Racconto breve: Il Laboratorio / Short Story: The Lab

labrat

“Dai, muoviti, vecchia ferraglia, muoviti…” borbottò Ezequiel in direzione del computer finché la scritta analisi dei campioni in corso non divenne analisi dei campioni completa.

Salvò i dati sulla sua memoria esterna e guardò l’orologio innestato ai bordi del suo campo visivo. Ore 01.32.
Nel silenzio assoluto del laboratorio deserto il suono delle ventole del computer gli sembrava quello di un aereo che decolla, e fu sollevato quando cessò. Ora poteva udire il suo respiro.

Trasse un paio di sospiri profondi e si infilò la scheda di memoria in una tasca interna della giacca. Il suono della cerniera lampo gli sembrò eccessivo, ma ricordò a sé stesso che non era il caso di preoccuparsi, almeno non per i prossimi sette minuti. Con un silenzioso ringraziamento a sé stesso per essersi fatto installare l’orologio nella cornea controllò velocemente che ogni apparecchiatura fosse spenta e camminò il più possibile vicino alla parete irta di macchinari. Conoscere il percorso sarebbe stata la sua fortuna: qualunque inesperto sarebbe inciampato nei cavi o avrebbe urtato qualcosa, attirando le guardie.

Guardie che, secondo il suo orologio, sarebbero passate per il corridoio intorno al laboratorio tra tre minuti. Si piazzò dietro alla porta e attese in silenzio. Puntuali come il fisco, i loro passi echeggiarono nel corridoio, i passi di chi non è costretto a indossare scarpe speciali per fare il minor rumore possibile, come quelle di Ezequiel. Dal suo nascondiglio Ezequiel sentiva il rumore vagamente metallico dei loro passi da robot, e d’istinto trattenne il fiato finché non si allontanarono. Attese otto minuti immobile ma impaziente. Doveva essere sicuro che fossero saliti al piano superiore, e il rumore della porta delle scale glielo confermò.

Fece la strada delle guardie a ritroso e si trovò davanti alla porta. Girò la maniglia con la mano guantata per non lasciare tracce e la chiuse alle sue spalle. Il buio era inframmezzato da una serie di piccole luci azzurre sul soffitto, ma Ezequiel sapeva che non sarebbero state utili. Spero di potermi permettere un impianto per la visione termica molto presto. Ma fino ad allora…

Un piede sulla macchia di caffè mai del tutto ripulita a pochi centimetri di distanza. Un altro più avanti, dove si incontravano quattro mattonelle. Testa bassa. Strisciare vicinissimo al pavimento per un metro circa, fino alla pianta di plastica. Lentamente, Ezequiel superò i raggi infrarossi del corridoio, il tutto senza perdere di vista l’orologio. Le roboguardie non avrebbero fatto scattare l’allarme, lui sì, perciò valeva la pena metterci qualche minuto in più.

Sospirò appoggiato alla porta. Ogni volta era una scarica di adrenalina, e sarebbe stato disonesto a dire che non gli piaceva.

Ezequiel fece due piani di scale passando per la scala anti incendio e coprendosi gli occhi il più possibile, o ci avrebbe messo una vita a riabituarsi alla semioscurità degli altri corridoi.

Il più grosso ostacolo era ora rappresentato dalla porta a DNA. Raggiungerla non era difficile, e attirare le due guardie lontano era un gioco da ragazzi. Con un disturbatore di frequenze attirò il primo drone di sorveglianza che passò, puntuale, due minuti dopo che si era appostato nel suo nascondiglio. Ezequiel lo prese delicatamente impedendo che cadesse a terra, e smanettò cambiandone il percorso previsto.

Due problemi eliminati in uno, sorrise trionfale Ezequiel mentre il drone riprendeva a volare come se niente fosse, diretto verso l’ala ovest dell’edificio e evitando la porta sorvegliata. Le due roboguardie, che si aspettavano il suo passaggio, lo seguirono quando lo videro proseguire lungo il corridoio. Avrebbe dovuto voltare verso la porta, e non lo aveva fatto, perciò le guardie erano programmate per andare a vedere se fosse successo qualcosa. Come previsto, presto Ezequiel si trovò davanti alla porta a DNA, e aveva quattro minuti per aprirla prima del ritorno delle guardie.

Frugò nello zaino ed estrasse una mano meccanica da una vecchia borsa. La piazzò sul rilevatore della porta, il quale la scannerizzò. Sul suo display apparve una scritta azzurrina: inserire retina. Ezequiel era già pronto, e infilò nello scanner un occhio meccanico con ancora i suoi cavi strappati.

La porta si aprì ed Ezequiel uscì dall’edificio, richiudendola alle sue spalle. Assaporò il profumo della notte e si allontanò percorrendo il marciapiede deserto. Ogni tanto ripensava a quando si era procurato quei componenti. Non era stato bello spingere la roboguardia X-87 nel tritarifiuti, e non ne andava fiero. Se non avesse saputo che non erano vive si sarebbe sentito in colpa e avrebbe rimuginato sul grido di terrore che aveva emesso il povero robot. Ancora adesso lo stridio del metallo nel tritarifiuti gli faceva uno strano effetto.

Ma rubare in continuazione il DNA da qualche persona sarebbe stato un problema, sarebbe stato facile provare che non erano in realtà lì in quel momento, e prima o poi sarebbe finito nei guai. A meno che non sparisse qualcosa, nessuno controllava i movimenti delle roboguardie. E Ezequiel non faceva mai sparire niente. Quella era la sua scheda di memoria, e quello era il suo computer nel suo laboratorio. E se quello era l’unico modo di finire le proprie ricerche in tempo, beh, lo avrebbe fatto così, visto che gli avevano proibito di fare altri straordinari.

Mal che vada mi riciclo come ladro, scherzò Ezequiel salendo sull’ultimo convoglio della Metro.

 


“Come on, come on, stupid piece of junk, come on…” mumbled Ezequiel at the computer until the writing on the screen changed from analyzing the samples to sample analysis: complete. He saved the data on his external hard drive and looked at the watch placed at the edge of his field of vision. It was 01.32.

In the extreme silence of the deserted lab, the sound of the computer fan reminded him of an aircraft taking off, and he sighed in relief when it stopped. Now he could hear his own breathing. He took two deep breaths and put his external hard drive in a pocket of his jacket. Even the sound of the zip felt too loud, but he reminded himself that there was no need to worry, at least not for the following seven minutes. With a silent thank you to his own decision to get a watch installed in his cornea, he quickly checked if all the equipment had been turned off. He moved slowly next to the wall, which was bristling with machinery. You had to know the perfect route: anyone inexperienced would have eventually hit something, or would have tripped on some cable, thus attracting the guards.

Guards which, according to his watch, would have covered the corridor next to the lab in three minutes. He hid behind the door and waited. As punctual as taxes, their steps echoed in the corridor, the steps of those who do not need to wear special shoes like Ezequiel to avoid any noise. From his hiding place he could hear the vaguely metallic sound of their robot steps, and held his breath until they were far away. He waited for eight minutes, impatient but without daring to move. He had to be sure they had left for the upper floor, and the sound of the staircase door being opened told him so.

He went back from where the guards had come from and opened the door with a gloved hand to avoid fingerprints. He closed the door behind him. The darkness was interrupted by small, blue lights on the ceiling, but Ezequiel knew they would have been useless for him. I hope I can afford a thermal vision implant soon. But until then…

A foot on the old coffee stain, never fully cleaned. Another forward, right at the intersection of four tiles. Keep your head down. Crawl on the floor for about one meter, until you reach the fake plant. Robot guards wouldn’t have triggered the alarm, unlike him, so he took his time for every single step forward. Slowly, Ezequiel made it through the infrared rays of the corridor, always keeping an eye – literally so – on his watch.

He sighed, leaning on the door. Every time his adrenaline made him feel crazy in this part, but he would have been a liar to say he didn’t enjoy it.

Ezequiel went down two flights of stairs using the fire exit stairs, covering his eyes as much as he could to avoid the mandatory intense lights, or it would have been hard to get used to the semi-darkness of the corridors.

The most difficult obstacle was the DNA door. It wasn’t reaching it that was hard, in fact, luring the guards away was embarrassingly easy. With a frequency jammer he lured the first surveillance drone which passed, as he expected, two minutes after he had been hiding. He caught it with his hands like a wounded bird and tinkered with it until he changed the path it had been programmed to cover.

Two birds with one stone, he smiled as the drone resumed its flight as if nothing had happened, heading for the western area of the building and skipping the DNA door.

The two robot guards, who were expecting the drone to come, followed it as soon as it ignored the door, as they were programmed to do. As Ezequiel expected, he now had four minutes to deal with the DNA door before the coming of the guards.

He rummaged in his backpack and took out a mechanical hand from an old bag. He placed it on the door detector and it scanned the hand. The scanner’s display now read Insert retina in blue letters. Ezequiel was ready, and placed an old mechanical eyeball with some wiring on the scanner.

The door opened and Ezequiel left the building, closing the door behind him. He tasted the scent of the night walking on the deserted sidewalk. Sometimes he did think about how he had gained those vital pieces. It hadn’t been nice, to push the robot guard X-87 in the trash compactor, and he was not proud of it. If he hadn’t know they weren’t truly alive, he would have felt guilty and would have brooded about the poor robot’s scream of terror. Every time he heard metal being crushed he felt a strange tingling in his stomach.

But stealing someone’s DNA constantly would have been a problem, and it would have been easy to prove that that particular person wasn’t there at the moment, and sooner or later he would have faced troubles. But unless something disappeared, no one checked on the guards’ movements. And Ezequiel never stole anything. That was his own hard drive, that was his computer in his laboratory. And if that was the only way he had to continue his research in time, well, he would have done it, since they had forbidden him to work overtime.

Worst case scenario, I can make a decent burglar, he joked as he took the last Metro train.

 

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