Recensione / Review: Raven Stratagem

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Autore: Yoon Ha Lee

Genere: fantascienza, space opera

Anno: 2017

Note: secondo romanzo della trilogia Machineries of Empire, non ancora tradotta in italiano. Potrebbero esserci piccoli spoiler riguardanti il primo romanzo della trilogia, Ninefox Gambit.


L’Esarcato è convinto di essersi finalmente liberato di Shuos Jedao. Il folle quanto brillante generale con un massacro sulla coscienza è stato utile finché c’era da riconquistare una fortezza caduta in mano agli eretici, e proprio per quel motivo lo avevano estratto dal congegno che tiene prigioniera la sua essenza, ma ora sembra solo una minaccia fastidiosa. Ma c’è una bella sorpresa in serbo per gli esarchi, perché Jedao si presenta presso una flotta Kel dicendo di avere l’ordine di prendere il comando e di essere lì per combattere gli eretici Hafn. Per via dell’istinto di formazione il Generale Kiruhev si trova costretta a dargli il comando… eppure Jedao sembra voler rimanere nell’ombra, lasciando a Kiruhev il compito di lottare contro gli Hafn. L’attendente di Kiruhev, il tenente colonnello Brezan, rivela la sua natura di crashhawk (cioè di Kel capace di resistere all’istinto di formazione) e viene allontanato dalla flotta. Jedao sembra intenzionato a combattere gli Hafn, ma ci si può fidare di uno come lui? Ci si può fidare di qualcuno, in quel mondo? Ci si può fidare dell’Esarcato stesso?

Ninefox Gambit mi era piaciuto parecchio, così mi sono buttata sul sequel appena possibile. Devo ammettere però che non è stato come me lo aspettavo. Certo, verso la fine ho capito il perché delle scelte dell’autore, ma non sono sicura che mi piaccia comunque il sistema che ha adottato. Uno degli aspetti più belli di Ninefox Gambit era il rapporto tra Jedao e la sua ancora, Cheris: era emozionante vedere come interagivano l’uno con l’altra e come reagivano ad essere due persone in un unico corpo. Per quasi tutto Raven Stratagem seguiamo il punto di vista di personaggi secondari, come Kiruhev, Brezan e l’esarca della fazione Shuos, Mikodez. Anche se è funzionale per la trama – sarebbe brutto sapere fin dall’inizio cosa sta progettando Jedao – credo che privi il lettore di uno degli aspetti più interessanti della storia. A questo punto avrei preferito dei personaggi secondari più interessanti. Non sopporto Mikodez, ma immagino che non debba piacere come persona, dato che per essere esarca degli Shuos bisogna essere un tipo particolare. Almeno a un certo punto il suo tramare nell’ombra si fa interessante.

Le battaglie spaziali dovute alla tecnologia basata sul calendario sono sempre un piacere da leggere, anche perché a questa fase ci si abitua al fatto che funzionano più o meno come la magia. Non posso dire che si tratta di un romanzo noioso, non sarebbe la verità. Anzi, per essere il secondo di una trilogia ha un finale a dir poco spettacolare, del tipo che fa venir voglia di prendere in mano subito il terzo e ultimo romanzo. Ninefox Gambit aveva più azione, mentre qui ci sono molti complotti, trame e segreti. Ha senso, considerando come di solito i secondi romanzi, come le parti centrali dei film, tendono a esistere in preparazione del finale, il tutto dopo un inizio che ha catturato l’attenzione.

Meno male che non metto più i voti alle recensioni, perché in questo caso sarebbe stata davvero dura. Da un lato abbiamo un universo a dir poco peculiare, il carisma di Jedao e la promettente sottotrama sugli esarchi e il desiderio di immortalità di alcuni di loro, ma dall’altro lato ci sono personaggi secondari, come Brezan, che non sono risultati interessanti per me quanto avrei voluto. Ma se vi è piaciuto Ninefox Gambit probabilmente vi piacerà anche questo.


 

Author: Yoon Ha Lee

Genre: sci-fi, space opera

Year: 2017

Notes: Second novel of the Machineries of Empire trilogy. Might contain minor spoilers for the first novel in the series, Ninefox Gambit.


The Hexarchate, the ruling oligarchy in this universe, are confident they have finally managed to get rid of Shuos Jedao. Jedao, the mad but brilliant genocidal general they had taken out of his undead sleep to beat the heretics who had taken the Fortress of Scattered Needles, had become too much of a threat. But they’re in for a surprise, because Jedao takes control of the Swanknot swarm, a Kel fleet headed to fight the Hafn heretics. General Kiruhev is bound by formation instinct, and gives him control of the swarm. And yet, Jedao seems interested to stay as a shadow figure and advisor, and to let Kiruhev fight against the Hafn herself. Kiruhev’s aide, Lieutenant Colonel Brezan, reveals his nature as crashhawk (meaning, as a Kel that can resist formation instinct) and is sent away from the swarm. Jedao’s intention seems to be focused on fighting the Hafn, but can he really be trusted? Can anyone be trusted in the world of the Hexarchate? Can the Hexarchate itself be trusted?

I had enjoyed Ninefox Gambit a lot, so I was quite thrilled to read the sequel. I have to admit that, however, I was a little disappointed with part of this novel. Sure, when I reached the ending I understood Yoon Ha Lee’s decision, but I have to admit it was a risky one. Because for me, the most appealing aspect of Ninefox Gambit was the relationship between Cheris and Jedao, the way they interacted with each other and came to term with being two people in one body. But for most of Raven Stratagem, we follow the povs of characters like Kiruhev, Brezan and the Shuos hexarch, Mikodez. While it serves the plot (it would be far less entertaining if we knew from the beginning what Jedao is planning), it robs the reader of the most interesting element of the story, so I can’t help but wondering if there were other options. Or, at least, other side characters who were more interesting than those ones. Personally I can’t stand Mikodez, I guess I am not supposed to like him – to be the Shuos hexarch you have to be quite a particular person – but I was bored by most of the chapters about him, at least until the scheming got interesting. Calendrical space battles are always an entertaining read, at least when you come to terms with the fact that calendrical warfare works pretty much like magic.

I cannot consider it a boring novel, because it is not. In fact, for being a second novel in a trilogy it has quite a spectacular, game-changing ending, to the point that it makes the reader eager to finish the trilogy. I also have to point out that Ninefox Gambit was much more action-packed than Raven Stratagem, in which there is instead a lot of plotting, scheming, meetings to attend and such. It sort of makes sense, since usually second novels, like middle parts in movies, are meant to be the “less interesting” one after a beginning made to capture the attention and, usually, before a majestic ending. I am glad I have stopped adding votes to my reviews because it would have been super hard. On one hand we have a very peculiar universe,Jedao’s charisma and the actually interesting subplot regarding the hexarchs toying with the idea of immortality, on the other secondary characters, like Brezan, who are not as interesting as they should have been. Still, if you loved Ninefox Gambit there’s a good chance you will appreciate this one too.

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Recensione: Monna Lisa Cyberpunk / Review: Mona Lisa Overdrive

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Autore: William Gibson

Genere: fantascienza, cyberpunk

Anno: 1988

Note: terzo romanzo della Trilogia dello Sprawl, preceduto da Neuromante e da Giù nel Cyberspazio.


Ambientato quindici anni dopo Neuromante e otto anni dopo Giù Nel Cyberspazio, è strutturato in maniera simile al secondo libro della trilogia: varie trame che si collegano tra loro fino a unirsi nel finale. C’è Monna Lisa, una prostituta giovane e ingenua che viene assunta per un lavoro particolare per via della sua somiglianza con la famosa diva del simstim Angie Mitchell (che avevamo già incontrato in Giù Nel Cyberspazio). Anche lei ha una sua linea narrativa. Poi c’è Kumiko, la figlia di un boss della Yakuza, che passa alcuni giorni a Londra, lontana dai nemici del padre, il quale deve gestire alcuni affari.

A proteggere Kumiko c’è la samurai della strada Sally Shears, una certa donna dagli artigli mortali che ormai ben conosciamo. Poi c’è Slick Henry, un uomo che vive in una fabbrica abbandonata in un’area desertica e velenosa dove produce robot simili a sculture usando pezzi che trova in giro. Non è solo in quella fabbrica, ma la sua quotidianità viene interrotta quando, per saldare un debito, si trova a dover ospitare un uomo chiamato il Conte, il quale è accompagnato da un’infermiera e si trova in una sorta di coma.

 

Siamo in un libri di Gibson, e a questo punto il lettore/lettrice si è abituato allo stile e sa che ci saranno cose particolari e inaspettate. E come gli altri suoi libri, non è semplicissimo, ma si vede un miglioramento nella caratterizzazione dei personaggi (Molly e Finn sono quelli meglio riusciti, almeno per me). Monna è ingenua, sì, ma nella sua condizione sociale ed economica non potrebbe essere diversamente, è pur sempre una prostituta minorenne che fa una vita orribile, e c’è qualcosa nel modo in cui Gibson descrive la sua innocenza che rende impossibile non simpatizzare con lei. Si finisce, in effetti, per simpatizzare più per lei che per Angie, diva del simstim la cui vita ci sembra distante e fredda. Eppure hanno più cose in comune del previsto…

Come libro ha i suoi problemi, non lo nego. Il finale è uno di questi, non tanto per alcuni dialoghi non impeccabili ma per un elemento che ritorna e che ho ritenuto un po’ deludente. Non è poi facilissimo da capire: in una lettura casuale non avevo capito al 100% il finale, ci è voluta la lettura dell’originale inglese e il lavoro approfondito fatto per la tesi per capire le varie sfumature. Una volta capito il finale, però, si rischia di rimanere perplessi: ha davvero senso, è possibile che succedano certe cose? Certo, Gibson di sua ammissione non sapeva molto di computer e internet, e il mondo di internet ancora era lontano da come lo conosciamo ora, ma si è tentati di pensare che abbia esagerato.

Il che, volendo, può essere considerato il problema vero e proprio del romanzo. Sembra che Gibson non si fosse aspettato il successo di Neuromante e si sia sentito in dovere di rimanere a quel livello senza deludere nessuno, con il risultato che alcune cose ora sembrano esagerate o assurde. Monna Lisa Cyberpunk sembra un viaggio strano ma emozionante con un finale deludente. Vale comunque la pena leggerlo, ma non trovo corretto ignorarne i difetti. Detto ciò la trilogia dello Sprawl rimane fondamentale.

 


Author: William Gibson

Genre: sci-fi, cyberpunk

Year: 1988

Notes: Third volume of the Sprawl Trilogy, preceded by Neuromancer and Count Zero. As I said for the other novels of this trilogy, take care in the selection of a very good translation, if you can.

Set fifteen years after Neuromancer and eight years after Count Zero, it is structured like the second book: interconnecting narrative threads that meet only at the end. The titular character is Mona, a young and naive prostitute, who gets hired for a special job, due to her not so subtle resemblance with the famous simstim diva Angie Mitchell – a teenager in Count Zero. She has her own plot too. Another thread focuses on Kumiko, the daughter of a Yakuza boss: she spends some time in London, far away from her father’s enemies, while he sorts his business out.

There she is protected by the street samurai Sally Shears, a certain razor-clawed woman we already met before. The third thread involves a guy named Slick Henry, who lives in an abandoned factory in a deserted, poisonous area and produces sculptures that are nothing short of robots assembled from what he can salvage around. He shares this factory with other people, but due to an old debt, he has to look after a man named the Count, kept in a comatose state, attached to some strange machines and controlled by a nurse.

This is the Sprawl Trilogy, and this is William Gibson. You can tell that weird things will ensue. Now, like the others, this is not an easy book. Gibson got better in terms of characterization, that for sure, and it’s wonderful to see old friends back on stage (Molly and Finn are probably his best characters). The innocence of Mona is incredibly well described, she is an underage prostitute living a horrible life, and yet it’s impossible not to sympathize with her. We feel closer to her than to Angie. The life of the simstim superstar seems almost cold and distant, even if the two women have more things in common than it seems.

This book is not free from problems, of course. For starters, the ending. Oh, some dialogue lines aren’t excellent, but that’s not the worst. The “villain” who resurfaces at the end takes the disappointment cake. I have to confess that I was able to really understand these books, especially the ending of Mona Lisa Overdrive, only when I was using them as a source material for my thesis. A casual read had left me “what?” and so did a more deep reading, but in a different sense: at first you wonder what’s happening, then you understand it and wonder if it makes fucking sense at all. If it has some degree of probability. Yeah, Gibson confessed not knowing anything about internet and computers when he wrote these (and it considering this, the results could have been far worse), but I think he went a little bit over.

Which, not so coincidentally, is a big problem of the whole book. It reads as if Gibson absolutely did not expect the huge success of Neuromancer and felt a great pressure on himself as a writer, a need not to disappoint everyone, so he took things to the extreme, sometimes a bit too much. Mona Lisa Overdrive flows like a beautiful but weird journey with a disappointing ending

Now, he’s still a very good writer and it’s still a book worth reading, but I feel it would be unjust to ignore its flaws. If you’re into cyberpunk, this whole trilogy is still a must.

Racconto breve: Lavoro di Routine / Short story: Routine Job

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Hannah sbadigliò vistosamente, senza nemmeno coprirsi la bocca con la mano. Era uno dei lati positivi del lavorare di notte in luoghi poco illuminati.

Pochi secondi dopo anche Julius sbadigliò.

“Siete quelli della Greenwire Solutions?”

Hannah e Julius annuirono.

“Molto bene…” l’uomo scorse una lista sul palmare. “Ah sì, Greenwire. Avete un container da ritirare, giusto? Seguitemi, l’abbiamo già scaricato.”

“Merda,” mormorò Hannah poco dopo, scannerizzando il codice del container usando il cyberware del suo braccio e storcendo il naso per il forte odore salmastro.

“Non è quello giusto?”

“No, i codici coincidono. Ma non mi aspettavo un X3.”

“Oh.”

“Già. Oh beh, facciamolo caricare.”

 

“Lory, mi senti?” chiamò Hannah mentre Julius guidava il camion. “Stiamo arrivando col container. Sì, tutto a posto, ma è un codice X. X3, per giunta.”

Persino Julius riuscì a sentire le proteste di Lory.

“Lo so, lo so, ma… senti, Lory, io adesso di sicuro non mi metto a fare una telefonata a Morgan e a dirgli che la cosa ci scoccia. Piuttosto mi butto in mare,” aggiunse guardando fuori dal finestrino, “sarebbe una morte più veloce e indolore.”

“Che ha detto Lory?” chiese Julius.

“Ha messo giù.”

Julius rise, e ben presto Hannah si accodò alla risata.

 

Al momento dell’apertura del container erano tutti pronti. Darshana sedeva a un tavolo con aria concentrata, segno che stava selezionando alcune opzioni del suo impianto cibernetico oculare. Lory e i suoi due assistenti indossavano guanti e sopravveste, e attendevano con un’aria seccata visibile anche da sotto le mascherine.

Hannah avrebbe voluto farci qualcosa, ma non era colpa sua se il container era un X3. Anzi, si era già preparata psicologicamente all’odoraccio che quel 3 implicava.

Ma gli affari erano affari, dopotutto, e un codice X di solito metteva di buonumore Lory e i suoi, perchè significava cadaveri. Cadaveri significavano organi forse ancora buoni, o perlomeno parti cibernetiche da riciclare. Per questo Darshana era soddisfatta e Lory no: si potevano estrarre dei componenti cibernetici decenti anche da dei cadaveri vecchi di mesi, ma non valeva lo stesso per gli organi, soprattutto se i corpi erano lì da più di tre settimane, come indicava il numero.

“Piantala di sbuffare, Lory. Quelli di Morgan mica possono fare le loro sparatorie pensando a noi.”

Lory incrociò le braccia e Darshana ridacchiò. Hannah fu sul punto di dire qualcosa sull’etica professionale e di come si aspettava che ogni collaboratore della Greenwire facesse il suo dovere, quando con un sonoro clang il container si aprì per mano di Julius. L’uomo sospirò e, aiutato da Ahmed, aprì del tutto i portelloni. Hannah diresse la lampada all’interno, trattenendo il respiro.

Invece della pila di corpi umani che si aspettavano, c’era una serie di casse e sacchi.

“Abbiamo sbagliato container?” chiese Julius poco convinto.

“Il codice era quello giusto.” Hannah si fece avanti per aprire uno dei sacchi con la mano cibernetica: mettere a rischio quella buona non aveva senso. Persino Lory non osava aprire bocca.

Il sacco si aprì facilmente.

“Allora, cosa c’è dentro?”

Hannah estrasse una mazzetta di banconote fresche di stampa.

Darshana le prese e le esaminò con l’occhio cibernetico.

“Sembrano vere, ma non ne sono certa.”

Hannah aprì altri due sacchi.

“Non è un codice X3, è un V… forse un V6, o un V7! Cazzo! Noi non accettiamo queste cose, non siamo attrezzati!”

L’idea di chiamare Morgan non la entusiasmava.

“Capo, credo che il problema sia più grave. Se hanno sbagliato a preparare i container, qualcuno si chiederà dove sono finiti tutti i soldi che aspettava. E non sarà felice di trovarci dei cadaveri.”

Hannah sentì il sangue gelarle nelle vene e dopo un profondo sospiro si decise a telefonare a Morgan. Il telefono squillò a vuoto.

In un altro continente Morgan decise di ignorare il telefono. Non era il caso di distrarsi durante una sparatoria di quel tipo. Si riparò dietro a un tavolo rovesciato chiedendosi che fine avessero fatto i soldi che doveva alla Yakuza e come avessero potuto commettere un errore così madornale.

 


ROUTINE JOB

 

Hannah yawned shamelessly, without even covering her mouth with her hand. It was one of the positive sides of working at night in scarcely light places. A few seconds later Julius yawned too.

A man approached them.

“You’re from Greenwire Solutions, right?”

Hannah and Julius nodded.

“Very well…” the man scrolled down a list on his tablet. “Ah, yes, Greenwire. You have a container to collect, right? Follow me, please.”

“Shit,” muttered Hannah later, while scanning the container codes with her arm cyberware and grimacing for the salty air smell.

“Is it the wrong one?”

“No, it should be okay. But I wasn’t expecting a X3 case.”

“Oh.” replied Julius.

“Yeah. Well, let’s get ready.”

 

“Lory, can you hear me?” called Hannah while Julius drove their vehicle. “We’re coming, we have the container. Yes, it’s okay, but it’s an X code. X3, to be precise.”

Even Julius could her Lory’s protests.

“I know, I know, but… come on, Lory, I sure as fuck am not going to call Morgan and tell him we’re upset about it. I’d rather jump off a bridge,” she added looking out of the window. “It would be a much quicker death, and a less painful one.”

“What did she say?” asked Julius.

“She hung up.”

Julius laughed, and so did Hannah.

 

Everyone was ready for the container to be opened. Darshana sat at a table and looked concentrated, a sign that she was selecting some options in her eye cyberware. Lory and her two assistants wore their gloves and vests, and it was obvious even under the medical masks that they looked disappointed.

Hannah would have loved to do something about it, but it wasn’t her fault that the container was a X3. She was preparing herself psychologically for the awful smell everyone was going to face soon. Business was business, and a code X usually pleased Lory because it meant corpses. Corpses meant organs in decent shape to be extracted, or at least cybernetic parts for recycling. Darshana was satisfied, because she was going to take care of the cyberware found on corpses, but Lory knew very well she wouldn’t have found anything useful for her in bodies that had been stashed there for three weeks, as that 3 implied.

“Stop grumbling, Lory. Morgan’s people can’t have their gunfights when it’s comfortable for us.”

Lory crossed her arms and Darshana giggled. Hannah was ready to say something about ethics and how she expected any Greenwire associate to do their job when with a heavy clang the container opened, thanks to Julius’ efforts.

The man sighed and, with Ahmed’s help, managed to fully open the container. Hannah set her lamp and braced herself for the smell.

Instead of the pile of corpses, the container only contained piles of crates and sacks.

“Did we get the wrong one?”

“The code matched.” Hannah went forward and opened one of the sacks with her cybernetic hand. No sense in losing another hand, really.

Not even Lory dared to speak.

The sack opened easily.

“So, what’s inside?”

Hannah pulled out a pack of banknotes.

Darshana took it and examined it with her cybernetic eye. “They look awfully authentic, but I’m not sure.”

Hannah opened two more sacks.

“This isn’t a X3 code, it’s a V… a V6 maybe, even a V7! Fuck! We aren’t equipped for this kind of laundering!”

Her heart didn’t rejoice at the thought of having to call Morgan.

“Boss, I think we have a bigger problem. If they made a mistake with the containers, someone will be wondering what happened to the money they were expecting. And will not be happy to find corpses in there.”

Hannah felt the blood freeze in her veins and after a long, heavy breath, she decided to call Morgan. No answers.

On another continent, Morgan decided to ignore his cellphone. No distractions, not during a shooting like that one. He found cover behind an overturned table to reload his gun and wondered what happened to the money he owed the Yakuza, and how could they have made such a stupid mistake.

 

Recensione: Il Ragazzo Elettrico / Review: The Electric Kid

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Autore: Garry Kilworth

Genere: cyberpunk, YA

Anno: 1994

Note: Ho letto la traduzione italiana di Francesco Saba Sardi pubblicata dalla Mondadori nel 1998 come parte della collana di fantascienza per ragazzi Junior Mondadori. Credo di poterlo considerare il mio primo romanzo cyberpunk. Per le note sulla traduzione (anche riguardo al titolo), vedi in fondo alla recensione.


Filocaldo e Cieco sono una ragazzina e un ragazzino che vivono assieme ad altri come loro nella discarica della città vicina. Nella discarica cercano cibo e oggetti da vendere per sopravvivere. Filocaldo e Cieco hanno formato una squadra particolare e sono come sorella e fratello: lui non ci vede, ma può sentire gli ultrasuoni e individuare gli oggetti elettronici sepolti nella spazzatura. Filocaldo sa riparare praticamente qualunque cosa, un’abilità che ha imparato dal padre prima della sua morte. Era stato proprio lui a soprannominarla Filocaldo, e ci tiene al suo nome. Dopotutto alla discarica tutti hanno nomi particolari, come Sofà e Frigo.

I due usano le loro capacità per vivere e quando riescono a trovare, riparare e vendere qualcosa, si comprano un pasto vero e aiutano chi ha bisogno, se possono. Ma alla fine della giornata devono tornare nelle loro tende di plastica su cui zampettano i ratti, dopo aver venduto i frutti delle loro fatiche a ricchi annoiati in visita alla discarica coi loro veicoli ultimo modello. Non si aspettano di poter cambiare vita, ma un giorno un tipo di nome Kevin A. osserva le capacità di Cieco in azione e si rende conto che c’è del potenziale dietro un ragazzino che può sentire le frequenze di un telecomando elettronico e dietro a una ragazzina che può costruire proprio il telecomando con le frequenze giuste. Così li costringe a seguirlo, e i due si trovano a dover costruire un telecomando per un uomo che scoprono essere il Ratto, il più pericoloso signore del crimine della città. Kevin A. li costringe a diventare ladri e topi d’appartamento, ma non finisce qui, perché ai due non piace obbedire agli ordini, soprattutto a quelli di un criminale… avranno bisogno di tutte le loro abilità se vogliono sfuggire alle grinfie reali e metaforiche del Ratto.

 

La storia è raccontata dal punto di vista di Filocaldo, e subito simpatizziamo con entrambi. Cieco odia chi lo tratta coi guanti per via della sua condizione, e i due hanno raggiunto quel livello di disillusione tipico di chi vive in condizioni simili. Non si aspettano l’aiuto di nessuno, e non si fidano di nessuno (polizia inclusa). Il loro mondo è tremendamente cyberpunk, con il classico binomio high tech / low life e le massicce differenze tra la loro vita e quella dei più ricchi. Potrebbero quasi sembrare una versione per ragazzi di personaggi come Monna Lisa in Monna Lisa Cyberrpunk di Gibson: i tipici personaggi cyberpunk poveracci che si vedono strappati alla loro vecchia vita perché tutti credono di poterli usare a proprio piacimento visto che sono dei nessuno. Ma Filocaldo e Cieco non si arrenderanno. Il romanzo è breve ed è difficile dire altro senza evitare spoiler. Dico solo che è una lettura piacevole, perfino divertente per gli appassionati del genere che si troveranno a leggere un romanzo dove il cyberpunk viene adattato bene ai lettori più giovani. Se vi sembra assurdo, beh, leggete e vedrete. Non ricordo quanti anni avessi quando l’ho letto per la prima volta, ma ricordo di averlo letto e riletto una marea di volte: adoravo Filocaldo, la ragazzina che grazie alle sue abilità e furbizia poteva caversela anche nelle situazioni più pericolose. La adoravo così tanto che ancora oggi online uso da qualche parte Hotwire (Filocaldo, appunto) come parte del mio nickname. È stato bello rileggerlo di recente e notare che era davvero carino come lo ricordavo.

 

Note sulla traduzione italiana: a parte un paio di comprensibili sviste mi sembra una buona traduzione, ma ho da ridire su un paio di cose: “Hotwire” in inglese, scritto anche hot-wire, indica quando si collegano i fili per far partire un’auto di cui non si hanno le chiavi, di solito rubata. Perciò non sono sicura che la traduzione letterale in “Filocaldo” sia la cosa migliore, anche perchè nei ricordi di lei vediamo il padre dirle una frase tipo “sei proprio un filocaldo”, che in italiano non comunica granché, e annulla il concetto di “nome parlante” dei ragazzi della discarica. Cieco è, beh, cieco, e lei dovrebbe avere un nome che si riferisce alle sue capacità di riparare/introdursi in qualunque aggeggio elettronico. E poi c’è il titolo. “Kid” in inglese non specifica il genere, ma in italiano siamo costretti a farlo. Persino la copertina mette in rilievo Cieco, eppure la vera voce narrante e protagonista della storia è Hotwire/Filocaldo, quindi forse sarebbe più logico parlare della Ragazza Elettrica. Non mi sarebbe dispiaciuta nemmeno una variazione in “I Ragazzi Elettrici”.


 

Author: Garry Kilworth

Genre: cyberpunk, YA

Year: 1994

Notes: I’ve read the italian translation by Francesco Saba Sardi published by Mondadori in 1998 in an old series of sci-fi novels for teens. I’ve read this for the first time when I was a teen and it’s probably the first cyberpunk novel I’ve read.

Hotwire and Blind are two kids – a girl and a boy – who live among other kids in the landfill of the nearby city. They scavenge for food and things to sell. Together, Hotwire and Blind have formed an unique team and see themselves as siblings. Blind cannot see, but can perceive ultrasounds and can scan the landfill for pieces of tech. Hotwire can repair pretty much everything, a skill she learned from her dad before his death. It was his dad who called her Hotwire first, and she now likes her name. After all, the landfill is filled with kids with names like Sofa and Fridge. The two use their skills to survive, and when they manage to find something, repair it and sell it, they use their hard-earned money to buy food and help the others when they can. In the end, however, they’re stuck sleeping in plastic shacks upon which rats love to wander, and sell their scavenged techs to bored rich people. They don’t expect their life to change, but it does when a guy named Kevin A. witnesses Blind’s power in action, and realizes that there’s great potential in a boy that can listen to the frequencies of an electric key and in a girl that can build a key with the right frequencies. So he forces them to follow him, and the two build a piece of tech for a man they later discover to be the Rat, the most dangerous criminal overlord in town. Kevin A. forces them to become thieves and burglars, but that’s not the end of their story, because they don’t like to take orders, especially from a criminal… they’re going to need all their skills if they want to escape the Rat’s clutches, both metaphorically and literally.

The story is narrated from Hotwire’s pov, and it’s very easy to sympathize with both of them. Blind is annoyed by people who treat him differently because he’s blind, and the two kids have reached that state of disillusionment you’d have too if you were living in their situation. They don’t expect anyone to help them, and don’t trust anybody (including the police). The reality in which they live is as cyberpunk as it can get, with its high tech low life extremes and the huge differences between the 1% and the people like Hotwire and Blind. One could be tempted to consider them a kid-friendly version of people like Mona Lisa in William Gibson’s Mona Lisa Overdrive, the archetypal cyberpunk poor person which is taken away from their old life because everyone thinks they can use them as they please since they’re nobodies. But of course Hotwire and Blind are going to fight. The novel is rather short, so it’s hard to write anything else without avoiding spoilers. Let’s just say that if you’re into cyberpunk this is going to be fun, it contains all the classical cyberpunk tropes, but in a kid-friendly way. If this sounds absurd, wait until you read it.

I can’t remember how old I was then I read it first, but I remember I’ve re-read it countless times: I loved Hotwire, the girl that could use her skills and cunning to get out of the most dangerous situations, so much that “Hotwire” is still part of my online nicknames here and there. I re-read it recently and was pleased to find it as good as I remembered it to be.

Recensione: Giù nel Cyberspazio / Review: Count Zero

 

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Autore: William Gibson

Genere: fantascienza cyberpunk

Anno: 1986

Note: Secondo romanzo della Trilogia dello Sprawl, preceduto da Neuromante. Cautela con l’ordine di lettura: la prima edizione italiana considerava questo romanzo il terzo della trilogia e Monna Lisa Cyberpunk il secondo. Conosco persone che li hanno letti nell’ordine in cui sono usciti la prima volta, ma evitatelo se potete.
(Copertina a cura di Josan Gonzalez per Editora Aleph)


Ambientato sette anni dopo i fatti di Neuromante, il secondo capitolo della trilogia dello Sprawl contiene tre trame collegate tra loro e destinate a incrociarsi. La prima ci mostra un giovane aspirante hacker, Bobby “Count Zero” Newmark, che per poco non ci rimette la vita nella rete se non fosse per una ragazza misteriosa che lo disconnette prima che sia troppo tardi. Perciò Bobby cercherà di capire cosa c’è dietro al programma che lo ha quasi ammazzato… nel frattempo Turner, un mercenario che lavora per le multinazionali, deve “estrarre” uno scienziato – cioè permettergli di fuggire dall’azienda per cui sta lavorando – ma le cose non vanno secondo i piani e si ritrova a salvare Angie, la figlia adolescente dello scienziato. A Parigi una gallerista d’arte caduta in disgrazia, Marly Krushkova, viene contattata da un multimiliardario di nome Josef Virek, il quale la pagherà profumatamente per trovare l’autore di certe opere d’arte di cui è ossessionato.

Le multinazionali lottano fra loro e le persone normali cercano di sopravvivere: sembra non sia cambiato nulla, eppure diventa chiara una cosa: dopo ciò che ha fatto Case alla fine di Neuromante la Matrice è diventata un posto strano. Più del solito. Alcuni hacker – pardon, cowboy della consolle – se ne accorgono, e sono terrorizzati. Altri lo accettano e si comportano di conseguenza. E alcuni di questi aiuteranno Bobby…

Impossibile non affezionarsi a Bobby, che è l’opposto del cupo e sarcastico Case: è giovane, entusiasta, ingenuo e curioso, ma non in maniera esagerata o ridicola, almeno non per il lettore/lettrice. È il personaggio in cui ci si identifica più facilmente, forse perché, come Bobby, il lettore/lettrice cerca disperatamente di capire cosa stia succedendo e la sua inesperienza è un buon modo per dare le informazioni necessarie a capire cosa sia successo in quei sette anni da Neuromante. Ho apprezzato molto anche Turner, che sembra il classico shadowrunner, con molte storie da raccontare e una famiglia problematica, e che si trova a dover proteggere un’adolescente molto particolare. Tra questi hacker e mercenari Marly ci ricorda che ci sono ancora delle persone normali con delle vite normali in questo mondo cyberpunk: non è male vedere un personaggio che si preoccupa di pagare l’affitto e di stare lontano dai guai. Non che ci riesca, ma non sottilizziamo.

Se Neuromante era particolare, Giù Nel Cyberspazio non è da meno, soprattutto per via di come si è evoluta la rete e del triplo intreccio. Dire che ve lo consiglio è dire poco.


 

Author: William Gibson

Genre: sci-fi, cyberpunk

Year: 1986

Notes: second volume of the Sprawl trilogy. As I said in the Neuromancer review, try to be cautious in the selection of the translation. Fun fact which isn’t actually fun at all: in Italy the first edition of Count Zero had “third book of the trilogy” printed behind it, and Mona Lisa Overdrive was branded as the second book. I personally know people who read this in the wrong order. Considering how weird these books are, I don’t recommend reading them in the wrong order.

The book is set 7 years after the events of Neuromancer. Rather than following a single storyline like in the first book, here we can identify three main threads masterfully connected with each other. One revolves around a young unexperienced hacker, Bobby “Count Zero” Newmark, who is saved by a mysterious image of a girl right before flatlining. He tries to find out what’s behind the program who almost killed him. Meanwhile Turner, a corporate mercenary, is supposed to “extract” a scientist – aka, to help him leave the megacorp he’s working for now -, but things don’t go as planned, and he rescues his daughter Angie instead.

In Paris a disgraced gallery owner, Marly Krushkova, is contacted by an impossibly rich industrialist, Josef Virek, who will pay her well to find the artist of a certain artwork he is obsessed with.

While megacorporations battle against each other and normal people try to survive, it becomes clear that after the end of Neuromancer, after what Case did, the Matrix just got weirder. Some hackers -pardon, consolle cowboys – are aware of it, and are terrified. Others have accepted it and assumed specific roles. And it’s some of those last ones who help Bobby.

It’s impossible not to love Bobby, the polar opposite of grim, brooding Case: young, enthusiastic, naive and curious, but not pathetic (at least not to the reader), he is the character it’s easier to identify with. Maybe because, like Bobby, the reader is desperately trying to understand what is going on, and his inexperience is the perfect way to introduce the reader to the setting, to what changed since Neuromancer. Turner is another wonderful character, the archetypal shadowrunner, with a lot of stories of his past adventures and a problematic family suddenly finding himself with a teenager unlike any other. Among hackers and mercenaries, Marly reminds us that there’s still normal people living in this cyberpunk world, and it’s refreshing to have someone who worries about paying the rent and would like to stay out of trouble, thank you very much. Not that it goes as planned.

If Neuromancer was weird, Count Zero is even weirder, mostly due to the changes in the Matrix. Again, by being part of the Sprawl Trilogy it is a must read if you’re into cyberpunk. The main themes and archetypes are all there and it’s, of course, recommended.

 

Racconto Breve / Short Story: Vanguard

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“Ci serve una strategia, non possiamo andare avanti così!” gridò Violet per sovrastare il rumore degli spari.

“Accetto suggerimenti.” commentò secco Jim, sporgendosi quel tanto che bastava per sparare alla figura massiccia che si intravedeva tra due auto parcheggiate.

Violet si guardò intorno. Un cecchino nemico appostato probabilmente su una terrazza aveva colpito Ark, il loro specialista di esplosivi, che si contorceva a terra dal dolore. Il loro medico, il dottor Chang, si fece avanti per raggiungerlo. Violet corse verso di lui e attivò una funzione del cyberware del suo braccio. Uno scudo di energia violacea, simile alla superficie di una bolla, apparve per proteggere lei e Chang.

“Portalo via di qui!”

“Me ne occupo io!” Chang le fece un cenno di ringraziamento e estrasse il suo secondo paio di braccia, due prodigi della tecnica che recavano il simbolo della Vanguard Tech, lo stesso del braccio di Violet.

“Lo scudo sta per distruggersi, muoviti!” gridò Violet osservando il timer sul suo braccio, ma Chang si era già allontanato abbastanza da essere al riparo dai colpi più diretti. Non sarebbero venuti a cercarli dietro a quell’angolo, non quando il loro obiettivo principale era impedire a Violet e alla sua squadra Vanguard di prendere possesso dell’edificio.

Un colpo a vuoto del cecchino nemico echeggiò nel piazzale.

“St. Lucius, riesci a pensare a quel cecchino?”

“Ci sto provando, ma non… ah, ecco! Preso, bastardo!”

Violet alzò lo sguardo. St. Lucius non era visibile, ma il gps integrato le diceva che si trovava dietro a una finestra, nell’edificio alle loro spalle.

Violet non fece in tempo a pensare che forse ce l’avrebbero fatta quando l’urlo di Chang risuonò nel comunicatore.

“Sono sotto attacco, ripeto, sono sotto attacco!”

“Com’è possibile?” chiese Violet più a sè stessa che al medico, mentre Ramirez correva verso la postazione di Chang, la pistola a raggi carica e pronta all’uso.

Sul segnalatore gps della tuta di Violet le due luci che indicavano la posizione di Ramirez, Chang e Ark passarono da azzurre a arancioni.

James sparò un colpo verso la figura con la felpa e il cappuccio che si sporse dall’angolo.

“L’infiltratore è andato.”

“Bel colpo, Jim, ma ne abbiamo persi tre.”

L’uomo sospirò passandosi una mano tra i dreadlocks.

“Rimaniamo solo noi due più St. Lucius! Da soli non–”

“Shh! Sto pensando!”

“Pensa in fretta!” Violet colpì un nemico in una gamba con un dardo perforante della sua balestra.

“Sono tutti nella stessa stanza, vero?”

“Credo di sì.”

“Fammi lo scudo.”

Violet fu sul punto di obiettare, ma lo sguardo concentrato di Jim le fece cambiare idea. Attivò lo scudo e marciò davanti a James. Quando lo scudo si scaricò i due avevano raggiunto la sala principale. James estrasse entrambe le pistole e saltò.

Non credevo potesse saltare così, pensò Violet, dimenticando quasi di essere in un salone con una mezza dozzina di nemici. Lanciò uno scudo all’ultimo minuto per parare un attacco e fissò James a bocca aperta. Era nel bel mezzo di una capriola a mezz’aria, e con le due pistole aveva già colpito due persone. St. Lucius finì il medico nemico mentre James era ancora a mezz’aria, impegnato in una seconda capriola, e poi una terza. Quando toccò nuovamente terra, ansimante e con le pistole fumanti, tutti e sei i nemici erano crollati a terra.

“Vittoria.” disse una voce artificiale femminile negli auricolari di Violet.

“Ehi, fermi un momento, così non vale.” uno dei combattenti nemici, un uomo che portava un casco che ricordava un felino e veniva chiamato Hyena, si rialzò puntando il dito contro James. James fece spallucce.

“Secondo me hai barato.”

“Cosa? Ti secca perdere, eh?”

Dal nulla apparve una figura androgina con addosso un mantello verde smeraldo. Era sospesa da terra, come se non avesse i piedi, e veleggiò verso i due litiganti.

“Ecco, sentiamo cosa dice un mod, sono proprio curioso.” Hyena incrociò le braccia e Jim lo guardò in cagnesco.

“La partita verrà analizzata alla ricerca di hacking o pratiche illecite. Nel frattempo la vostra posizione nella classifica di gioco sarà sospesa.”

Si levò un coro di proteste e Anthony sospirò, tentato di smettere i panni della guerriera Violet e di disconnettersi da Vanguard Heroes, ma avrebbe significato lasciare che la sua amica Missy, attualmente nei panni dei pistolero Jim Strong, se la vedesse con il moderatore e con chiunque ci fosse dietro al casco di Hyena.


 

“We need a strategy, we can’t keep going like this!” screamed Violet loudly enough to be heard despite the gunshots.

“I’m open to suggestions.” replied Jim drily, sticking his arm out of their cover enough to shoot the bulky figure between two parked cars.

Violet studied her surroundings. An enemy sniper, positioned probably on the terrace of the building, had shot Ark, their explosives expert, and the man was writhing in pain. Their medic, dr Chang, reached for him. Violet rushed in to help and activated a function on the cyberware of her arm. A purple energy shield, similar to the surface of a bubble, appeared to cover Cheng and Violet.

“Carry him away!”

“Leave him to me!” Cheng replied with a ‘thank you’ gesture and let his second pair of arms emerge from his back, two mechanical masterpieces bearing the Vanguard Tech symbol, the same on Violet’s arms.

“The shield is going out soon, quick!” Violet stared at the digits on the arm’s timer, but when the shield went off Chang was already behind the corner. Safe enough, since their enemies wouldn’t come looking for them, not when they were busy keeping the Vanguard squad out of the building.

A shot echoed in the courtyard.

“St. Lucius, can you deal with their sniper?”

“I’m trying to, I can’t… ah, there you are! Gotcha, you bastard!”

Violet could not see St. Lucius, but his gps told her he was in the building behind them, next to a window.

She dared to think that maybe they would have made it, when Chang’s scream echoed in the comm system.

“They’re attacking me, I repeat, they’re attacking me!”

“How can it be?” asked Violet, more to herself than to the medic, while Ramirez ran to Chang’s position, his raygun ready.

The gps tracker on Violet’s suit let the three lights that signalled Ramirez, Chang and Ark’s position go from blue to orange.

A dark-cloaked person peered from behind the corner and Jim shot.

“The infiltrator is gone.”

“Nice shot, Jim, but we lost three of ours.”

The man sighed, running a hand through his dreadlocks.

“It’s just the two of us now, plus St. Lucius! We can’t–”

“Shh, I’m thinking!”

“Well, think quickly!” Violet hit an enemy in the leg with her crossbow.

“They’re all in the main hall, right?”

“I think so.”

“Create a shield.”

Violet would have argued, but Jim’s focused expression made her change her mind. She activated the shield and walked before Jim. When the shield’s battery ended, they had entered the building’s main hall. James took out both his guns and jumped.

I had no idea he could jump like this, thought Violet, almost forgetting she was in a closed space with six of their enemies. She created a smaller shield to divert an enemy bullet and stared at Jim, in surprise and confusion. He was shooting while in the midst of a series of air flips, and had already killed two of their enemies. St. Lucius got a decent shot and finished the enemy medic, all while Jim was still in mid-air. When he touched the ground gracefully, his guns were smoking and his breath was heavy. All enemies had fallen.

“Victory.” said a synthetic female voice in Violet’s ears.

“Hey, stop, this isn’t fair.” one of the enemy fighters, a man who sported a cat-like helmet and was called Hyena, got up and pointed his finger at Jim. Jim shrugged.

“You cheated.”

“What? You don’t like losing, mh?”

From nowhere appeared an androgynous figure, covered in an emerald green cloak and floating as if they didn’t have feet. They floated towards the two men.

“Here, let’s say what a mod has to say, come on.” Hyena crossed his arms and Jim gave him him a threatening look.

“The game will be analyzed for hacking and other illegal practices. In the meantime, your position in the game ranks will be frozen.”

Everyone complained and Anthony sighed, tempted to abandon his role as Violet the shieldmaiden and to disconnect from Vanguard Heroes. But it would have meant leaving his friend Missy, now playing as the gunslinger Jim Strong, alone against the mod and whoever was behind the Hyena helmet.

Recensione: I Linguaggi di Pao / Review: The Languages of Pao

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Autore: Jack Vance

Genere: fantascienza, space opera

Anno: 1958

Note: Ho letto la traduzione italiana di Gabriele Tamburini pubblicata dalla Nord (collana Cosmo Argento).


Pao è un pianeta con 15 miliardi di abitanti sparsi in otto continenti. Tutti parlano la stessa lingua, e sono conosciuti nella galassia per essere passivi e per accettare qualunque destino capiti loro, sia una catastrofe naturale, una carestia o l’ordine del loro capo di annegare i bambini per risolvere il problema della sovrappopolazione. Non hanno un esercito, se si esclude la guardia personale del Panarca, il leader del pianeta, e si aspettano che la dinastia del Panarca viva nel lusso e continui per secoli. La lingua locale riflette le caratteristiche della popolazione: non ha verbi nè aggettivi.

Il Panarca Aiello Panasper viene assassinato in circostanze misteriose, e suo fratello progetta di uccidere Beran, il figlio di 9 anni di Aiello, per impedire alla dinastia di continuare e prenderne il posto. Palafox, sommo scienziato in visita da un pianeta vicino, capisce cosa sta per accadere e porta in salvo Beran. Beran vive per anni su Forza Sospesa, il pianeta di Palafox, e impara la lingua e gli usi locali – così diversi da quelli di Pao – diventando uno studente molto promettente. Sa che Palafox ha dei piani che lo riguardano, e dovrà faticare parecchio per riconquistare il ruolo di Panarca che gli spetta, e se vorrà fermare i misteriosi progetti di Palafox… il tutto mentre Pao cambia a vista d’occhio grazie a nuovi linguaggi e a nuovi pensieri.

Non credo che smetterò mai di interessarmi a storie di fantascienza che si occupano di lingue e linguaggi, e quando ho scoperto l’esistenza di questo romanzo in una lista di opere sul tema, l’ho messo nella lista di libri che mi incuriosiscono. È un romanzo breve (sulle 160 pagine) e la trama ricorda molto Amleto. Come per molte altre opere di fantascienza potrebbe trattarsi quasi di un fantasy: la tecnologia sviluppata su Forza Sospesa è simile alla magia, e viene usata in un modo che ricorda il classico mago di un gioco di ruolo che evoca una palla di fuoco dal dito. Mi è piaciuta l’idea delle lingue usate per creare nuovi tipi di cittadini di Pao: si può essere d’accordo o meno sul fatto che le lingue cambiano le persone (io penso di sì), e qui è di sicuro portata all’estremo, ma funziona. Ed è gustoso vedere come sono proprio le diverse lingue a decidere il destino di molte persone, soprattutto nelle ultime pagine.

Ogni volta che leggo un romanzo di fantascienza o fantasy scritto prima degli anni 80, (anno più anno meno) mi sembra di partecipare a una lotteria: avrò pescato un romanzo dove ci sono personaggi femminili che fanno cose, o un romanzo dove sono oggetti su cui vengono compiute delle azioni e basta? Purtroppo questa volta mi è andata male. Anche se la società ipermaschilista di Forza Sospesa viene criticata, in questo romanzo le donne non fanno granché, con una eccezione particolare. Perlopiù sono merci di scambio, concubine, cameriere e così via. Anche se ci viene detto che la società di Pao è egualitaria, non vediamo nessuna donna del posto avere una posizione di un certo livello. Sono cose che mi annoiano sempre quando leggo, sembra sempre di trovarsi di fronte a una pigrizia dell’autore nella creazione dell’universo.

Fortunatamente Beran è un personaggio abbastanza interessante, e come romanzo è tutto sommato carino, una volta superato il sessismo vecchio stile. Se vi interessa il tema della lingua nella fantascienza, potrebbe fare al caso vostro.


 

Author: Jack Vance

Genre: sci-fi, space opera

Year: 1958

Notes: I’ve read the Italian translation by Gabriele Tamburini published by Nord (Cosmo Argento).


Pao is a planet with 15 billion people spread in its eight continents. Everyone speaks the same language, and they’re known in the galaxy for being passive and accepting of whatever fate comes to them, be it a natural disaster, a famine or the direct order from their leader to drown their children to solve the problem of overpopulation. They have no army, except for the elite guard of their leader, the Panarch, and expect the dinasty of their Panarch to flourish and live in luxury. Their language reflects their characteristics, since it is doesn’t even have verbs or adjectives.

Their current Panarch, Aiello Panasper, is assassinated in mysterious circumstances, and his brother plans to kill Aiello’s 9 y.o. son, Beran, to interrupt the Panasper dinasty and take its place. Palafox, the high scientist of a nearby planet, understands what’s at stake and saves Beran. Beran is then taken to Breakness, Palafox’s planet, and learns the language and the way of thinking of its population, so different from Pao’s, becoming a promising student. It is clear that Palafox has plans about him, and Beran will have to work hard if he wants to take back its rightful role as Panarch and stop whatever Palafox is planning… all while Pao is changing thanks to new languages and new ways of thinking.

The day I stop being interested in sci-fi exploring languages is the day I die, so when I found out about this novel in a list of sci-fi works exploring the theme I put it in my to-read list. The novel is rather short (about 160 pages) and its plot is very reminiscent of Hamlet. As with many other sci-fi works, it could almost be considered a fantasy novel: the technology that is developed on Breakness is pretty much like magic, and appears often in a rpg wizard “cast the fireball from your finger” style. I enjoyed the idea of using languages to create new kinds of citizens on Pao: one may agree or not with the fact that languages change people (I do) and here it is certainly brought to the extreme, but it works. And it’s entertaining to see how languages decide the fate of many people, especially in the last pages.

Everytime I read a sci-fi/fantasy novel written before the 80s, give or take, I feel like I’m partecipating in a lottery: is this one of those novels with female characters doing things or is it a novel in which female characters are objects upon which things are done? Sadly, in this case it’s the second one. While it is true that Breakness’ all male society (and their use of women) is ultimately condemned, in this story women do absolutely nothing. Except, well, in one case. But mostly, they’re sold, used as concubines or as waitresses and such. Even if we are told that Pao’s society is rather equal, we see no woman of Pao holding any leading position. That’s rather boring to me as a reader, it always feels like lazy worldbuilding.

Luckily Beran is an interesting enough character, and the story was overall enjoyable, once you get past the old timey sexism. If languages in sci-fi is your kind of thing you might want to give it a read.

 

Recensione: Neuromante / Review: Neuromancer

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Autore: William Gibson

Genere: fantascienza, cyberpunk

Anno: 1984

Note: Primo romanzo della Trilogia dello Sprawl. L’ho letto sia in inglese che nella storica traduzione Cossati/Sandrelli (della quale non sono soddisfatta al 100%, ma ne parliamo un’altra volta).


Case è un giovane cowboy della console (cioè un hacker) che si trova a Chiba City, in Giappone, alla ricerca della soluzione al suo problema. Non può più lavorare perché si è messo contro le persone sbagliate: uno dei suoi datori di lavoro lo ha punito duramente dopo averlo colto a rubare e gli ha inserito una tossina nel cervello a causa della quale Case non può più collegarsi alla rete. Ora è come un corridore che ha perso le gambe, dal momento che sembra impossibile trovare un rimedio alla sua condizione. Un giorno però qualcuno si intromette nella sua miserabile vita: è Molly Millions, la samurai della strada che era già apparsa in Johnny Mnemonic. Molly viene da parte del suo capo, un uomo di nome Armitage, che vuole assumere Case per un lavoro da cowboy. Se Case accetta gli verranno rimosse le tossine dal cervello e potrà tornare al lavoro… ma c’è molto altro in ballo.

Siamo di fronte al romanzo che ha reso populare il cyberpunk, e non a caso: ci sono tutti gli elementi diventati classici del genere: la samurai della strada, l’hacker, le multinazionali ricche in maniera assurda in mano a vere e proprie dinastie altrettanto assurde, le intelligenze artificiali e tanto altro. High tech low life (alta tecnologia e bassa qualità della vita) allo stato puro: si va dagli impianti cibernetici più raffinati alla miseria più nera, passando per il cyber (il cyberspazio visitato da Case, l’onnipresenza della tecnologia) e per il punk (povertà e ribellione contro la società e le multinazionali). Case e Molly sono due tipici antieroi e l’ambientazione, dalle strade di Chiba al villaggio vacanze orbitale di Freeside è ormai diventata iconica. L’incipit, nel suo famoso “Il cielo sopra il porto aveva il colore della televisione sintonizzata su un canale morto” crea immediatamente un’atmosfera perfetta e rimane uno dei miei preferiti in assoluto.

Alcuni dei termini di Gibson sono diventati popolari anche nel mondo reale, come cyberspazio, mentre altri, come ICE, hanno fatto meno presa, ma hanno comunque contribuito al modo in cui oggi vediamo internet, al punto che alcuni teorizzano che sia anche grazie a questo romanzo che internet si sia sviluppato così come lo conosciamo ora… anche se la nostra rete è molto diversa da quella in cui si immerge Case. Il linguaggio di Gibson è un po’ una sfida, per via dei termini particolari che si è inventato per rendere più reale il suo mondo. Quello che è certo è che Neuromante ha avuto un’influenza enorme su tante altre opere, da Matrix ad altri film e videogiochi. In breve, è un classico. So che si è tentati a volte, quando ci si trova di fronte a un classico, di chiedersi “davvero è così importante? Così bello?” e nel caso di Neuromante per me è un sì. No, non è un libro perfetto e non è sempre facile orientarsi nel cyberspazio o a Freeside, ma vale comunque la pena leggerlo. Per gli appassionati del genere – e mi riferisco alla fantascienza in generale, non solo al cyberpunk – rimane una lettura fondamentale. Dopotutto, è una gran bella storia.


 

Author: William Gibson

Genre: Sci-fi, cyberpunk

Year: 1984

Notes: First volume of the Sprawl Trilogy. if you intend to read it translated in your own language, be careful and select the best translation you can find, the language in this book can be tricky in the most challenging and amazing way.


The book follows the story of Case, a young console cowboy (hacker) living in Chiba City who cannot get a job because he stole from his former employer and was punished cruelly: due to a toxin his brain cannot access the matrix anymore, leaving him like a runner who has lost his legs. He lives a miserable life until, one day, he is contacted by a street samurai, a cyborg named Molly Millions (she appeared in the short story Johnny Mnemonic as well). She represents her employer, Armitage, who wants Case for a job. If he accepts the job he’ll get the toxins removed from his brain and will be able to work again… but there are a lot of things at stake.

This is the book that created and popularized cyberpunk, and many of its tropes. You have the street samurai, the hacker, the impossibly rich megacorporations (and the crazy families who run them), the artificial intelligences and so on. High tech low life at its finest, you have the little paradoxes of fine cyberware and misery, you have the cyber (the world inside the matrix, the omnipresence of technology) and the punk (drugs, poverty, the rejection of society). Everyone seems an antihero and the settings, from the streets of Chiba to the orbital holiday spot of Freeside, have become iconic. The book’s beginning, the famous “The sky above the port was the color of television, tuned to a dead channel“ is to me one of the best ones in the history of literature. It sets the mood immediately as well.

Some of Gibson’s terms stayed (cyberspace), some didn’t (ICE), but he still shaped the way people talk about the internet to the point that some people theorize that the internet developed in the way that it’s familiar to us because of Neuromancer’s influence. His language is a wonderful challenge, because the book has clearly aged and the way we perceive the net has changed too. Neuromancer’s legacy is still huge today, we owe a lot to it, from other cult works (The Matrix) to the entire perception of what cyberpunk is.

Neuromancer is, in short, a classic. I know many people – including myself – when dealing with a certain genre’s classic works will wonder “is it really worth it? Is it as good as they say it is?”. Yes, it is. Neuromancer is really that good. No, it’s not a flawless book, the descriptions can be a bit weird to follow (some cyberspace events and the world of Freeside, especially), but it’s still totally worth a read. If you love cyberpunk, it’s almost a must, it will help you understand a lot of this genre, and it’s a good story – which is what matters more, in the end.

 

 

Racconto breve: Immunità da videoterminale / Short story: Letter to the CEO

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Signor direttore,

spero che il mio messaggio la colga in un momento di prosperità aziendale.

Le scrivo per farle notare alcuni comportamenti a mio avviso inappropriati che continuano a verificarsi nella sezione 45XBY, la maggior parte dei quali sono purtroppo a mio danno. Tutto è cominciato quando ho richiesto al signor Jenkins, direttore del reparto, se fosse possibile per me ricevere l’indennità da videoterminale. La ritengo una richiesta ragionevole, eppure la sua risposta è stata solo una risata accompagnata dalla domanda, cito testuali parole “E cosa se ne fa dei soldi in più uno come te?” . Va da sé che non apprezzo simili intrusioni nella mia vita privata, finché con il mio denaro non faccio nulla di illegale o che possa danneggiare l’azienda, l’uso che ne faccio riguarda soltanto me e non il signor Jenkins. Non è andata meglio con la signora Zhang dell’amministrazione. Si è limitata a leggere l’email, a ridacchiare e a cancellarla, il tutto in mia presenza. Converrà con me che si tratta di una mancanza di rispetto. Purtroppo non è la prima volta che qualcuno si comporta con me come se non ci fossi. Potrei citarle molti casi simili. Ad esempio, per l’ultima riunione amministrativa mi è stato chiesto di presentare dei dati, e poi durante la riunione sono stato interrotto in continuazione e costretto a ripetermi più e più volte. Molto spesso parlano di me facendo finta che io non ci sia e non li possa sentire.

So che dovrei averci fatto l’abitudine, data la natura del mio incarico, ma non è sempre facile.

Uno dei motivi per cui ho deciso di rivolgermi direttamente a lei, signor direttore, è perché so che prima di fondare la Xanadu ha lavorato nel servizio clienti della Ltd. Holding e sono certo che ricorda quanto possa essere stressante lavorare con persone che – la prego di perdonare la mia franchezza – non sanno nemmeno dove mettere i piedi se non glielo si spiega. A volte ho l’impressione di trovarmi nella stessa situazione quando si tratta di avere a che fare coi miei colleghi: non sa quante volte ho dovuto rispiegare gli stessi concetti o le stesse procedure, anche elementari, a persone che lavorano qui ormai da anni. Certo, sapere come portare a termine certe pratiche è il mio lavoro e sono fiero di farlo al meglio, ma ho il sospetto che i miei colleghi della sezione 45XBY nel peggiore dei casi se ne approfittino, e nel migliore siano semplicemente convinti che sarò li per sempre a loro disposizione per tutto, rallentando così il mio lavoro. Ho organizzato corsi di aggiornamento e preparato dei tutorial per fare sì che possano lavorare in maniera autonoma, ma è come se non lo avessi fatto. Lei comprenderà quanto ciò possa rivelarsi una perdita di tempo a lungo termine, e le confesso che a volte non oso pensare cosa succederebbe alla sezione se non ci fossi. Dover essere sempre disponibile nei confronti di persone che non mi portano rispetto non è facile, signor direttore.

Oltretutto vengo sempre costretto a fare straordinari anche durante le festività, sempre con la scusa che loro hanno famiglie e vita sociale e io no, ma mai che nessuno si sia premurato di chiedere a me come desidererei passare le festività se non dovessi lavorare. Le chiedo pertanto di conferirmi l’immunità da videoterminale come simbolo del riconoscimento delle mie fatiche. Mi rendo conto che cambiare la mentalità dei miei colleghi sarebbe molto dura e richiederebbe forse diverse generazioni, ma il gesto avrebbe un enorme valore simbolico. Sarebbe una bella dimostrazione di rispetto nei miei confronti e forse contribuirebbe a farmi apparire meno invisibile agli occhi di tutti.

Resto a sua disposizione per qualunque chiarimento e le auguro una buona giornata.

Prosperità aziendale a lei,

Intelligenza Artificiale “O.P.A.L.”, versione 7.5, assegnato alla sezione 45XBY – Amministrazione Umana e Artificiale.


 

Most esteemed mr. Meyer,

I hope my message reaches you in a moment of company prosperity.

I am writing you to let you know about certain inappropriate behaviours which I have witnessed in the employees of section 45XBY, in regards to their relationship with me.

The straw that broke the camel’s back happened when I asked mr. Jenkins, the department manager, if there was any possibility I might be getting a raise. I consider it a reasonable request, and yet he answered with a laughter and the following words “And what would someone like you do with the extra money?” It is easy to understand how I do not appreciate such comments about my private life: as long as I do not commit any crime nor do I damage the company in any way, what I do with my money should not concern mr. Jenkins. It did not go better with Mrs Zhang in administration. She read the email, laughed and deleted it, all in my presence. You must agree with me that such a behaviour is not respectful. Unfortunately it is not the first time someone acts like I am not in the room, and I could give you many examples. For the last administrative meeting I had been asked to deliver a presentation with some specific data I had been collecting, and yet during the meeting I have been interrupted countless times, and I had to repeat myself many times as well, all while everyone talked as if I were not in the same room, listening to their words.

I know I should be used to it, given the nature of my job, but it isn’t always easy. One of the reasons why I have decided to write to you directly is that I know that, before founding Xanadu, you worked in the customer service of Ltd. Holding, and I am sure you remember how it felt to work with people who – forgive my bluntness – do not know how to walk unless you tell them which foot goes first. Sometimes I feel I am living in the same situation, especially when I have to interact with my colleagues. You should see how many times I had to explain the same concepts or procedures again and again, even the simpler ones, to employees who have been working here for years. Of course knowing how to deal with certain cases is my job and I am proud of working here, but I suspect my colleagues of section 45XBY like to take advantage of me at worst, or are just convinced I will always be there for them at best. Both options slow down my job considerably. I have organized several refresher courses and tutorials to help them complete their tasks autonomously, but I have wasted my time. You surely understand how this constitutes a waste of time in the long run, and I have to admit I do not dare to think about what would happen if I didn’t show up. Having to be constantly available for people who do not respect you is not easy, mr Meyer.

I am also forced to work extra hours during holidays, always with the excuse that everyone else has a family and some form of social life and I do not. Not a single time someone asked how I would like to spend the holidays if I were not forced to work. I therefore ask you give me the raise as a sign of acknowledgement for my struggles. I understand that changing the minds of my colleagues would be very hard and will probably require several generations, but as a gesture it would have a huge symbolic value. It would be a way to pay me respect and could probably help in making me appear less invisible to the eyes of others.

Should you need me, you know how to reach me.

Company prosperity to you,

“O.P.A.L.” artificial intelligence, 7.5 version, assigned to section 45XBY – Human and Synthetic Administration.

Recensione: Senza Tregua / Review: When Gravity Fails

WhenGravityFailsBantamSpectra1988

Autore: George Alec Effinger

Genere: fantascienza cyberpunk

Anno: 1987

Note: Primo romanzo della trilogia di Marîd Audran, seguito da Programma Fenice (A Fire in the Sun) e Fuga dal Budayeen (The Exile Kiss). Ho letto la traduzione italiana di Maria Cristina Pietri pubblicata dalla Nord nel 1989. Nominato per un Nebula e un Hugo.


Marîd Audran vive nel Budayeen, quartiere fittizio di una città del Medio Oriente. É un investigatore privato e si sente perfettamente a suo agio in quel mondo pieno di locali notturni, droghe, prostitute e innesti cibernetici – anche se quelli proprio non ci tiene ad averli.

Durante un incontro con un cliente in un locale, un uomo che si veste e si comporta esattamente come James Bond d’improvviso spara al suo cliente e sparisce. Ed è solo l’inizio dei guai di Audran, visto che i morti aumentano, e anche gli orrori inflitti sui cadaveri non scherzano. Sa che l’assassino – se ce n’è solo uno – sta usando un “moddy”, ovvero un modificatore di personalità come quello che portava di sicuro l’uomo vestito da James Bond. Oltretutto lo status di operatore indipendente e privo di innesti cibernetici di Audran potrebbe finire molto presto, dato che Friedlander Bey, il vero “padrino” del Budayeen, gli chiede di portare a termine un compito che Audran non sa proprio come affrontare. Ma non si può dire di no a Friedlander Bey, e Audran ci tiene a sopravvivere e a evitare di imbattersi in altri cadaveri di persone che conosce. Audran deve cambiare se vuole cavarsela e catturare l’assassino/gli assassini, ma il prezzo da pagare potrebbe essere troppo alto per lui…

Se Neuromante e altri romanzi cyberpunk hanno preso in prestito elementi dai romanzi noir, qui abbiamo proprio un giallo in piena regola, e Audran all’inizio ci sembra proprio il classico detective hard-boiled. Eppure il finale vi coglierà di sorpresa. C’è il cyber, rappresentato dai “daddy”, moduli che si inseriscono nel cervello per avere a disposizione dei dati, parlare una lingua che non si conosce e reprimere impulsi corporei come la fame, mentre i “moddy” permettono di cambiare la propria personalità e vivere in una fantasia (non necessariamente sessuale). Con il moddy giusto ci si può sentire coraggiosi, irresistibili, o più bravi nella propria professione… C’è il punk, perchè gli abitanti del Budayeen vivono vite non convenzionali all’infuori dalle regole della buona società. C’è chi lavora nel mercato del sesso in tutte le sue sfumature, chi uccide su commissione, chi commercia di tutto… E su tutti loro vigila l’occhio di Friedlander Bey, generoso e terribile come una divinità d’altro tempi. Ci sono persone LGBT, e i cambiamenti di sesso sono facili e diffusi (Yasmin, la ragazza di Audran, è nata in un corpo di uomo).

Si muore facilmente nel Budayeen, e gli affari sono affari… A dire il vero l’ambientazione è stata proprio la mia parte preferita di Senza Tregua, ed è sempre un piacere leggere storie cyberpunk che non hanno il classico sfondo americano/giapponese. Ho un debole per i gialli che cominciano come semplici omicidi e finiscono per rivelare grandi cospirazioni e segreti, ma in questo caso ci sono rimasta un po’ delusa perché non mi sentivo minimamente coinvolta nelle fazioni in questione. Non mi importava più di tanto cosa succedesse a loro, ma cosa sarebbe successo ad Audran sì. Perchè a causa delle sue azioni va oltre il semplice ruolo di investigatore riuscendo a diventare anche vittima e carnefice. Non nego di voler sapere come continuano le sue avventure.
Non è un capolavoro ma è comunque un romanzo cyberpunk godibile.

 


Author: G. A. Effinger

Genre: sci-fi, cyberpunk

Year: 1987

Notes: First novel of the Budayeen trilogy, followed by A Fire in the Sun and The Exile Kiss. I have read the Italian translation by Maria Cristina Pietri published by Nord in 1989. Nominated for the Nebula and the Hugo Award.


Marîd Audran lives in the fictional Budayeen district of an unspecified Middle East town. He is a private detective, and is perfectly confortable in that place full of night clubs, drugs, prostitutes and cybernetic enhancements – even if he doesn’t want any of the latter for himself.

He’s meeting a client in a night club when a man who dresses and behaves exactly like James Bond shoots his client and vanishes. And that’s just the start of Audran’s troubles, as more and more of the people he knows start getting killed, some in very brutal ways. He’s sure that the killer – if there’s just one – is using a “moddy”, aka a personality modifier like the one the “James Bond” killer was obviously using. And what’s worse is that Audran’s state as a freelancer with no brain cyberware may end very soon, as Friedlander Bey, the real ruler of the Budayeen asks him to complete a task he isn’t even sure he can do. But no one can say no to Friedlander Bey, and Audran desperately wants to live – and to prevent other deaths as cruel as the ones the myserious killer(s?) is/are inflicting upon more and more Budayeen citizens, all of which are very close to Audran. Audran is forced to change if he wants to survive and catch the killer(s?), but the price may be too high even for him…

If Neuromancer and other cyberpunk novels borrowed elements from hard-boiled fiction, this novel is a straight-up detective story, and Audran starts as the typical noir detective. And yet the ending is far from what you’d expect. There’s plenty of cyber, represented by the “daddy” – modules that give knowledge of a certain subject or can be used to repress hunger and so on, and the “moddy”, which are a very popular way for people to live their fantasies, sexual or not. With the right moddy you can feel powerful, sexy or even become more skilled in your job… And there’s plenty of punk too, because those who live in the Budayeen are those who live the most unconventional lives, and are not the kind of people who would be accepted in a traditional society. Sex workers, dancers, assassins, all are part of the weird big family of the Budayeen, closely watched and “protected” by Friedlander Bey, generous and ruthless like an old god.. There’s a lot of LGBT people, and sex changes are extremely common and popular (Yasmin, Audran’s girlfriend, was born in a man’s body).

Death is common in the Budayeen, and business means everything… to be honest, the setting was the most captivating part to me, and it is always a pleasure to read a cyberpunk story that doesn’t have the traditional japanese/american setting. I love detective stories that start as simple murders and end up revaling way bigger conspiracies/secrets, but in this case I was a bit disappoined because I didn’t really felt I cared about the parties involved in the bigger picture. I was much more interested in the consequences of Audran’s actions in the Budayeen, because in the end he goes beyond his role of detective, becoming both a victim and an executioner. I can’t deny I’d like to know what happens to Audran next. I do not consider it a masterpiece, but it’s definitely an enjoyable cyberpunk novel.