Nuovi piani, nuove storie / New plans, new stories

Circa un anno fa mi sono messa in testa l’idea di pubblicare un raccontino a settimana, non sapendo se ci sarei davvero riuscita. Sono riuscita a raggiungere le 49 storie, in teoria sarebbero di meno se si conta che alcune storie sono a puntate, ma per me rimangono 49 in termini di lavoro. Sono felice di aver passato questo anno a cercare di scrivere queste storie, perchè credo di aver imparato molto ed essere migliorata. Certo, ho ancora tantissimo da imparare, ma sono soddisfatta del mio esperimento e lo consiglierei a tutti. Senza questo esperimento non avrei mai scritto di guardie di confini virtuali, di tecnici di laboratorio stacanovisti, di arti cibernetici con effetti collaterali imprevisti… e non mi sarei mai messa a lavorare su un’idea che era rimasta a sedimentarmi nella mente per anni.

Parlo della storia di Kel-2698, che per me è stato bello scrivere e che i miei lettori, soprattutto su Tumblr, hanno apprezzato più di quanto mi sarei aspettata, con mia somma gioia. Dato che ho voglia di tentare qualcosa di nuovo, interromperò i racconti del martedì fino a nuovo ordine per scrivere la storia completa di Kel-2698 e Aline.

Avete incontrato Kel-2698 come soldato distopico il cui mondo va in pezzi quando il suo stesso casco va in pezzi, e lo abbiamo lasciato con il nuovo casco in mano, tentato ma incerto. Avete incontrato Aline, giovane membro della resistenza che scopre qualcosa di inaspettato sui suoi nemici, e l’abbiamo lasciata lì sul più bello appena scopre la verità.

Volete sapere se Kel-2698 si rimetterà il casco e cosa farà Aline con la sua scoperta? Aspettate e lo scoprirete!

Cercherò di fare una cosa tipo NaNoWriMo (National Novel Writing Month): anche se il mio obiettivo è di scrivere meno di 50k parole cercherò lo stesso di stendere una prima stesura nel mese di novembre, scrivendo tutto in italiano prima e in inglese dopo… e vi terrò aggiornati su come procede!


About a year ago I set on a quest to write and post one short story per week, and I have reached a total of 49 short stories. Theoretically less if you take into account the stories divided in two or three parts, but to me they still count as 49.

Overall, I am glad I spent the year writing these short stories, because I feel they have helped me immensely in terms of improvement. True, I still have much to learn, but I’m still satisfied of what I have done and it’s an experiment I’d definitely recommend. Without this experiment I would have never written of virtual border patrol guards, of workaholic lab technicians, of cybernetic arms with unexpected side effect… and I would have never tried to write a concept I’ve been toying with in my mind for years. The concept of Kel-2698’s story, which I loved and that my followers on Tumblr appreciated it more than I would have expected, bringing me great joy and excitement.

This is why I will interrupt the regular tuesday short stories for a while. I want to do something new, I want to tell you the full story of Kel-2698 and Aline.

You have met Kel-2698 as a dystopian enforcer whose world shatters as its helmet shatters too, and we have left him with his new helmet in his hands, tempted and doubtful. You have met Aline as a young resistance member who discovers something unexpected about her enemies, and we have left her at the moment of this discovery.

Do you want to know if Kel-2698 will wear his helmet again, and what will Aline do with her discovery? Wait and you’ll see!

My plan is to do something akin to NaNoWriMo: even if my goal is to write less than 50k words I will still try to write a first draft during the month of november. I will write the story in italian first and translate it into english later, and I will keep you updated about the progress of the story.

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Recensione / Review: Stranger Things (stagione 1)

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Creato da: Matt & Ross Duffer

Genere: fantascienza/horror/soprannaturale

Anno: 2016

Cast: Winona Ryder, David Harbour, Finn Wolfhard, Millie Bobby Brown, Gaten Matarazzo, Caleb McLaughlin, Natalia Dyer, etc.

Stagioni: 2, la seconda uscirà questo weekend.

Note: disponibile su Netflix


Siamo negli anni ‘80 nella cittadina rurale fittizia di Hawkins, in Indiana. In un laboratorio all’interno di un edificio governativo vicino al paese uno scienziato viene attaccato da qualcosa di misterioso. Quattro ragazzini nerd – Mike, Will, Duncan e Lucas stanno tornando a casa in bici dopo una sessione di D&D, ma uno di loro, Will, scompare. Letteralmente.

Il paese è sconvolto da questo mistero, e dovrà presto vedersela con altri fatti misteriosi. Ma ciò non fermerà Mike, Duncan e Lucas nella loro missione: decidono di trovare e salvare il loro amico, a tutti i costi. E avranno un alleato inaspettato ma molto importante: Eleven (Undici). Poco dopo la sparizione di Will fa la sua comparsa Eleven, una ragazzina/bambina in abiti da ospedale e testa rasata dotata di poteri misteriosi che si offre di guidarli nella loro ricerca, visto che può percepire la presenza di Will..

C’è qualcosa di strano in giro, qualcosa di strano che coinvolge l’edificio del governo… e non tutti hanno buone intenzioni. Joyce Byers, la madre di Will, mostrerà grande determinazione e tenacia, ottenendo l’aiuto di Jim Hopper, il capo della polizia locale ancora devastato da una tragedia familiare. Ci sono molti ostacoli e nemici, ma il mistero della sparizione di WIll sarà svelato…

 

Data la sua fama è probabile che abbiate già visto Stranger Things. Ma se non è questo il caso, sono qui per consigliarvelo. Halloween si avvicina e se volete qualcosa da brivido, ecco la cosa giusta.

All’inizio ero un po’ diffidente, aspettandomi l’ennesimo esempio di “far cassa sulla nostalgia anni ‘80”, aspettandomi di non trovare niente una volta grattata la patina al neon. Sono lieta di dire che mi sbagliavo. Non che non si ispiri ai classici dell’epoca: lo fa eccome, e in modi molto diversi, dai temi ai personaggi alle inquadrature… ma riesce anche a tirar fuori una storia convincente. Certo, ha degli elementi riconoscibili, ma non si basa solo sulla nostalgia. Magari la usa per attirare uno spettatore, ma non è il suo unico punto di forza. E anche se non si conoscono le fonti delle citazioni, ci si gode il telefilm lo stesso. Riesce anche a evitare certi cliché: i ragazzini cercano di fare i detective, ma senza l’aiuto di Eleven non riuscirebbero a ottenere granché: adulti, adolescenti e ragazzini devono diventare alleati se vogliono farcela contri i loro nemici.

La trama è di quelle da maratona: mi sono guardata la prima puntata dopo che un’amica me ne aveva parlato bene, avvertendomi che avrei voluto guardare subito quella successiva… e aveva ragione. L’insieme di personaggi ben delineati (alcuni dei quali con uno sviluppo sorprendente), l’equilibrio tra l’azione dei ragazzini, degli adolescenti e degli adulti (non tutti gli adulti sono antagonisti, ma alcuni sì) e l’uso ponderato della nostalgia lo rendono un telefilm davvero godibile. Non sono un’amante degli horror e per me è stato abbastanza spaventoso (ma mi spavento con un nonnulla io), perciò se non vi piacciono le storie con momenti spaventosi forse non fa al caso vostro. In caso contrario potrebbe essere il momento buono di capire se è davvero una bella serie come dicono tutti.


 

Created by: The Duffer Brothers

Genre: sci-fi/supernatural/horror

Year: 2016

Cast: Winona Ryder, David Harbour, Finn Wolfhard, Millie Bobby Brown, Gaten Matarazzo, Caleb McLaughlin, Natalia Dyer, etc.

Seasons: 2, the second one will be released this weekend.

Notes: available on Netflix

 

The story is set in the 80s in the fictional rural town of Hawkins, Indiana. In the Department of Energy building, a scientist is attacked by something mysterious. Four geek kids – Mike, Will, Duncan and Lucas – bycicle back home after a D&D session, but one of them, Will, disappears. Literally. The town is shocked by this mystery, and will soon learn that more weird facts are bound to happen. But this is not going to stop Mike, Duncan and Lucas in their mission to find and save their friend. And they find and unexpected but powerful ally in their quest: right after Will’s disappearance, a new kid appears in town. A girl with a hospital gown, a shaved head and mysterious powers who says she can feel Will’s presence.

It’s clear that there is something wrong in the city, something wrong in the Department of Energy building… and that not everyone is there to help. Joyce Byers, Will’s mom, will show great determination and stubbornness, and she will gain an ally in Jim Hopper, the local police chief turned alcoholic after a family tragedy. There are many enemies on many sides, but the mystery of Will’s disappearance will be unveiled…

 

Chances are, you have already watched Stranger Things, since it gained a huge fanbase pretty quickly. But if you haven’t, well, I’m going to recommend it that to you. Halloween is close, and if you want a thrilling experience, this series will be perfect.

I was a bit doubtful of ST at first, expecting the umpteenth experiment in cashing on the 80s nostalgia, fearing an empty shell with a cool neon effect and nothing more. I’m quite happy to say I was wrong. Not that it doesn’t take inspiration from the classics of that era: it does, and in many different ways, from themes to characters to settings… but it manages to make a convincing story out of it. Surely, it has tropes you can recognize, but it does not rely on nostalgia alone. It may lurk you with that, but it’s not its driving force. And even if you don’t know many of the sources of the tropes, you will still be able to enjoy everything.

It also avoids certain clichés: kids can try their hand at being detectives, but without Eleven’s help they wouldn’t accomplish much, and adults, teenagers and kids have to become allies if they want to fight against their multiple enemies.

The plot is binge watching worthy: I watched the first episode after a friend recommended it to me, warning that I would have felt the need to continue watching immediately. She was right. The careful mixture of well-drawn characters (I loved the kind of character development some of them got), the balance between the actions of the kids, of the teenagers and the adults (not all adults are villains, though some of them are) and the careful use of nostalgia make it a very enjoying watch. I’m not a fan of horror and it was quite scary for me (I get scared by my own shadow, mind you), so if you really, really don’t like anything scary maybe skip this one.  Otherwise, it’s your time to find out if it’s really as good as your friends told you.

Recensione / Review: Brazil

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Genere: fantascienza, distopia

Anno: 1985

Diretto da: Terry Gilliam

Cast: Jonathan Pryce, Robert De Niro, Kim Greists, Michael Palin, etc.


Nel mondo di Brazil la burocrazia ha raggiunto un livello distopico e assurdo. Il protagonista, Sam Lowry, lavora per il governo ma sogna di incontrare e salvare una bellissima ragazza.

Per via di un errore di stampa viene arrestato e ucciso l’uomo sbagliato, e Lowry deve andare dalla vedova a parlarle… ma nello stesso edificio incrocia Jill, che è identica alla ragazza dei suoi sogni. Diventa subito un’ossessione, e accetta persino una promozione al lavoro – che aveva sempre rifiutato – solo per acquisire accesso ai file su Jill e scoprire di più sul suo conto.

Un film divertente quanto deprimente, Brazil fa pieno uso degli standard della distopia per mostrare le sue assurdità e ricordarci quanto di solito le cose divertenti sono anche tragiche, e viceversa, un po’ come il Dottor Stranamore. Il mondo che rappresenta sembra quello di 1984, con una burocrazia terribile e un regime spietato che controlla i cittadini in ogni aspetto delle loro vite. Ci sono molti punti in comune col romanzo, ma anche delle differenze importanti. Il film regge perché mantiene un sottotesto comico, non rischiando di diventare uno di quei film super cupi che si prendono troppo sul serio diventando ridicoli, o che sono fatti così bene nel riflettere la loro atroce realtà da far venire incubi per una settimana.

Non che Brazil non faccia riflettere, anzi, ma rimane nella mente dello spettatore grazie ai vari strati di significato. Per prima cosa si ride, perché non si può non ridere scoprendo che il pericoloso terrorista Archibald Tuttle è in realtà un idraulico che ripara il riscaldamento nelle case delle persone senza preparare la documentazione necessaria. Si ride all’ossessione della madre di Lowry per la chirurgia plastica e l’essere sempre giovane, e al fatto che l’ufficio nuovo di Lowry è così piccolo che condivide la scrivania con qualcuno – letteralmente, dato che la scrivania attraversa il muro – e se la litiga con l’impiegato dell’ufficio di fianco come una coppia che si ruba le lenzuola la notte.

Si ride ai suoi sogni in cui appare come un baldo cavaliere in armatura che salva la donzella in pericolo con in sottofondo la musica “Aquarela do Brazil” (da cui il titolo) finché non ci si rende conto che lo facciamo tutti. Tutti sogniamo qualcosa di diverso, di più bello, di speciale nelle nostre vite noiose.

Con un’estetica retrofuturistica che ricorda Metropolis e le luci drammatiche del cinema dell’espressionismo tedesco, l’ambientazione di Brazil è ormai iconica e parte del suo successo. Un mai più senza se vi interessate di distopie.


 

Genre: sci-fi, dystopia

Year: 1985

Directed by: Terry Gilliam

Cast: Jonathan Pryce, Robert De Niro, Kim Greists, Michael Palin, etc.

The story is set in a dystopian where bureaucracy has reached absurd level. The main character, Sam Lowry, is a government employee who daydreams of saving a beautiful girl. A misprint causes the arrest and death of the wrong person, a man accused of terrorism, and Lowry goes to the widow to talk to her. In the same building, he meets the beautiful Jill, who looks exactly like the girl in his dreams. He becomes obsessed by her, and accepts a promotion at work (that he had refused at first) only because it will allow him to peer through Jill’s records and find out more about her.

A bleak and funny movie, Brazil takes a classical dystopian setting, and reveals all its absurdities, in a perfect example of why funny things are usually also tragic, and vice-versa. The strategy isn’t much to the Dr. Strangelove one. The world is that of Nineteen Eighty-Four, the bureaucracy is terrible and so is the ruthless regime of control that government has on its citizens. There are many similarities between the two, and some very important differences as well. But the reason why this movie works so perfectly is that in being hilarious, it doesn’t risk becoming one of those hyper-bleak edgy movies that require a certain mindset to be seen, and that leave the audience with their stomachs tangled. Or worse, they try too much and become a parody of themselves. Oh, Brazil will tangle your stomachs, of course, but only as an afterthought. The absurdities of this movie will make you laugh – how can you not laugh when you find out that the dangerous terrorist Archibald Tuttle is actually a rogue engineer who repairs the heating in the people’s houses without doing the necessary paperwork? You’ll laugh at Lowry’s mother’s obsession for plastic surgery and looking young, or at the fact that his new office is so small he actually shares his desk with someone – literally, the desk goes through the wall and the two end up stealing each other a part of the desk like a sleeping couple bickering for the bedsheets. You’ll laugh at his dreams in which he’s a shining knight saving his damsel in distress to the tune of “Aquarela do Brazil” (hence the title), until you realize how we all do this, daydreaming trying to survive the day.

A retro-futuristic aesthetic that pays homage to Metropolis and to the dramatic lightning of the 1920s German Expressionism movies, the setting of Brazil is now iconic and part of his success. Overall, a must watch if you’re into dystopias – especially because it’s not the classical kind of dystopia.

Racconto breve: Un Mondo In Rosso – Aline / Short story: A World in Red – Aline

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Storia ambientata nello stesso universo di Un Mondo In Rosso. Non è necessario leggere prima quella.

Aline si immerse nell’odore di pioggia e cemento bagnato, perfettamente immobile. Era convinta che se fosse rimasta così ancora per un po’ si sarebbe direttamente fusa con il grigio del tetto, come una delle statue antiche del tempio in piazza. Dalla sua posizione le intravedeva. Le erano sempre piaciute fin da bambina, e aveva sperato di crescere e diventare bella e sicura di sé come loro. Era cresciuta, e ora era su un tetto come loro, eppure non si era mai sentita così diversa: era sporca, sudata, stanca, e le faceva ancora male la gamba dall’ultima missione. Ma non voleva tirarsi indietro, non quando aveva uno scopo che la faceva sentire utile e viva, e che la stancava abbastanza da dormire senza fare sogni.

Era per quello che aveva accettato di piazzare le bombe sul ponte e aspettare che arrivassero i delzad per finirli col suo fucile.

Odio aspettare qui da sola, però. Sarà meglio che Lioah torni presto.

Fece scorrere le dita sudate sul detonatore.

 

Si era quasi assopita, cullata dal silenzio e dalla calma data dalla fine della pioggia, quando sentì il rumore di un veicolo. Lioah non era ancora tornata. Il mirino del fucile le mostrò un veicolo delzad proveniente dalla strada del tempio, e il cuore le batté all’impazzata. Erano in anticipo. Aline ripensò alle parole del consiglio e agli ordini di Lioah, e prese il detonatore. Nessun delzad deve sopravvivere e andare oltre al ponte. Sparate da lontano e non avvicinatevi a loro, o potrebbero esplodere. Sono solo androidi, sparate senza pietà.

Aline fissò la striscia rossa che contrassegnava il veicolo e trattenne il respiro, ripensando alla striscia rossa che attraversava le facce nere degli androidi. Il veicolo era sulla prima arcata del ponte, e il ronzio del motore cominciava a farsi sempre più forte.

Seconda arcata. Aline si aggiustò le cuffie, mise il dito sul pulsante e premette.

Per alcuni interminabili secondi non accadde nulla. Dove ho sbagliato? Che fine ha fatto Lioah? E se non–

I suoi pensieri furono interrotti dal fragore dell’esplosione. Seguì le istruzioni di Lioah e, nonostante la tentazione di alzarsi subito dal suo riparo e verificare l’esito dell’esplosione, attese. La polvere era ancora in aria, ma era diminuita abbastanza da permetterle di vedere. Il veicolo semidistrutto emergeva dall’acqua grigio acciaio del fiume assieme ai resti del ponte e dai corpi di alcuni delzad.

Ce l’ho fatta! Non ho fatto casino! Cioè, l’ho fatto, ma era quello il mio obiettivo!

La polvere finì di posarsi e intravide tre delzad trascinarsi sulla parte del ponte rimasta intatta verso di lei. Forse erano stati sbalzati fuori dal veicolo. Uno di loro crollò a terra prima che Aline gli potesse sparare, e non si mosse più.

Anche se sapeva che erano solo androidi, le faceva sempre un effetto strano ammazzarli. Poi si ricordava cosa avevano fatto alla sua gente e alla sua famiglia – rivide le rovine di casa sua, il bel giardino con fontana che suo padre adorava e curava ridotto in macerie – e si faceva meno problemi. Sparò al secondo delzad, che crollò in una pozza di liquido nero.

Sparò due colpi al terzo e ultimo delzad rimasto, ma riuscì a evitarli. Si sentì come se il delzad la stesse guardando, ma non c’era che una striscia rossa e luminosa dove ci sarebbero dovuti essere gli occhi, e non ne era certa. Il delzad sparò mancandola  clamorosamente, ma costringendola ad allontanarsi. Quando si affacciò nuovamente dal tetto, il delzad era sparito.

Oh no, no, no… scese le scale in fretta e furia, brandendo la pistola. Devo assolutamente ucciderlo prima che si nasconda…

Da una finestra al piano terra lo vide arrancare lungo la strada, e si rese conto che non ne aveva mai visto uno così da vicino. Un androide di metallo nero che si trascinava lentamente, camminando quasi a scatti. Non sembrava averla vista, né sembrava cercarla. Si chiese cosa gli passasse per la testa, ammesso che fosse sopravvissuto qualcosa della sua programmazione originale.

Aline sparò al petto del delzad, che crollò in ginocchio guardandosi il torace. Il proiettile doveva essersi conficcato nello strato esterno, perchè il liquido nero che avevano al posto del sangue non si vedeva da nessuna parte. Eppure non si rialzava.

Aline si rese conto che le tremava la mano.

Perché ti fai scrupoli?

Sparò, ma la mano tremante le deviò il colpo e la testa del delzad venne colpita solo di striscio. Di colpo, Aline uscì dal nascondiglio e fece qualche passo verso il delzad.

No, non è possibile.

“Ti prego… non…”

Il delzad le stava parlando. La sua voce non era piatta e metallica come l’aveva sempre sentita. Sotto ai resti di quello che doveva essere stato un casco c’era il viso di una persona. Un viso umano, uno vero, quello di un ragazzo della sua età, anche se pallido, quasi grigio.

Sono solo androidi, sparate senza pietà.

Aline levò la pistola ed esitò.

Una lacrima apparve sul viso del ragazzo.

Un colpo centrò il delzad in volto, e il ragazzo crollò, la faccia una poltiglia di sangue nero.

Aline si voltò e vide Lioah dietro di lei. La donna si rimise la pistola alla cintura e si avvicinò ad Aline.

“Tutto bene? Sei ferita?”

“No, ma… mi avevate detto che non erano umani! Tutti mi avevano detto che non erano umani. Anche al consiglio! ”

“Dopo quello che hanno fatto, lo sono ancora? Forza, andiamo.”


 

Aline immersed herself in the smell of rain and wet cement, perfectly still. She was convinced that if she’d remained like that for some more time, she would have become one with the grey of the roof, like one of the ancient statues of the temple in the square. From her position, she could see them. She always liked them since she was a kid, and she had hoped to grow up as beautiful and self-confident as them. She had grown up, sure, and she was on a roof just like them, yet she had never felt more different: she felt dirty, sweaty, tired, and her leg still hurt from her last mission. But she didn’t want to back off, not when she could have a purpose, something that made her feel useful and alive, and that exhausted her enough to grant her a dreamless sleep.

That was the reason why Aline had agreed to help Lioah place the bombs on the bridge and wait for the delzad to come and finish them with her rifle.

I hate waiting here all by myself, though. I hope Lioah comes back soon.

She let her sweaty fingers slide on the trigger.

 

She dozed off for a few minutes, the silence and the end of the rain as a lullaby, when she heard a vehicle. Lioah wasn’t back yet. Her rifle’s scope showed her a delzad vehicle coming from the temple road, and her heart skipped a beat. They were early. Aline thought about the council’s words, about Lioah’s orders, and took the trigger. No delzad has to survive and go past the bridge. Shoot them from afar and don’t get close, they could explode. Remember, they’re just androids, you can shoot without mercy.

Aline stared at the red stripe that marked the vehicle, and held her breath remembering the similar red stripe on the android’s metallic black faces.

It was on the first arch of the bridge now, and the engine’s hum was getting closer and louder. Second arch. Aline adjusted her ear protection, placed a finger on the trigger and pressed the button. For a few endless moments nothing happened. What did I do wrong? Where the hell is Lioah? And if I didn’t–

Her thoughts were interrupted by the explosion. According to Lioah’s instructions, and despite her temptation to emerge from her hiding spot to check the explosion’s result, she waited. Dust still impregnated the air, but she could see enough. The torn-in-half vehicle barely emerged from the steel colored water, together with parts of the bridge and a few delzad bodies.

I did it! I didn’t make a mess! I mean, I did make a mess, but that was totally the point!

Dust settled and she distinguished the shapes of three delzad, still dragging themselves on the portion of the bridge that had survived the explosion. She guessed they had been hurled away by the explosion. One of them fell on the ground before Aline could shoot him, and didn’t move. Even if she knew they were just androids, it always felt weird for her to kill them at first. Then she would remember what they had done to her people and her family – she saw the ruins of her house, the beautiful garden with the fountain that her father loved and cared for, reduced to a pile of ruins – and killing them would become less problematic. She shot the second delzad, and it fell on a puddle of black liquid.

She shot the third and last delzad twice, but it avoided her bullets. She felt as if the delzad was watching her, but she couldn’t exactly tell, considering the red stripe they sported where a human would have eyes.

The delzad shot back, missing her easily but forcing her to retreat. When she came back on the roof’s edge, the delzad had disappeared.

Oh no, no, no… she ran down the stairs in a hurry, her gun ready. I need to find it before he gets into hiding…

From a window at the ground floor she saw it hobbling along the street. A black, metallic figure that dragged itself slowly, its limbs twitching as it walked. It didn’t seem to care for her. She wondered what was going on its brain, proving that something of its original programming had survived the explosion.

Aline shot the delzad, and it fell looking down at its chest. The bullet had gotten stuck in its external armor, because that black liquid they spilled instead of blood was nowhere to be seen. And yet it didn’t get back up.

Aline realized her hand was trembling.

Why are you hesitating?

She shot, but her trembling hand made her miss, and she barely scraped the delzad’s head. Suddenly, Aline left her hiding spot and cautiously walked towards the delzad.

This… can’t be.

“Please… don’t…”

The delzad was speaking. Its voice wasn’t toneless and metallic as she had always heard it. Under the remains of what had been only a helmet there was the face of a person. A human, a real one, a young man about her age, but strangely pale and greyish.

Remember, they’re just androids, you can shoot without mercy.

Aline raised her gun, but hesitated.

A tear appeared on the young man’s face.

A bullet hit him in his face, and he fell down, his face a mess of black blood.

Aline turned back to see Lioah behind her. The woman put her pistol back at her belt and came closer.

“Are you okay? Are you wounded?”

“No, but… you told me they weren’t humans! Everyone told me they weren’t humans, even the council!”

“After what they have agreed to become and do, do they look like humans to you? Come on, let’s go.”

Recensione: MeccanicaMente / Review: Mechanical Mind

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Autrice: Carme Torras

Genere: fantascienza

Anno: 2017

Note: Raccolta che comprende due racconti brevi e due articoli sulla robotica. Ho letto l’edizione italiana di Future Fiction tradotta da Raul Ciannella e Francesca Secci.


La Spagna è cambiata, e ora ha qualcosa di postapocalittico. Le automobili non vengono usate più, rimpiazzate da piccoli velivoli, e anche le strade sono cambiate, diventando luoghi abbandonati dove i resti di incidenti automobilistici ancora segnano i bordi delle strade. Ma a volte rimane la necessità di fare un salto in una stazione di servizio, e questa è molto diversa dalle altre. Se ne accorge per prima Ag-Nese, una ragazzina, e poi i suoi genitori. C’è qualcosa di strano nella pulizia e nell’ordine della stazione di servizio, e sembra che se ne occupi il senzatetto che vive da quelle parti…

Cosa sta succedendo, invece, a Ictineu Tercat, operato di recente in Tailandia, il cui battito cardiaco si comporta in modo particolare?

I saggi offrono un’interessante panoramica sul futuro della robotica: quali sono le caratteristiche di cui ha bisogno un robot che interagisce con le persone, specialmente se si deve occupare delle persone stesse, e come si possono ottenere robot in grado di farlo? Queste sono solo alcune delle domande che si pongono i saggi. E ovviamente viene anche dato spazio al ruolo che avranno i robot nella società, e a come la fantascienza ci può aiutare a comprenderlo.

 

Carme Torras è ricercatrice al Consiglio di Ricerca Scientifica Spagnolo e ha pubblicato centinaia di articoli su temi come robotica e IA, e ciò rende i due articoli/saggi brevi inclusi in questo libro delle letture davvero interessanti, dato che permettono al lettore/alla lettrice di farsi un’idea su quanto sia complicato progettare un robot in grado di svolgere compiti che non sono i semplici gesti ripetitivi di cui si occupa un braccio meccanico in una fabbrica. I robot si prenderanno cura di chi ne ha bisogno (bambini, disabili, anziani) e dovranno imparare a distinguere le circostanze e a muoversi in un ambiente in cui si muovono anche delle persone. Mi è rimasto impresso il paragrafo dove spiega quanto sia difficile insegnare ai robot come trattare dei materiali diversi (come il tessuto), e se vi piace la fantascienza vi piaceranno anche questi articoli, che siate aspiranti scrittori o solo dei fan.

I due racconti non sono da meno, e vorrei leggere anche qualcos’altro di questa autrice. La prima storia mi ha catturato subito, soprattutto per l’ambientazione, che ci viene descritta tramite piccoli indizi che la rendono molto affascinante: è post-apocalittica, perché le strade non vengono più pulite da tempo e perché moltissime persone hanno perso il lavoro per via di un’elevata automazione, ma i genitori di Ag-Nese hanno ancora un lavoro, e lei riceve un’istruzione, quindi non siamo in un mondo post-apocalittico dove c’è stato un collasso totale della civiltà. E adoro le ambientazioni illustrate tramite piccoli indizi, come in questo caso. Verrebbe da dire che si tratta di un’apocalisse subdolo e nascosto, ma per chi ha perso il lavoro di certo non è così. Il secondo racconto, La vita e-terna, parla di paure e nuove scoperte. Non vi dico altro per non rovinarvi la sorpresa. Ma se volete dare una possibilità a della fantascienza catalana scritta da una ricercatrice, è una buona occasione.


Author: Carme Torras

Genre: sci-fi

Year: 2017

Notes: Collection of two short fiction stories and two essays about robotics. I have read the italian translation by Raul Ciannella and Francesca Secci published by Future Fiction (Future Fiction also published an english translation).

 

Spain has changed, and is now in post-apocalyptic conditions. Cars are not used anymore (replaced by small personal aircrafts) and the roads have changed too, becoming abandoned places where the remains of cars still litter the roadside. But sometimes the need to visit a service station remains, and this one is unlike the others. It is a teenage girl who notices it first, and then both her parents realize it. There is an unexpected cleanliness in station, and a homeless man seems to be living there and taking care of it…

And what is happening to Ictineu Tercat, operated recently in Thailand, whose heartbeat is behaving weirdly?

The essays are an interesting insight on the future of robotics: what are the characteristics needed in a robot that interacts with people, especially in caring roles, and how can those problems be solved is just one of the questions they raise. And there is also space for the role these robots will have in society, and for how science fiction can help in understanding it.

 

Carme Torras is a researcher at the Spanish Scientific Research Council and has published hundreds of articles about robotics and AIs, and this makes the two articles/short essays included here quite the compelling read, since they offer a glimpse of what and how is it so complicated to engineer a robot that can perform tasks that aren’t the simple, repetitive movements a mechanical arm in a factory performs. Robots that will take care of people in need (children, disabled people, elderly) will need to learn and understand the circumstances, and how to move in a setting in which humans move too. I found the paragraphs about the challenge in teaching robots how to deal with different materials very interesting, and if you’re a sci-fi author you may want to give these articles a read. And let’s face it, even if you aren’t, you’re gonna be interested.

The two stories are very fascinating, and I would love to read more by Carme Torras. The first story got my attention pretty quickly, in offering this world that is made fascinating by various hints: it is post-apocalyptic, because car wrecks still litter the roads and tons of people have lost their jobs due to high levels of automatization, but the parents of Ag-Nese, the teenage girl who notices the homeless man first, actually have jobs and she is getting an education, so we haven’t reached a “total collapse of civilization” post-apocalyptic level. I was going to say it’s a sneaky apocalypse, but for those who lost their jobs it’s definitely not so. The second story, called A Life E-Ternal, is a compelling narrative of fear and discovery. I’m not going to say anything else because of spoilers.

That being said, if you want to give Catalan sci-fi from a robotics researches a chance, this is a great occasion.

 

Recensione / Review: Mr Robot (serie tv)

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Genere: cyberpunk, thriller, drama

Anno: 2015

Cast: Rami Malek, Christian Slater, Carly Chaikin, Portia Doubleday, ecc

Stagioni: Tre.

Note: la terza stagione è appena uscita, io ho visto solo la prima e parte della seconda.


Elliot Alderson è un tecnico che lavora per la ditta di sicurezza informatica Allsafe a New York. Dietro lo schermo è un genio, ma ha una serie di problemi psicologici (ansia, depressione, paranoia) che gli rendono le interazioni con gli altri imbarazzanti nel migliore dei casi e terribili nel peggiore. Come ci dice la sua stessa voce narrante, è abituato a hackerare le persone, e sa molte cose su amici e colleghi grazie alle sue capacità. Va da una psicanalista, la quale cerca sinceramente di aiutarlo, ma lui sente una distanza nei confronti del mondo che non vede quello che vede lui. Un giorno, dopo un episodio molto particolare, un anarchico che si fa chiamare Mr. Robot lo contatta e dice di essere il capo di un gruppo di hacker chiamato Fsociety, e vorrebbe che Elliot si unisse a loro. Qualunque sarà la sua decisione, ci saranno conseguenze…

Mr Robot ha due temi principali: il primo, il più ovvio, è il ruolo dell’hacking nella nostra società, e che rischi/potenzialità rappresenta. Chi ha davvero in mano il potere? Hacker e multinazionali la vedono in maniera diversa, e lottano per usarlo a loro piacimento. Non è facile scegliere da che parte stare, visto che entrambe le parti hanno difetti e problemi. Questa serie tv riflette bene le paure e le speranze del nostro presente, con il sogno di unirsi a qualcuno che ci libererà dalle grinfie di multinazionali dal potere incommensurabile. Essendo una serie tv americana non mancano riferimenti a problemi americanissimi, come il debito studentesco, ma riesce comunque a far presa su tutti, come temi.

L’altra lotta visibile in Mr Robot è quella psicologica, e c’è un bell’abisso in cui guardare. I problemi di Elliot non gli rendono la vita facile al lavoro e nella vita privata, e fin da subito ci rendiamo conto che non è un narratore attendibile, tutt’altro. Parla col pubblico come se fosse una vocina nella sua testa, un amico immaginario. Non sa come gestire la sua paranoia, eppure cerca di aiutare gli altri. Ci sentiamo dispiaciuti per Elliot mentre vediamo come la sua condizione mentale non è romanticizzata né eroicizzata, ma ci viene presentata con la crudezza della realtà – o almeno, della sua realtà. Il pubblico si domanderà spesso cosa è reale e cosa no, con dei twist degni di Philip K. Dick.

Elliot è come un Henry Case (ve lo ricordate Neuromante, no?) dei nostri tempi, un hacker disperato che fa una vita di merda e che ha un sacco di problemi (psicologici, sociali, di abuso di sostanze) che si imbarca in un viaggio più grande di sé stesso. Un viaggio che vale la pena guardare.


Genre: cyberpunk, thriller, drama

Year: 2015

Cast: Rami Malek, Christian Slater, Carly Chaikin, Portia Doubleday, ecc

Seasons: One, ten episodes (running time 45-55 min)

Notes: a second season is in the works.

Elliot Alderson is a young security engineer working for Allsafe in New York. A veritable genius behind the screen, he deals with social anxiety and clinical depression, which make any social interaction for him awkward at best, terrible at worst. He has an habit of hacking people, and knows a lot about his colleagues and acquaintances solely because of that. He has a psychiatrist who is trying to help him, but he’s distant from everything that’s not computer-related. One day, after a specific event, an anarchist nicknamed Mr. Robot contacts him: he is the leader of the hacker group fsociety, and wants Elliot to join. Whatever he decides to do, will have great consequences.

Mr. Robot has two main themes: the first one, most obvious, the role of hacking in our society and what it could do. Who truly owns the power? Megacorps and hackers seem to disagree on this point, as they fight against each other and use each other for their own need. Picking a side isn’t easy when both sides have their problems. As a series it reflects the fears and hopes of our times, with the dream of joining someone who could set us free from the claws of impossibly powerful conglomerates. Of course, since it’s american, this side focuses on american problems, like student debt, but it can be easily perceived as universal.

But there isn’t only the fighting in Mr. Robot: its other side is the psychological one, and it’s a very deep abyss. Elliot’s problems cause him trouble at work, in his private life and behind the keyboard. As we see everything from his eyes, it becomes clear since the beginning that he’s not a reliable narrator – quite the contrary. He talks to the watcher as if she/he was a voice in his head, an imaginary friend. He’s paranoid and doesn’t know how to handle himself, let alone other people. We may feel sorry for him, but the portrayal of his illness is not sugarcoated nor fetishized, it’s introduced to us with the crudeness of reality, or whatever reality can he perceive. The watcher will soon question, together with Elliot, what is real and what is not, in a Philip Dick-esque twist.

Elliot is like a Henry Case (do you remember Neuromancer) of our time, a desperate hacker with a lot of problems – psychological, social and addiction related – who embarks on a journey far bigger than himself. A journey worth watching.

Racconto breve: Un Mondo in Rosso / Short story: A World In Red

rossouniverso

Il casco di Kel-2698 lo informò che la temperatura era scesa di tre gradi negli ultimi 40 minuti, e che la persona davanti a lui si chiamava Szilian Varden, anni 56, operaio. Il chip di identificazione che l’uomo portava piantato sulla tempia reagiva con il casco di Kel-2698 trasmettendogli un silenzioso feedback. A Kel-2698 sarebbero bastati gli occhi per capire che era solo un operaio, uno dei tanti vestiti di stracci che entravano e uscivano tutti i santi giorni dalla fabbrica della Orven a cui erano stati assegnati.

Il respiro di Varden si condensava in nuvolette. Il casco di Kel-2698 gli disse che la temperatura aveva raggiunto i -2, ma Kel-2698 non percepì nessun cambiamento all’interno della sua tuta sigillata.

Kel-2698 perquisì l’uomo con il visore del casco. Era già pronto a dirgli di darsi una mossa quando il casco registrò una presenza insolita.

“Apri la borsa.”

Varden impallidì ma obbedì. Obbedivano tutti.

Il guanto di Kel-2698 frugò nelle cianfrusaglie dell’uomo ed estrasse un involto di carta unta.

“Il… era ciò che rimane del mio pranzo.” spiegò Varden tremando.

Il segnalatore del casco era programmato per reagire a una quantità di cheranio di poco superiore alle inevitabili polveri che rimanevano nell’aria e nei loro vestiti, ma quando Kel-2698 aprì il panino segnalatore lo inondò di notifiche. All’interno c’erano pezzi di cheranio simili a matite spezzate.

“Il tuo pranzo, eh?”

Varden strizzò gli occhi e cercò di farsi piccolo. Gli altri operai cercavano di ignorarlo, ma finivano sempre per fissarlo. Inviò una conferma neurale al collega che si occupava dell’altra fila, e si rivolse di nuovo a Varden.

“Beh, non voglio lasciarti a stomaco vuoto. Mangia.”

Varden strabuzzò gli occhi.

“Su.” Kel-2698 lo incitò colpendolo alla spalla col fucile. Kel-2698 guardò la fila, divisa tra chi guardava per terra, chi guardava il cielo e chi fissava Kel-2698 con occhi d’odio.

Nessuno parlò.

Varden diede un morso al panino e deglutì con espressione disgustata.

“Ancora.”

Varden mandò giù altri due bocconi.

“Puoi andare.” gli ordinò Kel-2698, e passò all’operaio successivo.

La visione periferica del casco e l’analisi del rumore – corpo adulto che cade nella ghiaia mista a neve – gli confermarono che la quantità di cheranio ingerita era stata sufficiente a uccidere il soggetto Szilan Varden, colpevole di furto di materiale necessario per lo sforzo bellico.

Fece un cenno col fucile all’operaio che aveva davanti di proseguire.

“Muoviti.”

“Un attimo solo.” gli rispose l’uomo – Cord Kessal, 46 anni, operaio – e si chinò per raccogliere qualcosa da terra. Kel-2698 gli sparò prima che potesse colpirlo con il sasso che aveva appena preso in mano, ma prima che il corpo di Kessal toccasse terra, si trovò colpito da almeno nove sassi provenienti da direzioni diverse. Il visore registrò freneticamente le identità degli uomini coinvolti, e Kel-2698 sparò altri due colpi. Un sasso centrò in pieno il visore del casco, e Kel-2698 provò una sensazione che credeva di aver dimenticato: confusione. L’universo non fu più rosso come qualunque cosa che il visore gli trasmetteva, ma frammentato e doloroso.

 

Quando si risvegliò ebbe un sussulto e cercò il fucile. Si costrinse a calmare i battiti e a riconoscere l’ambiente: una delle stanze della casa che usavano come campo base vicino alla fabbrica. Era nella sua branda, e indossava la sua tuta: la cosa lo calmò. Sbatté gli occhi per abituarsi alla cacofonia di colori: grigio scuro per le pareti, verde per la coperta, grigio chiaro per la porta. Osservò il mondo a occhi chiusi, fingendo che la luce che gli attraversava le palpebre fosse il rosso garantitogli dal visore. Si tirò a sedere e si coprì gli occhi con le mani, respirando profondamente.

Provava dolore in alcuni punti del corpo, ma era certo che la tuta aveva già provveduto a somministrargli le cure necessarie. D’istinto cercò la presenza dei suoi compagni, ma senza casco la connessione neurale non si attivò.

Le ho prese come un perfetto imbecille. Cercò di ricacciare indietro la nausea, e si tappò le orecchie nel vano tentativo di sopprimere quell’irritante fischio che sembrava venire da dentro il cranio. Si alzò a fatica – anche la gamba destra gli faceva male, e non c’era verso di avere un’analisi della situazione senza casco – e si affacciò alla vecchia finestra.

L’aria fresca della sera lo confortò per un attimo, poi ripensò alle polveri di cheranio nell’aria e richiuse subito la finestra. In giro non c’era nessuno, anche se luci del turno di notte della Orven erano accese. I suoi occhi doloranti cercarono e trovarono la sagoma di Szilan Varden, appeso fuori dai cancelli con un cartello che da quella distanza, scoprì, non era in grado di leggere. Sentì una strana ira invadergli il corpo. Rivoleva la sua connessione coi suoi compagni, rivoleva i suoi dati, il suo mondo di colore rosso fornitogli dal cervello tramite il visore del casco. E invece doveva vedere i colori, doveva vedere il giallo dei lampioni e l’azzurro della neve di notte, doveva vedere il marrone dei vestiti di Varden.

Senza casco non poteva accedere ai dati sulla famiglia di Varden. Ma sapeva che da qualche parte forse lo stavano cercando, una moglie o un marito si stavano preoccupando o avevano appena ricevuto la notizia del suo tradimento. Qualcuno stava piangendo, ne era certo. Kel-2698 riuscì a raggiungere il bagno appena in tempo per vomitare.

 

Kel-2698 non aveva mai notato che i medici portavano un visore azzurro sui loro caschi. Si chiese se per loro il mondo avesse quel colore, e se si sarebbero sentiti come lui se privi del casco.

Il medico uscì e lo lasciò solo sul lettino.

“Una bella nausea, vero?”

Kel-2698 si girò di scatto e vide il sergente Aleth-1336, entrato senza fare alcun rumore.

“Sì, signore.” la sua stessa voce gli sembrò strana e patetica.

“Era capitato anche a me una volta, non vedevo l’ora di rimetterlo. Mi dispiace che tu abbia dovuto aspettare così tanto, non lo auguro a nessuno. Riesci a camminare?”

“Sono solo ferite lievi.” Kel-2698 si alzò.

“Ottimo, seguimi.”

“Che ne è stato degli aggressori?” sentì il cuore battergli in modo strano facendo quella domanda.

“Sei riuscito a uccidere quattro di loro prima che ti spaccassero il casco vicino ai connettori. Poi ne sono morti altri due, e gli altri li stanno interrogando.”

Kel-2698 ripensò a Szilan Varden, a Cord Kessal – ricordava quei nomi fin troppo bene – e ai quattro a cui aveva sparato. E poi c’erano quelli che aveva ucciso o picchiato nei giorni e nei mesi prima.

“Cerca di non vomitare di nuovo.” lo ammonì il sergente Aleth-1336. “Non preoccuparti, passerà appena ti sarai messo il casco nuovo e il regolatore di impulsi si sarà di nuovo connesso.” aggiunse poi a voce bassa.

Qualche minuto dopo Kel-2698 si trovava seduto sulla sua branda con in mano il casco nuovo appena arrivato apposta per lui. Persino l’odore gli era familiare e invitante. Fece per metterselo addosso, ma esitò.


 

Kel-2698’s helmet informed him that the temperature had seen a decrease of three degrees in the last 40 minutes, and that the person in front of him was Szilian Varden, 56 years old, factory worker. The identity chip Varden wore on his temple reacted with Kel-2698’s helmet, transmitting a silent feedback. Kel-2698’s eyes would have been enough to show him how Varden was just one of the many workers dressed in rags who came in and out of the Orven factory they had been assigned to.

Varden’s breath created small clouds in the air. Kel-2698’s helmet told him the outside temperature was -2°, but Kel-2698 did not perceive any change within his sealed suit.

Kel-2698 searched the man, helped by his visor. He was already ready to tell him to go, when he recorded an unexpected presence.

“Open your bag.”

Varden’s face turned pale, but he obeyed. They always obeyed.

Kel-2698’s gloved hand rummaged in the man’s bag and pulled out an oily paper bundle.

“It’s… it’s what’s left of my lunch.” Varden was shivering.

The detector in his helmet was programmed to react to an amount of cheranium reasonably superior to the unavoidable dust that impregnated the air and their clothes, but as Kel-2698 opened the sandwich, his detector showered him in notifications. Between two layers of bread there were pieces of cheranium bars, similar to broken pencils.

“Your lunch, he?”

Varden tried to make himself as small as he could. The other workers pretended to ignore him, but they always ended up staring at him. Kel-2698 sent a neural confirmation to his colleague dealing with another queue of workers, then looked back at Varden.

“Well, you can’t work on an empty stomach. Eat.”

Varden’s eyes were wide open.

“Come on.” he hit Varden’s shoulder with his rifle. The queue was formed by people looking at the ground, at the sky or staring at him with hate.

No one said anything.

Varden bit his sandwich and swallowed, disgusted.

“More.”

Varden took two more bites of the sandwich.

“You can go.” Kel-2698 told him, then proceeded to the next worker.

The helmet’s peripheral vision and the sound analysis – adult body falling on the gravel mixed with snow – confirmed him that the amount of cheranium eaten had been enough to kill the subject Szilan Varden, guilty of theft of raw materials fundamental for the wartime efforts.

He made a gesture with his rifle to tell the worker he was looking at to proceed.

“Go.”

“Just a moment.” replied the man – Cord Kessal, 46 years old, factory worker – and kneeled to pick up something from the ground. Kel-2698 shot him before he could hit him with the stone he had in his hand, but before Kessal’s body hit the ground, Kel-2698 found himself at the end of the trajectory of at least nine different stones coming from different hands. The visor frantically  registered their identities, and Kel-2698 shot again. A stone hit him right in the middle of his visor, and Kel-2698 felt something he had not felt for a long time: confusion. The universe wasn’t red like everything the visor showed him anymore, but fragmented and painful.

 

When he woke up he felt terrified, and looked for his rifle. He forced himself to calm his heartbeat and to recognize the environment: one of the rooms of the house they used as a base next to the factory. He was in his cot, and was still wearing his suit: this calmed him.

He blinked rapidly, trying to get used to the cacophony of colors: dark grey for the walls, green for the blanket, light grey for the door. He looked at the world with closed eyes, pretending the light beyond his eyelids could show him a red world like his visor did. He sat on his cot and covered his eyes with his hands, breathing heavily,

He felt pain in certain areas of his body, but he was sure his suit had already healed him as its best. He instinctively looked for his mates’ presence, but without his helmet the neural connection left him alone.

I got beaten like a stupid idiot. He tried to hold back sickness, and closed his ears trying to suppress the annoying hiss he felt was coming right from his own skull. He managed get up despite the pain on his right leg – no analysis of the situation without the helmet – and looked out of the window.

The chilly air brought him relief at first, then he remembered the cheranium dust in the air and closed the window hastily. He couldn’t see anyone outside, even if the night shift lights at the Orven were visible. His aching eyes found the figure of Szilan Varden, hanging from the factory gates with a sign in front of him, a sign he couldn’t read from that distance. He felt a strange fury gather in his body. He wanted his connection back, he wanted his data, his red world blissfully provided by his visor. But no, he was forced to see color, to see the yellow of the lamplights, the blue of the snow at night, the brown of Varden’s clothes.

Without his helmet he had no access to the data on Varden’s family. But he knew that, somewhere, someone was looking for him, a husband or a wife was getting worried, or had gotten news of his betrayal and execution. Someone was crying, he was sure of it. Kel-2698 managed to reach the bathroom right before throwing up.

 

Kel-2698 had never noticed that the doctors wore a blue visor on their helmets. He wondered if the world had that color for them, and if they would have felt like him if left helmetless.

The doctor left, and Kel-2698 was alone.

“You felt awfully sick, right?”

Kel-2698 turned around and saw sergeant Aleth-1336, who had entered without making a sound.

“Yes, sir.” his own voice felt weird and pathetic.

“It has happened to me once, too. I couldn’t wait to get it back on. I’m sorry you had to wait so much, I don’t wish it on anybody. Can you walk?”

“Yes, they’re just superficial wounds.” Kel-2698 stood up.

“Great, follow me.”

“What happened to the attackers?” he felt his heart beat in a strange way as he asked that question.

“You managed to kill four of them before they managed to break your helmet, right next to the connectors. Two more died. The others are being interrogated.”

Kel-2698 thought about Szilan Varden, about Cord Kessal – he remembered those names far too well – and about those he had shot. And then there were those he had killed or beaten in the last days or months.

“Try not to throw up again.” warned sergeant Aleth-1336. “Don’t worry, it will be over as soon as you will get your helmet on and the impulse regulator will be connected.” he added, lowering his voice,

A few minutes later Kel-2698 sat again on his cot, this time with his new helmet in his hands, a helmet which had been sent right for him. Even the smell felt familiar and inviting.

He almost put it back on, but hesitated.

 

Recensione: …E Non Dimenticare La Tuta Spaziale

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Autore: Jody Lynn Nye (curatrice della raccolta)

Genere: fantascienza, commedia, etc

Anno: 1996

Note: raccolta di racconti brevi di vari autori, il tema unificante è la figura della madre.


L’idea dietro a questa antologia è semplice ma geniale: non importa quanto la tecnologia abbia fatto progressi, quanti pianeti siano stati colonizzati e quanti alieni siano stati incontrati: le mamme ci saranno sempre, in qualche modo, e i loro consigli non sono destinati a cambiare troppo. Ed è per questo che molti dei titoli sono riferimenti a classiche raccomandazioni da mamma, tipo “Non Uscire Con La Biancheria Intima Bucata”, “Non Chiami Mai” “Metti in Ordine la Tua Stanza!”, e così via. Tutte le storie sono molto diverse e trattano diversi tipi di mamme, da quelle virtuali a quelle aliene, da quelle computerizzate a quelle in carne e ossa che sono appena arrivate sulla stazione spaziale e non vedono l’ora di mettersi all’opera. Alcune storie sono palesemente comiche: “Non Uscire Con La Biancheria Intima Bucata” sembra fatta apposta per prendere in giro quelle vecchie storie tipo Flash Gordon, ed è una storia in cui la biancheria intima gioca un ruolo fondamentale. Poi c’è “Non Chiami Mai”, dove un comandante militare è pronto ad attaccare la flotta aliena ma riceve una telefonata dalla mamma che davvero non capisce perché non la possa chiamare più spesso. Altre mamme, invece, come quella di “Torna Con La Tuta Spaziale, O Su Di Essa” sembrano impazienti di mandare i loro figli in guerra.

Non mancano le mamme virtuali, e storie come “Su Marte i Bambini Muoiono di Fame” e “Metti in Ordine la Tua Stanza!” trattano un argomento simile ma con twist diversi.

“Qual’è La Parola Magica?” prende in giro i film di James Bond, e ci presenta un universo dove appaiono sia magia che tecnologia. La magia appare anche in altre storie, una delle quali finisce per creare una vicenda stile Piccoli Brividi. Lo ammetto, ho ritenuto che queste storie fossero un po’ fuori posto, perché mi aspettavo storie con un elemento fantascientifico sempre presente, non ambientazioni tipo Antica Grecia o giorni nostri ma con una magia già vista e rivista.

Ci sono anche mamme aliene, perché non importa in che angolo della galassia uno sia, le mamme cercheranno di fare il loro meglio. O il loro peggio, perché ad essere onesti alcune delle mamme di questa raccolta sono delle persone orribili, o semplicemente non si preoccupano della felicità e della sensibilità dei loro figli. Un buon esempio di questo caso è in “Gli Incidenti Non Capitano Per Caso, Sono Provocati”, uno dei racconti meglio riusciti della raccolta, perché mamma e figlia sono straordinariamente umane (non in senso di non-aliene, ma nel senso di realistiche) e hanno difetti e personalità interessanti.

Non tutte le storie sono allo stesso livello, parlando di qualità. “Maureen Birnbaum Dà Un’Occhiata In Giro” mi è sembrato una lettura ardua, non capivo dove volesse arrivare, e su Goodreads ho visto altri pensarla allo stesso modo. “Non Avvicinarti All’Acqua” è scritto bene, ma non è un racconto di fantascienza.

Due dei miei racconti preferiti sono, casualmente, il primo e l’ultimo dell’antologia. Il primo, “Che il Signore ti Ascolti”, ci presenta una signora che è una madre, sì, ma non della protagonista, e che ha ancora tanto da insegnare. “Non Mettere Quella Roba In Bocca, Non Sai Da Dove Viene” invece crea una circostanza molto carina intorno alla frase del titolo.

Tutto sommato è stata una lettura divertente, anche se non ho apprezzato tutti i racconti allo stesso modo, ed è un peccato perchè l’idea di base della raccolta è sublime.


 

Author: Jody Lynn Nye (anthology curator)

Genre: sci-fi, comedy, etc

Year: 1996

Notes: collection of short stories by various authors. The common theme is the figure of the mother.

 

The idea behind this anthology is simple but brilliant: no matter how far technology has progressed, or how many planets have been conquered, or how many aliens have been encountered: moms will still be there, somehow, with their old brand of advice.

Which is why many of the title are references to typical mom sentences, like “Don’t Go Out in Holy Underwear” “You never call” “Clean Up Your Room!” and so on. All stories are very different and feature different kinds of moms, from alien moms to virtual moms, to computer moms to real, flesh and blood moms who have just came on board the space station and have some business to do. Some stories have a comedic vein: “Don’t Go Out in Holy Underwear” seems devoted to making fun of those old stories à la Flash Gordon, and is a story in which, as you can guess, underwear is very important. Then there’s “You Never Call”, which features an important space commander who is ready to start a battle against an alien race but is called by his mom who really doesn’t understand why can’t he call more often. Other moms, like the one in “Return with Your Spacesuit, Or On It” seem quite eager to send their sons to war instead.

There is no shortage of virtual/computer moms, “The Starving Children on Mars” and “Clean Up Your Room!” both feature these, and with funny twists.

“What’s the Magic Word?” pokes fun at James Bond-esque narratives, and it involves both technology and magic. A few other stories feature magic, one of which uses magic to create a little horror story reminiscent of those classic Goosebumps books. Admittedly, I did feel like those stories were a bit out of place, because I was expecting a sci-fi only anthology, not settings like Ancient Greece or modern times with a kind of magic we have already seen before countless times.

There are also alien moms, because everywhere in the galaxy moms will do their best to protect their kids. Or their worst, because let’s be fair, some of the moms portrayed here are just terrible, or worse, they aren’t that bad, but completely fail to understand how to make their children happy. A good example of this is “Accidents Don’t Just Happen-They’re Caused”, which is probably one of the best stories in this collection because both mother and daughter are very human (not in a not-alien kind of way, but in a “very real” way), and both have interesting flaws and personalities.

 

Not all stories are at the same level, quality-wise. I found “Maureen Birnbaum Pokes an Eye Out” very hard to read, and discovered on Goodreads that other people agree with me on this. “Don’t Go Near the Water” is well written but out of place in a sci-fi themed anthology.

Two of my favorite ones are exactly the first and the last story of the anthology. The first one, “From Your Mouth to God’s Ear”, features a character who is a mom but not the main character’s mom, and still has plenty to teach. “Don’t Put That in Your Mouth, You Don’t Know Where It’s Been” , the last one, features a very interesting circumstance for the sentence in the title.

Overall it was a fun read and I recommend it.

 

Recensione: La Decima Vittima / Review: The Tenth Victim

decima

Anno: 1965

Diretto da: Elio petri

Sceneggiatura di: Tonino Guerra, Elio Petri, Ennio Flaiano, Giorgio Salvioni

Cast: Marcello Mastroianni, Ursula Andress

 

Note: Basato sul racconto di Robert Scheckley, La Settima Vittima. Il regista rivelò poi in un’intervista che il finale gli fu imposto dal produttore.


In un futuro non troppo lontano (per gli anni ‘60), come ci informa un tipo dall’aria inquietante, il sistema internazionale della Grande Caccia ha aiutato l’umanità a evitare le guerre e a creare un modo legale di gestire l’istinto di uccidere: chi accetta di partecipare alla Caccia acconsente a giocare per un minimo di dieci turni, dopo i quali, se sopravvive, ottiene fama e fortuna (esentasse, ovviamente). Chi è registrato all’ufficio della Caccia riceve il ruolo di vittima o di cacciatore, ma la vittima non sa chi sia il cacciatore, solo che c’è qualcuno che lo sta cercando per ucciderla. Per vincere, la vittima deve uccidere il proprio cacciatore. Molti si uniscono alla caccia sperando in fama e denaro, e altri si limitano a guardarla in televisione, dove rimane uno spettacolo molto apprezzato.

La bellissima Caroline Meredith ha ucciso 9 persone, ed è pronta per il suo ultimo turno nella caccia. Questa volta sarà la cacciatrice, e la sua vittima sarà un italiano, Marcello Poletti: i due sono molto diversi l’uno dall’altra… Caroline arriva in Italia dagli Stati Uniti col suo team di sponsor che vogliono sfruttare la sua ultima caccia per una pubblicità di impatto colossale. Caroline cerca di conoscere la sua vittima per carpirne i segreti, e tra baci, burocrazia, rivalità, altri partecipanti della Caccia che si ammazzano a vicenda sullo sfondo, la vicenda prende pieghe inaspettate.

Come nel Farenheit 451 di Truffaut l’effetto fantascienza è dato da un abbigliamento molto particolare e da una tecnologia moderna ma non troppo, con anche il contrasto con le rovine di Roma come elemento di sfondo. Al di là dei drammi personali dei singoli personaggi, questo film sembra una critica alla società, società che è cambiata, sì, ma la critica è ancora valida sotto certi aspetti. Si parla di una società italiana, ovviamente, ed è decisamente piacevole vedere una storia di fantascienza che non si basi esclusivamente sugli USA. Si prende in giro la nostra burocrazia, cosa che fa ridere ma è anche terribilmente vera. Si parla di divorzio, che ancora nel 1965 non era previsto dalla legge… si parla persino del destino delle persone anziane e dell’onnipresenza dei mass media che hanno trasformato le persone in carne da cannone per la televisione. E lo stato ne è complice, come dimostrano gli slogan che invitano le persone a vivere pericolosamente seguendo la legge, o a controllare le morti invece delle nascite. Nel complesso è tutto più attuale di quanto vorremmo. Non manca l’umorismo in questo film, perlopiù black humor che si basa sulle situazioni assurde o grottesche in cui si trovano i due protagonisti.

La trama fa sì che fino all’ultimo ci si domandi come andrà a finire, e la colonna sonora è molto catchy. I temi che tratta sono ancora sulla bocca di tutti, perciò questa piccola distopia all’italiana merita decisamente una possibilità.


 

Genre: Sci-fi, dystopia

Year: 1965

Directed by: Elio petri

Script by: Tonino Guerra, Elio Petri, Ennio Flaiano, Giorgio Salvioni

Cast: Marcello Mastroianni, Ursula Andress

Notes: based on Robert Sheckley’s tale “The Seventh Victim”. The director revealed in an interview that the ending had been imposed by the producer.

In this not so distant future (for the ‘60s), as the vaguely creepy close up of a guy informs us, the international system of the Big Hunt has helped humanity by avoiding wars and creating a legal way to deal with the instinct to kill: those who decide to take part play a maximum of 10 turns, after which, if they survive, they get fame, fortune, and no taxes. Everyone who is registered at the Hunt office receives the role of either Victim or Hunter, but the victim doesn’t know anything of the Hunter, only that they are being hunted. To succeed, they have to survive and kill their Hunter. Many people join the Hunt system for fame, most for money. It is also a very appreciated form of entertainment, as televisions routinely celebrate the winners.

The beautiful Caroline Meredith has killed 9 people, and she is ready for her last turn in the Hunt – this time, she’ll be the Hunter. She is assigned an italian man, Marcello Poletti. The two couldn’t be more different… She flies to Italy from the USA with her sponsorship team who wants to make a big publicity stunt out of her last kill, and tries to get to know her victim… a lot of things ensue, including kisses, bureaucracy, rivalries, and other Hunt participants following and killing themselves in the background.

Like in Truffaut’s Farenheit 451 the “sci-fi” effect is achieved through weird outfits (which are wonderfully done), a technology that is modern but not too much; there is also a great contrast with the ruins of Rome. Besides the very personal dramas of the main characters involved, the whole movie feels like a critique of society, and despite the movie being quite old, it appears still actual and this is not limited to the italian society only. Of course italian society gets the spotlight, and for once it is extremely refreshing to see something that is not deeply US-bound. There’s a mockery of our ridiculous bureaucracy which will make you laugh, but it is also very real. There’s a reflection about divorce, which mind you, was still not legal 1965 in Italy (the laws were passed in 1970)… A reflection about the destiny of old people. A reflection about the omnipresence of mass media which have transformed the people in cannon fodder for television. And the state is an accomplice of this, with the various slogans that invite the people to join the Hunt to “live dangerously, but following the law” and says things like “why controlling births when you can control deaths?”. You can’t deny that it is all still very real.

Oh, and there’s some comedy, too. Sprinkled here and there, enough to make the theatre burst into laughter, thanks to the great acting of Mastroianni, the weird outfits worn mostly by the female characters. Black humor at its finest. The script is very good, as it leaves you wondering what will happen until the very end. Oh, and the soundtrack is quite catchy too.

I wish more people knew about this movie, especially in an era like ours in which we have the tendency to discuss these themes a lot. If you get the chance, please give it a try, because it is worth it.

Racconto breve: Troppo Stanco per Queste Cose / Short Story: Too Tired for This Stuff

sleep

“Ora fai bravo e stattene lì buono.” Il detective Nguyen sbadigliò e guardò Mark “Valice” Valice, legato mani e piedi al sedile posteriore dell’auto. Johanssen rispose con un grugnito, visto che il bavaglio non gli consentiva di dire molto altro.

Nguyen azionò l’auto, e il veicolo si sollevò da terra con un ronzio. Nguyen impostò la destinazione e attivò il pilota automatico. Tempo previsto: 27 minuti.

Sospirò. Le gocce di pioggia tamburellavano sui finestrini, e le luci soffuse della sera creavano un leggero contrasto con i fanali delle auto in coda.

Nguyen sbadigliò di nuovo. Le palme ondeggiavano al vento tropicale sull’ologramma gigantesco proiettato sull’edificio di fianco, e si sorprese a sentire il desiderio di essere su qualche spiaggia bianchissima, pur non avendo mai amato il mare e il caldo tropicale. Ma per riposarsi l’auto sarebbe andata benissimo lo stesso.

Fanculo al jet lag, fanculo a questo stronzo che ho dovuto inseguire per quattro continenti, si disse sistemando il cappuccio della giacca a mò di cuscino.

Gustandosi il tepore dell’interno dell’auto e il traffico regolare, Nguyen chiuse gli occhi.

Avvolto nella culla del dormiveglia, pensò al suo letto che lo aspettava, un letto piccolo in un appartamento ancora più piccolo… ma comodissimo.

Sognò un giorno di ferie, magari anche due, passato a ciondolare nel letto e a bere caffè stantio guardando i telegiornali che celebravano la cattura del famigerato Valice mentre lui se ne stava lì in pigiama.

Thunk.

“No, non bussate, non ci sono…” borbottò.

Thunk, thunk.

Al terzo colpo si riscosse dal torpore. Il traffico procedeva normalmente, di fianco a lui l’ologramma della Banca Inami faceva piovere banconote virtuali sulle auto incolonnate.

Si voltò e vide Valice che si era slacciato la cintura in qualche modo e ora premeva i piedi contro il vetro del finestrino.

“Che cazzo fai?”

Valice rispose solo con un grugnito, un grugnito che suonava molto come “di sicuro non sto cercando di imparare il tango”.

Nguyen premette un tasto e la cintura lo bloccò di nuovo. Valice protestò.

“Che ti aspettavi, un viaggio di piacere? Ora non fare cazzate, peggiorare la situazione non ti conviene.”

Valice rispose con un’alzata di spalle beffarda. Sì, in effetti con tutto quello che ha combinato che gliene frega. Ah beh, problemi suoi, mica glielo ha ordinato il dottore di fare il criminale.

La pioggia aumentò d’intensità, e Nguyen si mise nuovamente comodo. Aveva ancora una ventina di minuti.

Dopo quelli che gli erano sembrati due minuti e si erano rivelati dieci, un tonfo sordo scosse il veicolo.

“Che cazzo…”

Valice grugnì qualcosa, ma dal tono sembrava sorpreso. Nguyen alzò gli occhi e vide l’auto che si era piazzata sopra alla loro. Il sibilo di un laser e una linea bianca dai bordi rossi sul soffitto dell’auto gli fece capire la situazione. Nguyen afferrò la pistola e la tenne puntata sul  buco che stava per aprirsi.

Due uomini dal volto coperto si lasciarono scivolare sui sedili posteriori, e uno di loro provò a sparargli. Nguyen abbassò la testa e i proiettili si conficcarono sul vetro antiproiettile dell’auto. Sentì la voce di Valice.

“Oddio, ce ne avete messo di tempo.”

“Scusa tanto, capo.”

Approfittando della loro distrazione, Nguyen sbucò da dietro al sedile e sparò ai due, i quali caddero immobili l’uno sull’altro.

“Allora, c’è qualcun altro lì? No?” gridò rivolto all’auto dei criminali. Nessuna risposta.

“Lo prendo per un no.” Nguyen riprese i comandi manuali per quel tanto che gli servì per fare una brusca sterzata. Uscì dalla corsia prevista, ma l’auto sopra alla sua si staccò. Fece qualche decina di metri prima di riassestarsi in una corsia, segno che avevano ancora un pilota.

“Li hai ammazzati?” protestò Valice guardando i due corpi sul sedile.

“Non sono mica come te, non uccido se non sono costretto. Ma se mi causi altri guai potrei cambiare idea.”

Mancavano sette minuti all’arrivo. Nguyen sbadigliò.

 

“Grazie a tutti voi per essere presenti a questa conferenza stampa.” il suo capo sorrideva, le robotelecamere ronzavano e Nguyen fissava la tazza di caffè come un malato terminale che guarda un’aspirina.

“Non è stato facile e ha richiesto l’impiego dei nostri agenti migliori, ma il famoso Mark “Valice” Johanssen è finalmente in cella!”

Gli applausi ricordarono a Nguyen il piacevole ticchettio della pioggia.

Sentì il suo capo dire qualcosa riguardo al suo compito fondamentale e alla cattura, ma sembrava tutto distante e irreale. Il venticello leggero che muoveva le fronde delle palme, invece, era così rilassante che sperava fosse vero.

 


 

“Now, stay there and behave.” Detective Nguyen yawned and looked at Mark “Valice” Johanssen, his feet and hands handcuffed and sitting on the backseat of his car. Valice replied with a mere grunt, since the gag prevented him from talking.

Nguyen started his car, and the vehicle lifted off with a hum. He entered the destination and activated the autopilot. Estimated time: 27 minutes.

He sighed. The raindrops drummed on the windows, and the soft evening lights created a faint contrast with the lights of the queueing cars.

He yawned again. The palms rustled at a delicate tropical wind on the giant hologram on the building next to him, and he found himself wishing to be on some white beach, even if he never liked the sea nor the hot weather. But to take a nap, his car would have been enough.

Fuck jet lag, fuck this assohole I had to follow on four continents, he told himself while adjusting his coat’s hood to work as a pillow. Enjoying the intimate warmth of his car in the regular traffic, Nguyen closed his eyes. Half-asleep, cuddled by the soft hum of his flying car, he thought about his bed, a small bed in an even smaller apartment… but so comfortable.

He fantasized about taking a day off, maybe two, and relax in his bed, drinking stale coffee in his pajamas and watching the news talking gleefully about the capture of the infamous Valice.

Thunk.

“Don’t knock, I’m not home” he muttered.

Thunk, thunk.

At the third hit, he woke up. The traffic was proceeding as usual, and next to him the hologram of the Inami Bank let virtual banknotes fall from the sky on the queueing cars.

He turned and he saw Valice who had somehow managed to get rid of his seatbelt and was pressing his feet against the window.

“What the fuck are you doing?”

Valice grunted something that sounded awfully like “I sure as fuck am not trying to learn ballroom dancing.” but resumed his sitting position.

Nguyen pressed a button and the seatbelt blocked him again.

“What were you expecting, a pleasure trip? Now please cut the bullshit, you don’t want to make things worse.”

Valice shrugged. Yeah, I mean, with all he did why should he care. Ah well, that’s his problem, it’s not like his doctor told him to become a criminal.

The raindrops became bigger and stronger, and Nguyen made himself comfortable. He still had about twenty minutes.

After what had felt like a couple of minutes but had been actually teen, a loud thud resounded in the car.

“What the…”

Valice grunted, but looked as surprised as him. Nguyen raised his gaze to see a car parked right above his own. The hiss of a laser and the white and red line on the car ceiling told him the rest. He took out his gun and aimed it at the hole that was forming.

 

Two men with face masks appeared on the backseat, and one of them aimed his gun at Nguyen and shot. He lowered his head and the bullets got stuck on the bulletproof glass.

He heard Valice’s voice.

“Jesus, that took centuries.”

“Sorry, boss.”

Taking advantage of their distraction, Nguyen peered from behind the seat and shot at the two accomplices, who fell one on top of the other.

“Is there someone else who wants to come down?” he yelled at the hole. No answer. He gained back command of his car just to steer all the way to his left, and the car above him lifted off. It took the car some time to find hide in the traffic of another airway, and that meant the driver was escaping.

“You killed them?” Valice looked at the men.

“No, I’m not like you, I don’t kill unless I absolutely have to. But if you cause me more trouble, I might change my mind.”

Seven minutes to his destination. Nguyen yawned.

 

“Thank you for attending this press conference.” his boss smiled, the robocameras hummed and Nguyen stared at his coffee cup like a terminally ill man looking at an aspirin.

“It wasn’t easy and it has required the work of our best agent, but the famous Mark “Valice” Johanssen is now in the hands of justice!”

The sound of clapping hands reminded Nguyen of the pleasant ticking of the rain.

He heard his boss say something about his fundamental part in Valice’s capture, but everything sounded distant and unreal. The soft wind among the palm trees, however, was so relaxing that he hoped it was real.