Recensione: Luce Virtuale / Review: Virtual Light

Autore: William Gibson

Genere: cyberpunk, thriller

Anno: 1993

Note: primo romanzo della Trilogia del Ponte. Ho letto la traduzione italiana di Delio Zinoni pubblicata dalla Mondadori (che purtroppo come traduzione non è granché, cfr nota in fondo alla recensione).


Berry Rydell è un ex poliziotto ora guardia giurata che perde il lavoro dopo un errore molto particolare che gli costa caro. Un suo amico gli trova un altro lavoro, e Rydell va a San Francisco a lavorare per un cacciatore di teste in missione.

Chevette Washington è un corriere in bicicletta, e vive sul ponte di San Francisco: dopo un forte terremoto il ponte è stato abbandonato e occupato da coloro che, come lei, vivono ai margini della società e hanno costruito un’intera città sul ponte e sui suoi pilastri. Chevette divide la sua stanza con un vecchio, Skinner, che le ha salvato la vita tanti anni prima. Con la sua preziosa bici e il suo lavoro, Chevette è soddisfatta della sua vita. Ma le cose cambiano quando consegna un pacco in un hotel di lusso e si imbuca per curiosità in un party privato tenuto da un tipo ricchissimo. Ci sono soldi, droghe, e un uomo molto fastidioso che la importuna continuamente. Così Chevette ruba qualcosa che fuoriesce dalla giacca dell’uomo e se ne va. Scopre che si tratta di un paio di occhiali da realtà virtuale, e un sacco di persone li vogliono e sono pronti ad uccidere per recuperarli, perciò Chevette è nei guai…. e alla fine la sua trama (e la sua vita) si scontra con quella di Rydell.

Ed ecco che arriva il disappunto. Perché con una trama così promettente una si immagina che gli occhiali contengano dati scottanti, di grande valore. Lo sono… più o meno? Onestamente leggendo ho pensato “oh ok, ammazzavano gente solo per questo?” Immagino volerli recuperare, certo, ma non capisco perché uccidere o causare tanti problemi, ed è proprio questo il punto più debole del romanzo. Uccidere per qualcosa che tutti vogliono è un vecchio stratagemma letterario, e non ho nulla in contrario, ma dev’essere qualcosa di importantissimo.

In Neuromante Gibson ci aveva dato terrificanti IA e potentissime multinazionali, cose troppo grandi per essere capite e combattute appieno, ma di cui nessuno poteva negare l’importanza e il ruolo all’interno del romanzo. Ma c’è un problema con Luce Virtuale: la componente cyberpunk è diminuita notevolmente, e i dialoghi e le descrizioni sono diventati sempre più à la Raymond Chandler. Forse è solo invecchiato male, ma a parte alcune scene mi è sembrato di trovare poco di quell’universo cyberpunk iconico che molti di noi hanno letto e apprezzato.

Ciò che salva questo romanzo è proprio l’ambientazione che, anche se manca di cyberpunk, sa essere interessante. Un intero culto dedicato al santo patrono dell’AIDS, una religione che vede Dio negli schermi televisivi e consiglia ai fedeli di guardare più film possibili, e la città sul ponte stessa, strutturata al limite fisico e metaforico di tutto, osservata dagli occhi di uno studente giapponese che si trasferisce con Skinner cercando di studiare e capire quella vita e quella città… un’ambientazione niente male, e anche alcuni personaggi secondari sono ben costruiti, come il collega e amico di Rydell, Sublett, albino e allergico a tutto, e Skinner stesso, un uomo che sembra uscito dalle storie migliori di Gibson (quelle di La Notte Che Bruciammo Chrome, per intenderci).

Per riassumere potrei dire che in Luce Virtuale abbiamo un bravo scrittore (ehi, è pur sempre Gibson, sa scrivere) in una buona ambientazione… alla prese con una trama che non è all’altezza del resto.

Voto: 7,5

(Nota doverosa: detesto parlare male di una traduzione, dico davvero, so per esperienza che è un lavoraccio sottopagato e con tempistiche spesso ridicole. Ma come lettrice ci rimango davvero male quando il risultato finale è un italiano come nemmeno nel peggiore “doppiagese” e molti riferimenti non vengono colti. C’è un satellite che tutti soprannominano Death Star in inglese, in questa traduzione è diventato la Stella della Morte, peccato che sia la Morte Nera… Stiamo parlando di Guerre Stellari, non di una cosina ignota. Sigh. A pesare di più sono comunque i continui calchi e le traduzioni letterali.)


 

Author: William Gibson

Genre: cyberpunk, thriller

Year: 1993

Notes: First volume of the Bridge Trilogy. I’ve read the Italian translation by Delio Zinoni published by Mondadori (a very bad translation, sadly).


 

Berry Rydell is an ex-cop now private security agent who loses his job after a particular mistake that he makes. A friend finds him another job, and Rydell heads to San Francisco to work for a head hunter on a mission.

Chevette Washington is a bycicle messenger living on the San Francisco bridge: after a powerful earthquake, the bridge was abandoned and occupied by people who, like her, live on the edge of society and have built an entire town on the bridge and its pillars. She shares a room with an old man named Skinner who saved her life many years ago. With her precious bike and her job, Chevette is satisfied with her life. But things change when she delivers a package at a fancy hotel and infiltrates a private party hosted by a very rich guy, just out of curiosity. There’s money, drugs, and a very annoying guy who keeps pestering her. So she steals something that protrudes from his jacket and leaves. It turns out the thing is a pair of VR special glasses, and a lot of people want them and are ready to kill for them, so Chevette is in trouble… eventually, her plot (and life) collides with Rydell’s.

 

Aaaand there goes the disappointment. Because with such a promising plot one imagines the glasses to contain super hot and valuable data. They… sort of do? But honestly, by reading it I thought “oh ok they were killing people just for this?” I can imagine wanting to retrieve it but I cannot fathom why killing and causing such chaos for it, and this is the novel’s weakest point. Killing for something everyone wants is an old plot device and I got nothing against it, but it has to be something really important. In Neuromancer Gibson gave us scary AIs and powerful megacorps, things too big to be understood and fought, things no one could dismiss the importance of and which were fundamental, plot-wise. But here’s the trouble with Virtual Light, the whole cyberpunk-ness is tuned down a lot, and the dialogues and descriptions get much more Raymond Chandler-ish. Maybe it just aged badly, but with the exception of a few scenes there was very little of that iconic cyberpunk universe many of us have read and love.

The saving grace of this novel is the setting, which is, I have to admit, interesting. A whole cult devoted to a sort of “patron saint” of HIV, a religion that sees God in tv screens and wants his followers to watch as many movies as possible, and the bridge city, living on the metaphorical and literal edge of everything, as observed by a japanese student who starts living with Skinner in order to understand that life and that city… yes, there’s much to work with, and even some side characters are worth being mentioned, like Sublett, Rydell’s colleague and friend who is allergic to everything, and Skinner himself, a man which looks straight out of some of Gibson’s best stories (like the ones in Burning Chrome).

To summarize, I could say that in Virtual Light we have a good writer (Gibson’s style is still good, after all) in a good setting… working with a plot that just isn’t as good as it’s supposed to be.

Vote: 7,5

Recensione / Review: Solaris

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Autore: Stanislaw Lem

Genere: fantascienza

Anno: 1961

Note: da Solaris hanno tratto tre film, uno diretto da Nirenburg (1968), uno da Tarkovsky (1972) e uno di Soderbergh (2002). Ho letto la traduzione di Verdiani pubblicata dalla Sellerio.


La storia è ambientata su una stazione spaziale in orbita intorno a un lontano pianeta chiamato Solaris. Solaris ha due soli ed è quasi del tutto coperto da un “oceano”: questo misterioso oceano è qualcosa di unico e mai visto prima, considerato una specie di gigantesco organismo il cui funzionamento e logica sfuggono agli umani. Molti scienziati hanno esplorato Solaris e le sue curiose formazioni oceaniche: strutture porose grandi come città che vengono create e distrutte nel giro di qualche giorno, formazioni titaniche simili a leviatani e canyon che si ritraggono al passare di un velivolo umano. Il pianeta sembra quasi divertirsi, e se uno scienziato atterrato su una delle isolette tende una mano, l’oceano risponderà al suo tocco finché non si annoierà. Alieno e terribile in un modo da far invidia a Lovecraft, Solaris è un mistero incredibile. Ed è tutto molto più difficile di quello che sembra, come scopre lo psicologo Kelvin raggiungendo la stazione spaziale come nuovo ricercatore… ma c’è qualcosa che non va. Uno degli scienziati si è suicidato, un altro si è barricato nel suo laboratorio e rifiuta di uscirne. Neanche il terzo scienziato, Snaut, sembra a posto. Spiega la situazione a Kelvin e lo mette in guardia contro i visitatori. E in effetti qualcuno viene a trovare Kelvin…

Solaris è stato nella mia lista di libri da leggere per anni, e quando mi ci sono cimentata ho scoperto una cosa: mi avevano avvertito degli spiegoni scientifici, ma nessun avvertimento mi avrebbe mai potuto preparare a così tanti spiegoni. Ed è una delle ragioni per cui non mi ha colpito così tanto come avrei voluto, come romanzo: decine di pagine dedicate a Kelvin che legge o pensa all’oceano e ai suoi misteri, e le teorie che ci sono dietro, create da una branca definita appunto la solaristica: e via con saggi, scienziati, fazioni di pensiero, pubblicazioni… A volte tocca leggere di descrizioni delle formazioni oceaniche non grazie a ciò che Kelvin vede ed esplora, ma tramite uno dei libri che si mette a leggere. Capisco bene che non sia un pianeta comprensibile da una mente umana e con metodi umani, ma credo che il lettore lo capirebbe anche con metà degli spiegoni presenti nel romanzo.

Ed è un peccato che Solaris sia appesantito da questi capitoli perché per il resto, nella sua semplicità, siamo di fronte a un’opera notevole. Molto gira attorno al visitatore di Kelvin, mentre il lettore si chiede continuamente “Cosa avrei fatto al suo posto? Come reagirei?” A bordo della stazione succedono cose strane, molte delle quali causate da Solaris stesso, a volte vero protagonista del romanzo. Alcune parti del romanzo, poi, sanno essere davvero spaventose.

Certo, alcuni elementi non sembrano originalissimi, ma è un romanzo con più di 50 anni alle spalle, e molti lo hanno letto, apprezzato e usato come fonte d’ispirazione, fino a farlo soffrire della Sindrome di John Carter. Così tanto è stato preso che ora l’originale (Solaris, appunto) non è così emozionante come ci si aspetterebbe. Non che non valga la pena leggerlo, e come ho già fatto notare, non è il suo problema più grave: quegli stramaledettissimi spiegoni, invece… Ma forse ha a che fare con le mie aspettative: lo avevo mentalmente piazzato sullo scaffale di fianco a Picnic Sul Ciglio della Strada: fantascienza dell’Europa dell’Est, con vita aliena incomprensibile, persino consigliata dalle stesse persone che mi avevano parlato di Picnic. Eppure sono due libri molto diversi, e mentre Picnic è ancora oggi un capolavoro che non è invecchiato di un giorno, non posso dire lo stesso di Solaris. Non è un brutto libro, non lo direi mai, ma non è una lettura emozionante come mi sarei aspettata.

Voto: 8-


Author: Stanislaw Lem

Genre: Sci-fi

Year: 1961

Notes: There are three movies based on this book, one by Nirenburg (1968), one by Tarkovsky (1972) and one by Soderbergh (2002). It has been translated into dozens of languages, so you should be able to find a translation that suits you (and that Lem himself doesn’t dislike, like the Kilmartin-Cox). I’ve read the Verdiani translation published by Sellerio.

The book is set on a space station orbiting a distant planet called Solaris. The planet orbits two suns and is almost completely covered by an “ocean”. This ocean is like nothing else humans have ever seen, and constitutes a sort of giant organism whose functions and basis are largely unknown. Many scientists have explored the planet and its curious oceanic formations: porous structures as big as cities who are created and destroyed within a few days, giant snake-like formations and canyons who retract themselves when a human aircraft has to pass. The ocean even seems amused, and if a scientist lands on one of the little islands and extends a hand, the ocean, will rise to touch him until it gets bored. Alien in a way that would have made Lovecraft bite his hands in envy, Solaris is a wonderful mystery. And it’s more complex than we can imagine, as the psychologist Kelvin reaches the space station as a new researcher. Things on the station are not going as planned. One of the scientists has committed suicide, one has locked himself in his laboratory and refuses to leave it. There’s something wrong with the third one too, Snaut, who welcomes him and explains him the situation. And warns him against the visitors. Sure enough, strange things start to happen, and Kelvin is visited by someone…

Solaris had been sitting in my to-read list for years, but managed to read it only recently. I had been warned of the scientific infodumps, but no warning could have prepared me for so much. This is one of the reasons why it didn’t strike me as much as I would have wanted: dozens of pages involve Kelvin reading or thinking about the ocean and its mysteries… and the theories around it, which means he’ll cite papers, scientists, factions and so on. Sometimes you’ll read descriptions of the ocean’s formations, and not first-hand things Kelvin sees, but book material. I get that this planet is impossible to understand with a human mind and with human methods, and I feel that the reader would be able to understand it even if these scientific infodumps were cut in half.

And it is a pity that Solaris is burdened with these chapters, because the themes, in their simplicity, is noteworthy. A lot of it has to do with Kelvin’s visitor, as the reader constantly thinks “what would I have done in his place? How would I react to that?” There is a lot of human drama onboard that station, and yet everything happens because of Solaris, the true main character of the novel. In some parts of the novel I felt genuinely scared.

A few elements looked unoriginal to me, but you have to take into account that this book is more than 50 years old, and was widely appreciated. My theory is that it suffers from the “John Carter syndrome”, aka this trope. It was new, original and interesting when it came out, so much that everyone stole bits and pieces from it and put it somewhere else. And now the original is not as entertaining as we would expect it. That doesn’t mean it’s not worth a read, and it’s certainly not the book’s worst fault. To me, the worst are the scientific infodumps. In my mind, partially because I connect Solaris to the people who recommended it to me, it was on the same mental shelf as Roadside Picnic: Eastern European, it involves alien life impossible to understand, recommended by the same people. And yet, while Roadside Picnic is still an unbeatable masterpiece that feels it hasn’t aged a day, I can’t say the same for Solaris. It’s not a horrible book, mind you, but it’s not an easy read either.

Vote: 8-

 

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Racconto breve: Spaghetti Cyberpunk // Short story: The Spaghetti Connection

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Il racconto di oggi è ambientato in Italia, e ha ovviamente una vena comica.

“Avreste dovuto esserci! Avreste dovuto vedermi!” Fabio sollevò la forchetta in segno di trionfo, spargendo gocce d’olio e pezzettini di tonno in giro per il tavolo. Le facce di Vale e Anto riflettevano il loro scarso entusiasmo, ma se Fabio se n’era accorto aveva deciso di ignorarli. “Ero proprio lì, davanti alla banca dati della Barilla. C’erano delle luci azzurre e rosse, e vedevo righe di testo che formavano città, sì, paesaggi con grattacieli senza finestre e enormi strade che portavano dati proprio sopra di me. Se fossi rimasto lì un attimo in più il mio cervello sarebbe stato fritto dal sistema di difesa!”

Vale masticò i suoi spaghetti con l’aria di chi avrebbe preferito essere fucilato sul posto.

“Ma di che ti eri fatto?” chiese Anto, prendendo un pezzo di pane per fare scarpetta.

“Nessuna droga! Non posso prendere nemmeno un’aspirina quando vado nel cyberspazio, altrimenti ti incasina il cervello.”

“Che invece adesso…” Vale prese il proprio piatto e lo mise nel lavandino. “Ehi, grande hacker, è il tuo turno di lavare i piatti!”

“Cosa? Ma ho da fare!” rispose con la bocca mezza piena.

“Ma dai! E cosa pensi che siamo venuti a fare qui, “ Vale incluse Anto con un gesto della mano, “a pulire il tuo casino? Ho un esame dopodomani.”

“E io una tesina per la settimana prossima.” rispose Anto.

“Ma c’ero quasi! Era lì su un piatto d’argento!”

“Pensa a lavare i piatti di ceramica, piuttosto.”

 

“Li ha lavati, i piatti?”

Vale era troppo sfinito per rispondere, così indicò il lavandino mentre prendeva la moka e il caffè. La pila di piatti cominciava a puzzare.

“Cristo, sembra arte moderna. Potrei farci una foto e chiamarla ‘la condizione umana’ o qualcosa del genere.” Anto tirò fuori dal frigo il latte e fece per versarne un po’. Il cartone era vuoto.

“Cosa? Ieri era mezzo pieno!”

“Non guardare me.” Vale si lasciò andare sulla tovaglia di plastica da quattro soldi.

“Quel deficiente.”

“Lo so, ieri ha preso il mio pranzo.” mormorò Vale.

“Dobbiamo fare qualcosa!”

“Tipo cosa?” Vale si rialzò per spegnere il fuoco sotto alla moka che aveva cominciato a borbottare. Anto sospirò. “Che ci facciamo a pranzo?”

“C’è un vasetto di pesto in frigo, no?” Vale sbadigliò.

“Ehm… no, penso sia andato a male.” Anto lo rimise in frigo, visto che il bidone del vetro era pieno fino all’orlo.

 

“Incredibile…” mormorò l’avatar di Fabio mentre si librava sul vasto paesaggio apparentemente infinito, nero come l’ossidiana. La banca dati della Barilla sembrava avvicinarsi sempre di più, e all’improvviso ecco le mura di un bianco accecante, senza nessuna porta in vista. Flussi di dati entravano e uscivano dalla bianca cittadella viaggiando sulle strade sopraelevate in tutta sicurezza. Devo arrivare fin lassù. Con un paio di clic riuscì a plasmare una scala a pioli che arrivasse fino alla cima. Man mano si rese conto che le mura erano molto più alte di quanto si aspettasse, e cominciò a sentire una strana nausea. Non aver paura, è solo la realtà virtuale… si disse guardando il nero terreno sotto di lui. Dopo quelle che gli erano sembrate ore, raggiunse la cima, e si mise a guardare le maestose strutture formate dai dati, cercando di ignorare la nausea onnipresente. Poi cadde.

 

“Fabio?” Vale bussò, ma non ricevette risposta. “Fabio, ci sei?”

“Certo che c’è, dove vuoi che sia.” borbottò Anto. “Farebbe qualunque cosa per saltare il suo turno…” Vale aprì la porta, e Anto tacque immediatamente. Fabio giaceva con la testa sulla tastiera, e sullo schermo del computer campeggiava una grande scritta gialla “disconnesso”. Un paio di cavi collegavano il dietro della sua testa al computer.

“Che gli è successo?”

“Chiama un’ambulanza!” rispose Vale schiaffeggiando Fabio. Nessuna reazione. “Credo che quelli della Barilla lo abbiamo preso. Gli avranno fritto il cervello.” Gli versò dell’acqua sul viso, ma non accadde niente.

 

“Che gli è successo, ce lo può dire?”

“Abbiamo una teoria, ma non ne siamo ancora certi.” rispose l’infermiere dopo che il dottore aveva certificato la morte di Fabio. “Supponiamo che abbia mangiato qualcosa di andato a male. Forse una contaminazione da botulino.”

Anto diede una discretissima gomitata a Vale, facendogli notare il piatto sporco piazzato su una pila di libri. Faceva odore di pesto.

 


 

“You should have been there! You should have seen me!” Fabio lifted his fork in an act of triumph, splattering oil and bits of tuna around the table. Vale and Anto’s faces reflected their scarce enthusiasm, but if Fabio had noticed it, he had pretended not to. “I was there, right in front of the Barilla mainframe. The lights were blue and red, and I could see the lines of text as cities, yes, skylines of windowless skyscrapers with highways of data running fast beyond me. Another moment there, a mere second, and my brain would have been fried by the defense system!”

Vale chewed on a mouthful of spaghetti with the look of a person who would have preferred to be killed on the spot.

“Just what kind of drugs were you on?” asked Anto, taking a piece of bread and collecting the remaining pieces of tuna with it.

“No, no drugs! I can’t take anything, not even an aspirin when I’m in cyberspace! It messes with the brain.”

“That would explain a lot.” Vale took his plate and left it in the sink. “Hey, great hacker, it’s your turn to do the dishes.”

“What? But I’m busy!” he replied, his mouth half full.

“Really? And what do you think we’re here for,” he included Anto with a gesture of his hand, “to clean up after your mess? I’ve got an exam next week.”

“And I’ve got an essay for the day after tomorrow.” replied Anto.

“But I was so close! I may not get another window of opportunity!”

“We’ll throw you out of the window if you don’t do the dishes.”

 

“Did he do the dishes?”

Vale was too exhausted to answer, so he pointed at the sink and took the moka pot and the coffee. The pile of dishes was starting to stink.

“Jesus, that’s modern art. I could take a pic and call it “the human condition” or something.”

Anto took out his carton of milk to pour some. It was empty.

“What? It was half full yesterday!”

“Don’t look at me.” Vale collapsed on the cheap plastic tablecloth.

“That fucking idiot.”

“I know, he took my lunch yesterday.”

“We need to do something!”

“Like what?” Vale rose again as the moka pot started to gurgle, and turned the gas off. Anto sighed. “What are we making for lunch today?”

“There’s a jar of pesto sauce in the fridge.” Vale yawned.

“Uhhh… no, I think it has gone bad.” he stuffed it back into the fridge, since the container they used for the discarded glass was filled to the brim.

 

“This is incredible,” muttered Fabio’s avatar as he glided over the vast, seemingly unending flat ground, black as obsidian. The Barilla database drew closer and closer, until he reached the impossibly white walls, seemingly without doors. Flows of data entered and left the white citadel traveling on the safe highways above the walls. I need to find a way to go over there. With a couple of clicks he was able to create a huge ladder. And he discovered the walls were much higher than he had expected, and he was starting to feel a strange sense of nausea. Don’t worry, it’s all virtual reality, you’ll be fine… he told himself as he glanced at the black ground below. After what felt like hours, he reached the top, and stared at the majestic structures of data, trying to ignore the still ever-present nausea. Then he fell down.

 

“Fabio?” Vale knocked, but got no answer. “Fabio, are you there?”

“Of course he’s there, where do you think he is.” muttered Anto. “He’ll do everything to skip his turn…” Vale opened the door, and Anto stopped talking abruptly. Fabio lied with his head on the keyboard, the computer screen still flashing a big, yellow “disconnected”. A couple of cables connected the back of his head to the computer.

“What’s wrong with him?”

“Call an ambulance!” replied Vale as he slapped Fabio’s cheek, without any reaction from him. “I think the Barilla System got him. Fried his brain, or something.” He poured a glass of water on Fabio’s face, but nothing happened.

 

“What happened to him, can you tell us?”

“We have a theory, but we are not sure yet.” answered the nurse after the doctor certified Fabio’s death. “My guess is that he had eaten something he shouldn’t have. Possibly contaminated by botulinum.”

Anto gave his most discreet nudge to Vale, and made him notice the dish placed on a pile of books. It smelled like pesto sauce.

Recensione: Morire per Vivere / Review: Old Man’s War

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Autore: John Scalzi

Genere: fantascienza militare

Anno: 2005

Note: primo libro della serie di Old Man’s War, arrivato in finale al premio Hugo come miglior romanzo nel 2006. Ho letto l’edizione italiana pubblicata dalla Gargoyle Books nella traduzione di Concetta D’Addetta.


Quando compie 75 anni, John Perry fa due cose: visita la tomba della moglie, e si arruola nelle Forze di Difesa Coloniale. Non si sa molto su cosa accada nelle colonie che l’umanità ha fondato su altri pianeti, ma lui e molte altre persone anziane sanno questo: se combattono e sopravvivono, possono ottenere un nuovo corpo e una “seconda vita” nelle colonie. Il servizio militare nelle FDC può durare fino a dieci anni, quindi sopravvivere non è facile.
Sospettano che gli scienziati coloniali abbiano trovato il modo per far ringiovanire i loro corpi, come potrebbero combattere con efficienza? La risposta sorprenderà John e gli altri che accetteranno di mettere la loro vita nelle mani delle FDC.

Le colonie hanno un livello di tecnologia decisamente superiore a quello terrestre, ed è ragionevole se si considera che sono entrati in contatto con varie razze aliene, non tutte amichevoli. Le FDC servono a proteggere le colonie esistenti e a fondarne di nuove: non un bel compito, ma qualcuno deve pur farlo. E se l’unica alternativa è quella di morire soli e vecchi, la prospettiva di una nuova vita o almeno di una morte con un significato in un corpo privo di tutti quei problemi che arrivano con la vecchiaia, beh, ha il suo fascino. John Perry raggiunge le astronavi della FDC e crea un forte legame di amicizia con un gruppo di anziani (uomini e donne). Ciò che la FDC fa coi loro corpi appare loro meraviglioso, ma presto scoprono quanto può essere terribile una guerra in un altro universo, contro nemici che non sono umani, quindi non ci si può nemmeno immaginare come ragionino o vedano il mondo… dopotutto, se ci è difficile comprendere altri umani di paesi diversi, vi immaginate affrontare dei veri e propri alieni?

Lo confesso: è stata una lettura divertente. La prima parte del romanzo serve a portare John Perry (assieme al lettore) dalla sua vita normale terrestre alla vita nelle FDC, e a mostrarci i suoi dubbi e le sue curiosità nei confronti di questa nuova vita. Le FDC usano gli anziani come soldati perché è utile avere sottomano delle persone con esperienze e conoscenze di ogni genere, anche se dovranno “disimparare” molte cose… il che fornisce a John Perry una nuova “crescita”, come se fosse il protagonista di un romanzo di formazione. Ha i suoi ricordi, come quelli che riguardano l’amatissima moglie, ma diventa una persona nuova in un mondo nuovo.

Non mancano ironia e satira: la mente di John Perry è un posto divertente, nonostante gli orrori di cui è testimone nella seconda parte del romanzo, e ci sono parecchie sezioni che fanno piangere e ridere allo stesso tempo. La guerra è una faccenda grottesca, e Scalzi non se lo dimentica. Ma dietro l’ironia c’è posto anche per temi più seri, come che cosa significhi essere umano, come affrontare la morte e la mortalità, come andrebbero gestite certe tecnologie, come ci si dovrebbe rapportare con gli alieni e così via. Un personaggio teorizza persino che le colonie di proposito nascondano molte cose alla Terra, come le loro nuove scoperte in ambito tecnologico per proteggere la Terra stessa. Che sia vero o no, rafforza il concetto della nuova formazione di John Perry, come se quei 75 anni vissuti su un pianeta che non potrà mai rivedere fossero solo la sua infanzia, se comparati a ciò che lo aspetta a anni luce di distanza. C’è la guerra, ma la sua importanza e le sue conseguenze non sono mai sottovalutate, e quando John Perry è abbastanza fortunato da sopravvivere e venire promosso, cambia come ci si aspetta che cambi un personaggio così ben costruito.

Voto: 8,5


Author: John Scalzi

Genre: military sci-fi

Year: 2005

Notes: first book of a long series. Nominated for the Hugo Award for Best Novel in 2006. I have read the italian edition published by Gargoyle Books and translated by Concetta D’Addetta.


On the day of his 75th birthday, John Perry does two things: he visits his wife’s grave, and joins the Colonial Defence Forces. Not much is known about what happens in the colonies, but he and many other old men and women know this: if they fight and survive in the colonial wars, they will get a new body and a “second life” in the colonies. Their service in the CDF can last for 10 years, so survival isn’t easy.

They suspect the colonial scientists have found a way to make their bodies younger, or how could they fight efficiently? There’s a surprise waiting for John and for many others as they sign and give their lives to the CDF.

The colonies have a technology level much higher than Earth’s, and it is only reasonable considering that they have made contact with several alien races, and not all of them are friendly. The CDF is needed to protect the existing colonies, to found new ones and such. Not a pretty business, but someone has got to do it. And when your only perspective is to die as an old, lonely man, the perspective of a possible new life or, at least, a death that serves a purpose in a body that isn’t plagued by all the problems caused by being old, well, it has its appeal. John Perry reaches the CDF spaceships and befriends a group of old men and women who form a very tight friendship. They enjoy their new conditions as the CDF modifies their bodies, but they soon find out how terrible a war can be in a different universe, when your enemies aren’t human, so you can’t even begin to imagine what and how they think… after all, we have trouble understanding our fellow humans from other countries, can you imagine dealing with a whole new species?

Old Man’s War was a very enjoyable read. The first half of the novel is used to take John Perry (and, thus, the reader) from his normal Earth life to the life in the CDF, where we experience his doubts and curiosity towards this new life. The CDF uses 75 year old people because it’s useful to have people with experience and knowledge, even if it means that they have to unlearn a lot of their old ideas… but this also provides John Perry with a new “coming of age”. He has his memories, like those of his much beloved wife, but he becomes a new person in a new universe. Irony and satire are very much present: John Perry’s mind is a fun place to be, despite the horrors he witnesses in the second part of the book, and there are many sections of the book that will make you want to laugh and cry at the same time. War can be a grotesque business, and Scalzi doesn’t forget this. But behind the irony there’s room for some serious themes, like what it means to be human, how to deal with death and mortality, how should certain technologies be used, how would it be best to deal with aliens, and so on. A character even theorizes that the colonies are wilfully keeping the Earth ignorant of what’s happening there, including the new technological discoveries, as a form of protection. Whether this is right or not, it enforces the idea of John Perry’s new coming of age, as if those 75 years spent on a planet he can never visit again are only his childhood, compared to what awaits for him on faraway planets. There’s war, but its importance or consequences are never downplayed, and while John Perry is lucky enough to survive and be promoted, he changes like the well built character that he is.

Vote: 8,5

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Recensione: Festa di Primavera // Review: Spring Festival

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Autore: Xia Jia

Genere: fantascienza

Anno: 2015

Note: Raccolta di racconti pubblicata da Future Fiction. Traduzione di Gabriella Goria.


Come autrice, Xia Jia si concentra principalmente sui racconti brevi. E ognuno di questi racconti è un microcosmo meraviglioso. L’Estate di Tongtong si concentra sul tema del sempre crescente numero di anziani che hanno bisogno di cure, e lo fa attraverso gli occhi della piccola Tongtong, che fa amicizia con Ah Fu, l’androide che si occupa del nonno.

In Festa di Primavera, divisa in 5 parti (Felicità, Rabbia, Amore, Dolore, Gioia), Xia Jia dipinge dei piccoli quadretti di vita quotidiana cinese in un futuro non troppo lontano. Nuove tecnologie e vecchie tradizioni non solo coesistono, ma sono l’una al servizio dell’altra, come quando aiutano dei genitori a celebrare un magnifico Zhuazhou, il primo compleanno di un figlio, o aiutano una giovane a trovare un marito perfetto grazie a degli algoritmi innovativi.

In Stanotte Sfilano Cento Fantasmi la tecnologia rende reali gli eroi e i mostri delle antiche leggende, sempre attraverso gli occhi di un bambino, che vive tra loro e li considera amici o genitori.

Con un paio di sapienti pennellate Xia Jia fa entrare il lettore in un mondo che, per un lettore occidentale, è molto distante. Eppure certe cose sembrano universali: la ricerca dell’amore, il desiderio dei genitori di una vita felice e sana per il figlio, gli anziani che odiano sentirsi un peso… l’apparente delicatezza del suo stile non rende certo le storie che crea meno forti.

Un elemento piacevole di questi racconti è l’ottimismo. Un paio di storie sono più malinconiche, ma anche in quelle c’è spazio per la speranza. Ci sono androidi, ologrammi, una televisione a dir poco invasiva e una tecnologia onnipresente, ma la tecnologia stessa non è mai il nemico in questi racconti: è uno strumento. Nella maggior parte dei casi, poi, è uno strumento che si usa per arricchire le vite delle persone. Siamo molto lontani dall’onnipresente “la tecnologia ci rende stupidi”, anzi, qui c’è proprio il contrario, eppure senza raggiungere livelli utopici.

La mia esperienza della fantascienza cinese è finora limitata, avendo solo letto questi racconti e quelli di Chen Qiufan (non ho ancora affrontato il famoso The Three Body Problem), perciò non posso mettere questi racconti nel contesto più ampio della fantascienza cinese. Ma so riconoscere delle belle storie quando le leggo, da dovunque provengano. E questi racconti meritano davvero una letta.

Voto 8,5


 

Author: Xia Jia

Genre: sci-fi,

Year: 2015

Notes: Collection of short stories published in Italy by Future Fiction and translated by Gabriella Goria.

As an author, Xia Jia focuses mainly on short stories. And each one of these stories is a wonderful little microcosmos. Tongtong’s summer explores the theme of the growing number of elders and the need to care for them through the eyes of little Tongtong, who befriends the Ah Fu – the android that takes care of her grandfather. In Spring Festival, divided into five parts (Happiness, Anger, Love, Sorrow, Joy) Xia Jia paints little portraits of chinese daily life 10 minutes into the future. Technology and traditions don’t just cohexist, but one serves the other, as it helps parents to celebrate a magnificent Zhuazhou (the child’s first birthday) and helps a young woman find a suitable match thanks to complex algorithms.

In A Hundred Ghosts Parade Tonight technology makes the heroes and monsters of old legends real, seen this time through the eyes of another kid, who lives among them and holds these androids as dear friends and caretakers.

With a few fictional brushstrokes, Xia Jia gives the reader immediate access to a world that may be very distant from their own. And yet certain things seem to be universal. The search for love, the desire parents have to see their children grow up successful and healthy, the hate elders have for feeling like a burden. The delicacy of her narrative doesn’t make her stories any less stronger.

A beautiful element pertaining to her stories is optimism. A couple of stories are more melancholic, but even those leave a hint of hope. There might be androids, holograms, invasive television and omipresent technology, but technology per se is never an enemy in these stories. It is, pure and simple, a tool. In most of cases, it is a tool that can be used to enrich people’s lives. Far from the rallying cry of “omnipresent technology makes us dumb”, some of these stories are unapologetically optimist. And not in an utopian, impossible way either.

My experience with chinese sci-fi is, admittedly, limited. I have only read stories by Chen Qiufan and by Xia Jia, and I haven’t tried the famous The Three Body Problem yet. I cannot claim I can place it within the context of chinese sci-fi. But I can recognize a good story when I read one, whatever its origin. And Xia Jia’s stories are good.

Vote 8,5

Racconto breve: Mercato Nero, pt. 3 // Short story: Black Market, pt.3

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Racconto cyberpunk di cui questa è la terza e ultima parte. La prima è qui, e la seconda è qui.

“Dammi una buona ragione per cui non dovrei ammazzarti.” Jeff puntò la pistola alla fronte di Lily, che rabbrividì e tenne stretta a sé la custodia biomedica come se fosse un bebé.

“La polizia ci attacca nel giorno in cui ti ho portato qui. Non può essere una coincidenza.”

“Ma lo è. Senti, magari qualcuno mi ha seguito? Ho fatto attenzione, ma è possibile. Pensaci bene, perché farei una cosa del genere con la vita di mia figlia in gioco?”

Prima che Jeff potesse parlare, arrivò una chiamata al suo comunicatore.

“Jeff? Mi senti? Sono Adrienne.”

“Ti sento.” rispose asciutto.

“Abbiamo organizzato delle difese e…” la voce del capo del settore armi venne interrotta dal rumore di spari. “…e finora funzionano bene. Stanno arrivando dall’ingresso Guerra, ma ho dato ordini di raddoppiare le difese anche agli altri ingressi. Non posso mandar via troppe persone da qui, ho un brutto presentimento.”

“Respingeteli a tutti i costi.” Ma anche se ci riescono, il mercato è stato scoperto

“E ora torniamo a noi.” chiuse la comunicazione e guardò Lily.

“Ti prego, non lo so, io non…”

Jeff ammise a sé stesso che se stava mentendo era davvero brava, perchè sembrava davvero la persona sbagliata nel posto sbagliato.

“Senti, io non so che dirti, non c’entro niente, sono qui per mia figlia e basta! Abbiamo controllato assieme i miei file personali, hai visto che…”

Un razzo finì a poca distanza da loro, ed entrambi finirono a terra. Lily protesse il cuore e si rialzò tossendo per via della polvere.

Jeff ricevette un messaggio. Stando a Carmen, capo del settore mercenari, anche l’entrata Carestia era sotto attacco.

“Ho comprato il cuore e voglio tornare a casa, sono pur sempre una cliente del mercato.” Jeff tenne la pistola puntata contro di lei, finché non sentì una voce di donna. Una poliziotta con attrezzatura antisommossa leggera gli puntava contro una pistola.

“Indietro. Via quell’arma e forse non ti ucciderò.”

“Se spari a me, io sparo a lei.” replicò Jeff.

“Come vuoi.” la sentì sospirare attraverso il casco. La poliziotta abbassò la pistola ma, prima che Jeff potesse fare altro, sparò comunque.

“Vieni!” gridò la poliziotta, e Lily corse da lei. Intanto Jeff finì in ginocchio. Non era stato colpito da nessun proiettile, però la gamba cibernetica gli faceva un male cane. E di male in peggio, anche il suo occhio cibernetico aveva cominciato a fargli male. Cristo, un’arma a microonde. Dovette resistere alla tentazione di strapparsi l’occhio con le sue stesse mani, e la gamba era un concentrato di dolore.

Le due donne sparirono dietro un angolo. Jeff prese il suo comunicatore.

“Adrienne, mi serve una mano.”

 

Lily trasse il più profondo sospiro di sollievo della sua vita sistemandosi sul sedile dell’auto.

“Ha funzionato.” non si sforzò più di nascondere le lacrime.

“Sei stata brava, e molto coraggiosa. Sono così fiera di te.” la poliziotta si era tolta la tenuta antisommossa, e guidava l’auto civile con cautela. Baciò Lily dolcemente.

“Hai corso un bel rischio anche tu. Non saresti dovuta essere lì.”

“Neanche tu. Abbiamo avuto fortuna.” replicò Lily.

“Sì, ma eravamo ben preparate. Se non avessimo saputo che ci vogliono tre settimane per accedere al mercato e che l’attacco al mercato era programmato per stanotte, non ce l’avremmo mai fatta.” il suo tono si fece più dolce. “Ero preoccupata per te.”

“Beh, tutti quei corsi di recitazione fatti al liceo dovevano pur servire a qualcosa, no? E poi era vera, la questione di mia figlia… di nostra figlia.”

Lily guardò la custodia biomedica e la strinse a sé.

 


 

Cyberpunk short story. This is part 3, read the first part here and second part here.

 

“Give me a good reason why I should not kill you right now.” Jeff kept his gun against Lily’s forehead. She was shivering, and held her biomedical box safe in her arms as if it were a baby. “The police is attacking us. On the day I brought you here. That can’t be a coincidence.”

“But… It has to be. Look, maybe someone followed me? I’ve been careful, but you know that it’s a possibility. Think about it, there’s my daughter’s life at risk, why would I do this?”

Before he could reply, a call came from his comm.

“Jeff? Can you hear me? This is Adrienne.”

“I can hear you.” he replied, dry.

“We’ve been putting up a defense and…” the voice of the head of the weapons sector was interrupted by gunshots. “…and so far it’s working. They’re coming from the War entrance, but I’ve given orders to double the guards at the other entrances, too. I can’t get rid of too many people here, but I have a bad feeling.”

“Keep them off at all costs.” But even if they do, the market has been found…

“Now, back to us.”

“I don’t know what to say, please…”

Jeff gave her credit: if she was lying, she was a good liar, because she put up a convincing scared face.

“Look, here’s the thing, I haven’t done anything, I’m just here for my daughter! We’ve done background checks, I showed you..:”

A rocket hit very close, and both Jeff and Lily ended up on the ground. Lily protected the heart.

She coughed dust.

Jeff received a text. According to Carmen, head of the mercs for hire sector, the Famine entrance was under attack too.

Lily got up, still clutching her precious biomedical case.

“I don’t know what’s going on, but I bought my heart and want to get home. I am a customer, after all.”

Jeff kept his gun aimed at her, until he heard a female voice. A cop who was wearing light battle gear, her face covered by an helmet, pointed her gun at Jeff.

“Back off. Lower your gun and I might consider not killing you.”

“If you shoot, I’ll shoot her.”

“Fine.” he heard the police officer sigh through the helmet. She lowered her gun, but before Jeff could do anything, she planted a bullet in his leg.

“Here!” the police officer cried, and Lily followed her. In the meantime, Jeff fell on his knees. No bullet had hit him, and yet his cybernetic leg hurt like a motherfucker.  Worst of all, even his cybernetic eye was starting to hurt. Christ, a microwave weapon. He had to resist the urge to tear his eye out, and his leg was a painful mess.

The two women disappeared behind a corner. He picked his comm.

“Adrienne, I’m going to need some help.”

 

Lily took the deepest sigh of relief in her life as she sat on the passenger seat of the car.

“It worked.” she didn’t hold back tears anymore.

“You were very good. Very brave. I’m proud of you.” the police officer had removed her gear, and drove in a civilian car. She placed a soft kiss on Lily’s lips.

“Well, you risked a lot too. You weren’t supposed to be here.”

“Neither of us was. We’ve been lucky.” the car stopped at a red light.

“No, we had prepared. If we hadn’t known that it takes three weeks to get to the market and that there was an attack planned for tonight, we wouldn’t have made it.” her tone became softer. “I was worried for you.”

“Nah, all those acting classes in high school finally paid off. And after all it was true, the thing about my daughter… our daughter.”

Lily looked down at the heart for Isabelle, keeping it safe in her arms.

Recensione / Review: Ghost in the Shell

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Genere: fantascienza cyberpunk

Anno: 2017

Diretto da: Rupert Sanders

Cast: Scarlett Johansson, Takeshi Kitano, Michael Pitt, Pilou Asbæk, Chin Han and Juliette Binoche

Note: basato sul famoso universo manga/anime di Masamune Shirow


 

In una metropoli futuristica tempestata di giganteschi ologrammi colorati e foreste di grattacieli, la Sezione 9 combatte contro il terrorismo e i crimini cibernetici. Tra i membri della sezione c’è anche una donna, il Maggiore Mira Killian: un anno prima era stata salvata da un attacco terroristico che aveva distrutto la nave su cui viaggiava con i suoi genitori. I suoi genitori erano morti nell’attacco, e lei era gravemente ferita, così il suo cervello venne trasferito in un corpo di androide prodotto dalla Hanka Robotics. Solo il suo cervello – il suo ghost – è umano. Il suo corpo è stato progettato per essere perfetto e, come il dottor Ouelet le ricorda spesso, lei non è che la prima del suo genere, ma tanti ne seguiranno.

Il Maggiore ricorda poco della sua vita, solo sprazzi e istanti, ma vede sempre più glitch: oggetti ed elementi che appaiono nel suo campo visivo per qualche secondo prima di sparire. Quando un androide geisha impazzisce e uccide una persona, la Sezione 9 indaga e Mira scopre chi c’è dietro. E così inizia a inseguire il suo nuovo nemico e il suo passato, con molte sorprese che la aspettano.

Fiumi di byte sono stati spesi per parlare di questo film, e ora che l’ho visto capisco perché. Da un lato abbiamo un’ambientazione spettacolare, maestosa e magnificamente lavorata, con ologrammi e auto futuristiche e grattacieli che sembrano a dir poco reali. Ogni inquadratura mi faceva pensare al mio blog. Sembrava reale perché, nonostante l’ovvio uso della CGI per certi elementi era palese che molti degli edifici fossero reali. Reali, sì, ma non necessariamente in modo cupo e sporco, con lo spirito del high tech low life ma a colori, con poca pioggia (non certo alla Blade Runner) e uno stile da cyberpunk classico. Molte sequenze poi ricordano quelle dei film originali giapponesi.

 

Dall’altro lato abbiamo una trama che… sarebbe potuta essere migliore, ma non era di certo inguardabile. Sì, è una versione “scolorita” del concetto originale, ma non potevamo certo aspettarci le ramanzine filosofiche di GitS Innocence, che è bello ma poco vendibile a un pubblico di massa. Questo film mi è sembrato una buona possibile introduzione all’universo giapponese del Maggiore, perché i temi principali di umano vs tecnologia sono presenti, ma in maniera più leggera. Certo, per un fan sfegatato del genere sarà un punto a sfavore. Alcuni elementi potevano essere ampliati, e ci sono un paio di scene che mi sono sembrate davvero “compresse”, come se avessero cercato di mettere un certa quantità di informazioni e sentimenti in un lasso di tempo troppo breve. Ancora fatico a giudicare la trama: l’ho trovata troppo semplificata e privata della complessità dell’originale. Ma è anche vero che sarebbe potuto essere molto, molto peggio, considerando le abitudini di Hollywood, e non mi aspettavo un remake (anche se un livello di profondità maggiore sarebbe stato l’ideale).

Scarlett Johansson se l’è cavata bene nella parte del Maggiore, e non è stata per niente sessualizzata. E il whitewashing? Sì, c’è, ma almeno c’è un motivo… che potrebbe essere comunque giudicato “problematico”, ma almeno la questione è stata affrontata. Volendo avrebbero potuto intensificare la cosa per rafforzare proprio il motivo dietro all’aspetto del Maggiore… ma questa è un’altra storia.

Ha i suoi difetti, sì, ma è un film godibilissimo. Un bel tributo agli elementi classici del cyberpunk, e non posso negare di averlo apprezzato. Forse è il caso di riporre torce e forconi per questa volta.
VOTO 7,5


 

Genre: sci-fi, cyberpunk

Year: 2017

Directed by: Rupert Sanders

Cast: Scarlett Johansson, Takeshi Kitano, Michael Pitt, Pilou Asbæk, Chin Han and Juliette Binoche

Notes: based on the famous franchise created by Masamune Shirow


In a futuristic metropolis bursting with colorful 3D holograms and giant skyscrapers, the Section 9 fights against terrorists and cybernetic crimes. Among them there is a woman, the Major Mira Killian: a year before she had been saved after a terrorist attack on the ship that was carrying her and her parents. Her parents were killed in the attack and she was gravely wounded, so to preserve her brain she was “transferred” into a fully cybernetic body produced by Hanka Robotics. Only her brain – her ghost – is human. Her body is supposed to be perfect, and, as Doctor Ouelet constantly reminds her, she is the first of her kind but many will follow.

The Major doesn’t remember much of her life, only glimpses and moments, but she experiences more and more “glitches”, things and beings which appear in her field of vision for a few seconds. After a robot geisha goes mad and kills someone, Section 9 investigates and Mira finds out who is behind the killing. And here’s more than one surprise waiting for her as she chases both her enemies and her past.

Rivers of bytes have been spent discussing this movie, and now that I’ve seen it, I can understand why. On one hand we have a spectacular, wonderful, majestically crafted scenario, with holograms and futuristic cars and skyscrapers which manages to feel incredibly real and stunning. I felt like I was scrolling through my blog at every frame.

It felt real because, despite the obvious use of CGI for holograms and certain structures, it was also obvious that many apartment buildings were real. It felt real, but not in a “gritty” sense, yes, there is a high tech low life spirit, but it’s a colorful city, with minimal rain (not a Blade Runner kind of thing) and a spirit I could only define as classical cyberpunk.
Many sequences will be familiar to those of you who have seen the two original movies.

On the other we have a plot that… could have been better, but is not that unwatchable. Yes, it’s a washed-down version of the original concept, but I also wasn’t expecting a fully philosophical rant à la GitS Innocence, which is beautiful and all, yes, but not something that can be understood and appreciated by the masses. By watching this movie I got the feeling that it could be a good way to introduce someone to the GitS universe, because the themes of human vs technology are present, but not in a deeply philosophical way. Of course for a seasoned cyberpunk it will be a negative trait: much more could have been said about what she felt, and there’s a couple of scenes that felt really “compressed”, as if they were trying to convey a certain amount of feelings and info in a very short amount of time. I still have mixed feelings about how the plot was handled, as it felt overly simplified and stripped of the original complexity and ambiguity. It could have been better, but the truth is that I was expecting much worse, being this Hollywood and all. I wasn’t expecting a remake, but a similar level of depth would have been appreciated.

Scarlett Johansson was actually good for the part. I also want to point out that she was not sexualized at all. But the whitewashing? Yes, it is present. But they also came up with a solution… sort of. Is it a “problematic” one? Yes. But at least the issue wasn’t simply ignored and put aside. They could have intensified that aspect for a much more interesting take, but again, I was expecting much worse.

It has issues, yes, but as a movie it is actually enjoyable, It’s a tribute to the most classical cyberpunk themes and visuals and I can’t deny I enjoyed it. Maybe for this time we can put down the torches & pitchforks, guys.

VOTE 7,5

Recensione: L’uomo di Marte / Review: The Martian

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Autore: Andy Weir

Genere: sci-fi

Anno: 2011 (prima edizione)

Note: come di certo saprete, nel 2015 è uscito un film con Matt Damon nei panni del protagonista. Recensione uscita per la prima volta nel 2016 all’interno dell’evento Red October, una serie di recensioni di opere collegate a Marte (in collaborazione con la libreria Vecchi e Nuovi Mondi di Torino).


Mark Watney, botanico e ingegnere, è uno dei membri dell’equipaggio di Ares III, la terza missione spaziale su Marte. Missione che si rivela più breve del previsto: una tempesta di vento e polvere di grande intensità costringe gli astronauti ad abbandonare lo Hab (la loro base) e a ripartire. Durante la tempesta Watney viene colpito e ferito da un’antenna – niente di grave, per fortuna – e separato dal resto del gruppo. Le condizioni climatiche rendono il suo salvataggio impossibile e nonostante i loro sforzi eroici, i membri di Ares III sono costretti a ripartire senza di lui, convinti che detenga già il triste record di primo uomo morto su Marte. Ma Watney sta bene. Beh, a parte il fatto che non può comunicare con la Terra (antenna rotta, ricordate?) ed è solo su un pianeta deserto, sta bene.

Sarà anche solo, ma qualcuno veglia su di lui: tramite i satelliti la NASA si accorge che Watney è vivo e fa di tutto per aiutarlo. Per questo il romanzo non è solo formato dal diario di Watney ma anche da diverse sezioni ambientate sulla Terra dove vediamo come tutto il mondo rimane col fiato sospeso per il suo destino, cercando ogni possibile modo per riportarlo a casa prima che sia troppo tardi.

C’è da domandarsi perché questo romanzo sia diventato un bestseller, e non perché sia brutto ma per via degli innumerevoli dettagli tecnici. Quasi tutti i capitoli ambientati su Marte contengono descrizioni di Watney che ripara o progetta qualcosa, il tutto spiegato con estrema precisione e un livello di dettaglio che per alcuni lettori può sembrare eccessivo o che può portare la mente a “saltare” alcuni ragionamenti di Watney. Penso sopratutto a lettori poco abituati alla fantascienza o abituati a tutt’altro genere di fantascienza. Fortunatamente siamo nel diario di Watney, e Watney sarà anche un ottimo botanico, ma di sicuro non è una persona noiosa: per ogni ragionamento scientifico c’è anche una riflessione frustrata sulla musica e telefilm anni ‘70 lasciati dai suoi compagni, ed è impossibile non riderci su. A quel punto il lettore si affeziona a Watney e lo osserva nelle sue disavventure con un altro occhio.

Impossibile non simpatizzare anche con il personale della NASA (e non solo), le cui vicissitudini accompagnate da ampie dosi di caffè formano una vera e propria trama secondaria molto apprezzabile. Watney non ce la farebbe senza di loro, eppure risponde proprio come una persona che non parla con nessuno da mesi: con battute stupide.

Questa non è l’eroica storia della razza umana che cerca di terraformare un pianeta, ma l’eroica storia della razza umana che cerca di salvare un uomo intrappolato su Marte mentre fa le sue solite battutacce.

Voto: 8


 

Mark Watney, botanist and engineer, is one of the members of the Ares III crew, the third manned mission to Mars. The mission doesn’t last long, as a powerful windstorm forces the astronauts to evacuate the Hab and leave for outer space. During the storm Watney is impaled by an antenna – a minor wound, he will discovery – and separated from the rest of the group. The wind and dust make it impossible to recover or save him, and despite their valiant efforts the Ares III crew has to abandon him there. Mark Watney would be the first man to die on Mars. Except, he is fine. Well, besides the fact that he cannot communicate to Earth that he’s alive (remember the broken antenna?) and has been left stranded and alone on the planet, he’s fine.

From that day Watney does everything he can to ensure his own survival. He needs to produce enough food for the day in which Ares IV will land on Mars, but it’s clear from the start that it’s not going to be a piece of cake. He lives in the Hab and takes care of the equipment and of his precious potatoes he managed to grow. His life isn’t that of a simple farmer, and throughout the plot he has to face a lot of problems, from malfunctioning equipment to losing the only way he had found to communicate with the Earth. Luckily he can be seen from the satellites: at NASA someone notices that the “abandoned” camp on Mars doesn’t look abandoned at all, and that there’s no trace of Watney’s body. From that day the novel ceases to be simply Watney’s diary, because we get the chance to read sections and chapters about what happens on Earth, as the whole world is on a mission to save Watney. Many efforts are made, and time is a great issue: how can they reach him before he dies of starvation?

When I read this book I couldn’t stop wondering how it became a bestseller: not because it’s not a good book, but because of the intense “tech sections”. Almost every chapter spent on Mars involves Watney repairing something, needing certain equipment or a certain amount of oxygen or power, and everything is described in a level of detail that looks painstakingly accurate. (I didn’t check all the calculations, but I know someone who did.) I had a hard time picturing a person who is not used to sci-fi picking this book and not abandoning it after a few pages. The level of detail, while absolutely logical and understandable – it’s his diary after all, we don’t expect him to write about green meadows – is not easy to follow, I had a hard time too. Luckily it’s everything but boring and dry: Watney has a nice sense of humor, and as he embellishes his journal with comments about his only sources of entertainment available – 70s tv series and disco music – we cannot avoid laughing. Watney’s humanity makes the reader genuinely worry for him and wonder how he’s going to survive every disaster and problem.

I have to admit it: I loved the chapters set on Earth even more than those who were set on Mars, because it displayed Weir’s writing skills even more: the absolute humanity (tons of coffee, sleepless nights, mistakes, quarrels) of the people at NASA (and not only there) was a wonderful side plot to follow. Watney wouldn’t make it without them, and yet he answers them with silly jokes, as a man who hasn’t met anyone in over a year would do. And is especially this – the humor, the humanity, and the fact that even the hardest “tech sections” were still written in a way that a mere mortal could at least picture what was going on – that makes the book “believable”. This isn’t about the heroic efforts of the human race to terraform a planet, but the heroic efforts of the human race to save a man trapped on Mars while he makes dick jokes.

Vote: 8

Racconto breve: Mercato Nero, pt. 2 // Short story: Black Market, pt.2

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Racconto cyberpunk di cui questa è la seconda parte. La prima è qui, la terza uscirà martedì prossimo.

“Non ti sei assicurato che fossi disarmata.”

“Signora mia, metà delle persone qui sono armi ambulanti e l’altra metà non accetterebbe di andarsene in giro disarmata. Sarebbe una perdita di tempo.”

“E dimmi, Jeff… come mai questo posto non è un caos perenne?”

“Abbiamo le nostre regole.” rispose il barista, e l’ascensore si fermò. Tolse il casco che aveva messo a Lily per impedirle di vedere, e la condusse fuori dall’ascensore. La vide sbattere gli occhi un paio di volte, e seppe che non era solo per abituarsi alla luce. Aveva portato molte persone al Mercato, e facevano tutti una faccia simile. Jeff aveva scelto il settore delle armi come ingresso, e ora si trovavano di fronte alla Porta, una struttura formata da vari tipi di armi da fuoco vecchie e nuove incollate l’una all’altra a formare un portale. Le due guardie gli fecero un cenno di saluto, e rispose con un sorriso.

“Qualunque cosa accada, non allontanarti da me.”

“Credevo fosse un luogo sicuro. E chi sei, una specie di guida?”

“A dire il vero sì. E questo è un luogo sicuro, certo. Ma non mi fido di te.”

 

Passando attraverso il settore delle armi Jeff tenne d’occhio Lily: era pur sempre una poliziotta. Ma era furba, o aveva davvero bisogno di quel cuore, o entrambi, perché non fece niente di stupido. L’unico evento inaspettato fu la rottura del suo braccialetto, e Lily si dovette fermare a recuperare tutte le perline, che si mise in tasca. Per il resto si limitava a osservare, e Jeff comprendeva la sua curiosità. Non si vedevano prodotti del genere tutti i giorni. Venduti su bancarelle come ortaggi o abiti usati c’erano tutti i tipi possibili di arma, dai lanciarazzi più grandi ai coltelli più piccoli, spaziando dalle armi tradizionali a quelle collegabili agli innesti cibernetici del cervello. I due passarono vicino al settore droga. Un cartello pubblicizzava orgoglioso un nuovo rifornimento della nuova droga cibernetica Diamond-lite.

“Che sensazione… strana.” mormorò Lily.

“Non se ci fai l’abitudine.”

“Beh, anche se siamo… nemici,” aggiunse quell’ultima parola con un sussurro, “non posso negare che fate un lavoro impressionante. Sembra un mercatino della domenica.”

“Cosa ti aspettavi?”

“Non sapevo cosa aspettarmi.”

 

“Ha il DNA?” chiese l’uomo dietro al bancone con la stessa nonchalance con cui un commesso le avrebbe potuto chiedere che numero di scarpe volesse provare.

“Ehm… sì.” Lily passò all’uomo una delle perline del bracciale. L’uomo sparì dietro a una tenda per ritornare qualche minuto dopo.
“Lei è fortunata, signora, ne abbiamo uno che combacia alla perfezione.” Jeff sentì prima il sospiro di sollievo di Lily, poi uno sparo echeggiare per il mercato.

Il suo comunicatore vibrò.

“Sono Jeff, dimmi.”

“Abbiamo un problema.”

“Che genere di problema?”

“Un assalto della polizia, ecco cosa.”


 

Cyberpunk short story. Part 3 will be up next week, read the first part here.

 

“You didn’t check me for weapons.”

“Lady, half of the people here are walking weapons and the other half would never get rid of theirs. It would be pointless.”

“And how do you avoid making this place a total mess?”

“We have our rules.” replied the bartender, and the elevator came to a stop. He removed the helmet he had placed on the woman’s head and guided her out. He saw her blink a couple of times, and he knew it wasn’t just to adjust to the light. He had brought many people to the market, and they all had the same reaction.

Jeff had picked the weapons sector as entrance, and in front of them lied the portal, a structure made of different kinds of weapons old and new glued together to form what looked like a door frame. Two market guards saluted him, and he smiled in reply.

“Whatever happens, stay close to me.”

“I thought this place was safe. And who are you, some sort of guide?”

“I am, actually. And the place is safe, yes. But I don’t trust you.”

 

As they passed through the weapons sector, Jeff kept a close eye on the woman. She was a police officer, after all. But she was smart, or really in need, probably both because she didn’t do anything stupid. The only unexpected event was when her bracelet broke, and she had to collect all her beads and stuff them into her pockets. She observed, yes, but he could understand her curiosity. You don’t see that kind of products every day. Sold on stalls as if they were vegetables or vintage clothes, you could see every kind of weapon, from rocket launchers to small knives, you could go traditional or head for a weapon you could connect to your brain via cyberware.

After the weapons sector they passed next to the drugs area. A sign proudly advertised a stock of the new cybernetic drug Diamond-lite.

“This is so… strange.” she whispered.

“Not if you’re used to it.”

“Well, even if we are… enemies,” she added that word with a whisper, “I can’t deny that I respect your efforts here. It looks like a sunday market.”

“What did you expect?”

“I didn’t know what to expect.”

 

“Do you have the DNA?” asked the man behind the counter with the same nonchalance a shop assistant could ask a client what their shoe size is.

“I… yes.” Lily handed the man one of the bracelet beads. After a few minutes the man came back.

“You’re lucky, ma’am. We have a perfect match.” Jeff heard her sigh of relief first, and then a gunshot echo through the market. His comm buzzed.

“This is Jeff.”

“We have a problem.”

“What kind of problem?”

“A police raid kind of problem.”

Recensione / Review: Embassytown

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Autore: China Miéville

Genere: sci-fi

Anno: 2011 (ed. Fanucci: 2016)

Note: L’ho letto in inglese, non è stata una lettura facile ma ne è valsa la pena.


Avice Benner Cho è una donna umana nata e cresciuta a Embassytown, un avamposto umano sul pianeta Arieka, ai confini dell’universo conosciuto. Embassytown non è abitata solo da umani, ma anche razze aliene, tra cui gli Ariekei, razza autoctona del pianeta. Umani e Ariekei commerciano risorse e tecnologie, e anche se è ancora difficile comprendere la cultura Ariekei, gli umani hanno imparato a parlare con loro tramite gli Ambasciatori. Ci vuole un addestramento speciale per parlare con gli Ariekei, visto che hanno due bocche e la loro lingua richiede due voci che parlino allo stesso momento: grazie a impianti cibernetici, un severo addestramento e alcuni trucchetti, gli Ambasciatori riescono a comunicare con gli alieni.

I non-Ambasciatori possono capire la Lingua (come tutti la chiamano), ma non sono in grado di parlarla. Da bambina Avice ha avuto a che fare con gli Ariekei per una faccenda linguistica, e quell’evento la accompagna per tutta la vita fino a diventare cruciale.

Avice diventa una “immerser”: viaggia nello spazio attraverso l’”immer”, un universo con un diverso concetto di tempo e spazio che consente di percorrere lunghe distanze in meno tempo, anche se con dei rischi. Anche viaggiare nell’immer non è una cosa che si può improvvisare senza un duro addestramento. Dopo le sue avventure torna a Embassytown, e non è sola. Sembra che ben poco sia cambiato nella sua assenza, ma le sue esperienze e conoscenze di altri mondi, città e intrighi la rendono una presenza di valore, così viene invitata di frequente alle feste dell’Ambasciata. Definisce il suo lavoro “floaking”, (termine inventato da Miéville): non ha nessun incarico ufficiale ma ascolta, conosce persone, gestisce e crea contatti…
Una sera durante una festa un nuovo Ambasciatore viene presentato all’élite cittadina e a una delegazione di Ariekei, ma il suo modo di parlare la Lingua sembra avere un effetto inusuale sugli alieni…

Sono stata vaga il più vaga possibile perché, a dire il vero, scoprire cosa c’è dietro alla Lingua e agli Ambasciatori è uno degli aspetti più interessanti del romanzo. Se conoscete lo stile di China Miéville saprete già quanti dettagli ci mette nell’universo che crea, a volte un po’ troppi secondo me, dato che il romanzo avrebbe funzionato bene anche senza certe descrizioni. Però è un problema minore, perché la maggior parte delle informazioni che ci vengono date servono a capire la storia. Gli Ariekei sono davvero alieni, nel senso di diversi e difficili da comprendere, e sopporto volentieri qualche descrizione di troppo, se contiene le idee brillanti di China Miéville.

E ci sono molte cose da capire di Embassytown: come vivono, pensano e parlano gli Ariekei, cosa c’è dietro al potere degli ambasciatori, come si intersecano Lingua e politica… La Lingua stessa è, in effetti, uno dei personaggi principali del romanzo, assieme alla città. Come in Perdido Street Station e in La Città & La Città, vediamo che a Miéville piace descrivere città meravigliose e complicate. E rispetto alla città steampunk o a quella urban fantasy/fantascienza dei due romanzi precedenti, qui siamo nel reame della fantascienza vera e propria.

All’inizio non sapevo bene cosa pensare di Avice: per via del suo “floaking” all’inizio sembra soprattutto presa a osservare e raccontare. Era come leggere la storia di Embassytown o della Lingua, non quella di Avice. Ma alla fine è la storia di tutti e tre. Avice guadagna un ruolo sempre maggiore man mano che ci si avvicina al finale, e possiamo dire che senza di lei il destino di Embassytown non sarebbe stato lo stesso.

Voto: 9


 

Author: China Miéville

Genre: sci-fi

Year: 2011

Notes: I’ve read it in English, it was not an easy read but worth the effort.


Avice Benner Cho is a human woman born and raised in Embassytown, a human outpost on the planet Arieka on the edge of the known universe. Embassytowners share their city with the Hosts – or Ariekei – the race that inhabits the planet. Humans and Ariekei trade resources and technology, and while it is still hard to understand their culture, humans have learned to talk with the Ariekei through the Ambassadors. It takes special training to talk to the Ariekei, since they have two mouths and their language requires two voices spoken at the same time, but Ambassadors can achieve that through training, cyberware and other little tricks. Non-Ambassadors can understand Language (that’s how everyone calls it) but cannot speak it. As a kid Avice has a special Language-related encounter with the Ariekei, which will be crucial later in her life.

Avice becomes an “immerser”: she travels to outer space by passing through the “immer”, a universe with different concepts of time and space which allows for shorter travel times, even if with some risks. After her adventures she comes back to Embassytown (and she’s not alone). Little seems to have been changed, and her experience and news from other planets and worlds are valuable, so she joins many of the parties and balls at the Embassy. She calls her job “floaking”, she has no official assignment but she listens, knows people, creates contacts…
One evening a new Ambassador is introduced to the city and to a delegation of Hosts, and his way of speaking Language has an unexpected effect on the Ariekei…

I kept this as vague as possible because, honestly, finding out how Ambassadors and Language works are some of the most interesting aspects of the novel. If you’re familiar with China Miéville’s style you already know how much he puts into worldbuilding: sometimes a little too much, if you ask me, as there were little details I could have lived without. And yet this is a minor inconvenience, because most of what is written is necessary to allow us to understand. Ariekei are truly alien in the sense of distant and hard to understand, and I am willing to endure some extra descriptions considering Miéville’s brilliant ideas.

And there’s much to understand: how do Hosts live, think and talk, what lies beyond the Ambassadors’ power, how do politics and language intersect in the city of Embassytown. Language is, indeed, one of the main characters of the novel, together with the city itself. As with Perdido Street Station and The City & The City, we can see that Miéville has a thing for depicting complex and imaginative cities. This one veers a lot on the sci-fi side, much more if compared to the steampunk fantasy or the urban fantasy/sci-fi of the two novels I mentioned before.

At first I was a bit unsure of what to think about Avice: due mostly to her “floaking”, she doesn’t do much for the first part of the novel herself, she mostly observes and tells us what happens. I felt like I was reading Embassytown’s story, or the Language’s story, not Avice’s story. But in the end it’s all three. Avice grows to a much bigger role as we reach the ending, and we can safely say that without her Embassytown’s destiny would not have been the same.

Vote: 9