Recensione: Cronache Marziane / Review: The Martian Chronicles

9788852074080-cronache-marziane

Autore: Ray Bradbury

Genere: fantascienza, science fantasy

Anno: 1950

Note: raccolta di racconti apparsi in varie rivista durante gli anni ‘40. Recensione uscita per la prima volta nel 2016 all’interno dell’evento Red October, una serie di recensioni di opere collegate a Marte (in collaborazione con la libreria Vecchi e Nuovi Mondi di Torino).


 

Dopo un raccontino di poche pagine il lettore viene catapultato nella mente (e nella casa) di una marziana, Ylla. Ylla è inquieta perché sta facendo strani sogni ultimamente, tutti incentrati intorno a uno strano uomo, così impossibile e alieno con quei capelli neri e le sue misteriose canzoni. Suo marito è troppo geloso per tollerare una cosa del genere… Nella terza storia vediamo l’arrivo della Seconda Spedizione. Riescono a parlare con i marziani, popolo dalla carnagione bronzea e poteri telepatici con sei dita per mano, ma non va proprio come previsto. Arriva una terza spedizione, e una quarta… finché non scoprono una verità triste e terribile sui marziani, verità che consente ai terrestri di stabilire le loro colonie.

Marte è un deserto rosso ardente, costellato di rovine di antichissime città, ricordi di un passato non sempre rispettato. Come i pionieri del passato, uomini e donne emigrano sul Pianeta Rosso alla ricerca di una nuova vita. Finché, improvvisamente, la Terra non li richiama indietro….

Anche se solo alcuni dei racconti hanno dei personaggi ricorrenti – su Marte si può morire in molti modi – sono tutti collegati tra loro. Non solo perché costituiscono una cronistoria della presenza umana su Marte, ma per un sentimento che li accomuna: la malinconia. A volte è solitudine, a volte è tristezza, altre è la coscienza che c’è qualcosa che non va… perché spesso le cose non sono come sembrano. Philip Dick sarebbe fiero degli automi presenti sul pianeta, perfetti e dotati di una sorta di coscienza, praticamente indistinguibili dagli originali. Il tema dell’identità è fondamentale in tutti i racconti, specialmente quelli che hanno a che fare con i marziani sopravvissuti.

Ma non c’è solo tristezza e mistero, c’è anche speranza e perfino ironia. Non è un’ironia molto politically correct, però: come libro non è invecchiato sempre benissimo ed è evidente in alcuni racconti più di altri. Sì, c’è un che di poetico, specialmente nei capitoli che seguono il punto di vista di personaggi in grado di percepirlo. Le descrizioni sono efficaci e particolari, e resta il sospetto che anche se Bradbury avesse saputo ciò che sappiamo ora su Marte non avrebbe cambiato di molto le sue storie.

I personaggi alludono all’epoca dei pionieri, ed è facile collegare i marziani ai nativi americani, ma sarebbe un peccato fermarsi lì. Vedete, non sappiamo come gli umani abbiano costruito i razzi, o gli automi, o com’è possibile che le città abbandonate abbiano ancora elettricità e acqua corrente. É l’esatto opposto di libri come The Martian. A Bradbury non interessa sapere come siamo arrivati su Marte o come torneremo indietro: vuole sapere come la gente della sua epoca reagirebbe se si trovasse a fare i conti con un mondo completamente diverso, con una sua storia e un suo popolo. Alcuni portano rispetto, altri no. Alcuni muoiono e altri sparano prima di far parlare gli altri.

Si focalizza su come gli americani su Marte affrontano la nostalgia di casa, delle loro famiglie e la coscienza che, anche se se ne vanno dalla Terra, la vita sul pianeta azzurro continua come al solito. Per questa ragione le prime storie hanno l’effetto di un viaggio in acido e le ultime di un pugno nello stomaco. Se riuscite a superare l’inevitabile confusione causata dai primi capitoli vi aspetta una lettura interessante, persino poetica in alcuni punti.


 

After the first, very short story, the reader is thrown into the mind and the house of a Martian woman, Ylla. She is unquiet because she has been dreaming of a strange man – with dark hair, so impossible and alien! – and strange songs. Her husband is a little too jealous to tolerate that… In the third story the Second Expedition comes to Mars. They get to talk to the Martians: bronze-skinned, mask-wearing telepaths with six fingers. It doesn’t go as planned. Then another expedition comes, and another… as they learn a terrible, sad truth about the Martians, humans eventually set their colonies on the planet. Mars is a red, scorching desert, sprinkled with ruins of ancient towns, memories of a past not always respected. Like pioneers of the past men and women travel to the Red Planet dreaming of a new life. Until, all of a sudden, the Earth calls them back…

Although only a few stories have recurring characters – you die easily on Mars – these stories are all connected to each other. And not only because they are the chronological account of mankind’s presence on Mars, but because they share a common feeling: melancholy. Sometimes it’s loneliness, sometimes it’s sadness, sometimes it’s just being aware of something that doesn’t add up… because often things aren’t what they seem. Philip Dick would be proud of the perfect automatons identical to human beings and with a conscience who can be found on the surface of Mars. Indeed, the theme of identity is very strong across all short stories, especially those who focus on the surviving Martians.

But it’s not just sadness and mystery, there’s still hope, and even irony sometimes. Not always a politically correct one, I’m afraid, because it has not aged very well compared to other works. Overall there’s still lyricism, especially in the chapters seen from the pov of those who can open their eyes enough to see it. Descriptions are powerful and effective, and I can’t deny the suspicion that even if Bradbury knew what we know today of Mars, his stories would have changed little.

Characters make allusions to the founding of America and it’s very easy to make references to that past, to compare the Martians to Native Americans, but I feel it would be limiting to stop at that. See, we don’t know how humans built their rockets. Or their automatons. Or how abandoned cities still have energy and running water. It’s the exact opposite of books like The Martian. Bradbury doesn’t want to know how we got on Mars and how we’ll return: he wants to know how the people of his time would react if they found themselves in a whole different world, with its own history and inhabitants. Some are respectful, some aren’t. Some will die and some will shoot before letting the other talk.

He focuses on how people face their homesickness, the longing for their families and the knowledge that even if they leave Earth, business will continue as usual on the green planet. That’s why the first stories read like an acid trip and the last ones like a punch in the gut. If you can get past the unavoidable confusion that comes from the first chapters, you’re in for a pleasing (even poetic) reading experience.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...