Recensione: Luce Virtuale / Review: Virtual Light

Autore: William Gibson

Genere: cyberpunk, thriller

Anno: 1993

Note: primo romanzo della Trilogia del Ponte. Ho letto la traduzione italiana di Delio Zinoni pubblicata dalla Mondadori (che purtroppo come traduzione non è granché, cfr nota in fondo alla recensione).


Berry Rydell è un ex poliziotto ora guardia giurata che perde il lavoro dopo un errore molto particolare che gli costa caro. Un suo amico gli trova un altro lavoro, e Rydell va a San Francisco a lavorare per un cacciatore di teste in missione.

Chevette Washington è un corriere in bicicletta, e vive sul ponte di San Francisco: dopo un forte terremoto il ponte è stato abbandonato e occupato da coloro che, come lei, vivono ai margini della società e hanno costruito un’intera città sul ponte e sui suoi pilastri. Chevette divide la sua stanza con un vecchio, Skinner, che le ha salvato la vita tanti anni prima. Con la sua preziosa bici e il suo lavoro, Chevette è soddisfatta della sua vita. Ma le cose cambiano quando consegna un pacco in un hotel di lusso e si imbuca per curiosità in un party privato tenuto da un tipo ricchissimo. Ci sono soldi, droghe, e un uomo molto fastidioso che la importuna continuamente. Così Chevette ruba qualcosa che fuoriesce dalla giacca dell’uomo e se ne va. Scopre che si tratta di un paio di occhiali da realtà virtuale, e un sacco di persone li vogliono e sono pronti ad uccidere per recuperarli, perciò Chevette è nei guai…. e alla fine la sua trama (e la sua vita) si scontra con quella di Rydell.

Ed ecco che arriva il disappunto. Perché con una trama così promettente una si immagina che gli occhiali contengano dati scottanti, di grande valore. Lo sono… più o meno? Onestamente leggendo ho pensato “oh ok, ammazzavano gente solo per questo?” Immagino volerli recuperare, certo, ma non capisco perché uccidere o causare tanti problemi, ed è proprio questo il punto più debole del romanzo. Uccidere per qualcosa che tutti vogliono è un vecchio stratagemma letterario, e non ho nulla in contrario, ma dev’essere qualcosa di importantissimo.

In Neuromante Gibson ci aveva dato terrificanti IA e potentissime multinazionali, cose troppo grandi per essere capite e combattute appieno, ma di cui nessuno poteva negare l’importanza e il ruolo all’interno del romanzo. Ma c’è un problema con Luce Virtuale: la componente cyberpunk è diminuita notevolmente, e i dialoghi e le descrizioni sono diventati sempre più à la Raymond Chandler. Forse è solo invecchiato male, ma a parte alcune scene mi è sembrato di trovare poco di quell’universo cyberpunk iconico che molti di noi hanno letto e apprezzato.

Ciò che salva questo romanzo è proprio l’ambientazione che, anche se manca di cyberpunk, sa essere interessante. Un intero culto dedicato al santo patrono dell’AIDS, una religione che vede Dio negli schermi televisivi e consiglia ai fedeli di guardare più film possibili, e la città sul ponte stessa, strutturata al limite fisico e metaforico di tutto, osservata dagli occhi di uno studente giapponese che si trasferisce con Skinner cercando di studiare e capire quella vita e quella città… un’ambientazione niente male, e anche alcuni personaggi secondari sono ben costruiti, come il collega e amico di Rydell, Sublett, albino e allergico a tutto, e Skinner stesso, un uomo che sembra uscito dalle storie migliori di Gibson (quelle di La Notte Che Bruciammo Chrome, per intenderci).

Per riassumere potrei dire che in Luce Virtuale abbiamo un bravo scrittore (ehi, è pur sempre Gibson, sa scrivere) in una buona ambientazione… alla prese con una trama che non è all’altezza del resto.

Voto: 7,5

(Nota doverosa: detesto parlare male di una traduzione, dico davvero, so per esperienza che è un lavoraccio sottopagato e con tempistiche spesso ridicole. Ma come lettrice ci rimango davvero male quando il risultato finale è un italiano come nemmeno nel peggiore “doppiagese” e molti riferimenti non vengono colti. C’è un satellite che tutti soprannominano Death Star in inglese, in questa traduzione è diventato la Stella della Morte, peccato che sia la Morte Nera… Stiamo parlando di Guerre Stellari, non di una cosina ignota. Sigh. A pesare di più sono comunque i continui calchi e le traduzioni letterali.)


 

Author: William Gibson

Genre: cyberpunk, thriller

Year: 1993

Notes: First volume of the Bridge Trilogy. I’ve read the Italian translation by Delio Zinoni published by Mondadori (a very bad translation, sadly).


 

Berry Rydell is an ex-cop now private security agent who loses his job after a particular mistake that he makes. A friend finds him another job, and Rydell heads to San Francisco to work for a head hunter on a mission.

Chevette Washington is a bycicle messenger living on the San Francisco bridge: after a powerful earthquake, the bridge was abandoned and occupied by people who, like her, live on the edge of society and have built an entire town on the bridge and its pillars. She shares a room with an old man named Skinner who saved her life many years ago. With her precious bike and her job, Chevette is satisfied with her life. But things change when she delivers a package at a fancy hotel and infiltrates a private party hosted by a very rich guy, just out of curiosity. There’s money, drugs, and a very annoying guy who keeps pestering her. So she steals something that protrudes from his jacket and leaves. It turns out the thing is a pair of VR special glasses, and a lot of people want them and are ready to kill for them, so Chevette is in trouble… eventually, her plot (and life) collides with Rydell’s.

 

Aaaand there goes the disappointment. Because with such a promising plot one imagines the glasses to contain super hot and valuable data. They… sort of do? But honestly, by reading it I thought “oh ok they were killing people just for this?” I can imagine wanting to retrieve it but I cannot fathom why killing and causing such chaos for it, and this is the novel’s weakest point. Killing for something everyone wants is an old plot device and I got nothing against it, but it has to be something really important. In Neuromancer Gibson gave us scary AIs and powerful megacorps, things too big to be understood and fought, things no one could dismiss the importance of and which were fundamental, plot-wise. But here’s the trouble with Virtual Light, the whole cyberpunk-ness is tuned down a lot, and the dialogues and descriptions get much more Raymond Chandler-ish. Maybe it just aged badly, but with the exception of a few scenes there was very little of that iconic cyberpunk universe many of us have read and love.

The saving grace of this novel is the setting, which is, I have to admit, interesting. A whole cult devoted to a sort of “patron saint” of HIV, a religion that sees God in tv screens and wants his followers to watch as many movies as possible, and the bridge city, living on the metaphorical and literal edge of everything, as observed by a japanese student who starts living with Skinner in order to understand that life and that city… yes, there’s much to work with, and even some side characters are worth being mentioned, like Sublett, Rydell’s colleague and friend who is allergic to everything, and Skinner himself, a man which looks straight out of some of Gibson’s best stories (like the ones in Burning Chrome).

To summarize, I could say that in Virtual Light we have a good writer (Gibson’s style is still good, after all) in a good setting… working with a plot that just isn’t as good as it’s supposed to be.

Vote: 7,5

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