Racconto breve: I Fiumi di Deneb – 763 / Short story: The Rivers of Deneb – 763

volcano

Mi chiamo Juan Cortazar, e sono un geologo. Mi sono laureato all’università di Nuova Berkeley su Terra 5 o, come lo chiamavamo noi, Arcadia. C’era qualcosa di speranzoso in questi nomi… Primavera, Arcadia, Fiordigiglio… se solo avessimo saputo. Ah, ma sto divagando.

Non è facile per me scrivere una lettera del genere, soprattutto sapendo che potrebbe benissimo essere il mio ultimo messaggio. Non so se qualcuno la troverà mai, e quasi in cuor mio spero di no, perché significherebbe che l’umanità ha deciso saggiamente di ignorare questo pianetino su cui mi trovo. Ma non oso sperare tanto.

Sono arrivato su Deneb – 763 tre mesi fa come membro di un team di ricerca. Secondo gli standard di terraformazione Chang-Oak, Deneb è classificato come pianeta del tipo G-2A, che è un modo burocratico per definire un pianeta piccolo, vulcanico, instabile ma ricco di risorse minerarie.

Compito di alcune squadre come la mia era di stabilire cos’altro ci fosse di redditizio oltre ai giacimenti di ellerio. Le prime basi minerarie, perlopiù automatizzate, erano già state impiantate e avevano cominciato a fruttare, perciò i soldi per pagarci ottime attrezzature e tute non erano mancati.

Il paesaggio di Deneb – 763 si sarebbe potuto descrivere come il più classico degli inferni: fiumi di lava, altissime temperature, e aria irrespirabile. Le miniere erano abbarbicate su una catena montuosa nell’emisfero settentrionale, laddove le temperature erano abbastanza basse per non interferire coi macchinari… Dagli edifici delle miniere ci si poteva sporgere e osservare le pianure con gli acquitrini di lava, meravigliosi nastri rossi e gialli. Meravigliosi finché li potevamo osservare da lontano, e non ci fu molto entusiasmo quando ci venne ordinato di passarvi vicino. Il nostro obiettivo era quello di raggiungere una seconda catena montuosa, picchi aguzzi su cui nessuna navetta delle nostre sarebbe riuscita ad atterrare. Così costeggiammo le pianure, e così cominciarono i problemi.

Per primo sparì Johannes. E quando dico sparì, lo intendo in senso letterale. La mattina del quarto giorno ci alzammo e ci rendemmo conto che era scomparso. Dormivamo in due tende a isolamento termico, e i suoi compagni di tenda erano perplessi quanto noi. Nessuno lo aveva sentito alzarsi, e non c’erano segni di lotta. Era rimasto solo il suo casco, perciò non potemmo che darlo per morto. Tutti pensarono al suicidio, ma nessuno disse niente. Nei giorni seguenti guardammo i fiumi di lava aspettandoci che Johannes ne uscisse come un nuotatore. Lo so che è folle, ma provate voi a viaggiare per giorni in un ambiente del genere…

Quando perdemmo Yong pensammo tutti che fosse per via di un malfunzionamento nella sua tuta, un guasto o uno strappo che gli aveva fatto respirare dell’aria locale generando una sorta di intossicazione. Altrimenti non si spiega come avesse deciso, di punto in bianco, di togliersi il casco e tuffarsi nel più vicino fiume di lava prima che potessimo fermarlo. Ricordo bene il silenzio surreale che seguì quel momento. Ci guardavamo come se ci aspettassimo che qualcun altro lo avrebbe imitato da un momento all’altro. Yong e Johannes erano molto legati, ma nessuno si sarebbe aspettato un gesto simile. Decidemmo di montare dei turni di guardia, ma la cosa non impedì a Chandrasekra di sparire durante il suo turno, nella stessa maniera di Johannes. Potete immaginare il nervosismo e le paure. Decidemmo all’unisono di tornare indietro, eravamo rimasti solo in tre e anche se avessimo raggiunto la meta con successo la prospettiva di rifare il percorso delle pianure non ci allettava. Ma nello spazio di tre giorni sono rimasto solo. Osservando i miei compagni ho notato una vera ossessione per quei fiumi di lava nei loro occhi. La notte prima che facesse la fine degli altri, Martinez parlava nel sonno dicendo sempre la stessa frase “Sono lì, devo andare da loro”. Ero giunto alla conclusione che ci fosse un gas che era in grado di corrodere i componenti della tuta, permettendo a un altro tipo di esalazioni di passare. Ma nessuna tuta aveva mai segnalato un guasto… Mi rifiutavo di credere ad altro. Finché non li vidi. Lo so, sembra assurdo, ma c’è davvero qualcosa nella lava. Qualcuno. Sembrano quelle illusioni ottiche che noti solo se le guardi con attenzione e allora da un insieme di linee casuali spunta una figura in 3D. E se fisso la lava loro sono lì a guardarmi. Sembra che mi parlino, ma rifiuto di togliermi il casco. Ormai è palese che sono di fronte a una forma di vita unica nel suo genere, capace non solo di adattarsi ma di prosperare in quelle condizioni. Sto comprendendo la follia dei miei compagni, perché sembra davvero che vogliano comunicare, che chiamino per parlare con noi. Non conosco le loro intenzioni, non so se siano come sirene che ci attirano per divorarci ma ne dubito, o sarebbero morti di fame nel corso dei secoli non essendoci altre forme di vita paragonabili a noi. Sono uno scienziato e non so nulla di queste creature. Non so cosa mangino, non so come si riproducano, non so se abbiano predatori naturali. So solo che sono lì. E a volte mi sembra di vedere i volti degli altri tra i loro, gli unici volti che abbiano qualcosa di umano tra quelli di queste creature che presumo essere intelligenti. Possibile che Johannes, Yong e tutti gli altri non siano morti, ma siano… ospiti di queste creature? Che abbiano cambiato stato, come l’acqua da solida a liquida? L’umanità ha incontrato creature strane su altri pianeti, ma mai specie senzienti come questa. Ma non mi interessa la gloria della scoperta, voglio solo andarmene il prima possibile.

Mi rimangono tre giorni di viaggio, e non so se riuscirò a resistere ai loro richiami, per cui invio questo messaggio con la speranza che raggiunga l’archivio della base mineraria. A questa distanza dovrebbe funzionare. Dovrebbe.

Juan Cortazar,

geologo, spedizione Ephestus VII

Deneb – 763


THE RIVERS OF DENEB – 763

My name is Juan Cortazar, and I am a geologist. I graduated at the university of New Berkeley on Earth 5 or, as we used to call it, Arcadia. There was something hopeful in all those names…. Springtime, Arcadia, Lilyflower… if only we knew. Ah, but I digress.

It’s not easy for me to write this letter, especially knowing it might be my very last message. I don’t know if anyone will ever find it, and deep in my heart I hope nobody will, because it would mean that humanity has wisely decided to forget about this small planet. But I don’t dare hope that much.

I arrived on Deneb – 763 three months ago as a member of a research team. According to the Chang-Oak terraforming standards, Deneb is classified as a G-2A planet, a bureaucratic way to describe small, volcanic planets, unstable but rich in mining resources.

Teams like mine were supposed to find out what else could be found that was valuable and worth exploiting, besides the ellerio veins. The first mining stations, fully automated, had already been built and had started to generate a profit, which was why we had no lack of good equipment and suits.

The landscape of Deneb could have been described as the most unimaginative hell: lava rivers, high temperatures and unbreathable air. Mining stations clinged on a mountain range in the northern hemisphere, where temperatures were low enough not to interfere with the machinery. You could stick your head out of the mining buildings and gaze at the plains with their lava bogs, and stare at the flow of the wonderful ribbon-like red and yellow rivers. Wonderful as long as we could look at them from a distance, and there wasn’t much enthusiasm in the group when we were ordered to pass next to them. Our goal was to reach a second mountain range, with its sharp peaks upon which no one of our vehicles could possibly land. So we coasted the plains, and so the problems started.

The first one to disappear was Johannes. And when I say disappear, I really mean it. On the morning of the fourth day, we woke up and realized he had vanished. We slept in two thermal tents, and his tentmates were as surprised as we were. No one had heard him get up, and there were no signs of a fight. Only his helmet remained, which was why we had to assume he was dead. Everyone thought about suicide, but no one said anything. On the following days we stared at the lava rivers as if we were waiting for Johannes to resurface from one of them like a swimmer. I know it sounds absurd, but try to walk in a place like this for days…

When we lost Yong we all thought about a malfunction in his suit, a damage or a tear that had forced him to breathe the planet’s air, resulting in some kind of poisoning. Otherwise, how to explain the fact that he decided, all out of a sudden, to remove his helmet and dive into the next lava river before anyone could stop him? I remember the unreal silence that followed his action very well. We looked at each other as if we were expecting any of the others to just follow him. Yong and Johannes were good friends, but no one expected such a thing. We decided to start keeping watch at night, which didn’t stop Chandrasekra from disappearing during her turn, like Johannes. You can imagine how nervous and scared we were. So we decided to go back, it was just the three of us now, and even if we had reached the mountain range as planned, we still would have needed to pass next to the plains to come back. We walked for three days, and now I am alone. By observing my teammates I noticed a real obsession for the lava rivers in their eyes. The night before her crazy gesture, Martinez talked in her sleep, and she kept saying “I must reach them, they’re over there”. I came to the conclusion that there was a gas that could slowly corrode the suit, thus allowing some other fumes to pass. No suit had ever signalled a malfunction during the last two weeks. I refused to come up with another theory until I saw them. I know it feels absurd, I do, but there’s something in the lava. Someone. They look like those optical illusions you can notice only if you look at them closely, and then you can see a 3D image sprouting out of what looks like random lines. And if I look at the lava, they’re there to watch me back. It seems they’re taking to me, but I don’t want to take off my helmet. It’s obvious by now that I am looking at some unique life form, capable not only of living but also of thriving in similar conditions. I am starting to understand my teammates’ madness, because it really feels like they’re trying to communicate, they’re calling us. I don’t know their intentions, I don’t know if they’re like mermaids who lure us to kill us, but I doubt they need us to eat or they would have faced extinction a long time ago, considering we haven’t seen any other life forms yet. I am a geologist, and I can’t tell much about these creatures. I don’t know what they eat, how they reproduce, if they have natural predators. I only know they’re there. And sometimes I think I see human faces among the aliens’, the only faces that have human features, together with the lava creatures. Could it be that Johannes, Yong and the others aren’t really dead, but… could they be guests of these creatures? Could they have changed state, like water going from solid to liquid? Humanity has met strange creatures on other planets, but we have never seem sentient species like this one. I couldn’t care less about the glory of the discovery, I just want to leave as soon as I can. I have three days’ worth of travel before I can reach the mines, and I don’t know if I’ll be able to resist the creatures’ call, so I am sending this message hoping it reaches the mines’ archives. Considering the distance it should work. It should.

    Juan Cortazar,

geologist, Ephestus VII mission

Deneb -763

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