Recensione: Le Brigate Fantasma / Review: The Ghost Brigades

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Autore: John Scalzi

Genere: space opera, fantascienza militare

Anno: 2006

Note: secondo libro dell’universo di Old Man’s War / Morire Per Vivere. Non è strettamente necessario leggere Morire Per Vivere prima (ma leggetelo perché è un gran bel libro). Ho letto la traduzione di Benedetta Tavani pubblicata da Gargoyle.


Le Forze di Difesa Coloniale (FDC) hanno il compito di proteggere le colonie umane nello spazio da ogni aggressione. E i pericoli non mancano, considerando le varie razze aliene incontrate, alcune delle quali posseggono tecnologie avanzatissime o trovano gli umani molto appetibili. Come se non bastasse, i capi delle FDC scoprono che uno dei loro scienziati più importanti, Charles Boutin, ha tradito l’umanità e formato un’alleanza tra tre specie aliene… con l’obbiettivo di distruggere l’umanità. La priorità diventa trovare Boutin: sa troppe cose, e potrebbe davvero farcela se non viene fermato. Dopo aver finto la sua morte, Boutin ha lasciato una registrazione della sua coscienza, e le FDC decidono di tentare un piano disperato: caricano la copia della mente di Boutin nella testa di un soldato delle Brigate Fantasma, Jared Dirac. Jared viene trattato come un qualunque soldato delle Forze Speciali, ma il suo comandante, Jane Sagan, sa chi è veramente e lo tiene d’occhio: da un momento all’altro potrebbe emergere la personalità di Boutin, e ne avranno bisogno per sapere cosa ha spinto Boutin a tradire l’umanità. Sperando di non finire con un secondo traditore sottomano, con un corpo e un addestramento da supersoldato per giunta…

Credo che mi ricorderò di questo come l’anno in cui ho scoperto John Scalzi: è il suo terzo romanzo che leggo quest’anno e, indovinate un po’, mi è piaciuto.
Scalzi ci aveva già mostrato l’addestramento di soldati spaziali in Morire Per Vivere, e sta ben attento a non ripetersi troppo qui, vista la natura delle Forze Speciali. All’inizio i due romanzi sembrano simili, ma non potrebbero essere più diversi. Scalzi costruisce una storia di guerra soddisfacente, bilanciando gli aspetti tragici e comici della situazione, ma non si limita a fornirci una sequela di belle scene d’azione (che quando ci sono rimangono godibili).

La verità è che tratta pure temi molto seri. Se era facile, almeno in apparenza, per John Perry in Morire Per Vivere fare le sue scelte, che genere di scelte può fare uno come Jared Dirac? Lo stesso discorso vale anche per gli altri soldati delle FS, ovviamente, e per alcuni degli alieni. Esiste Jared Dirac, o è solo un clone di Boutin in mente e spirito? Jared dovrà scoprire chi è, perché come dice il caro vecchio Sun Tzu, non si può combattere un nemico se non si conosce sè stessi.
Ci sono anche parallelismi interessanti da notare: le FS e gli alieni Obin hanno qualcosa di molto importante in comune, e da qualche parte nello spazio due bambine di due razze molto diverse piangono spaventate.

Non è un romanzo perfetto, e comparato al Collasso dell’Impero ha un inizio più lento (a parte il prologo, molto carino) e molti più spiegoni. Sì, lo so, mi lamento sempre delle stesse cose, ma proprio mi disturbano la lettura. Fortunatamente è un romanzo relativamente vecchio, e ho l’impressione che Scalzi stia migliorando. Non che abbia risolto la cosa, ma ci sono miglioramenti.
Se cercate un bel romanzo con la giusta dose di azione e sentimenti, dategli una possibilità.


 

Author: John Scalzi

Genre: military SF

Year: 2006

Notes: second book in the Old Man’s War universe, you don’t actually need to read Old Man’s War to enjoy it (but read it, because it’s a great novel).


The Colonial Defense Forces (CDF) are tasked with keeping the human colonies in space safe from any aggression. And the space is a dangerous place, considering the various alien races that inhabit it, some of which are much more advanced than human or find humans quite tasty. Worst of all, the CDF leaders find out that one of their leading scientists, Charles Boutin, has betrayed humanity and created an alliance between three alien species… all with the goal of destroying humanity. Finding Boutin is now essential to the safety of humanity: he simply knows too much, and may succeed if he isn’t stopped. After faking his own death, Boutin has left a recording of his consciousness, and the CDF agrees on a desperate plan: they load the copy of Boutin’s mind in the head of a soldier of the Ghost Brigades, Jared Dirac. Jared is treated as any other Special Forces soldier, but his commander Jane Sagan knows about him, and keeps an eye on him: everyone is waiting for Boutin’s personality to emerge, and to see if they can use what he knows to fight the real Boutin. Hoping they don’t end up with a second traitor, this time with the body of a super soldier…

 

I think I will remember this year as the year in which I discovered John Scalzi: this is his third book I’ve read and, huge fucking surprise, I enjoyed it.

He had already showed space military training in Old Man’s War, and he averts the danger of repeating himself here, as the Special Forces are quite different. At the beginning the two novels may be similar, but they couldn’t be more different. Scalzi gives us a convincing piece of military fiction, with a good focus on the tragic and comic aspects of war, but he doesn’t limit himself to showering us in good action scenes – when he does, they’re satisfying as usual.

No, he tackles very serious themes. If it was apparently easy for John Perry in Old Man’s War to make his choices, what kind of choices does a person like Jared Dirac have? This is true also for the other soldiers of the Special Forces, and for some aliens as well.

Does Jared Dirac even exists, or is he just a clone of Boutin in mind and spirit? Jared will have to find it out who he is, because as Sun Tzu said, you can’t fight an enemy if you do not know yourself. There is also plenty of room to enjoy the parallelisms between many elements: the Special Forces and the alien race Obin have something striking in common, and somewhere in space two little girls of two different races cry for their families.

It’s not a perfect novel because, compared to, say, The Collapsing Empire, it has a bit of a slow start (not the first scenes, those are gold) and much more infodumps. I’m getting boring with this, I know, I just want them less and less. Luckily this is a relatively old novel, and Scalzi got slightly better in dealing with these. Not ideal, but he made progresses.

If you want a novel with a nice balance of action and feels, this will be your kind.

 

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Recensione / Review: Elysium

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Genere: fantascienza, distopia

Anno: 2013

Diretto da: Neill Blomkamp

Cast: Matt Damon, Jodie Foster, Alice Braga, Sharlto Copley, etc

 

Corre l’anno 2154. C’è stato un drastico aumento di popolazione e inquinamento, i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi, al punto che i più benestanti vivono su Elysium, una stazione spaziale in orbita intorno alla Terra che assomiglia a un poster vintage di fantascienza. Chi vive su Elysium ha accesso a tecnologia ad alto livello, il che include vasche curative che eliminano le malattie e rallentano l’invecchiamento. Sulla Terra la vita non è altrettanto piacevole… per questo molti cercano di raggiungere Elysium in navicelle costruite in maniera artigianale, molti dei quali sperano di poter curare i propri cari malati.La Segretaria della Difesa Delacourt non tollera questa “invasione”.

Max Da Costa, il nostro protagonista, è un ex ladro d’auto che fa l’operaio. Un giorno viene ferito da un poliziotto robot e rivede Frey, la sua amica d’infanzia, a lavorare all’ospedale. I problemi nascono quando viene coinvolto in un incidente in fabbrica e viene esposto a una gran quantità di radiazioni. Non gli restano che pochi giorni da vivere, e decide cosa fare: va dal suo amico Spider, hacker e trafficante, il quale gli deve un favore. Ma per avere il biglietto per Elysium che vuole, Max dovrà fare un ultimo favore a Spider e scaricare i dati cerebrali di un cittadino di Elysium. Qualcuno come il direttore della fabbrica di Max, ad esempio…

 

L’inizio è promettente, atmosfera e ambientazione non sono originali ma sono efficaci. Alcuni personaggi secondari sono ben riusciti, come Spider. Ma tutto il resto mi ha fatto domandare se davvero ci fosse il regista di District 9 dietro. Mentre District 9 usava elementi classici mescolati a idee innovative, a questo film manca quel tocco interessante, al punto che non c’è niente di notevole in questo film. Il duello contro l’antagonista principale, Kruger, è praticamente noioso da vedere, il finale è un cliché terribile che sembra quasi ammuffito, a coronamento di un film che ha voluto giocare sul sicuro con tutto e non ha ottenuto niente. La sottotrama potenzialmente interessante sparisce presto in una nuvola di noia, e l’avvelenamento da radiazioni di Max è presto dimenticato appena acquisisce il suo bel esoscheletro (che non dovrebbe avere effetti curativi su di lui). Ci sono solo due personaggi femminili, la madre/infermiera e la stronza ambiziosa. E oltretutto tutti questi difetti emergono ancora di più se posti uno vicino all’altro, in una combo alquanto fastidiosa. Uno o due di questi elementi non uccidono un film, ma messi assieme l’effetto è letale. Guardatelo solo se non avete altra scelta, o se dovete stirare: perfetto come sottofondo per smaltire quella pila di panni che vi aspetta, che tanto se vi perdete una scena o due non è grave.


 

Genre: sci-fi, dystopia

Year: 2013

Directed by: Neill Blomkamp

Cast: Matt Damon, Jodie Foster. Alice Braga, Sharlto Copley, etc.

The year is 2154. Population and pollution have increased greatly. The poor have become poorer and the rich richer, to the point that rich people now live on Elysium, a space station that orbits the Earth and looks like straight out of a vintage sci-fi poster. Those who live on Elysium have access to high level technology, including designer capsules that can cure all illnesses and slow the aging process. On Earth life is not so glamorous. That is why many people try to reach Elysium in scavenged ships, hoping to save their sick loved ones. Secretary of Defense Delacourt does not tolerate this “invasion” very well…

Max Da Costa, our main character, is an ex con who now works in a factory. One day he gets hurt by the robot police and visits the hospital, where he sees his childhood friend Frey who now works as a nurse. The day after he gets in a factory accident and receives a great amount of radiation. He has only a few days to live, and he knows what to do. He visits his old friend Spider, a smuggler and hacker, who owes him a favor. He wants a ticket for Elysium and a med capsule, the only thing that could save him now. Spider agrees, but he has to do one last job for him: capturing an Elysium citizen and downloading his brain data. Max chooses his factory employer, and that’s when the trouble begins…

The movie starts out promising. The atmospheres and setting are nicely created, even if not incredibly original. Some secondary characters are very interesting and believable, like Spider. But everything else will make you doubt that this was done by the same man who wrote and directed District 9. While District 9 could use traditional plot structures mixed to interesting and new elements, the biggest fault of Elysium is that it is lacking that “breath of fresh air” effect that made his other movie stand out. There is nothing that stands out in Elysium in no specific way.

The duel against the main bad guy, Kruger, is almost boring to follow; the ending is so cliché that sounds even more stale in a movie that wanted to make safe bets on everything and ended up being plain. The subplot on Elysium starts promising but disappears in the background in a completely predictable way. Max’s radiation poisoning gets quickly forgotten, as soon as he gets his cool exoskeleton (which is not supposed to have any anti-radiation effect) he seems to be pretty cool with it. There are only two female characters, the mother/nurse and the ambitious bitch. Again, all these faults stand out even more when paired with the others in a not so nice combo effect. One or two of these do not kill a movie. But all of them together hit it quite hard.

Should you watch Elysium? If you have an evening to kill and are bored, yeah, sure. This is what I would classify as an “ironing movie”: if you have a pile of clothing to iron and want something to watch in the background this one is great, because even if you miss a scene or two it’s quite easy to imagine what happened.

Racconto breve: Gusti da Altri Mondi / Short story: Otherworldly Tastes

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“Sì, ti sento forte e chiara. C’è un po’ di confusione perché, come vedete alle mie spalle, la prima Fiera Interplanetaria Alimentare “Gusti da Altri Mondi” sta avendo un successo oltre ogni aspettativa. Rappresentanti da tutte le specie senzienti conosciute sono qui per presentare a un pubblico di curiosi e appassionati le loro ricette più tipiche. C’è la più grande varietà di profumi che io abbia mai sentito, vorrei potervelo trasmettere. Ecco, ad esempio qui c’è una bancarella di un ko’raliano. Questa zuppa di verdure ha un aspetto delizioso!”

“Le sconsiglio di assaggiarla, è velenosa per gli umani.”

“Ecco il nostro ospite, il responsabile della sicurezza della stazione spaziale. Grazie per essere qui, Sola Res.”

“Grazie a te. Mi dispiace negarti la zuppa, ma se vuoi, laggiù trovi una bancarella dalla luna di Zow, e hanno delle tersine fritte che sono deliziose. Sanno di anguilla, sai?”

“Sei un vero esperto!”

“Faccio solo il mio dovere. Qui ci sono tante specie diverse ed è necessario assicurarsi che tutto sia perfetto. Il cartello qui indica quali specie possono mangiare la zuppa, e come vedi il simbolino degli umani, questo qui, è barrato.”

“Ottimo! Cari spettatori, mi raccomando, prestate attenzione ai simboli. Vedo che hai prestato molta attenzione anche ai minimi dettagli.”

“Non potrebbe essere diversamente. La guerra tra Oosh e Albeth è finita meno di sei mesi fa, ci sono ancora parecchie tensioni nell’aria.

“Anche le Tigri della Notte rimangono una minaccia non indifferente, giusto?”

“Oh sì, i controlli sono strettissimi.”

“Il loro leader, Foyle, ha dichiarato che ci sarà del caos perché umani e extraplanetari non possono andare d’accordo. Ma a giudicare da questo pubblico proveniente da tutto il mondo, anzi, da tutti i mondi, si direbbe che ha fallito.”

“Non avrei saputo dirlo meglio. Inoltre–”

Da una sala lontana della stazione spaziale echeggiò un esplosione.

 

“Spero proprio tu abbia una spiegazione, altrimenti puoi farmi avere le tue dimissioni domattina, e ringrazia che non è morto nessuno.”

“Posso spiegarle tutto, signor direttore.” Sola armeggiò con il proiettore olografico al braccio. “Non si è trattato che di un incidente. Guardi qui, l’esplosione è avvenuta presso questa bancarella dalla luna di Oosh e…”

“Quei cosi tondi lì… si mangiano?”

“Sì, il nome non lo so pronunciare, ma li raccolgono dal mare e li fanno fermentare. L’esplosione è stata causata dall’eccessiva fermentazione di tre di quelli, li vede nel video che sono più grandi degli altri?”

“Sembrano palloncini.”

“Esatto. Pare che più siano fermentati più siano buoni, ma hanno esagerato e c’è stata l’esplosione, il panico ha fatto il resto. La delegazione di Oosh concorda, e ha già presentato le sue scuse formali. La delegazione di Albeth non ha fatto dichiarazioni, anche se sui giornali satirici credo troverà qualche insulto alla cucina Ooshana.”

Il direttore sospirò e lo congedò senza dire una parola.

 

Sola Res si chiuse la porta della camera alle spalle e si collegò al terminale usando una rete secondaria. Inserì una password speciale e il canale sicuro d’emergenza venne creato.

Dall’altro lato gli rispose l’immagine sfocata di una persona con delle strisce dipinte sul viso.

“Buonasera, capo.”

“Buonasera un cazzo, siete proprio dei coglioni. Avevate un incarico, uno. E non avete trovato di meglio che delle palle marine? Una bomba normale era troppo banale?”

“L’idea era quella di scatenare caos, ci era sembrato un buon piano.”

“Sono sicuro che Foyle sarà d’accordo e sarà clemente col vostro fallimento.” replicò Sola, la voce intrisa di sarcasmo.


 

“Yes, I can hear you. There’s some noise here because, as you can see behind me, the first Interplanetary Food Fair “Otherworldly Tastes” is being more successful than we could possibly expect. People from all sentient species humanity has met are here to show to a curious or expert audience their typical recipes. There’s the greatest variety of scents I’ve ever smelled, I wish I could transmit that too! Here we have a Ko’ralian stall. This vegetable soup has a delicious look!”

“I don’t recommend trying it, it’s toxic for humans.”

“And here comes our guest, the man responsible for the security of the entire space station Thank you, Sola Res.”

“Thank you for inviting me. I’m sorry to deny you the soup, but if you’re feeling adventurous there’s a stall from the moon of Zow, they sell fried tersinas and they’re excellent. Taste kinda like eels.

“You’re a true expert!”

“I’m only doing my job! There’s many different species here, I need to be sure everything goes as planned. This sign here says which species can try this soup, and as you can see the symbol for humans – this one – has a stripe across it.”

“Great! Be careful, dear audience, always read the symbols. I see a great attention to detail here.”

“It couldn’t be any other way. The war between Oosh and Albeth has been over only for six months, and there’s still some tension in the air.”

“And there’s the Night Tigers as well, right? They’re still a threat?”

“Oh yes, security is quite tight.”

“Their leader, Foyle, said there will be chaos since humans and extraplanetaries cannot live together in peace. But judging from the amount of people from all over the world – no, all over the worlds – one might say he has failed.”

“I couldn’t put it better. Also–”

From a distant room on the space station, everyone could hear the echo of an explosion.

 

“I hope you have an explanation, or you can say goodbye to your job. And be thankful nobody died.”

“I can explain everything, sir.” Sola activated the holoprojector at his arm.

“It was just an accident, sir. Look here, the explosion happened next to this stall from the moon of Oosh and…

“Those round things… they eat that?”

“Yes, I can’t pronounce the name, but they find these spheres in the sea and leave them someplace to ferment. The explosion was caused from the excessive fermentation of three of them, as you can see from the video they’re bigger than the others.”

“They look like balloons.”

“Exactly. Apparently, the more they ferment the better, but they went a little overboard with fermentation times and the spheres exploded, and then someone panicked. The delegation from Oosh agrees, and has already sent their formal apology. The delegation from Albeth didn’t say anything, but I bet you’ll find some insults to Ooshan cuisine on their satirycal news.”

The station director sighed and sent him away without a word.

 

Sola Res closed the door behind him and connected his computer using a secondary net. He typed a special password and opened a secret emergency channel. On the other side, the blurred face of a person with stripes painted on their face appeared.

“Good evening, boss.”

“Good evening my ass, you’re a bunch of idiots. You had one job, one, and couldn’t find anything better than some sea balls? Was a traditional bomb too mainstream for you?”

“We were supposed to create some chaos, it felt like a good plan.”

“I’m sure Foyle will agree and will be indulgent with your failure.” replied Sola, the voice thick with sarcasm.

Recensione: La Difesa di Shora / Review: A Door Into Ocean

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Autore: Joan Slonczewski

Genere: fantascienza, space opera

Anno: 1986

Note: ho letto la traduzione italiana di Giampiero Cossato & Sandro Sandrelli per Cosmo Argento (1988). Per le note sulla traduzione, vedi in fondo.

Vincitore del John B. Campbell Memorial Award nel 1987.


Siamo in un altro universo. La città portuale di Chrysoport è sorpresa dall’arrivo di due abitanti della vicina luna, Shora, detta anche la Luna Oceano perché interamente coperta da mari. Gli abitanti di Shora assomigliano a donne dalla carnagione purpurea, senza capelli e con gli arti palmati, e due di loro, Merwen e Usha, sono venute a Chrysoport per imparare cose nuove sugli abitanti del pianeta Valedon. Spinel, il figlio di un tagliapietre, è incuriosito da loro due e ottiene il permesso di andare con loro su Shora. Non è facile all’inizio, ma Spinel impara a vivere come Merwen, Usha e le altre spartienti (così si autodefiniscono le abitanti di Shora), e a capire come tutte le forme di vita di Shora siano collegate in un delicato equilibrio. All’inizio non tutte le spartienti accettano la sua presenza, ma Spinel costruirà un legame con quel posto e con le sue genti. C’è un altro valedoniano che ha un forte legame con quelle spartienti: Berenice, detta Nisi. Berenice è una nobildonna ricca e influente, ma spesso lascia la sua vita agiata e il suo importante fidanzato, il bel generale Realgar, per andare a vivere su Shora con le spartienti. Sia le spartienti che i valedoniani si chiedono se l’altro sia umano: è difficile per le spartienti immaginare una vita sulla terraferma, visto che sono abituate all’acqua e alle cose viventi. Gli abitanti di Valedon cercano di commerciare con Shora, e sebbene non vada tutto a gonfie vele la situazione non è nemmeno disastrosa. I veri problemi iniziano quando viene ordinata l’invasione di Shora, e dev’essere Realgar a guidarla…

Joan Slonczewski considera il suo romanzo una risposta a Dune, ed è facile capire perché: invece di una società profondamente maschile e sessista concentrata intorno a un pianeta desertico, qui abbiamo una società femminile che vive in un pianeta acquatico… ed è pure una società nonviolenta. Un bel contrasto coi Fremen, non c’è che dire.
Ma dopotutto il linguaggio stesso delle spartienti entra in gioco: conosco la differenza tra soggetto e oggetto, ma la loro lingua non fa differenza tra i due. Non si può dire “mi devi obbedire”, perché significherebbe automaticamente “devo obbedirti”, portando a un significato del tipo “dobbiamo raggiungere un accordo.”

La Difesa di Shora è un romanzo di opposti: il figlio di un tagliapietra va a vivere su un mondo dove la pietra è una cosa morta nel migliore dei casi o, peggio, un pericolo; una donna che vive tra ricchezze e privilegi su Valedon si sente più a suo agio a tessere seta marina su un albero zattera.
Pietra contro acqua, manipolazione della tecnologia contro manipolazione delle forme di vita, e violenza contro nonviolenza.

Ma non aspettatevi un romanzo in cui tutto ciò che è femminile è migliore a prescindere e ciò che è maschile rappresenta il male: ci sono soldatesse nell’esercito invasore, e Spinel riesce a rimanere sé stesso pur diventando una sorella spartiente: in effetti, diventa una spartiente migliore di Nisi stessa, in un certo senso. L’antagonista di questo romanzo non è l’uomo, ma la violenza e la tendenza a ricorrervi per risolvere i problemi. Ogni personaggio possiede una sua profondità, e persino Realgar, all’apparenza il simbolo della mascolinità aggressiva, che combatte per il Patriarca, è un personaggio sfaccettato, tormentato e ricco di problemi e punti degni di interesse.
Il modo in cui le spartienti si difendono è coinvolgente, e anche se il romanzo è decisamente lungo, non c’è una singola pagina di troppo. Una lettura a dir poco consigliata.

Note sulla traduzione: Peccato per qualche imprecisione e dettagli che potevano essere risolti in fase di revisione, perché i problemi grossi sono stati affrontati molto bene. Mi piace molto la resa di “sharer” come “spartiente”.


 

Author: Joan Slonczewski

Genre: sci-fi, space opera

Year: 1986

Notes: I’ve read the italian edition published by Cosmo Argento in 1988 and translated by Giampiero Cossato & Sandro Sandrelli. Winner of the John B. Campbell Memorial Award in 1987.


We are in a distant universe. The port city of Chrysoport is surprised by the sight of two inhabitants of the nearby moon, Shora, a place fully covered by oceans. The inhabitants of Shora look like purple-skinned women without body hair and with webbed feet, and they’ve come to learn new things about the inhabitants of the planet Valedon. Spinel, the son of a stonecutter, is fascinated by them and obtains the permission to follow them on Shora. It’s not easy at first, but Spinel learns to live with Merwen and Usha and their sisters, and how the delicate equilibrium of the many lifeforms of Shora works. He isn’t easily accepted by all sharers – that’s how the citizens of Shora call themselves – but he forms a bond with that planet. He learns to live on raft trees and to swim as best as he can. Another person of Valedon has a strong bond with the sharers: it’s Berenice, called Nisi by the sharers. Berenice is a powerful noblewoman who often leaves her riches and her powerful fiancé, the handsome general Realgar, to live on Shora among the sharers. Both the sharers and the inhabitants of Valedon question if the other is human: it’s hard, for the sharers, to live on dry land, as they’ve constantly been connected with water and living things. The citizens of Valedon attempt to commerce with Shora, and while things don’t go super smoothly it is not a severe problem either. The problems start when an invasion of Shora is ordered, and Realgar is to lead it…

 

Slonczewski considers this novel her answer to Dune, and it’s easy to understand why: instead of a deeply masculine (and sexist) society focused on a desert planet, here we have a deeply feminine society living on an oceanic planet… a fully non-violent society as well. Quite different from Dune’s Fremen. This is where the language of the sharers comes into action: they know the difference between subject and object, but their language does not differentiate between them. It’s impossible to say to someone “you must obey me”, because it would also mean “I must obey you”, and thus the meaning would be “we must share an agreement”.

A Door Into Ocean is a novel of opposites: a stonecutter’s son goes to live on a world on which stone is considered a dead thing at best and a danger at worst, a woman who lives among technological riches and privileges on Valedon feels better on a raft tree spinning seasilk. Stone versus water, manipulation of technology versus manipulation of lifeforms, and violence versus nonviolence.

But don’t expect a novel in which everything feminine is better and everything masculine is worse: there are women in the invading army, and Spinel manages to remain himself and a sister to the sharers: indeed, he makes a better sharer than Berenice/Nisi, one might argue. The villain in this story isn’t men or masculine things, but violence and the need to perpetrate it to solve problems. Every character is incredibly interesting, and even Realgar, a symbol of aggressive masculinity who fights for the Patriarch, is a multi-faceted tormented character with many flaws and problems.

The way the sharers defend themselves is captivating, and while the novel is quite long, there isn’t anything I would have removed.

Definitely worth a read.

Recensione: 1997 Fuga da New York / Review: Escape from New York

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Genere: fantascienza, distopia

Anno: 1981

Diretetto da: John Carpenter

Cast: Kurt Russel, Lee Van Cleef, Ernest Borgnine, etc.

Note: ha un seguito, Fuga da Los Angeles, che non è all’altezza del primo film.


Nel lontano e distopico futuro del 1997 il crimine è diventato così incontenibile che l’intera isola di Manhattan è stata trasformata in un carcere di massima sicurezza per chiunque riceva condanne a vita. Una volta dentro, tutti si arrangiano da soli e non ci sono guardie, solo altri criminali. I ponti diretti all’isola sono stati distrutti o minati. Come dice la tagline, uscire è impossibile e entrare è da folli. Quindi ovviamente il nostro eroe dovrà entrare: l’aereo del presidente è stato dirottato da dei terroristi, e il presidente è fuggito tramite la capsula di salvataggio… che è finita nel bel mezzo di Manhattan. Quando la polizia cerca di raggiungere l’isola e salvarlo, vengono costretti ad andarsene o il presidente verrà ucciso se non sottostanno alle loro richieste.

Ed ecco che arriva Jena Plissken, ex soldato delle forze speciali ora criminale a cui viene chiesto di entrare e salvare il presidente nel poco tempo che hanno a disposizione: 24 ore. Per convincerlo gli viene iniettata una tossina che lo ucciderà se non porta a termine la sua missione. Se ce la fa gli verrà concessa l’amnistia per tutti i suoi crimini. Jena risolverà la situazione a modo suo.

 

Jena è diventato subito un personaggio iconico, e non solo per il suo modo di fare ma anche per il suo aspetto: il suo look compreso di benda sull’occhio è diventato riconoscibile dovunque. Non parla molto, ma quando lo fa è difficile ignorarlo. Kurt Russel, attore simbolo degli anni ‘80 (La Cosa, Grosso Guaio a China Town), ha lavorato duramente per rendere il personaggio interessante e credibile, contribuendo alla creazione di uno degli antieroi più famosi. Notevole il mondo dei criminali su Manhattan, con i prigionieri vestiti quasi à la Mad Max, così diversi dal mondo là fuori. Jena si destreggia tra i due mondi senza appartenere a nessuno dei due.

Certo, è invecchiato come film e non è invecchiato benissimo (Grosso Guaio è invecchiato peggio), e certi elementi non ci sembrano interessanti o originali perché sono stati fonte di ispirazione di innumerevoli lavori successivi. Tanto per dirne uno, William Gibson – mica noccioline – si è ispirato a questo film per dei dettagli di Neuromante.

Un mai più senza per gli appassionati di distopie, questo film con elementi cyberpunk e postapocalittici va visto. Se non altro per godersi i riferimenti e le citazioni che ha ispirato.
E sì, in originale lui si chiamava Snake, (se vi ricordate ha un serpente tatuato), ma in italiano è diventato Jena e ormai sono abituata a chiamarlo così. Un po’ come Darth Fener e Leila e Ian.


 

Genre: sci-fi, dystopia

Year: 1981

Directed by: John Carpenter

Cast: Kurt Russel, Lee Van Cleef, Ernest Borgnine, etc.

Notes: followed by Escape From Los Angeles, not remotely as good as Escape from New York.

In the distant, dystopian year of 1997 crime is so much on the rise that the whole Island of Manhattan has been transformed into a maximum-security prison for life sentences. Once inside, everyone is on their own and there will be no guards, only other criminals. The bridges to the island have been destroyed or mined. As the tagline says, breking out is impossible and breaking in is insane. So of course the main character has to break in: the president’s airplane is hijacked by terrorist and the president escapes via life capsule.

A life capsule that falls in the middle of Manhattan. When the police tries to reach the island and save him, they are forced to leave, or the president will be killed if they don’t meet the prisoners’ demands.

Enters Snake Plissken, ex Special Forces soldier and criminal, who is asked to get in and save the president in less than 24 hours. To motivate him, he is injected with a toxin that will kill him if he doesn’t retrieve the president in time. If he manages to do it, he will be pardoned. Snake does it, but in is own way.

Snake became quickly an iconic character, not only because of his way of talking, but for his appearance, with the eyepatch and the military clothes. An action hero that doesn’t talk much but when he does, he’s remembered. Kurt Russel, iconic 80s actor (The Thing, Big Trouble in Little China), worked hard on the character to make it interesting and believable, giving life to a true antihero. I enjoyed the portrayal of the life inside Manhattan, the inmates dressed like Mad Max characters and the stark difference between the prison and the world outside it. And, of course, seeing how Snake navigates between those two worlds, as if he belongs to neither of them. Now, the movie is old, of course, it hasn’t aged that well (not as badly as Big Trouble in Little China), and some elements may not seem original or interesting because the movie has been used as inspiration source for many different works.

If I were to write just one, it would be that William Gibson – yes, that William Gibson – appreciated the movie and, in fact, took some of its elements as an inspiration source for Neuromancer. A dystopian must-see, with cyberpunk and post-apocalyptic elements, it’s definitely worth watching. If only, to recognize the multiple references in pop culture that originated from this movie.

Fun fact: italians know Snake as Jena (meaning hyena) because of the dubbing.

Racconto breve: Amare un Androide / Short story: To Love an Android

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“Sei sicuro che nessuno ci troverà qui?”

“Come nascondiglio ha sempre funzionato bene.” Neon chiuse la porta a doppia mandata, e ci mise una sedia davanti.

“Spero che tu abbia ragione.” rispose Ray. Neon lo guardò: gli occhi vitrei dell’androide erano rivolti all’unica finestra, rigorosamente chiusa. Dai buchetti della serranda entrava una luce rosata, proveniente dall’insegna dell’edificio di fronte.

“Sei preoccupato?” Neon accarezzò la guancia di Ray, e al suo tocco la neoplastica si intiepidì.

Ray emise un ticchettio alla base della gola – Neon aveva ormai capito che era il suo modo di sospirare – e strinse a sé Neon in un abbraccio.

“Ho paura per te, Neon. Se ti prendono…”

“Posso cavarmela in qualche modo, ma te? Ti disattiveranno, oppure ti manderanno al macero.” Neon ricacciò le lacrime, conscio che Ray non aveva modo di piangere. “Tu che sai tante cose… credi che cambierà mai, questo mondo? Voglio dire, un tempo due uomini non si sarebbero potuti sposare, e ora è storia vecchia… magari un giorno…”

“Non sarà facile. Ma spero di sì, per tutti i modelli successivi a me.”

Neon lo baciò. Ray non era programmato per quello, ma ormai Neon aveva imparato ad apprezzare quelle labbra non labbra e l’interno della sua bocca, fatto più che altro per conservare piccoli oggetti e simulare una somiglianza con l’uomo.

Il letto era piccolo e scomodo, ma si adattarono.

Con la frenesia con cui un tempo si sarebbe tolto i vestiti, Neon cercò al tatto il punto giusto dove collegare il cavo dietro alla propria testa. Passò l’altro capo del cavo a Ray, che lo inserì anche lui dietro alla sua testa.

Si strinse all’androide. “Ti amo, Ray, e non voglio perderti mai.”

“Nemmeno io.” rispose lui, e passò la mano dietro alla testa di Neon per stringerlo ancora di più.

“Attiva il collegamento o ti bacerò dappertutto e dovrai ripulirti tutto il rivestimento.” sussurrò Neon impaziente.

Ray fece la cosa più simile a un sorriso che gli era consentita dai suoi meccanismi, e attivò qualcosa dentro di sé.

Il cervello di Neon ricevette gli impulsi, e si sentì avvolto dal piacere. Non era la prima volta, eppure ogni volta gli sembrava quasi una sensazione nuova, una sensazione più bella.

Non poteva capacitarsi di come una cosa del genere potesse venire vietata. Nei momenti di lucidità lo sapeva bene, ne aveva sentite di tutti i tipi: era immorale, era un ginepraio a livello di legalità e consenso, era inquietante, era un complotto per controllare le nascite e disabituare le persone al sesso tradizionale… ma in quel momento voleva solo sentire il piacere che Ray gli dava, e che lui dava a Ray, come poteva intuire dalla leggera, piacevole scossa che emettevano le sue dita sulla pelle di Neon a intervalli regolari. I suoi sospiri di piacere. Era difficile disabituarsi a certe cose, e non riusciva a smettere di baciare Ray. Si perdette in quell’orgasmo che non aveva nulla di fisico, eppure arrivava dritto al suo cervello come un proiettile, bypassando l’inutile carne.

Per questo ci mise un po’ ad accorgersi che qualcuno stava cercando di scardinare la porta.

Se era imbarazzante farsi cogliere a letto da una squadra armata governativa, farsi trovare a letto con un androide era spesso un motivo sufficiente per cacciarsi in guai seri.

Neon guardò prima Ray e poi gli agenti del governo.

“Posso spiegare.” alzò le braccia. “Siamo disarmati, non c’è bisogno di puntarci contro quella ferraglia.”

“Lo dico io cosa c’è bisogno.” Il capo degli agenti gli puntò contro il fucile.

“Comandante Flake, un momento.” uno degli altri agenti indicò Ray con la punta dell’arma.

“Stronzo di un pezzo di ferraglia!” protestò Flake. Il display alla base del collo indicava ‘trasferimento: 15%’.

Anche Neon lo vide, e lo prese per le spalle. “Ray, no, è troppo pericoloso!”

Trasferimento: 25%.

Neon crollò sul letto come una bambola di pezza, e Flake deglutì alla vista di Ray che si metteva una mano sulla fronte come se fosse stato colpito da un’improvvisa emicrania. Troppo umano.

Passarono alcuni minuti.

“Che facciamo, capo?”

“Che cazzo vuoi che facciamo? Aspettiamo.”

Trasferimento: 87%.

L’androide RI-239 sedeva sul letto a gambe incrociate come se non ci fossero 4 agenti del governo coi fucili puntati su di lui. Il cavo lo collegava ancora a quel pervertito del suo amante, il cui corpo sarebbe morto appena il trasferimento sarebbe stato completato.

Furbo, questo pezzo di ferraglia. Si sta prendendo la coscienza di quel tipo. Non vorrei essere nei panni dei miei superiori, dev’essere un incubo legale, visto che non lo possono passare all’azienda produttrice per il reset… perché non si sono fatti ammanettare come tutti, cristo santo?

 

Un’ora dopo Neon si risvegliò da solo nell’appartamento, e ci mise un po’ a riprendersi dallo shock somministratogli dallo stesso Ray. Guardò il cavo che ancora gli penzolava dalla testa e capì. “Cazzo, Ray, cazzo, che ti faranno adesso? Bella trovata, il falso trasferimento, ma quanto durerai fingendo di essere me? E che ti faranno quando lo scoprono?”

Le luci al neon che filtravano dalla serranda sembravano non avere risposta per lui.


 

“Are you sure no one will find us here?”

“It’s always worked as a hideout.” Neon locked the door and placed a chair to block it.

“I hope you’re right,” Ray replied. Neon looked at him: the glassy eyes of the android were facing the only window in the room, a window that was closed and with its blinds closed too. Frome the holes in the blinds came a faint pink light from the light sign on the building facing them.

“You’re worried?” Neon caressed Ray’s cheek, and at his touch the neoplastic became warm. Ray emitted a clicking sound from the base of his throat – Neon knew it was his way of sighing – and held Neon close.

“It’s you I am worried for, Neon. If they catch you…”

“I can deal with it, somehow. But you? They’ll deactivate you or destroy you and…”

Neon held back tears, knowing Ray had no way to cry. “You know so many things, so tell me… will this world ever change? I mean, in the past two men could never marry but now they can… maybe someday…”

“It will not be easy. But for the sake of everyone that will be produced after me, I hope so.”

Neon kissed him. Ray had not been built for it, but Neon had learned to appreciate those lips-not-lips, and the inside of his mouth made to hide small objects and to make Ray look kinda like a human.

The bed was small and uncomfortable, but more than enough for both or them. With the same excitement he felt when he used to remove his clothes at this stage, Neon searched the right place in which to insert the cable behind his head. He gave the other end of the cable to Ray, who did the same.

 

He held the android tight. “I love you, Ray, I don’t want to lose you.”

“Neither do I.” Ray answered, his hand behind the human’s head to keep him close.

“Activate the link, or I’m gonna kiss you everywhere and you’ll have to get your casing cleaned.” Neon whispered impatiently.

Ray did the best impression of a smile his structure allowed him, and activated the link within himself.

Neon’s brain received the impulses, and a wave of pleasure reached him. It wasn’t the first time, and yet every time it felt new and beautiful. He couldn’t understand how something like that could be forbidden. When his mind wasn’t clouded by pleasure he knew, he had heard hundred of different things: it was immoral, it was a clusterfuck when it came to law and consensus, it was creepy, it was a plot to reduce births and the normal rates of traditional sex… but in moments like these, Neon only cared about the pleasure Ray gave him, and that he gave to Ray, as he could guess from the faint, pleasurable shock that Ray’s fingers emitted every now and then. His own way to express pleasure. It was hard to break certain habits, and he couldn’t stop kissing Ray. He abandoned himself to that orgasm that was not physical but mental, bypassing the pointless flesh.

That’s why it took him a few seconds to realize that someone was trying to break in. If being caught in bed with someone by a government squad was embarrassing, being caught with an android was a free ticket to trouble country.

Neon looked at Ray first, and at the government agents later.

“I can explain.” he raised his hands. “We’re unarmed, there’s no need to aim that metal junk at us.”

“I’ll decide if there’s a need or no,” barked the agents’ boss, aiming his rifle at Neon.

“Commander Flake, wait.” another agent pointed at Ray with the barrel of his rifle.

“Fucking piece of fucking junk!” Flake protested. At the base of Ray’s neck a display read ‘transferring: 15%’.

Neon saw it too, and placed his arms on Ray’s shoulders.

“No, Ray, don’t! It’s too dangerous!”

‘transferring: 25%’.

Neon fell on the bed like a ragdoll and Flake gulped at the sight of Ray putting a hand on his forehead, as if he had been struck by a sudden headache.

Too human.

Minutes passed.

 

“Commander, what do we do?”

“What the fuck do you want to do? We wait.”

‘transferring: 87%’.

The android model RI-239 sat on the bed, its legs crossed, as if there weren’t four government agents with his rifles pointed at it. The cable still kept it linked to that pervert of its lover, whose body would have died as soon as the transfer would have been completed.

What a sly piece of junk. He’s transferring the conscience of that dude into itself. I wouldn’t want to be in my boss’ position, I bet it’s a legal nightmare… they can’t give it back to the manufacturers for the reset like this… letting us handcuff both of you would have been too easy, mh?

 

An hour later Neon wake up alone in the apartment, and it took him a while to recover from the shock caused by Ray. He looked at the cable still hanging from his head, and understood.

“Fuck, Ray, fuck, what are they gonna do to you now? Nice idea, the fake conscience transfer, but how long are you going to last before they find out the truth? And what are they gonna do to you then?”

The neon lights filtering from the shutters had no answers for him.

 

Recensione / Review: Real Mars

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Autore: Alessandro Vietti

Genere: fantascienza, distopia

Anno: 2016

Note: vincitore del Premio Italia, pubblicato da Zona 42.


Come fa l’umanità ad arrivare sul pianeta rosso, se mancano i fondi? Beh, raccogliendo i soldi dagli sponsor, ovviamente. Ed è proprio questo il piano dell’ESA, e la navicella Europe 1 parte per raggiungere Marte con a bordo Ulrike, Therèse, Konstantin e Ettore, scelti tra i migliori per questa impresa storica. Gli sponsor non si accontentano di avere i loro nomi dappertutto: per anni l’equipaggio della Europe 1 verrà seguito da telecamere piazzate dovunque sulla navicella, diventando così il reality show definitivo. Quasi tutto il mondo paga e si abbona a Real Mars per poter osservare costantemente i quattro astronauti in tutti i momenti della giornata, facendo scommesse sui possibili rapporti amorosi e sulle crisi di nervi. Ben presto tutto il pianeta Terra diventa Real Mars-dipendente. E l’equipaggio della Europe, beh, sapevano che sarebbero sempre stati osservati… ma non si aspettavano la serie di eventi misteriosi che cominciano a verificarsi, incluse le voci di un possibile quinto membro dell’equipaggio che causano parecchie notti insonni. Real Mars è determinato a diventare il reality show più famoso della storia… ma a che prezzo?

 

Ambientato in quello che sembra un futuro molto vicino, Real Mars ci mostra molti personaggi italiani dello spettacolo e della cultura a noi ben noti, ma anche tecnologie futuristiche e un’esperienza di realtà virtuale così immersiva che non sarebbe fuori posto in un romanzo cyberpunk classico. L’intero romanzo è in equilibrio tra il tragico e il comico, mostrandoci gli aspetti più grotteschi del programma. Vediamo Real Mars dagli occhi di tanti cittadini del mondo, e per fortuna il romanzo non si limita a fare la morale alle “persone dipendenti dalla tv”, mostrandoci anche coloro per cui la vista di quelle quattro persone nello spazio è una via di fuga, di consolazione, di coraggio e tanto altro. Questi frammenti ci mostrano anche quanto e come il mondo è cambiato, e lo vediamo anche tramite le pubblicità che ovviamente vengono piazzate nei momenti cruciali dello show, come vuole la tradizione televisiva.

 

Che lo stile sia particolare lo si nota fin dalle prime pagine, e le metafore e il linguaggio usati da Vietti ci costringono a non dimenticare mai come ciò che è divertente è anche triste, e viceversa. Vero, alcune metafore sembrano esagerate o fuori posto a volte, perché è un gioco molto difficile da giocare ed è essenziale non sembrare una parodia dello stile che si vuole adottare. Se siete lettori che detestano le metafore in maniera assoluta, non credo sia il libro giusto per voi, perché ce ne sono parecchie… la maggior parte delle quali sarebbero un incubo in fase traduttiva. Anche se il finale è scioccante, ho avuto l’impressione che ci fossero alcune linee narrativa lasciate aperte. Forse per scelta, perché come problemi contano poco rispetto alle vicende del finale, ma avrei voluto saperne molto di più…

In ogni caso Real Mars è una distopia che vale la pena di leggere, e spero che un giorno venga tradotta, perchè ardo dalla curiosità di sapere cosa penserebbe un non-italiano di questo romanzo. Non starebbe male su uno scaffale vicino a The Martian.


 

Author: Alessandro Vietti

Genre: sci-fi, dystopia

Year: 2016

Notes: winner of the Italia Award, published by Zona42. No english translation exists yet.


How can humanity get on the Red Planet, if there’s no money for it? Well, you gather money from sponsors, of course. And that’s precisely what the ESA does, and the Europe 1 leaves the our world to reach a far distant one. Aboard the Europe 1 there’s Ulrike, Therèse, Konstantin and Ettore, four astronauts which have been chosen among the best. The sponsors aren’t satisfied with putting their names everywhere, of course: for years the crew of the Europe 1 will be followed by everyone on Earth thanks to cameras placed everywhere on their small ship, becoming the ultimate reality show. Pretty much everyone pays and subscribes to Real Mars to get the chance to observe the four astronauts in every moment of their days, betting on future love stories and nervous breakdowns. Indeed, the whole planet becomes quickly addicted to Real Mars. And the crew, well, they knew what they had signed up for… but strange things keep happening. There’s rumors of sabotage, rumors of a mysterious 5th crew member which causes them many sleepless nights. Real Mars seems determined to become the most famous reality show in history… but at what cost?

 

Set in what looks like a very close future, the novel features many famous italian personalities belonging to the worlds of television, of culture and so on, but also futuristic technologies and an immersive reality experience that wouldn’t be out of place in a traditional cyberpunk novel. The whole novel walks on the edge between tragic and hilarious, showing us the most grotesque aspects of such a pervasive show. We see Real Mars from the eyes of various citizens of the world, and luckily the novel goes beyond a simple critique of “people are addicted to technology/television”, showing us even those for which the sight of four people in space is consolation, escape, bravery and much more.

These fragments also serve the purpose of telling us how the world has changed, and to help us with it we even have the ads of various products, strategically placed before the crucial moments of the show, like reality tv demands.

It’s easy to notice since the first pages how peculiar the style is, and the metaphors and the language adopted by Vietti force us to never forget how everything funny is also sad, and vice versa. True, some metaphors sound a bit odd and out of place, because it’s a risky game to play and it’s important not to look like a parody of what the style is supposed to sound like. If, as a reader, you absolutely loathe metaphors, maybe this isn’t the best read for you, because there are a lot of them. Most of which would also be a nightmare if someone were to translate them.

While the ending is quite shocking, I felt there were some narrative threads which had been left open. Granted, maybe it’s a choice, as if those problems do not matter if compared to what happens in the end, but there’s much more I would have liked to know…

Still, Real Mars is a dystopia I consider definitely worth reading, and I hope it gets translated someday, because I would love to know what a non-Italian would think of this novel…. it wouldn’t be out of place on a shelf next to The Martian.

Recensione / Review: Nirvana

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Genere: fantascienza, cyberpunk

Anno: 1997

Diretto da:  Gabriele Salvatores

Cast: Christopher Lambert, Diego Abatantuono, Stefania Rocca, Emmanuelle Seigner, Sergio Rubini, ecc.


Nel futuristico Agglomerato Nord vive Jimi, un programmatore di videogiochi di successo che lavora per la Okosama Starr. Natale è alle porte, e presto la sua ultima creazione, il videogioco Nirvana, verrà messo sul mercato. Ha solo qualche giorno per occuparsi degli ultimi dettagli, ma non riesce a smettere di pensare a Lisa, la sua ex ragazza, che lo ha lasciato un anno prima. Ma il vero problema è che a causa di un virus il protagonista di Nirvana si è reso conto di essere in un videogioco: si ricorda tutte le volte in cui è morto nel corso della partita, e cerca di evitare di morire nuovamente e di convincere Anna, una png (personaggio non giocante), che il loro mondo non è reale.

Jimi ricorrerà a Joystick, un ex “angelo” (hacker, cowboy del cyberspazio) che ha venduto i suoi occhi al mercato nero e conosce tutti nelle periferie e nei distretti più sordidi, e a Naima, una hacker e esperta di tecnologia dai capelli blu.

Questo è quel genere di film che fa sì che l’appassionato di fantascienza italiano medio si chieda “quando e perché abbiamo smesso di fare questi film?” Perchè anche se non è perfetto, è un film che vale assolutamente la pena vedere. Venuto prima di Matrix e di altri successi a tema, esplora i temi classici del cyberpunk in maniera molto interessante.

Cosa significa essere umano e essere liberi? La realtà è reale o è una simulazione? L’influenza delle opere di Dick e Gibson è palese, ci sono atmosfere degne di Neuromante, tra multinazionali malvagie, strade illuminate dai neon e quartieri pericolosi. Droghe, cacciatori di organi, strano misticismo che non sarebbe fuori posto in un romanzo di Gibson (vi ricordate i Loa del voodoo, no?), un mondo dove spiritualità e tecnologia sono strettamente collegati. Il tutto, però, con un occhio strettamente italiano: Joystick ha un modo di parlare e di atteggiarsi che non riesco a non definire “italiano”, e la presenza di attori italiani famosi (spesso famosi per i loro ruoli comici) in un contesto del genere è curiosa ma perfetta… al punto che è proprio Christopher Lambert a sembrare fuori posto, con la sua aria sempre perplessa e una recitazione non proprio spontanea.

Il cyberspazio non è un luogo epico, ma emotivo: forse per via di una mancanza di fondi, si è preferito sfruttare il fattore emotivo, e funziona. Luogo ricco di misteri ed illusioni, e con qualche riferimento a Neuromante qua e là, risulta comunque efficace anche nella sua ignoranza (intesa in senso neutrale/positivo) di cosa sarebbe diventato internet nel futuro… è il cyberpunk, bellezza.

Non ho apprezzato molto l’evento scatenante iniziale, perché poteva essere gestito in maniera molto più efficace. Alla fine, però, la cosa importante è che rimane un film godibile (un po’ come Hackers), un elemento del cinema cyberpunk che un appassionato non dovrebbe trascurare.


 

Genre: sci-fi, cyberpunk

Year: 1997

Directed by: Gabriele Salvatores

Cast: Cristopher Lambert, Diego Abatantuono, Stefania Rocca, Emmanuelle Seigner, Sergio Rubini, ecc.

In the futuristic Agglomerato Nord (”Northern Sprawl”) lives Jimi, successful videogame programmer employed by Okosama Starr. It’s almost Christmas, and soon his latest creation, Nirvana, will be released to the public. He only has a few days to finish the last details, but he can’t stop thinking about Lisa, his girlfriend, who left him about a year ago. And he has a bigger problem than that: due to a virus, the main character of Nirvana has suddenly become aware of being in a videogame. He remembers all his in-game deaths, and tries desperately to avoid new deaths and other problems, all while trying to convince npc Anna that their world isn’t real. Jimi will team with Joystick, an ex “angel” (hacker, decker, cyberspace cowboy, you know the drill) who sold his eyes to the black market and who knows everybody in the slums, and Naima, blue haired hacker and tech expert.

This is the kind of movie that makes the average italian sci-fi addict go “why and when did we stop making such movies?” Because while Nirvana isn’t perfect, it’s also very worth watching. It predates Matrix and other traditional cyberpunk big hits, and it deserves to be acknowledged, because the main themes are all there, and very well handled. What does it mean to be human and to have a free will, is our reality “real” or just a game? Influenced by the works of Philip Dick and WIlliam Gibson, it recreates atmospheres worthy of Neuromancer, shifting from megacorporations and neon-lit streets to the darkest and more dangerous zones. Drugs, organ hunters, weird mysticism à la Gibson, a world where spirituality and technology are immensely connected. All of these classic themes are seen from an italian eye: Joystick sometimes answers Jimi the way you’d expect an italian to do, and the presence of popular italian actors, most of which are associated to comical roles, creates a weird effect. In fact, Christopher Lambert looks a bit out of place in this universe, with his constantly perplexed face and not exactly great acting skills.

The way cyberspace is handled is not epic, but emotional. It may be due to a lack of funds, but it’s still believable in its mystery and illusions, and it includes a nice Neuromancer reference or two. After all, there’s the same ignorance (in a positive sense) and innocence that reminds us of Gibson’s ideas. What pulls the plot into action is a bit weak, unfortunately, and it could have been handled a bit better. It can be perceived as naive too, but in that wonderful sense of the term. A bit like Hackers, it creates an atmosphere you can’t stop loving. Naive, maybe, but who cares. It’s still a piece of cyberpunk cinema history, and definitely worth watching.

Racconto breve: Il Laboratorio / Short Story: The Lab

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“Dai, muoviti, vecchia ferraglia, muoviti…” borbottò Ezequiel in direzione del computer finché la scritta analisi dei campioni in corso non divenne analisi dei campioni completa.

Salvò i dati sulla sua memoria esterna e guardò l’orologio innestato ai bordi del suo campo visivo. Ore 01.32.
Nel silenzio assoluto del laboratorio deserto il suono delle ventole del computer gli sembrava quello di un aereo che decolla, e fu sollevato quando cessò. Ora poteva udire il suo respiro.

Trasse un paio di sospiri profondi e si infilò la scheda di memoria in una tasca interna della giacca. Il suono della cerniera lampo gli sembrò eccessivo, ma ricordò a sé stesso che non era il caso di preoccuparsi, almeno non per i prossimi sette minuti. Con un silenzioso ringraziamento a sé stesso per essersi fatto installare l’orologio nella cornea controllò velocemente che ogni apparecchiatura fosse spenta e camminò il più possibile vicino alla parete irta di macchinari. Conoscere il percorso sarebbe stata la sua fortuna: qualunque inesperto sarebbe inciampato nei cavi o avrebbe urtato qualcosa, attirando le guardie.

Guardie che, secondo il suo orologio, sarebbero passate per il corridoio intorno al laboratorio tra tre minuti. Si piazzò dietro alla porta e attese in silenzio. Puntuali come il fisco, i loro passi echeggiarono nel corridoio, i passi di chi non è costretto a indossare scarpe speciali per fare il minor rumore possibile, come quelle di Ezequiel. Dal suo nascondiglio Ezequiel sentiva il rumore vagamente metallico dei loro passi da robot, e d’istinto trattenne il fiato finché non si allontanarono. Attese otto minuti immobile ma impaziente. Doveva essere sicuro che fossero saliti al piano superiore, e il rumore della porta delle scale glielo confermò.

Fece la strada delle guardie a ritroso e si trovò davanti alla porta. Girò la maniglia con la mano guantata per non lasciare tracce e la chiuse alle sue spalle. Il buio era inframmezzato da una serie di piccole luci azzurre sul soffitto, ma Ezequiel sapeva che non sarebbero state utili. Spero di potermi permettere un impianto per la visione termica molto presto. Ma fino ad allora…

Un piede sulla macchia di caffè mai del tutto ripulita a pochi centimetri di distanza. Un altro più avanti, dove si incontravano quattro mattonelle. Testa bassa. Strisciare vicinissimo al pavimento per un metro circa, fino alla pianta di plastica. Lentamente, Ezequiel superò i raggi infrarossi del corridoio, il tutto senza perdere di vista l’orologio. Le roboguardie non avrebbero fatto scattare l’allarme, lui sì, perciò valeva la pena metterci qualche minuto in più.

Sospirò appoggiato alla porta. Ogni volta era una scarica di adrenalina, e sarebbe stato disonesto a dire che non gli piaceva.

Ezequiel fece due piani di scale passando per la scala anti incendio e coprendosi gli occhi il più possibile, o ci avrebbe messo una vita a riabituarsi alla semioscurità degli altri corridoi.

Il più grosso ostacolo era ora rappresentato dalla porta a DNA. Raggiungerla non era difficile, e attirare le due guardie lontano era un gioco da ragazzi. Con un disturbatore di frequenze attirò il primo drone di sorveglianza che passò, puntuale, due minuti dopo che si era appostato nel suo nascondiglio. Ezequiel lo prese delicatamente impedendo che cadesse a terra, e smanettò cambiandone il percorso previsto.

Due problemi eliminati in uno, sorrise trionfale Ezequiel mentre il drone riprendeva a volare come se niente fosse, diretto verso l’ala ovest dell’edificio e evitando la porta sorvegliata. Le due roboguardie, che si aspettavano il suo passaggio, lo seguirono quando lo videro proseguire lungo il corridoio. Avrebbe dovuto voltare verso la porta, e non lo aveva fatto, perciò le guardie erano programmate per andare a vedere se fosse successo qualcosa. Come previsto, presto Ezequiel si trovò davanti alla porta a DNA, e aveva quattro minuti per aprirla prima del ritorno delle guardie.

Frugò nello zaino ed estrasse una mano meccanica da una vecchia borsa. La piazzò sul rilevatore della porta, il quale la scannerizzò. Sul suo display apparve una scritta azzurrina: inserire retina. Ezequiel era già pronto, e infilò nello scanner un occhio meccanico con ancora i suoi cavi strappati.

La porta si aprì ed Ezequiel uscì dall’edificio, richiudendola alle sue spalle. Assaporò il profumo della notte e si allontanò percorrendo il marciapiede deserto. Ogni tanto ripensava a quando si era procurato quei componenti. Non era stato bello spingere la roboguardia X-87 nel tritarifiuti, e non ne andava fiero. Se non avesse saputo che non erano vive si sarebbe sentito in colpa e avrebbe rimuginato sul grido di terrore che aveva emesso il povero robot. Ancora adesso lo stridio del metallo nel tritarifiuti gli faceva uno strano effetto.

Ma rubare in continuazione il DNA da qualche persona sarebbe stato un problema, sarebbe stato facile provare che non erano in realtà lì in quel momento, e prima o poi sarebbe finito nei guai. A meno che non sparisse qualcosa, nessuno controllava i movimenti delle roboguardie. E Ezequiel non faceva mai sparire niente. Quella era la sua scheda di memoria, e quello era il suo computer nel suo laboratorio. E se quello era l’unico modo di finire le proprie ricerche in tempo, beh, lo avrebbe fatto così, visto che gli avevano proibito di fare altri straordinari.

Mal che vada mi riciclo come ladro, scherzò Ezequiel salendo sull’ultimo convoglio della Metro.

 


“Come on, come on, stupid piece of junk, come on…” mumbled Ezequiel at the computer until the writing on the screen changed from analyzing the samples to sample analysis: complete. He saved the data on his external hard drive and looked at the watch placed at the edge of his field of vision. It was 01.32.

In the extreme silence of the deserted lab, the sound of the computer fan reminded him of an aircraft taking off, and he sighed in relief when it stopped. Now he could hear his own breathing. He took two deep breaths and put his external hard drive in a pocket of his jacket. Even the sound of the zip felt too loud, but he reminded himself that there was no need to worry, at least not for the following seven minutes. With a silent thank you to his own decision to get a watch installed in his cornea, he quickly checked if all the equipment had been turned off. He moved slowly next to the wall, which was bristling with machinery. You had to know the perfect route: anyone inexperienced would have eventually hit something, or would have tripped on some cable, thus attracting the guards.

Guards which, according to his watch, would have covered the corridor next to the lab in three minutes. He hid behind the door and waited. As punctual as taxes, their steps echoed in the corridor, the steps of those who do not need to wear special shoes like Ezequiel to avoid any noise. From his hiding place he could hear the vaguely metallic sound of their robot steps, and held his breath until they were far away. He waited for eight minutes, impatient but without daring to move. He had to be sure they had left for the upper floor, and the sound of the staircase door being opened told him so.

He went back from where the guards had come from and opened the door with a gloved hand to avoid fingerprints. He closed the door behind him. The darkness was interrupted by small, blue lights on the ceiling, but Ezequiel knew they would have been useless for him. I hope I can afford a thermal vision implant soon. But until then…

A foot on the old coffee stain, never fully cleaned. Another forward, right at the intersection of four tiles. Keep your head down. Crawl on the floor for about one meter, until you reach the fake plant. Robot guards wouldn’t have triggered the alarm, unlike him, so he took his time for every single step forward. Slowly, Ezequiel made it through the infrared rays of the corridor, always keeping an eye – literally so – on his watch.

He sighed, leaning on the door. Every time his adrenaline made him feel crazy in this part, but he would have been a liar to say he didn’t enjoy it.

Ezequiel went down two flights of stairs using the fire exit stairs, covering his eyes as much as he could to avoid the mandatory intense lights, or it would have been hard to get used to the semi-darkness of the corridors.

The most difficult obstacle was the DNA door. It wasn’t reaching it that was hard, in fact, luring the guards away was embarrassingly easy. With a frequency jammer he lured the first surveillance drone which passed, as he expected, two minutes after he had been hiding. He caught it with his hands like a wounded bird and tinkered with it until he changed the path it had been programmed to cover.

Two birds with one stone, he smiled as the drone resumed its flight as if nothing had happened, heading for the western area of the building and skipping the DNA door.

The two robot guards, who were expecting the drone to come, followed it as soon as it ignored the door, as they were programmed to do. As Ezequiel expected, he now had four minutes to deal with the DNA door before the coming of the guards.

He rummaged in his backpack and took out a mechanical hand from an old bag. He placed it on the door detector and it scanned the hand. The scanner’s display now read Insert retina in blue letters. Ezequiel was ready, and placed an old mechanical eyeball with some wiring on the scanner.

The door opened and Ezequiel left the building, closing the door behind him. He tasted the scent of the night walking on the deserted sidewalk. Sometimes he did think about how he had gained those vital pieces. It hadn’t been nice, to push the robot guard X-87 in the trash compactor, and he was not proud of it. If he hadn’t know they weren’t truly alive, he would have felt guilty and would have brooded about the poor robot’s scream of terror. Every time he heard metal being crushed he felt a strange tingling in his stomach.

But stealing someone’s DNA constantly would have been a problem, and it would have been easy to prove that that particular person wasn’t there at the moment, and sooner or later he would have faced troubles. But unless something disappeared, no one checked on the guards’ movements. And Ezequiel never stole anything. That was his own hard drive, that was his computer in his laboratory. And if that was the only way he had to continue his research in time, well, he would have done it, since they had forbidden him to work overtime.

Worst case scenario, I can make a decent burglar, he joked as he took the last Metro train.

 

Recensione: Il Collasso dell’Impero / Review: The Collapsing Empire

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Autore: John Scalzi

Genere: space opera

Anno: 2017

Note: primo romanzo di una nuova serie. Ho letto la traduzione italiana di Annarita Guarnieri pubblicata da Fanucci (le note sulla traduzione sono in fondo alla recensione).


Gli umani hanno colonizzato lo spazio millenni fa, e viaggiano attraverso l’universo usando il Flusso, una serie di “correnti” simili a dei wormhole utilizzabili per ridurre notevolmente i tempi di viaggio. Quasi tutta l’umanità vive su habitat artificiali, stazioni orbitali o città sotterranee su pianeti brulli e inospitali, visto che i pianeti simili alla Terra sono molto rari. Ironicamente, l’unico pianeta di questo tipo, Fine, si trova alla fine delle correnti di Flusso conosciute, ed è l’insediamento più distante dalla capitale, la quale invece è piazzata in un punto di convergenza delle correnti diventando il centro politico, religioso e commerciale dell’Interdipendenza. Dato che ogni insediamento dipende molto dal commercio e dal contatto con gli altri, l’impero che li governa si fa chiamare Interdipendenza. E ora qualcosa lo minaccia.

Vista l’importanza del commercio, non è strano che molti dei personaggi della storia siano parte di questa o quell’importante famiglia a capo di una grande azienda interstellare. La famiglia Nohamapetan, ad esempio, vuole ottenere più potere e i tre membri principali della famiglia (lo spietato Ghreni, il semplice Amit e il cervello dietro ogni operazione, la loro sorella Nadashe) stanno lavorando duramente per ottenerlo.

La famiglia Lagos vorrebbe continuare i suoi affari in santa pace e grazie tante, ma se riuscisse anche a mandare in rovina i loro avversari, gli odiati Nohamapetan, sarebbe una bella aggiunta. Lo vediamo bene entrando nella mente di Kiva Lagos, già uno dei miei personaggi preferiti in assoluto (capirete perchè). Marce Claremont, figlio di un nobile di Fine, è in missione speciale per avvertire l’imperatore di un pericolo imminente. Ma l’imperatore è morto, e sua figlia Cardenia è salita al trono. Non che volesse una tale carica, ma ormai deve tenerla e usarla al meglio per salvare i cittadini dell’Interdipendenza.

Capisco perché questo romanzo è stato paragonato a Game of Thrones, visto che racconta di famiglie nobili/ricche che bisticciano su problemi minori comparati al grande problema che minaccia la loro civiltà. Ma se il paragone è con la serie tv (non ho mai letto i romanzi), allora il libro di Scalzi è diverse spanne sopra. Immaginatevi Game of Thrones senza sessismo, con personaggi femminili migliori, una trama meglio gestita e senza bisogno di tirare in ballo magia e draghi. Non me ne vogliano gli appassionati di fantasy, ma per me è un punto a favore.

Sembra proprio di aver visto la prima stagione di una serie tv: c’è un bel cliffhanger interessante alla fine, e i problemi dei personaggi non vengono affatto risolti (ma in alcuni casi cambiano). Potrebbe essere un problema, però: è palesemente il primo di una serie, e sembra un po’ incompleto, come se fungesse da episodio pilota.Alla fine mi è rimasta una gran voglia di leggere il romanzo successivo, perché la trama si sviluppa bene e anche i personaggi più vicini alla definizione di antagonisti hanno degli ottimi motivi per le loro azioni, ed è difficile non apprezzare il carisma di Ghreni e Nadashe Nohamapetan. Lo stile di Scalzi è esattamente come me lo ricordavo, fresco, ironico e moderno, sempre una lettura piacevole.
Certo, ammetto di non aver gradito molto alcuni spiegoni e dove sono stati posizionati. Lo so, sono un po’ la mia ossessione, ma il mio livello ideale di spiegoni è “Non ci capisco nulla per le prime cinquanta pagine” à la Ninefox Gambit. Preferirei leggere un prologo pseudoscientifico su come funziona il Flusso piuttosto che avere quelle spiegazioni nel bel mezzo dell’azione, tutto qui.
Detto questo, rimane una space opera moderna e piacevole che vi consiglio. Potrebbe anche essere un romanzo adatto per avvicinare alla fantascienza quel vostro amico appassionato di telefilm.

Nota sulla traduzione: nel complesso mi sembra buona, ma ammetto che non amo molto veder tradotto “fucking” con “fottuto” praticamente sempre. Magari è una questione regionale, ma alle mie orecchie suona molto come un calco. Rischia di rendere il turpiloquio di alcuni personaggi (specialmente di uno) piuttosto monotono alla fine.


 

Author: John Scalzi

Genre: space opera

Year: 2017

Notes: first book of a new series, called the Interdependency Series. I’ve read the italian translation by Annarita Guarnieri published by Fanucci.


Humans have colonized space millennia ago, and travel through the universe using the Flow, a wormhole-like series of “currents” which can be used to significantly shorten space travel times. Most of humanity lives on space habitats, orbiting stations or underground cities on rocky, barren planets, since Earth-like systems are very rare. Ironically enough the only Earth-like planet, End, is at the end of the Flow currents, and is the most distant settlement from the imperial capital, which is set in a point of convergence of Flow currents. It’s the commercial, political, religious centre of the Interdependency universe. Since every settlement depends heavily from commerce and contact with other settlement, the empire that rules them all is in fact called Interdependency. And something is bound to threaten it forever. Commerce matters a lot, and it is not surprising that many of the characters the story will follow are part of one of the powerful, rich families who control huge sectors of trade. The Nohamapetan family wants more influence and power, and the three most important members of the family (the ruthless Ghreni, the simple Amit and the mind of everything, their sister Nadashe) are all working together to get it.

The Lagos family would just like to continue their business, thank you very much, but if they can get to ruin their competitors, the Nohamapetans, in the process, that would be a nice bonus. We see it from the eyes of Kiva Lagos, already my favorite character for a series of reasons I will not spoil. Marce Claremont, son of a nobleman who lives on End, has a special mission to warn the Emperor of an imminent danger. All while the Emperor is dead, and his bastard daughter Cardenia is rising to the throne – a power she didn’t want, but she has to keep now, and to use it at her best if she wants to save the citizens of the Interdependency.

 

It has been compared to Game of Thrones, and I can see why, since it features noble & rich families bickering for what are, essentially, meaningless reasons if the real, big problem is not solved. But if I have to compare this novel to the tv show, this novel is so much better. Picture Game of Thrones with less sexism, better female characters, an inherently better plot and no magic or dragons. Apologies for the fantasy fans, but it’s a plus for me.

It feels like having watched the first season of a tv-series: there’s a nice, interesting cliffhanger, and the problems of the various characters are far from being solved at the end. This could be a problem: it’s obviously meant to be the first one of series, and it feels a little incomplete. It left me quite eager for the next novel, because the way the plot develops is captivating and even the characters closer to the definition of “villains” have their damn good reasons for their actions, and it’s hard not to appreciate the charisma of Ghreni and Nadashe Nohamapetan. The style of Scalzi is as I remembered it: fresh, ironic and modern, a pleasure to read. Admittedly, I am not a fan of some of the infodumps and where they had been placed. I know, I’m obsessed with infodumps, but I just wish there were other ways to convey info to the reader: I’d rather read a prologue chapter about how the Flow works than having the action interrupted for an explanation.

That being said, it remains a pleasing, modern space opera which I definitely recommend. It could also be a good novel to introduce your tv-show obsessed friend to sci-fi.