamente le mani.

“Congratulazioni, Zoe. Sono la signora Dhawan, come avrai di certo intuito. Hai superato il test e, se lo desideri, verrai assegnata alla squadra di consegne speciali.”


 

Zoe kept speeding along the road, but she couldn’t shake off the feeling that she was being followed. Considering the object of her suspicion was a nondescript black van, she felt it was her imagination playing with a cliché and focused on was the info that reached her via her cyberglasses. The path she had to follow was indicated by a bright blue arrow, superimposed on the street she really saw. According to the arrow she was supposed to continue along the road, then turn left at the Galactic Victory monument. On the edge of her vision, data told her which roads were receiving the most traffic. Which, considering it was 18.30, it meant every single road in the city centre and then some more. But her bycicle was fast, her cargo was safe in her backpack, and she knew how to do her job.

As the traffic light turned green, Zoe followed the blue arrow, heading for the Galactic Victory. She couldn’t help but notice that the van was behind her. But so were other cars.

A car coming from the right ignored its red light and came towards Zoe, which was fast enough to avoid any collision. The car kept speeding as if nothing had happened, and Zoe stopped next to the monument, pretending she needed to adjust her glasses and her helmet.

“Is everything okay? The transmitter says you just stopped” Stanley’s voice reached her through the headset incorporated in her helmet.

“Yeah, someone wanted to run over me, no big deal.”

“Any damage of any kind?”

“No, I’m fine.”

“Good. You know how the boss is…-”

“I know, I know, just let me do my work.” Zoe was back on the road, following the blue arrow.

General opinion was that her boss, Ms. Dhawan, was a strict woman, but could pay very well for special deliveries. Anna didn’t know anyone who did those special deliveries, and judging by her pay she had never done one of those without knowing. She quickly forgot about the quasi-accident, the van and the threat of her boss, having to focus on the road and the other drivers.

 

“Here’s your delivery, mr Blackwood.” Said Zoe with her best customer service smile. The man took the envelope and signed her PDA.

“Thank you for choosing Icarus Deliveries!” before the man could reply she was already on her bike. She was supposed to deliver at least five packages or envelopes marked as “normal” per evening to get paid, and that had just been her second one. It was going to be a long night. She left the quiet Red Pines suburbs and headed back for the main roads. There weren’t as many cars yet, so it was impossible to ignore the black van behind her.

“Stanley, can you hear me? Maybe I’m being paranoid but… I think I’m being followed.”

“Calm down, I can track you… you’re at the cross between Amara str. and Velasquez str., right?”

“Yeah.”

“Satellite says you have a red car and a white one behind you, which one looks shady?”

“No… a van, a black van, it’s right after the red car!” her voice was barely a whisper.

“Sorry, I can’t see it from here, I don’t know what to do!”

 

Why did it have to go like this, oh come on, it was supposed to be an easy job… Zoe was still following the blue arrow, but she was going as fast as her legs allowed her, intentionally changing routes and turning right at the very last second, hoping to get some distance from her and the van which was still behind her. Whatever she did, the van followed. She crossed right through the park, something impossible for something like the van. As she exited from the opposite park access, the van was nowhere to be found. I did it! With a smile more genuine than the preceding one, she could already see herself smiling while her next client opened the door.

As she parked her bike, four men in black suits seized her. She tried to scream, but they put a rag in her mouth. The road was deserted, so no one would have helped her. They put a piece of dark cloth around her eyes, and guided her towards what she supposed was the nearby alley.

I bet my pay that this is the black van, she thought when she was forced to enter into a large vehicle of some sort. Finally, they removed the rag from her mouth and the covering from her eyes. Sitting in the van there was a guy who looked like a stereotypical bodyguard, and a sharply dressed woman with Indian features. She looked like someone who cannot possibly be satisfied by anything. The woman clapped her hands, slowly.

“Congratulations, Zoe. I’m Ms. Dhawan, as you surely guessed by now. You passed the test and, if you wish, will be assigned to the special delivery team.”

Recensione: Il Racconto dell’Ancella / Review: The Handmaid’s Tale

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Autore: Margaret Atwood

Genere: fantascienza distopica

Anno: 1985

Note: vinse il premio Clarke nel 1987, cosa ironica visto che la Atwood non amava definirlo fantascienza (ma diciamo le cose come stanno, lo è). Ho letto la traduzione italiana di Camillo Pennati pubblicata da Ponte Alle Grazie nel 2004, e mi è sembrata buona.


 

Il Racconto dell’Ancella è ambientato nel lontano 2005, quando gli USA sono stati trasformati nella cosiddetta Repubblica di Galaad, uno stato teocratico che controlla in maniera assoluta i suoi cittadini, tenendoli rigidamente separati nei loro ruoli e obblighi. La storia è scritta in prima persona da Difred, una Ancella. Difred non è il suo vero nome, quello con cui è nata, ma definisce la sua posizione: appartiene a un Comandante di nome Fred, e il suo dovere è quello di dargli un figlio, visto che sua moglie non può. Tutti gli ufficiali di rango più alto di questa nuova repubblica che non hanno figli ricevono un’Ancella, la quale può rimanere in una casa per due anni prima di essere trasferita a un altro Comandante o venir mandata presso le Colonie (o peggio) se non riesce ad avere figli. Avere figli è molto complicato a causa di una serie di problemi che vanno da radiazioni a rifiuti tossici, senza contare le malattie sessualmente trasmissibili che hanno colpito duramente negli anni precedenti… così è diventata una priorità, assieme al controllo del corpo femminile ovviamente. la Repubblica di Galaad è costruita in modo che tutti controllino tutti, come in molte distopie. Eppure, proprio come in molte distopie, il debole profumo della speranza non svanisce del tutto, perchè non è un sistema perfetto.

 

Il romanzo ci mostra una parte della vita di Difred: dai dettagli più piccoli agli episodi più importanti, tutto è incentrato sui suoi giorni da Ancella. Noioso? Oh no, per niente, perchè qui entra in soccorso lo stile della Atwood: poetico ma non smielato, mai noioso, in grado di rendere importante anche i dettagli della stanza di Difred, che vediamo sempre di più come una prigioniera che imparato a conoscere bene ogni dettaglio della sua cella. Capiamo anche l’importanza dei colori: lei veste solo di rosso, la moglie del comandante di azzurro, e così via. Gli episodi della vita quotidiana di Difred sono mescolati a ricordi del suo passato: chi era, come viveva, e come la vita di tutti era cambiata improvvisamente con l’ascesa al potere della Repubblica di Gilead. Come romanzo insegna molte cose, e non in un modo noioso e scolastico, anzi. Uno degli insegnamenti potrebbe essere: fate attenzione, perchè potreste perdere ciò che voi (e i vostri genitori) hanno lottato duramente per ottenere. Un pugno nello stomaco formato libro, e con effetto doppio se siete donne o semplicemente non un uomo bianco, eterosessuale e cristiano. Siamo molto lontani da uno stile social justice warrior dell’internet contemporaneo, però: è femminismo serio, e problemi seri. Non aspettatevi un mondo dove le donne sono buone e gli uomini sono cattivi.

Al contrario di alcune distopie famose il Racconto non dimentica di tener conto del potere e del controllo che si possono esercitare sui corpi delle donne: un fattore fondamentale alla base di molti regimi distopici che sono esistiti e che esistono tuttora. Essere una donna il cui valore è determinato solo dal ruolo di madre e generatrice di figli è una distopia per noi, ma un martedì per molte donne ancora oggi. E la Atwood si era infatti ispirata a regimi teocratici realmente esistenti negli anni ‘80…

Lo stile della Atwood consente al lettore/lettrice di immergersi perfettamente nel romanzo, costringendolo/a a domandarsi “Cosa farei? Come mi sentirei?”, grazie a una precisa miscela data dalla vita quotidiana di Difred, il suo passato e i suoi sentimenti. La Atwood ci costringe a non dare niente per scontato, nemmeno (anzi, soprattutto) le cose più piccole, come il mucchio di borsine di plastica sotto al lavandino della cucina. Dopo aver letto le prime 50 pagine ho pensato “tutti dovrebbero leggere questo libro”, e proseguendo non ho cambiato idea, perchè resta una bella lettura, oltre ad essere importante e far venire i brividi.

Vote: 9


 

Author: Margaret Atwood

Genre: dystopia

Year: 1985

Notes: Winner of Clarke Award in 1987, which is ironic since Atwood didn’t define her work as sci-fi (but let’s call things their names, it is). I’ve read the Italian translation by Camillo Pennati published by Ponte Alle Grazie in 2004.


The Handmaid’s Tale is set in the distant future of 2005, when the USA have been transformed into the Republic of Gilead, a theocratic state which imposes absolute control over its citizens, rigidly separated in their roles and obligations. The story, written from a first person POV, is told by Offred, a woman living as Handmaiden. That is not her real name, the one she was born with, but it defines her position: she belongs to a Commander named Fred, and her role is to give him a child, since his wife cannot. All high ranking officers of the new Republic who do not have kids are given a Handmaiden, who can hold her position for two years before being transferred to another Commander, or being sent to the Colonies (or worse) if they can’t get pregnant. Having children is terribly complicated due to a series of problems ranging from radiations to nuclear waste to STDs which have plagued the past, and so it is considered a high priority… together with the control of the female body, of course. The Republic of Gilead is built so that everyone controls everyone else, like in many dystopias, and yet the faint scent of hope persists, because like many dystopias, it has its cracks.

 

This book deals with a section of Offred’s life: from the smaller details to the more life-changing episodes, what we are given is the retelling of her days as Handmaiden, being truly a glorified prisoner and nothing more. Is it boring? No, not at all, because here comes Atwood’s style: poetic, but not cheesy, never boring, and even the smallest details about Offred’s bedroom become important for us, as she feels like a prisoner who has slowly learned every detail of her cell. A lot of weight is also given to the importance of colors: she wears specific red clothes, the commander’s wife wears blue, and so on.

Offred’s daily life events are mixed with retellings of her past: who she was, how was her life before, and how everyone’s life came to an abrupt change with the Gilead’s Republic’s rise to power. This book teaches us many things, and not in a scholarly, boring way, and one of these is: be careful, because you may lose what you (and your parents) fought very hard to obtain. This book is a punch in the guts, a double punch if you’re a woman or just anything else besides a white, hetero, male christian. No, don’t run away fearing a tumblr SJW lesson-shaped book. This is real feminism, these are real issues. This is not a world in which women are good and men are bad. And unlike some dystopias, this one does not forget to take into account the power and the control linked to the bodies of women: an important factor that lies at the base of many real-life dystopias that have existed and do exist now. Being a woman who is valued only for her role as mother and child bringer is dystopia for us, but a tuesday for many other women right now. And Atwood did, indeed, take inspiration from real life theocratic regimes that were popular at the time…

Atwood’s style allows the reader a near-perfect immersive experience, and the reader constantly wonders “What would I do? How would I feel?”, due to the careful mix of Offred’s daily life, past experiences and memories. Atwood forces us to never take anything for granted, even (or especially) the smallest things, like the pile of plastic bags under the sink.

After having read the first 50 pages I thought “everyone should read this immediately”, because guess what, it’s still incredibly relevant and will make you shiver.

Vote: 9

 

 

Recensione / Review: The Lost Thorn

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Autore: Joshua Aguayo

Genere: cyberpunk con elementi fantasy e YA

Anno: 2015

Note: Il libro mi è stato inviato dall’autore in cambio di una recensione, ma la cosa non ha influenzato la mia opinione.


Ci troviamo a Quito, capitale dell’Ecuador, e nella mente di una ragazzina, Samantha Thorn. La storia infatti è narrata in prima persona dal suo punto di vista. Sam è tenuta sotto controllo dal governo dopo la condanna a morte di suo padre anni fa, e ogni sua azione e movimento sono sorvegliati da un guardiano. A scuola le viene assegnato un secondo guardiano: Kiriana, un’alunna molto diversa da lei, di famiglia ricca e destinata a lavorare nella multinazionale che spadroneggia in città, la Clearsight. Sono molto diverse tra loro, e ovviamente Sam si prende una bella cotta per Kiri… passano gli anni e poco cambia: nonostante Kiri disapprovi, Sam fa ancora uso di Obsidian, una droga dagli effetti devastanti e che le fa dimenticare cosa ha fatto per un certo periodo di tempo… non la prenderebbe, se non avesse un buon motivo. Kiri sa che presto smetterà di essere la guardiana di Sam e andrà a lavorare per la Clearsight, e ad entrambe dispiace separarsi. Dopo un blackout da Obsidian, Sam trova una nuova nota nel suo PDA, qualcosa che non comprende, e le due scoprono che il suo PDA è stato hackerato. Ciò le porta fino ai Bowels (Viscere), il quartiere più malfamato e povero della città, sito in un vulcano, per scoprire cosa sta succedendo.

La mente di Sam è un posto davvero particolare, è fuori di testa eppure credibile, e molto umana. Non ci appare patetica, ma multisfaccettata: è una ragazzina che fa battutacce, ha paura di molte cose e ha molti problemi, non per ultimi uno stile di vita da migliorare e una cotta per la sua migliore amica. Cerca di fare le scelte giuste, non sempre ci riesce, e ci sono sempre gli effetti dell’Obsidian di cui tenere conto. Le parti in cui viene descritto l’effetto dell’Obsidian su di lei sono ben scritte, e anche se sappiamo perché usa quella droga ci viene il desiderio di farla smettere, di farla stare meglio. Difficile non affezionarsi a Sam.

E poi c’è la magia: scopriamo cosa è successo ai maghi in questo mondo cyberpunk, e il collegamento tra magia è fantascienza è gestito bene. La magia è una faccenda complicata, perchè rischia di rendere tutto possibile, e ha bisogno di limiti: i limiti qui ci sono, sono chiari e permettono alla storia di funzionare. Apprezzabile poi che la storia non sia ambientata in Stati Uniti o Giappone, le tipiche ambientazioni del cyberpunk, ed è sempre bello godere di dettagli di una città (e di una nazione) in cui non sono mai stata… il quartiere del vulcano crea una bella atmosfera.

Ovviamente non è un libro perfetto. Il primo punto di svolta, quello di cui vi ho parlato, non è abbastanza forte e la storia potrebbe funzionare lo stesso senza di esso, il che è ovviamente un peccato. Mi è piaciuto il finale, ma ci sono dei punti che ho trovato poco chiari, come l’episodio della tuta di contenimento/sarcofago, ricordo proprio di aver letto quel pezzo senza capire perché Sam fosse tanto preoccupata. Avrebbe bisogno di un po’ di editing per rafforzare quei punti, principalmente il primo punto di svolta.
E pur avendo un’ambientazione diversa dal solito, non è una storia originalissima, ma si piazza tra i classici temi del cyberpunk (multinazionali, droghe, impianti cibernetici, povertà estrema…) senza aggiungere niente di nuovo.

Nel complesso è stato però una piacevole sorpresa. La struttura di base funziona se si esclude quel punto di svolta, e c’è di certo stato un lavoro di pre-progettazione alle spalle, come si evince da certe scene. Se vi piace il cyberpunk classico dategli una possibilità, è una lettura piacevole (ed è corto, solo 127 pagine).

Voto: 7,5


 

Author: Joshua Aguayo

Genre: sci-fi, cyberpunk with a hint of fantasy

Year: 2015

Notes: the book was sent to me by the author for reviewing purposes, but it will not influence my opinion.


We are in Quito, capital city of Equador. The story is a first person narration in the mind of Samantha, a young girl who is controlled by the authorities after her father’s executions years ago. Every movement and action is monitored by a guardian. When in school, she is assigned a second guardian, Kiriana, a schoolgirl of a completely different social status, rich and destined to work in the city’s main megacorporation, Clearsight. They are very different, and yet Sam and Kiri become friends. Actually, Sam has a crush on Kiri… Cut to a few years later, and things haven’t changed much: despite Kiri’s disapproval Sam is still doing Obsidian, a powerful drug that makes her forget periods of time and has a devastating effect on her body. And Kiri is aware she will have to work for ClearSight soon, thus ceasing to be Sam’s guardian. After having used Obsidian Sam finds a new note in her PDA which she can’t understand, and the two girls find out someone hacked her PDA. As they go into the Bowels – the city’s most dangerous and miserable part, situated inside a volcano’s hollow – to find out who and why did it, the action unfolds.

Sam’s mind is a veritable rollercoaster, she is insane, and yet she is a believable character, tremendously human. The insights we have on her mind are not cringe-worthy, rather, she is a girl who makes shitty jokes, is scared of many things, has many problems, a crush on her best friend and poor eating and living habits. She makes bad decisions and tries to do her best, while still being an addict. The descriptions we have of Obsidian and the effect it has on Sam are very vivid and realistic, and even if she has a reason for doing it, we still want her to stop, to feel better. It’s impossible to dislike Sam.

The use of magic – we learn, in fact, what happened to mages and magic in a cyberpunk world – was surprisingly well handled. Magic is hard to write, because it makes anything possible, so limits need to be set. And here, they are in fact set in a simple yet perfectly working manner. I also appreciated a lot that the story is not set in your average USA or Japan, the main countries for cyberpunk. I loved getting glimpses of a city (and a country) in which I have never been, the volcano and the city centre felt very real.

Of course, it is not a perfect book. The first turning point, the one i told you about (arguably, there could be a second one, even more important) is not as relevant as it should be, the story could probably work without it too, which is a pity. Other elements have been dealth with better, and I liked the ending, but there are a few things that could use a better spotlight, like the containment suit/casket episode. I remember reading Sam’s distress and having a hard time understanding it. Overall it needs some editing, especially when it comes to the first turning point.

Even if we take into account the non-typical setting, it’s also not a super original story or setting. It fits well into the classic cyberpunk themes (megacorporations, drugs, cyberware, miserable people..) with no groundbreaking innovations.

Overall I have been pleasantly surprised by this book. The structure of the story works, even if we should not forget the weakness of the first turning point, and I suspect a good degree of preplanning behind the scenes, which I always appreciate. I definitely think you should give this book a chance, it’s also short (about 127 pages).

Vote: 7,5