Racconto breve: Nuovo Mediterraneo pt 2 / Short Story: New Mediterranean pt 2

mediterranean

Leggete prima la parte 1 qui / Read part 1 here.

Gli avevano parlato spesso del Memoriale, e lo aveva visto tante volte nelle foto su CityZen. Ma erano spesso immagini sfocate, e l’unica cosa che si riusciva a distinguere il più delle volte era una colonna in mezzo al nulla azzurro tra mare e cielo. Sapeva che prima che lui nascesse la corrente lo aveva spinto vicino al porto, e tutti lo erano andati a vedere. Laddove era stato danneggiato, qualcuno lo aveva riparato: il compito era spettato ai discendenti di coloro che erano sopravvissuti ai pericolosissimi viaggi per raggiungere l’Europa compiuti da tantissime famiglie decenni prima. Coloro che non erano morti in mare e avevano messo radici avevano figli e nipoti, e a questi figli e nipoti era spettato il diritto e il dovere di mantenere il monumento. Entrambi i genitori di Ahmed erano tra questi, così la nonna di Ahmed gli aveva raccontato di come ogni famiglia avesse portato un pezzo di qualcosa – plastica, corda, legno – e avesse in cambio preso un pezzo dal monumento. Il pezzo di plastica arancione che la nonna di Ahmed aveva ricevuto faceva bella mostra nel loro salotto.

Ma vedere il Monumento di persona, si rese conto Marco, era uno spettacolo unico. Una colonna di materiale di scarto per onorare come quelle persone non erano viste che come scarti, lasciata volutamente in balia della corrente, alla cui visione i naviganti tacevano in silenzio e in cima a cui brillava una luce generata da dei pannelli solari speciali, ripuliti e riparati in caso di necessità da tutte le navi di passaggio.

Gli passarono vicino, e l’odore salmastro si fece ancora più intenso. Toccare il monumento era consentito, così Angel guidò la barca vicino al Memoriale, e il gruppetto di cercatori di pesci alzò la testa in silenzio. Era molto più grande di quanto se lo sarebbe aspettato, e si sorprese a cercare di identificare i componenti di plastica e metallo che erano stati aggiunti di recente. C’era un pezzo di plastica rigido e nero che forse un tempo era stato parte del cruscotto di un’automobile, e che le città avrebbero pagato bene per avere, ora fissato e divenuto parte integrante della struttura, come i vecchi copertoni, i pezzi di legno seccato dal sole, le corde e i frammenti di reti che erano stati avvolti attorno alla struttura della colonna, come a contenerle. Avrei dovuto portare la mia rete rotta? si chiese Marco mantenendo il rispettoso silenzio che avvolgeva ancora la scena. Angel sembrava pensieroso, ma essendo anche lui un discendente e avendo di recente perso il fratell, Marco sospettò che ne avesse un buon motivo.

Gli sembrò di sentire un suono distante, ma quando si voltò non vide che il mare mosso dal vento in superficie, e l’unico suono era lo sciabordio delle onde contro la barca. Il rumore delle onde si fece più intenso, ma non abbastanza da convincere Marco a voltarsi indietro. Lo fece solo quando sentì il rumore di qualcosa che toccò il fianco della barca, e prima di voltarsi aveva già formulato due ipotesi, una concernente un banco di pesci – dopotutto Angel sembrava in attesa di qualcosa – e una che riguardava le storie sui polipi giganti che si erano riprodotti nelle profondità del Mediterraneo, leggende che aveva sentito da bambino.

Preferivo il polipo gigante, pensò prima di lanciare l’allarme alla vista del sottomarino che era emerso sulla superficie dell’acqua.

Marco si guardò intorno, ma non c’era nulla che potesse usare come arma. Ahmed aveva preso uno dei loro coltelli, ma non appariva molto convinto.

“Non possiamo farcela contro gli schiavisti, non così!” disse Marco tra i denti.

“Non ho intenzione di arrendermi senza lottare!” replicò Ahmed, stringendo il coltello in pugno. Dal sottomarino uscirono cinque persone armate di tutto punto.

“Angel, metti in moto la barca!” gridò qualcuno dei cercatori di pesci.

“Non muovetevi o spariamo!” intimò uno degli schiavisti sparando un colpo con la pistola. Il proiettile passò tra Ahmed e Marco.

Quello che sembrava il loro capo saltò agilmente dal sottomarino alla barca, e venne presto seguito dagli altri. Andò dritto verso Angel.

“Bentornato. Sei riuscito a portare solo una dozzina di persone però, che peccato.”

“Ho fatto quello che ho potuto! Dov’è Josef?”

“Al lavoro, come tutti. Lo raggiungerete presto, non preoccupatevi.” Marco provò l’istinto di ribellarsi, ma non poteva fare molto, proprio in quel momento avevano cominciato a legargli mani e piedi. Tanto non saprei da chi cominciare, si disse. Non so se odio di più quel traditore di Angel o quello stronzo del loro capo. Non sapevo che i cacciatori di schiavi fossero arrivati fin qui, nessuno lo sapeva.

“Se non fossi una buona merce, ti avrei ucciso. Non amo i traditori.” il capo prese Angel per la mascella e lo guardò dritto negli occhi. “Ma perché gettare via qualcosa che posso vendere. Cercherò di venderti al più presto, prima che i tuoi amici ti riducano in polpette. Il tuo fratellino invece continuerà a lavorare per noi. Servono tante braccia, nei nostri allevamenti di pesce.”


 

Marco had heard a lot of things about the Monument, and he had seen it many times in CityZen pics, usually blurred images in which you could barely distinguish the shape of a column in the middle of a blue nothingness between sea and sky. He knew that, before he was born, the currents had brought it close to the port and everyone had seen it. In the places in which the Monument had been damaged, someone had repaired it: such task belonged to the descendants of those who survived the dangerous trips across the sea to reach Europe decades ago. Those who had not died at sea had started new lives, and had generated new lives: to those kids and grandkids went the duty and right to keep the Monument standing.

Both Ahmed’s parents were among those descendants, so Ahmed’s grandmother had told him how every family had brought something to repair it – a piece of plastic, of wood, of rope – and had taken a piece of the Monument for themselves. The piece of red plastic Ahmed’s grandma had received was still in their living room.

But to see the Monument in person, realized Marco, was fully different. A column made of waste material to honor those who were seen as mere waste, left at the mercy of the currents, a sight that left all seafarers in silence and on top of which stood a light generated by solar panels, routinely repaired by all passing ships.

They came towards it, and the salty air grew stronger. You were allowed to touch the Monument, so Angel directed their boat toward it, and the group of fish seekers raised heads in silence.

It was way bigger than he had expected, and he found himself trying to identify the piece of plastic and metal that had been added recently. There was a piece of black hard plastic that had probably been a car’s dashboard: something that the cities would have paid for had now become part of the structure, as the old tires, the pieces of sun-dried wood, the ropes and pieces of broken nets wrapped around the column as if to contain it. Should I have brought my old net? he asked himself, still in respectful silence. Angel looked thoughtful, but as the son of a descendant who had recently lost a brother, he surely had his good reasons, suspected Marco.

He thought he had heard a vague and distant sound, but as soon as he turned his head he only saw the surface of the sea caressed by the win, and the only sound he could hear was that of the waves against the ship. The sound of the waves grew stronger, but Marco ignored it. He only turned his head when he heard the sound of something touching the boat, and in the span of a few seconds he had already formulated two theories, one concerning a shoal of fish and the other regarding the stories about giant octopuses living in the depths of the sea he had heard as a kid.

I would’ve rather had the giant octopuses, he thought as the saw the submarine on the surface of the water.

 

Marco looked for a weapon, but he found nothing he could use as such. Ahmed had taken out a knife, but he didn’t look very confident.

“We can’t make it against the slavecatchers! Not like this!” Marco whispered angrily.

“I’m not going to surrender without a fight!” Ahmed replied, still holding his knife. Five people had come out of the submarine, all armed to the teeth.

“Angel, start the boat’s engine, now!” cried one of the fish seekers.

“Don’t move, or we’ll shoot!” one of the slavecatchers shot with his gun, and a bullet passed between Ahmed and Marco.

The one who he suspected was their chief jumped easily on the boat, followed by the others. He went straight to Angel.

“Welcome back. You only brought a dozen people, what a pity.”

“I did everything I could! Where’s Josef?”

“He’s working, like everyone else. You’ll be with him soon, don’t worry.” Marco wanted to rebel, but he couldn’t do much, as the slavecatchers started to tie his hands and feet. I wouldn’t even know who to hit first, he thought. I don’t know if I hate that filthy traitor more than how much I hate the slavecatchers’ chief. I had no idea slavecatchers had started to reach these areas too. No one did.

“If you weren’t goods to sell, I would have already killed you. I’m not a fan of traitors.” the chief held Angel by the jaw, staring at him. “But why throwing away something I can sell. I’d try to sell you as soon as I can, before your friends beat you to a pulp. You brother will keep working for us. We need a lot of hands, in our fish farms.”

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