Recensione: L’uomo di Marte / Review: The Martian

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Autore: Andy Weir

Genere: sci-fi

Anno: 2011 (prima edizione)

Note: come di certo saprete, nel 2015 è uscito un film con Matt Damon nei panni del protagonista. Recensione uscita per la prima volta nel 2016 all’interno dell’evento Red October, una serie di recensioni di opere collegate a Marte (in collaborazione con la libreria Vecchi e Nuovi Mondi di Torino).


Mark Watney, botanico e ingegnere, è uno dei membri dell’equipaggio di Ares III, la terza missione spaziale su Marte. Missione che si rivela più breve del previsto: una tempesta di vento e polvere di grande intensità costringe gli astronauti ad abbandonare lo Hab (la loro base) e a ripartire. Durante la tempesta Watney viene colpito e ferito da un’antenna – niente di grave, per fortuna – e separato dal resto del gruppo. Le condizioni climatiche rendono il suo salvataggio impossibile e nonostante i loro sforzi eroici, i membri di Ares III sono costretti a ripartire senza di lui, convinti che detenga già il triste record di primo uomo morto su Marte. Ma Watney sta bene. Beh, a parte il fatto che non può comunicare con la Terra (antenna rotta, ricordate?) ed è solo su un pianeta deserto, sta bene.

Sarà anche solo, ma qualcuno veglia su di lui: tramite i satelliti la NASA si accorge che Watney è vivo e fa di tutto per aiutarlo. Per questo il romanzo non è solo formato dal diario di Watney ma anche da diverse sezioni ambientate sulla Terra dove vediamo come tutto il mondo rimane col fiato sospeso per il suo destino, cercando ogni possibile modo per riportarlo a casa prima che sia troppo tardi.

C’è da domandarsi perché questo romanzo sia diventato un bestseller, e non perché sia brutto ma per via degli innumerevoli dettagli tecnici. Quasi tutti i capitoli ambientati su Marte contengono descrizioni di Watney che ripara o progetta qualcosa, il tutto spiegato con estrema precisione e un livello di dettaglio che per alcuni lettori può sembrare eccessivo o che può portare la mente a “saltare” alcuni ragionamenti di Watney. Penso sopratutto a lettori poco abituati alla fantascienza o abituati a tutt’altro genere di fantascienza. Fortunatamente siamo nel diario di Watney, e Watney sarà anche un ottimo botanico, ma di sicuro non è una persona noiosa: per ogni ragionamento scientifico c’è anche una riflessione frustrata sulla musica e telefilm anni ‘70 lasciati dai suoi compagni, ed è impossibile non riderci su. A quel punto il lettore si affeziona a Watney e lo osserva nelle sue disavventure con un altro occhio.

Impossibile non simpatizzare anche con il personale della NASA (e non solo), le cui vicissitudini accompagnate da ampie dosi di caffè formano una vera e propria trama secondaria molto apprezzabile. Watney non ce la farebbe senza di loro, eppure risponde proprio come una persona che non parla con nessuno da mesi: con battute stupide.

Questa non è l’eroica storia della razza umana che cerca di terraformare un pianeta, ma l’eroica storia della razza umana che cerca di salvare un uomo intrappolato su Marte mentre fa le sue solite battutacce.

Voto: 8


 

Mark Watney, botanist and engineer, is one of the members of the Ares III crew, the third manned mission to Mars. The mission doesn’t last long, as a powerful windstorm forces the astronauts to evacuate the Hab and leave for outer space. During the storm Watney is impaled by an antenna – a minor wound, he will discovery – and separated from the rest of the group. The wind and dust make it impossible to recover or save him, and despite their valiant efforts the Ares III crew has to abandon him there. Mark Watney would be the first man to die on Mars. Except, he is fine. Well, besides the fact that he cannot communicate to Earth that he’s alive (remember the broken antenna?) and has been left stranded and alone on the planet, he’s fine.

From that day Watney does everything he can to ensure his own survival. He needs to produce enough food for the day in which Ares IV will land on Mars, but it’s clear from the start that it’s not going to be a piece of cake. He lives in the Hab and takes care of the equipment and of his precious potatoes he managed to grow. His life isn’t that of a simple farmer, and throughout the plot he has to face a lot of problems, from malfunctioning equipment to losing the only way he had found to communicate with the Earth. Luckily he can be seen from the satellites: at NASA someone notices that the “abandoned” camp on Mars doesn’t look abandoned at all, and that there’s no trace of Watney’s body. From that day the novel ceases to be simply Watney’s diary, because we get the chance to read sections and chapters about what happens on Earth, as the whole world is on a mission to save Watney. Many efforts are made, and time is a great issue: how can they reach him before he dies of starvation?

When I read this book I couldn’t stop wondering how it became a bestseller: not because it’s not a good book, but because of the intense “tech sections”. Almost every chapter spent on Mars involves Watney repairing something, needing certain equipment or a certain amount of oxygen or power, and everything is described in a level of detail that looks painstakingly accurate. (I didn’t check all the calculations, but I know someone who did.) I had a hard time picturing a person who is not used to sci-fi picking this book and not abandoning it after a few pages. The level of detail, while absolutely logical and understandable – it’s his diary after all, we don’t expect him to write about green meadows – is not easy to follow, I had a hard time too. Luckily it’s everything but boring and dry: Watney has a nice sense of humor, and as he embellishes his journal with comments about his only sources of entertainment available – 70s tv series and disco music – we cannot avoid laughing. Watney’s humanity makes the reader genuinely worry for him and wonder how he’s going to survive every disaster and problem.

I have to admit it: I loved the chapters set on Earth even more than those who were set on Mars, because it displayed Weir’s writing skills even more: the absolute humanity (tons of coffee, sleepless nights, mistakes, quarrels) of the people at NASA (and not only there) was a wonderful side plot to follow. Watney wouldn’t make it without them, and yet he answers them with silly jokes, as a man who hasn’t met anyone in over a year would do. And is especially this – the humor, the humanity, and the fact that even the hardest “tech sections” were still written in a way that a mere mortal could at least picture what was going on – that makes the book “believable”. This isn’t about the heroic efforts of the human race to terraform a planet, but the heroic efforts of the human race to save a man trapped on Mars while he makes dick jokes.

Vote: 8

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6 pensieri su “Recensione: L’uomo di Marte / Review: The Martian

  1. Mi aspettavo molto da questo romanzo e devo dire di esserne rimasto parecchio deluso.

    SPOILERS ALERT!

    Avendoci riflettuto dopo la lettura, sono giunto alla conclusione che la maggior parte del mio disappunto sia da imputarsi al modo in cui l’autore ha gestito il conflitto di base, il quale, in un mondo razionale, sarebbe di una portata psicologica devastante per il sopravvissuto.
    Da soli, su un pianeta estremamente ostile, a centinaia di milioni di chilometri di distanza, con rischio di morte ad ogni passo e senza la benché minima certezza di sopravvivere: sfido chiunque a non avere un tracollo. Weir invece sembra aver reso il suo Watney un guscio straordinariamente refrattario allo sconforto, che ama liquidare gli inconvenienti più atroci con battute sarcastiche e, nelle poche volte in cui mostra un briciolo di umana debolezza, non sembra affatto convincente. Questo suo ottimismo a parer mio decisamente esagerato non mi ha mai fatto veramente temere per la sua vita: va bene, gente allegra il ciel l’aiuta, ma qui si esagera! 😉
    Ho anche trovato poco realistico che, in tutto il libro, Watney si ricordi molto raramente di avere una famiglia e che l’autore, dal canto suo, non si preoccupi mai di dedicare al suo passato e ai suoi affetti qualche sequenza. Un po’ di background avrebbe di certo dato a Watney un po’ di spessore.
    E personalmente non ho nemmeno molto apprezzato i tentativi di umorismo… ma forse sono io!

    Nei frangenti sulla terra le cose non vanno meglio: ho trovato le dinamiche tra i vari specialisti molto piatte, ma è il problema minore. Il guaio più grosso è che, anche qui, non c’è il minimo sentore di conflitto! La maniera in cui la NASA riesce a rimediare una nuova sonda dalla Cina praticamente senza colpo ferire mi ha lasciato assai perplesso.

    In sostanza, avrebbe potuto essere un romanzo molto migliore se Weir avesse avuto un po’ di coraggio in più. Ha avuto la grande idea di gettare il suo personaggio in un mare (anzi, in un pianeta!) di guai, ma ho avuto la netta sensazione che non abbia voluto farlo soffrire troppo.

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    • Sono d’accordo con alcune delle cose che dici: capisco l’idea di un personaggio che si rifugia nell’umorismo per non disperarsi, non penso che sia una cosa così strana, ma effettivamente c’è poco oltre all’umorismo, e sarebbe stato bello sapere di più sulla sua famiglia per tenerci sul filo del rasoio (e farci preoccupare ancora di più). Sembra proprio che Weir abbia voluto “vincere facile”, in effetti.
      Grazie del commento!

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