Racconto breve: L’esperto // Short story: The expert

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Matteo si stava ancora allacciando le scarpe quando il suo smartphone di lavoro fece ping! e il ragazzo lo prese. Il sistema di tracciamento aveva finito l’analisi e mostrava i risultati. Trovato! Ecco dov’è! Il sistema gli chiese se intendeva cominciare una nuova analisi nel frattempo e Matteo cliccò su “sì”, poi si allacciò l’altra scarpa, prese la giacca e uscì.

Era un po’ tardi, erano quasi le 6 di sera, ma gli esperti del suo campo non avevano orari precisi. Dovevano portare a termine il loro compito, che fosse di notte o alle sei di mattina non importava, purché avessero successo. Aprì la mappa virtuale sul telefono e guardò la strada di fronte a lui. La freccia non era ancora visibile, ma la cosa non lo sorprendeva. Entrò in macchina e piazzò il telefono sul cruscotto. Guidava tenendo un occhio sulla strada e uno sul tracciante, seguendo il segnale. Sperava che il soggetto fosse ancora vivo. Odiava riportare indietro un cadavere. Lo pagavano comunque, certo, ma non era la stessa cosa.

 

Parcheggiò vicino a un supermercato e seguì la mappa virtuale percorrendo il marciapiede, a quell’ora pieno di persone. Molti altri erano concentrati sui loro telefoni, e lui non risaltava di certo, non potè non notare. La freccia rossa sullo schermo era diventata sempre più grande man mano che si avvicinava al soggetto. Girò a sinistra in un vicolo. Un classico.

A giudicare dal segnale il soggetto doveva essere lì. Spero proprio che non sia morto. Matteo si coprì la bocca con la manica chiedendosi se fosse il caso di tirare fuori la mascherina mentre dava un’occhiata veloce ai cassonetti. Ed eccolo, sotto a una macchina arrugginita con un vecchio cartello “vendesi”. Vivo.

“Vieni qui, Vic, da bravo..” il cagnolino tremava spaventato.

Marco prese un pezzo di carne da un contenitore di plastica che teneva nella borsa e lo mise di fronte al cane. Vic mugolò ma non osò muoversi. Matteo prese la sua asta da accalappiacani e piazzò la carne appena fuori dall’ombra dell’auto, per convincere il cane a farsi vedere. Dopo qualche istante, un affamato Vic si fece vedere e Matteo lo afferrò con l’asta. Lo mise in una rete e appoggiò delicatamente la rete sul cofano della vecchia auto. Il cane mugolò, ma non sembrava ferito.

“Ottimo. Sshh, va tutto bene, il tuo papà umano ha tanta nostalgia di te, sai?”

 

Un soddisfatto Matteo suonò il campanello e sentì il proprietario aprire la porta. Sarà il classico impiegato, ipotizzò osservando la casa. Il proprietario di Vic gli aprì in maniche di camicia e con la cravatta dal nodo allargato. Bel fisico! Ricordandosi di non flirtare coi clienti, Matteo si presentò subito. “Eccolo qui, signor Ferretti, il suo Vic.” gli porse il cagnolino, il quale cominciò subito a scodinzolare alla vista di Ferretti.

“Il mio Vic! L’hai trovato!” Ferretti sorrise e prese in braccio il cane, ancora nella rete per motivi di sicurezza. Il cane cercò di leccargli la faccia attraverso la rete.

“Senti, non so come ringraziarti. Ho già pagato l’agenzia, ma… posso darti una mancia o è considerato scortese?”

“Certo che può.” rispose Matteo, valutando l’ipotesi di chiedergli se gli andasse una birra quel fine settimana.

 

Ancora incredulo del fatto che Ferretti – anzi, Giulio, come gli aveva detto di chiamarlo – avesse accettato la birra del fine settimana con entusiasmo, Matteo cercò di concentrarsi sui risultati della sua ultima analisi. Meno male che ci sono sempre più persone che mettono questi chip nei loro animali, pensò. Il prossimo era una gatta soriana di nome Stellina che, stando a quanto gli avevano detto all’agenzia, apparteneva a una signora ricca. Molto bene, prevedo una bella mancia.

Aveva cominciato a piovere a catinelle, ma Matteo non aveva intenzione di interrompere le ricerche. Il chip di Stellina inviava bene il segnale, doveva solo trovarla. Un altro vicolo, un’altra serie di cassonetti puzzolenti il cui fetore era amplificato dalla pioggia.

Gli sembrò di sentire odore di roba marcia, ma uno dei bidoni era vicino alla porta sul retro di un ristorante, quindi aveva senso sentire odore di cibo e animali morti. Sperava solo che Stellina non fosse una di questi.

“Oh, merda.” Matteo fece qualche passo indietro e prese la mascherina. Se la mise e accese la torcia sul cellulare, perchè non era sicuro di credere ai suoi occhi. La freccia rossa sullo schermo era certa che Stellina fosse lì, e puntava all’angolo vicino a uno dei bidoni. Matteo trasse un respiro profondo e attivò il segnale acustico. Il chip emise un cinguettio di risposta, e Matteo seppe di essere al posto giusto. Il che significava che aveva un problema, perchè il chip non era in una soriana di tre anni di nome Stellina. Era nel cadavere di un uomo a malapena coperto da un telo di plastica che puzzava ancora di sangue e chissà cos’altro.

 


 

Matteo was still tying his shoelaces when his work smartphone let out a ping!, and the young man reached for it. The tracking system had finished its analysis, and was now showing the results. Found him! I have a location! The system was asking him if he wanted to start another analysis in the meantime. He quickly clicked on “yes”, then he tied the shoelaces of his other shoe, grabbed his jacket and left.

It was a bit late ‒ it was almost 6 p.m. ‒ but experts in his field had no real schedule. They were supposed to perform their task, whether at night or at 6 a.m. no one really cared as long as they were successful. So he opened the virtual map and looked at the street in front of him. The arrow still wasn’t visible, but that was hardly surprising. He got into his car and place the phone on the dashboard. He drove keeping an eye on the road and another on the tracker, following the signal that he had finally found. He hoped the subject was alive. He really hated bringing back corpses. They still paid him, of course, but it wasn’t the same.

 

He parked the car next to a supermarket and followed the virtual map walking along the sidewalk, bristling with people at that time of the day. Many others were focused on their phones, so he didn’t exactly stand out, he noticed. The red arrow had become bigger and bigger as he got significantly closer to the subject. He turned left to a small alley. How typical.

Judging from the signal, the subject had to be there. I really hope he isn’t dead. Matteo covered his mouth with his sleeve, wondering if he should take out his mask as he quickly inspected the dustbins. Then here he was, under a rusty car with an old “for sale” sign. Alive. “Come here, Vic, shh…” the little dog shivered, scared.

Marco took a piece of meat from a plastic container in his bag and placed it in front of the dog. Vic whined but didn’t dare to move. Matteo took out his dogcatcher pole and placed the meat just in front of the car to force the dog to get out. After a few seconds, the starving Vic resurfaced from under the car, and Matteo caught him with his pole. He placed him into a net, and delicately put the net on the old car. The dog whined, but didn’t seem hurt.

“Great. Shh, it’s okay, your human dad really misses you, you know?”

 

Matteo rang at the doorbell, satisfied, and there he came. Probably a middle-class dude, judging from the house. He opened the door still wearing a shirt with its sleeves rolled up, and a loose tie. Nice body! Reminding himself not to flirt with clients, Matteo quickly introduced himself.

“And here he is, mr Ferretti, your Vic.” he presented him with the little dog, who immediately started whimpering and agitating his tail as he saw his owner.

“My Vic! You found him!” mr Ferretti smiled and took the dog, who was still in the net for safety reasons. The dog tried to lap his face through the net.

“Look, I don’t know how to thank you. I already paid the agency but… can I give you a tip or is it impolite?”

“Sure, you can.” replied Matteo, considering to ask him if he wanted to go out and have a beer on the weekend.

 

Still dizzy from the fact that Ferretti or Giulio, as he had told him to call him, had happily accepted the saturday evening beer, Matteo tried to focus on the results of his next analysis. Thank God more and more people put these chips in their pets, he thought. The next animal was a cat named Starlight, and belonged to a rich lady, according to what they had told him at the agency. I foresee a great tip here.

Rain had started pouring, but Matteo didn’t want to interrupt his research. Starlight’s chip was right on his radar, and all he had to do was to find her. Another alley, another set of smelly dumpsters whose stench was amplified by the rain. He thought he could smell something rotten, but one of the dumpsters was next to a restaurant’s backdoor, so it made sense for it to smell of food and dead animals. He only hoped Princess wasn’t one of these.

“Oh, crap.” Matteo made a few steps backwards, and reached for his mask. He put it on and lighted up the torchlight on his phone, because he wasn’t really sure he could believe his eyes. The arrow on his tracker was sure that Starlight was there, and pointed directly to the corner right behind one of dumpsters. Matteo took a deep breath and activated the beeping function. The chip he was tracking answered with a small beep, so Matteo knew he couldn’t be wrong. Which meant he had a problem, because the chip wasn’t inside a 3 year old tabby cat named Lullaby. It was inside a dead man, barely covered with a sheet of plastic and still smelling of blood and what else.

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