Recensione: La Principessa di Marte / Review: A Princess of Mars

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Autore: E. R. Burroughs

Genere: sci-fi, planetary romance

Anno: apparso per la prima volta a puntate nel 1912, reso un libro unico nel 1917

Note: Primo libro del ciclo di Barsoom, conosciuto anche come “Sotto le Lune di Marte” e considerato fonte di ispirazione di tantissimi autori. Recensione uscita per la prima volta nel 2016 all’interno dell’evento Red October, una serie di recensioni di opere collegate a Marte (in collaborazione con la libreria Vecchi e Nuovi Mondi di Torino).


E. R. Burroughs comincia con un prologo in cui racconta di come il libro sia in realtà un’autobiografia dello zio John Carter, per quante strane siano le avventure che vengono descritte. Alla ricerca di oro in Arizona, il veterano della Guerra Civile John Carter e il suo amico si trovano nei guai con gli Apache. Carter si ritrova costretto a nascondersi in una grotta: cosa che sancisce la sua salvezza, dal momento che gli Apache ne sono spaventati e rinunciano all’inseguimento, lasciando Carter bloccato nella grotta misteriosa. La grotta “trasferisce” Carter su Marte – o, come lo chiamano i suoi abitanti, Barsoom – e lì iniziano le sue avventure. Grazie alla differenza di pressione e gravità Carter riesce a compiere salti prodigiosi e si scopre molto più forte di qualsiasi marziano. Ciò lo aiuta a guadagnarsi il rispetto di una tribù di Thark – grossi marziani con tre coppie di arti, zanne e la pelle verde – in mezzo ai quali vive per un po’. Fa amicizia con uno dei loro capi, Tars Tarkas, e con una femmina, Sola, molto gentile e amorevole a differenza dei membri di quella bellicosa razza. Neanche Carter ama molto la brutalità dei Thark, ma deve agire con cautela. Un giorno i Thark attaccano una flotta di navi volanti e riescono a catturare una prigioniera: Dejah Thoris, una marziana umanoide dalla pelle rossa, principessa della città stato di Helium. Carter ne è affascinato fin da subito e decide di fare tutto ciò che è in suo potere per salvarla dal terribile destino che l’attende nelle grinfie di Tal Hajus, supremo capo dei Thark. Nel farlo, Carter si immischia nella guerra tra Helium e un’altra città stato, Zodanga, e in tante altre avventure.

Marte è un pianeta associato alla guerra, quindi tutte le razze che Carter incontra sono formate da fieri guerrieri e regnanti. Ma c’è dell’altro su questo Marte: in un mondo dove si combatte con spade e armi da fuoco, ci si sposta a bordo di carri e navi volanti, fantascienza e fantasy si mescolano in parti eguali. Basandosi sulle conoscenze disponibili all’epoca – come i canali di Schiaparelli – Burroughs plasma un pianeta deserto che un tempo era simile alla Terra. I canali sono gli unici punti coltivabili, e l’atmosfera è prodotta da macchine. I Thark vivono in città che un tempo erano porti e che appartenevano a degli “umani” ormai estinti; città in rovina ma ancora ricche di mosaici e affreschi che costituiscono un paesaggio affascinante e malinconico.

La storia scorre piacevolmente, piena d’azione e di personaggi notevoli: persino Dejah Thoris è ben più che una semplice principessa da salvare. Carter passa velocemente da un’avventura all’altra come richiedeva la narrativa a puntate a cui apparteneva, ma Burroughs riesce comunque a trasmettere informazioni sugli usi e costumi delle due razze marziane e tanto altro.
La Principessa di Marte ha più di cento anni, quindi è ovviamente invecchiato in certi punti, ma è invecchiato molto bene, invecchiato come può invecchiare un Salgari o un Verne. Almeno Burroughs ha una scusa per il cliché dello “straniero che è più bravo dei nativi nelle faccende dei nativi”, cioè le capacità fisiche di Carter dovute al suo diverso pianeta di origine. Non si può dire lo stesso di altre opere ispirate a questo romanzo, come il film Avatar. A tal proposito è utile specificare che il ciclo di Barsoom a cui questo romanzo appartiene è stato “saccheggiato” da moltissimi autori nel corso di oltre un secolo, e le idee che espone non ci sembrano più originali anche se all’epoca lo erano. Non a caso ho soprannominato questo fenomeno “la sindrome di John Carter”.

Per concludere: La Principessa di Marte è una bella storia d’avventura: sì, è letteratura d’evasione, ma non troppo ingenua. Mantiene saldamente il suo ben meritato posto tra i nonni della fantascienza moderna affascinando una generazione dopo l’altra.

Voto: 9


THE PRINCESS OF MARS

E. R. Burroughs opens with a prologue in which he explains how he is merely presenting the memories of his uncle, John Carter, as weird as they may seem. It starts with John Carter, veteran of the American Civil War, searching for gold in Arizona. They find a rich vein of gold, but after an unfriendly encounter with the Apaches, Carter hides in a cave. The Apaches appear to be scared of the cave and run away, and the cave is indeed a mysterious place: it allows Carter to be “transferred” to the planet Mars, known by its inhabitants as Barsoom. Carter find out that, thanks to the differences in gravity and pressure, he possesses a great strength and jumping skills superior to anyone on the planet. This allows him to gain the respect and appreciation of a tribe of Tharks (huge Martians with tusks, green skin and six limbs), where he befriends war chief Tars Tarkas and Sola, a female who is very kind and dislikes the cruel way of life of her race. Carter is not a fan of the Tharks’ brutal ways either, so he tries to find a compromise. One day the Tharks attack a group of flying ships and manage to capture a prisoner: Dejah Thoris, one of the red, humanoid martians, princess of the city-state of Helium. Carter is fascinated by her since the beginning, and decides to do whatever he can to save her from the horrible fate that awaits her in the hands of Tal Hajus, supreme Thark leader. In doing so he gets involved in many other adventures including Helium’s war against another city state, Zodanga, and much more.

Mars is a planet linked to war, so of course all the races Carter meets are made of proud warriors and kings. But there’s more in this Mars: in a story where people fight with swords and guns, move with carriages and giant flying ships, there’s science fiction and fantasy in equal parts. Using what knowledge of Mars was available at the time – notably, Schiaparelli’s canali (meant to be channels, not canals) – Burroughs theorizes a desert planet that once held life in a way similar to Earth.  The canals are the only places in which agriculture can happen, and the atmosphere is produced by machines. The Tharks inhabit ruins of what were once “human” seaside towns, still wonderful with their mosaics and giant palaces.

Now, the story flows very well, full of action and interesting characters: hell, even Dejah Thoris is more than just an aristocratic princess waiting to be saved. Carter goes quickly from one adventure to the other as the serialized fiction of the time required, but there’s still room to learn about the customs of the two Martian races and much more. The novel is old, so of course it has aged in certain points, and it has aged the way Verne and Salgari did: overall, surprisingly well. And at least Burroughs has an excuse for trope of the “stranger who is better than natives at doing native things”, mainly Carter’s physical strength being due to his different planet of origin, and we can’t say that all the works who have been inspired by this novel (like Avatar) did the same. Linked to this, remember that what seems unoriginal is due to its age and to what I have often called the “John Carter Syndrome”, common to old classics: so many authors copied bits and pieces that the original seems not “original” anymore. To sum up, A Princess of Mars is a good adventure story: yes, it’s escapism, but I expected it to be far more naive. Instead, it holds its rightful place amongst the grandparents of science fiction, as it fascinated generation after generation.

Vote: 9

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