Recensione: Sfera / Review: Sphere

spheremovieposter

Genere: fantascienza, thriller
Anno: 1998
Diretto da: Barry Levinson.
Cast: Dustin Hoffman, Sharon Stone, Samuel L. Jackson, etc.
Note: basato sull’omonimo romanzo di M. Crichton.


Norman Goodman è uno psicologo a cui il governo spesso ricorre in casi particolari o disastri per offrire aiuto psicologico alle vittime di eventi particolari. Quando viene mandato nel bel mezzo dell’oceano per una missione speciale si aspetta qualcosa del genere, ma scopre di essere stato chiamato perché anni prima aveva scritto un testo per il governo dove indicava i protocolli e il personale necessario in caso di primo contatto alieno. Non si aspettava certo che qualcuno prendesse sul serio le sue indicazioni, ma le cose cambiano quando viene trovata una gigantesca astronave sul fondo del mare. Stando ai suggerimenti di Goodman, viene organizzata una squadra di esperti, e assieme dovranno scoprire i misteri dell’astronave… abitando in una base sott’acqua, l’Habitat.

La loro indagine è sorprendente fin dall’inizio: come può l’astronave avere 300 anni – e non ci sono dubbi – essere così moderna e così familiare? Ma soprattutto, cos’è quella grande sfera dorata che trovano nella nave? Sembra fatta di una sostanza liquida o gommosa, e se ne sta lì sospesa nell’aria. Ogni sforzo di interagire con la sfera sembra essere inutile, e niente può penetrarla. Ah, e non riflette nulla dell’ambiente circostante eccetto loro.

Ovviamente cominciano presto a succedere cose strane e morti misteriose, e le ipotesi sull’identità della sfera e le sue interazioni con l’uomo si sprecano.

Ho soprannominato questo film “Picnic Sul Ciglio della Strada incontra Jules Verne”: i riferimenti a Picnic sono ovviamente dati dalla sfera dorata con poteri speciali, e in certi punti sospetto davvero che Crichton avesse letto il romanzo in questione. Ma non è un clone, non temete, è più un omaggio. Il riferimento a Jules Verne viene pensando all’ambientazione abissale: meduse e gigantesche creature sottomarine sembrano uno spettacolo che si osserva dagli oblò del Nautilus, non da una base scientifica moderna.

La trama è interessante e ricca di sviluppi, anche se probabilmente il merito qui va a Crichton. Magari capirete la verità sulla nave prima dei protagonisti, magari no, ma dubito che intuirete tutti i colpi di scena, e che possiate prevedere il finale.

C’è abbastanza suspense (e momenti di vero terrore, a volte) per tenere gli occhi attaccati allo schermo. E l’Habitat funziona molto bene come pretesto per intrappolare i personaggi, visto che tornare su richiede tempo per adattarsi alla pressione, e ovviamente c’è una bella tempesta in superficie ergo non possono ricevere aiuto. Gli elementi di terrore presenti non superano quelli fantascientifici, ed è un film piacevole da guardare.


 

Genre: sci-fi, thriller
Year: 1998
Directed by: Barry Levinson.
Cast: Dustin Hoffman, Sharon Stone, Samuel L. Jackson, etc.
Notes: based on the novel with the same title by M. Crichton.
Norman Goodman is a psychologist who is often employed by the government in disastrous situations to offer psychological help to the victims of some major event. When he is sent to a secret mission in the middle of the ocean he expects a similar situation, but he finds out he has been chosen because, several years ago, he wrote an essay for the US government indicating all the protocols and personnel he considered necessary in case of first contact with aliens. He never expected it to be taken seriously, but things change when a giant spaceship is found lying on the ocean floor, and a team of scientists is assembled as he suggested. Together, they’re supposed to pierce the mystery of the spaceship while being stationed in an underwater base, the Habitat.
As they begin their investigation, a lot of things don’t add up: how can the spaceship be 300 years old, and be so modern and yet so familiar? Most importantly, what is that huge golden sphere they find inside the ship? It seems made of a liquid or jelly substance, and it hovers above the floor. Any effort to interact with it seem to meet no answer, and nothing can penetrate the sphere. They notice that the sphere doesn’t reflect anything of its environment… except them. Needless to say, the expedition is plagued by mysterious events and deaths, and many ipotheses are made about the real nature of the sphere and how it interacts with humans.
I have nicknamed this movie “Roadside Picnic meets Jules Verne”. The Roadside Picnic part is, of course related to the golden sphere that has special powers, and the reference is so strong to me that I wish I could ask Crichton if he was inspired by Roadside Picnic. Even if that were the case, the two stories are very different. The Jules Verne part is a reference to the setting – most of the story is set in the abyss – and to the creatures that inhabit it. Jellyfishes and giant underwater creatures make you feel as if you were watching them from the Nautilus, and not a special base. The whole plot is very interesting and well crafted, though probably this is Crichton’s merit. Maybe you’ll be able to guess the nature of the spaceship before the movie reveals it, maybe not, but I doubt you’ll guess all the other plot twists, ending included. I can assess that the movie flows nicely, with suspence and genuine moments of terror. The Habitat is a perfect example of a setting to trap characters into, since reaching the surface requires time (to adjust to the pressure). And of course there’s a huge storm on the surface, so they cannot get help. While I mentioned terror I feel the need to add that it is not strictly a horror movie, the sci-fi themes are still stronger.

 

Annunci

Recensione / Review: Abaddon

tumblr_inline_ozz0zzci8h1swk1pk_500

Autore: Giuseppe Menconi

Genere: fantascienza militare/space opera/horror

Anno: 2014

Note: pubblicato da Vaporteppa.


Il maggiore William Boore era un soldato efficiente, capace di uccidere chiunque gli si parasse contro senza troppi scrupoli. Le sue medaglie parlano chiaro: è un vero eroe, ed è persino riuscito a salvare un prigioniero importante in una missione che ha richiesto la vita di suo fratello. Ora, per sua stessa richiesta, si gode una vita tranquilla a San Francisco, lontano dall’azione in Russia o nel Medio Oriente. Si è fatto assegnare alla Abaddon, un’astronave nera e immensa che si trova sospesa vicino al Golden Gate dagli anni Sessanta. Da allora non è mai successo niente: nessuno sa niente della nave, perchè entrare è impossibile visti gli scudi invisibili che la proteggono, e nessuno è mai uscito da lì. Gli abitanti di San Francisco ci si sono abituati ormai, e William Boore ha chiesto di essere assegnato alla sorveglianza dell’astronave. Non vuole più rischiare la pelle adesso, gli basta fare la guardia alla Abaddon in attesa del lavoro da scrivania che gli spetta, e godersi la famiglia.

Ma – e c’è sempre un ma – William Boore è un codardo. Le sue medaglie diranno anche che è un eroe, ma la verità è molto diversa. Se chiedete a lui, vi dirà che le medaglie mentono. Ma alla Abaddon tutto ciò non interessa: i suoi scudi invisibili spariscono, e William Boore deve entrare con una squadra e risolvere il mistero della nave. Ma come può affrontare pericoli sconosciuti se non può nemmeno affrontare sè stesso?

 

Era un po’ che volevo leggere questo romanzo, per vari motivi. Tanto per cominciare la trama mi incuriosiva molto, e poi è stato pubblicato da Vaporteppa: seguo il Duca da anni, e so quanto è esigente in fatto di scrittura, perciò l’idea di una collana diretta da lui mi sembrava una buona garanzia di qualità, calcolando che la sua politica è quella di assistere gli autori e insegnare loro come esprimere al meglio le loro idee. Magari non mi piacerà la trama a livello di gusti, mi ero detta, però sarà scritto bene di sicuro: non si sta sull’inginocchiatoio sui ceci del Duca senza ottenere nulla.

 

Così mi sono messa a leggere… ed è venuto fuori che avevo ragione. Il romanzo scorre come acqua, senza spiegoni di nessun tipo (ma facendo avere al lettore tutte le info necessarie), l’azione è descritta nel dettaglio e il difetto di William Boore è bello palese. Anche se non riuscite a immaginare come risolverà il problema della Abaddon è chiaro che finché non risolverà il suo problema personale non andrà lontano.

Di per sè la storia fa pensare a un videogioco, e dopotutto l’autore ha dichiarato di essere un fan di Dead Space. Misteriosi corridoi, cose che vogliono ucciderti dietro ogni angolo… sì, sembra proprio di trovarsi in un videogioco, ma non mi lamento: contribuisce a rendere la storia ricca d’azione, e si notano i tentativi di rendere tutto il più realistico possibile quando si tratta di armi ed effetti collaterali.

I misteri della Abaddon si sviluppano in maniera interessante, e si notano riferimenti a certe serie tv e film (nominarli sarebbe fare spoiler), forse involontari. Avrei apprezzato un po’ più di sense of wonder, ma alla fine ci sono abbastanza elementi originali per impedire che sembri una copia di questo o quello. I dialoghi a volte sembrano scritti un po’ in doppiagese; la parola “fottuto” viene usata dove si userebbe l’inglese “fucking”, generando uno strano effetto da testo tradotto.
I personaggi femminili presenti si contano sulle dita di una mano (che ha perso un paio di dita).

A parte ciò ammetto di averlo letto in un paio di giorni, perché volevo proprio sapere come sarebbe andata a finire. E adoro trovarmi di fronte a un finale che non sarei mai riuscita a prevedere (finale molto soddisfacente, tra l’altro). Credo che leggerò altro di Giuseppe Menconi (Vaporteppa ha pubblicato, di suo, anche Il Grande Strappo e Sangue del Mio Sangue).
Abaddon non cambierà la vostra vita, l’universo e tutto il resto, ma è un bel libro, ben scritto e piacevole: vale la pena dargli una possibilità.

Nota all’edizione: Adoro il fatto che ci sia una postfazione dell’autore per spiegare alcuni riferimenti presenti nel testo (di alcuni me ne ero accorta, di altri proprio no). Avrei apprezzato se i pensieri del personaggio fossero stati in corsivo (che invece è stato usato per i cartelli).


 

Author: Giuseppe Menconi

Genre: military sf/ space opera

Year: 2014

Notes: available only in Italian so far (and it’s a shame).


Major William Boore was a hotshot in the military, killing everyone who stood in his way with ease. His medals speak clearly of him: he’s a true hero. He even managed to save an important prisoner in a mission that costed him the life of his own brother, and is now enjoying a relatively calm life. Following his own request, he is posted in San Francisco, far from the action in the Middle East or in Russia. He’s assigned to the Abaddon: a triangular, black spaceship which has been hovering next to the Golden Gate Bridge since the sixties.

No one knows anything about that spaceship, except that it’s there and it’s not going anywhere. Getting in is impossible, since its invisible shields will fry anything that gets close. The citizens of San Francisco have gotten used to his presence, and William Boore is glad to have an assignment that keeps him close to his wife and kid. No more risking his life, just a few years of spaceship babysitting and then a calm desk job that will allow him to see his kid grow up.

But, and you know there’s always a but, William Boore is a coward. His medals may identify him as a hero, but he hasn’t been a hero for a long time. If you ask him, he’ll tell you his medals lie. But Abaddon doesn’t care about it, and it suddenly drops its shields. It’s up to William Boore and his team to get into the ship and pierce its mystery. But how can William face the unknown if he doesn’t even know how to face his own problems?

 

I had had my eyes on this book for quite some time, and for many reasons. First and foremost the plot seemed right up my alley. Second, it’s part of a series of books published under the banner of Vaporteppa, and Vaporteppa (yes, it’s a literal translation of the word steampunk into italian) is a special project: the main behind it, Marco Carrara, doesn’t want your book but your idea, and if he’s into it he’ll teach you how to write it at your best. Hell, Vaporteppa’s motto is Quae Nocent Docent – what hurts you teaches you.

This is why I had some expectations about this book: I’ve been following Marco Carrara on the web for quite a while, I know how demanding he is, and if he publishes something it must be a good book. Maybe I will not like the plot, but I will not have any criticism about the structure of the story and the techniques used in writing, I told myself.

 

So I jumped into reading…and it turns out I was right. The book flows like water: it has no infodumps whatsoever and yet it manages to convey all information naturally most of the time, the action is described in detail, William Boore’s fatal flaw is right there, and even if you can guess he’ll not solve the Abaddon problem until he solves his own personal problem, you have no idea how he and his squad will make it through.

At first it reminded me of a videogame, and the author is a self-professed fan of Dead Space. Mysterious spaceship corridors, things that want to kill you behind every corner… it does have quite a videogame feel to it, but I don’t complain: it makes the action fast paced, with a visible attempt to make the action as realistic as possible when it comes to the use of weapons and their side effects.

The mystery of the Abaddon was developed in an interesting way, I detected references (maybe totally unintentional) to certain tv series and movies I cannot name due to spoilers, but overall I cannot say I am unsatisfied. The dialogues could use some improvements: not in the info that they convey, but in the general style (this is an issue I will expand further in the italian translation of this review, since it pertains to our language). Worth mentioning also that the amount of female characters is significantly low.

Some more sense of wonder wouldn’t have hurt, but there’s enough original elements to avoid making it feel to much of a copy/reference to this or that work of fiction. I feel compelled to say I finished it in a couple of days, because I really, really wanted to know how it would have ended: I definitely didn’t guess the ending before it happened, that I can tell you (and it’s a very satisfying ending).

Abaddon won’t probably change you perception of the life, the universe and everything else, but it’s a fast paced well written book that you will probably enjoy.

Recensione / Review: Tharsis

tumblr_inline_odcjjztxsd1swk1pk_500

Sviluppatore: Choice Provisions

Genere: fantascienza

Anno: 2016

Note: Disponibile su Steam. La recensione era stata fatta in occasione dell’evento Red October (un mese di recensioni a tema Marte).


Il tutorial (che dovete assolutamente seguire) funge da prologo per la storia: vi trovate a bordo della Iktomi, un’astronave diretta su Marte. Anche se si tratta della prima missione con astronauti verso il pianeta rosso, c’è un motivo particolare per cui è stata organizzata. La Terra ha captato un segnale proveniente da Tharsis, regione montuosa di Marte, e ha mandato la Iktomi a investigare. Dopotutto, potrebbe essere prova che c’è vita nello spazio. Ma prima bisogna arrivarci, su Marte, e non sarà facile. Man mano che i turni di gioco proseguono scoprirete sempre di più sulla missione.

Alla fine del tutorial una tempesta di micrometeoriti colpisce la Iktomi, distruggendone un pezzo e uccidendo due astronauti. Ora sono rimasti 4 astronauti, alcune settimane di viaggio e una nave che deve essere riparata costantemente. Ogni turno del gioco si guasta qualcosa a bordo della nave, e i 4 personaggi devono essere mandati nelle aree in questione per riparare i danni. E lì dipende tutto dai dadi. A ogni astronauta è assegnato un massimo di 5 dadi (che possono essere riguadagnati in vari modi) e una volta lanciati l’esito della riparazione dipende dal risultato. Il punteggio necessario dipende dall’entità del danno: un danno che richiede 8 per essere riparato è una cosuccia, uno da 27 è un problema serio. Se il danno non viene riparato nel corso del turno continuerà a infliggere danni all’integrità della nave e alla salute degli astronauti. I danni più difficili poi presentano anche delle difficoltà extra: se esce fuori un certo numero un dado può venire bloccato per il turno, può sparire o addirittura causare danni all’astronauta.

Non è un gioco facile da battere, ci ho messo un po’ per farcela in modalità facile (le modalità sono facile, normale e difficile), e le prime volte molto probabilmente perderete. Non è troppo frustrante visto che le partite non durano molto – dipende ovviamente da quanto resistete e se riuscite ad arrivare su Marte. Una partita vinta può durare anche un’oretta, ma si può salvare e interrompere a proprio piacimento.

Sembra un gioco da tavolo, non lo nego, ma non lo ritengo un difetto. Molto dipende dalla fortuna, cosa che ha generato delle critiche negative nei confronti del gioco, e lo capisco. Ma non è tutta fortuna: senza una strategia adeguata non riuscirete mai a sfruttare le risorse disponibili. Ogni astronauta ha una specializzazione diversa, e va sfruttata al massimo (nel corso del gioco si possono sbloccare anche altri astronauti), tenendo conto anche che fattori come salute e stress influenzano il loro comportamento. Ogni mossa va calibrata alla precisione: sfruttate anche le piccole missioni secondarie per raccogliere cibo e far guadagnare dadi ai personaggi, riparare lo scafo, abbassare i livelli di stress o guadagnare bonus, come quelli alla ricerca. All’inizio sembra molto difficile tenere conto di tutti questi fattori, e lo è, ci vuole un po’ di pratica per abituarsi a tutte le meccaniche di gioco (fortunatamente non è a tempo).

Lo avevo comprato in un Humble Bundle tempo fa, e mi era piaciuto anche perché non richiede una competenza decennale nei videogiochi, solo la voglia di cimentarsi con la risoluzione dei problemi. Ah, quasi dimenticavo: a seconda di quanti astronauti riuscirete a portare su Marte il finale cambia… e vi sorprenderà.


Developer: Choice provisions

Genre: sci-fi

Year: 2016

Notes: the game is available on Steam. This review is part of the Red October event. 


The tutorial ( you should really pay attention to it) creates a prologue for the game: you are onboard the Iktomi, a spaceship directed to Mars. Supposedly the first manned mission to the red planet, it has actually been sent after the receiving of a signal from Tharsis on Mars. Your job is to reach it and investigate on this signal that might as well be a sign of alien life. But first, you have to reach the planet… Every turn of the game reveals you more details of the mission.

At the end of the tutorial a micrometeorite storm hits the ship, destroying a part of it and killing two astronauts. You’re left with four astronauts, several weeks of space travel and a ship in need of constant repair. Every turn the ship is damaged in two or more of its sections, and the four characters need to be deployed in these areas to repair the damage. And from that, it’s a matter of dice. Every astronaut is assigned a maximum of 5 dices that can be replenished in various ways, and the sum of their numbers once they’re thrown will determine if the damage has been repaired. 8 would constituite an easy damage, 27 a hard one. If you can’t repair it, it will continue to inflict damage, like breaking the hull or damaging the astronauts’ health. Hardest damages also come with penalties: a dice may be frozen (so you cannot throw it again in the same turn), expelled into the void or may injure the character.

If it looks like a boardgame, you’re not so far from the truth. A lot depends on luck, which prompted the game some negative critics and I can understand those. It took me several efforts to beat the game on easy (it comes in easy, normal and hard mode), so if you’re not ready to lose a few times this is not the game for you. Luckily a game of Tharsis doesn’t last much (especially if you lose): a successful game could take around one hour, and you can of course save whenever you want. Why did it take me so much to beat Tharsis? Because luck matters, but only to a certain degree. Preplanning and strategy count an afwul lot as well. Every astronaut has a different specialty that may be used to benefit the mission and improve your strategy, and you will unlock new astronauts as you achieve little things in game. You must also take into account their dice, their health and stress. Every section of the ship is also different, and allows you for side missions to be accomplished during a repair turn or while the ship is in good condition. These side missions can be used to harvest food (to replenish dice), repair the hull, lower the stress levels, regain health or assist points. You can also use some of your dices for research by putting them in a special screen section and enjoy the bonuses that come from it. At first it may seem overwhelming, as there are many factors to care for, but you only need a little practice to get used to the mechanics. Luckily, time is not an issue.

I bought Tharsis while it was part of the Humble Bundle, and I ended up appreciating a lot. And if you’re not a hardcore gamer with thousands of gameplay hours in your background, you’ll still be able to play it and like it. The main focus is problem solving, which I always find interesting and challenging. Oh, another thing. It has different endings according to how many astronauts you can bring on Mars….

Recensione: La Guerra di Zakalwe / Review: Use of Weapons

71juzul32bhl

Autore: Iain M. Banks

Genere: fantascienza, space opera

Anno: 1990

Note: nominato per il BSFA nel 1990. Terzo romanzo ambientato nell’universo della Cultura, può essere letto indipendentemente dagli altri. Ho letto la traduzione italiana di Gianluigi Zuddas della Nord (a parte qualche errorino qua e là non male).


La Cultura è una specie di società utopistica post-scarsità che comprende tanti pianeti e realtà differenti. La donna di nome Diziet Sma lavora per loro, e riceve un incarico per il quale prova scarso entusiasmo: c’è tanto da fare e viene mandata a recuperare Cheradenine Zakalwe, guerriero e stratega militare che aveva già lavorato per la Cultura in passato. Meno male che ad assisterla c’è il sarcastico robot/drone Skaffen-Amitskaw.
Diziet Sma sa cosa offrire a Zakalwe per convincerlo a tornare in pista. Il compito di Zakalwe sembra una cosa semplice, ma nella vita di Zakalwe la parola “semplice” non esiste.

E questo è uno dei due fili narrativi: segue il presente in ordine cronologico. L’altro, invece, ci racconta il passato di Zakalwe, mostrandoci vecchie missioni svolte per la cultura, rari momenti di pace, e episodi della sua giovinezza. I capitoli sono alternati: uno sul presente segue uno sul passato e così via. Tutto ciò serve a dipingerci un quadro dell’uomo chiamato Cheradenine Zakalwe: stress post-traumatico da vendere, sarcasmo, competenze e ossessioni. Cos’è la Staberinde? Perché Zakalwe non tollera la vista delle sedie? I misteri non mancano.

Non mi è facile esprimermi su questo romanzo. Sono rimasta deliziata dal finale, e ci sono certe parti delle avventure di Zakalwe (sia quelle del presente che del passato) che sono delle emozionanti storie-nelle-storie. I dialoghi che coinvolgono Zakalwe e Skaffen-Amitskaw sono spesso molto divertenti.

Eppure all’inizio ero tentata di abbandonare la nave e mollare tutto. Devo ammetterlo, le prime 100 pagine circa mi sono sembrate inutili, e sono servite solo ad alimentare la mia frustrazione. Non riuscivo a interessarmi del destino dei personaggi. Diziet Sma non era male, anche se niente di sconvolgente, ma mi aspettavo di appassionarmi al destino di Zakalwe fin da subito. Dopo un inizio potenzialmente interessante mi sono resa conto che non me ne fregava granché di lui. E ce ne vuole, perché come lettrice ho un debole per gli antieroi e i guerrieri tormentati. Considerando la vita di Zakalwe (addestramento militare speciale, lavora per una grande organizzazione) mi aspettavo una specie di Takeshi Kovacs, ma è qualcuno di molto diverso. Le cose diventano interessanti nella seconda metà del libro, il tutto fino a raggiungere un finale soddisfacente… ma non potete farmi aspettare 200 pagine!

Immagino che un libro del genere abbia richiesto molta progettazione, ed è una cosa che rispetto. Però non sono rimasta soddisfatta dello stile: troppi spiegoni (smetterò di lamentarmene quando smetteranno di metterli nei libri), e troppo raccontato invece di mostrato. Altro che show don’t tell. Quando leggo voglio dimenticarmi che sto leggendo e diventare tutt’uno con la storia, ma qui è stata dura. Quasi 400 pagine di azione interessante nascosta tra spiegoni e raccontato-non-mostrato, sembra di camminare col fango alle ginocchia… ed è un peccato perchè i capitoli più ricchi di azione, più al cardiopalma (il passato di Zakalwe, il finale) sono molto emozionanti! La storia ha del potenziale ma lo stile non l’aiuta.

Non posso non notare anche un’altra cosa: quando si parla della donna che Zakalwe amava ci sono righe e righe sulla sua bellezza (curve perfette e capelli perfetti, ovviamente), e sono quel tipo di descrizioni che mi fanno partire lo sbadiglio istantaneo… mentre invece quando entrano in ballo i partner di Diziet Sma (e ne ha parecchi, si intuisce), abbiamo sì e no una riga, se va bene, e non mi sembra molto equo.

Non mi pento di averlo letto, perchè contiene elementi molto interessanti (la storia dietro all’ossessione di Zakalwe per le sedie, ad esempio), ma ha anche i suoi difetti.


 

Author: Iain M. Banks

Genre: sci-fi, space opera

Year: 1990

Notes: nominated for the BSFA in 1990. Third novel set in the Culture universe (you don’t need to read the others first). I have read the italian translation by Gianluigi Zuddas published by Nord.


The Culture is an utopian, post-scarcity society which encompasses a lot of planets and living beings. The woman named Diziet Sma works for it, and she is given a task she is not eager to perform: she has to retrieve the old warrior Cheradenine Zakalwe. For this she has the help of Skaffen-Amitskaw, a sarcastic robot.

Zakalwe has worked for the Culture before, and Diziet Sma knows what he will want in return. Zakalwe’s new task seems a simple job, but there’s no such thing as “simple” in Zakalwe’s life, apparently.

This is the narrative thread that follows a chronological order and the events of the present. Every chapter set in the present is followed by another chapter set in another time in Zakalwe’s life: we read of the many creative ways in which he risked his life for the Culture, we read of his rare moments of peace, and of his youth. All of this paints the reader a picture of the man called Cheradenine Zakalwe, a man with an undeniable PTSD and a bunch of obsessions. What is the Staberinde? And why is Zakalwe triggered by chairs? There’s a lot to discover.

I have mixed feelings about this novel. I was delighted by the ending, and there are certain sections in Zakalwe’s adventures which are chilling and interesting stories-within-the-story. Zakalwe’s irony is enjoyable, and the same can be said for Skaffen-Amitskaw’s.

And yet, I was tempted to abandon ship and quit reading. I have to say this, the first 100 pages or so felt pretty much useless, and they only managed to increase my frustration. I really did not care about the characters at all. Diziet Sma was interesting even if not groundbreaking, but I was expecting Zakalwe to be compelling from the start – and yet for the first 100 pages or so I really did not care about him at all. And I was surprised, because the I have a weakness for anti-heroes and tormented warriors. Considering his role (military man with special training who worked for a powerful organization) I almost expected some sort of Takeshi Kovacs, and I couldn’t be more wrong. From the second half of the book, things get very interesting, and all of this brings to an ending that’s bound to surprise you. I just hate waiting 200 pages for things to get juicy!

 

I can imagine the amount of planning that was necessary for such a novel and I respect that. And yet, I have issues with Banks’ style, because there’s infodumps – no I’ll never stop complaining about them, get used to it – and too much telling instead of showing. When I read I want to forget I am actually reading, I want to become one with the story, and yet here I had a hard time doing it. An almost 400-pages long book littered with infodumps and tell-don’t-show feels like walking knee-deep in mud, and I hate saying this, because the most intense sections, the best written ones (the chapter about Zakalwe’s past, the ending) were very compelling! I hate seeing potentially good stories ruined by a style I’d definitely not expect from such a famous name in sci-fi.

Then there’s the minor issue with the fact that we get words upon words about the beautiful woman Zakalwe loved, and I always yawn at these “perfect curves, perfect hair” moments… especially because Diziet Sma has quite a lot of partners, and in the chapters that follow her POV we never get paragraphs and paragraphs of descriptions of them. That’s just not fair.

Overall I do not regret reading this, and it has many interesting ideas (the whole story of Zakalwe’s obsession with chairs is just an example), but I can’t deny it has many flaws.

Recensione / Review: Age of Pandora

age-of-pandora-promo

Cos’è: un programma fitness gratuito strutturato come un rpg, ambientato in un mondo post-apocalittico.

Autori: il team di Darebee.

Genere: fantascienza, post-apocalittico

Note: Uscito in due parti, questa è la recensione della seconda parte che copre gli ultimi 30 giorni del programma. Il programma si trova qui, potete scaricare il pdf o usare la app sul loro sito (cosa che consiglio). Ovviamente non mi intendo di fitness e valuterò principalmente la struttura della storia.


Torniamo a Pandora, mondo postapocalittico abitato da strani, pericolosissimi mostri e dove non ci si può fidare di nessuno… e dove, come prima, la storia si costruisce secondo le scelte del lettore / protagonista. Dopo gli avvenimenti della prima parte diventa palese che c’è bisogno di alleati. La Mietitura è vicina, ma forse per una volta potrà andare diversamente – e il lettore/protagonista è ben determinato a fare tutto il possibile. Non sarà facile difendere Pandora dall’orda di mostri in arrivo, e senza la fiducia e l’aiuto dei capi delle varie comunità sarà impossibile: solo uniti si può avere qualche speranza di resistere. Bisognerà convincere gli Uomini delle Montagne, i Messaggeri, i Costruttori, e così via, facendo di tutto per guadagnarsi la loro fiducia in varie missioni parallele.

E non dimentichiamo che a volte il numero di ripetizioni di un certo esercizio che si è in grado di fare può cambiare il risultato di una scena. Niente paura però, come la prima parte anche questa è accessibile a chi non è in formissima, e le scelte fatte dal personaggio / lettore continuano ad essere fondamentali: sembra di trovarsi di un videogioco della Telltale in effetti ( The Wolf Among Us, ecc), perchè non tutte le scelte saranno facili e ovvie, anzi. Qui l’inventario gioca una parte più ampia rispetto a Parte 1, perché per continuare la storia serviranno certi oggetti, oggetti che possono essere comprati al mercato in cambio di un certo numero di scraps, la valuta locale. Se non si hanno accumulato abbastanza scraps ci sono varie missioni parallele per farlo, che a un certo punto diventano necessarie. Si può cacciare o pescare, ma serve l’equipaggiamento necessario per farlo… e anche una bella dose di coraggio, visto che la fauna locale sembra una versione mostrificata degli animali che ben conosciamo. Ma la carne è sempre carne.

Come la Parte 1 a volte sembra più un fantasy che una storia di fantascienza, ma non fatevi illudere da spade e mostri, ci sono molti misteri e elementi fantascientifici dietro ai mostri… e all’identità del protagonista.

E ricordatevi che c’è una mappa, e che dovrete faticare per muovervi!

Programmi come questo rimangono una piccola manna secondo me: la storia tiene motivati ed è perfetto come sistema per chi non ha l’abitudine di fare esercizio tutti i giorni, abitudine che diventa facile da sviluppare con un programma così, che tra l’altro non richiede molto tempo nell’arco di una giornata (il più delle volte una mezz’ora basta e avanza). E diciamocelo, se bisogna fare delle flessioni in più meglio farle per sconfiggere mostri o salvare delle vite… anche se fittizie, ovviamente. L’importante è che dia soddisfazione.

Perciò su, gente, è ora di mettersi in forma, prima che arrivi un apocalisse vero.


 

What is it:  a free, no equipment 30 days fitness program that follows a storyline set in a post-apocalyptic world. Part 1 and part 2 united make it a 60 chapters/days program.

Author: The team at Darebee. Find the program (including also part 2) here. You can download it in pdf format or use their web app (I recommend this option if you can).

Genre: Sci-fi, post-apocalyptic

Notes: I am not a fitness professional, so I will give my evaluation solely as a user… and because I like to review everything that has an interesting storytelling, so why not. You can find my review of part 1 here.

The story goes on. We are back to the post-apocalyptic universe of Pandora, where monsters roam the land and you can’t trust anyone. After the events in the first part, you find yourself in desperate need of allies. The Harvest is coming, and you think you can make a difference – and you’re determined to do so. If you want to defend Pandora against the huge avalanche of monsters that will attack, devour and destroy everything, you need to gain the trust of both the common people and of their leaders. Only united you have a chance of winning. You will talk to the Mountain Men, to the Messengers, to the Builders, and so on. Everything to gain their trust and help. Which leads the player to many sidequests and hard work.

Every day of the program you will have to perform a certain workout: sometimes the number of sets you can perform will make the difference. But don’t get scared away, because like the first chapter, it is perfectly suitable for beginners. The biggest difference isn’t made by your skill, but by your choices: the lovechild of a gym and of a Telltale videogame, it will force you to make really hard choices which will shape the story. The inventory, already present in part 1, here plays a bigger part, because you’ll need certain items to continue your story, to enter certain places and so on. Items can be bought at markets using scraps, the game currency. You can gain scraps by doing jobs: again, small workouts such as 500 half-jacks, not necessarily non stop. The harder the workout the more you gain, of course. At a certain point you will be forced to do some side missions as you will be in need of scraps. You can also hunt or fish, but you need the equipment to access those areas. The fauna you’ll meet looks like a crazy, monster-ized version of our common animals, but the meat is good and you aren’t too afraid of them. Again, like part 1, sometimes it will feel a bit more of a fantasy than of a sci-fi work, but certain important sci-fi themes are still very present, under the swords and monsters. Like the creatures you fight, or who you are.

There is a bit too much cardio for my taste, since I am more of a strength training person. Especially if you take into account that you have a map on which you move, that requires a certain number of reps to be performed. Still totally worth it. I find that this sort of programs are very good in keeping me motivated in working out, because I want to see how the story goes on, which is why it would be very helpful for a beginner who hasn’t developed discipline or habit yet. And even if you have, hey, it’s fun. I’d rather do some extra push-ups knowing it will save a life, even if fictional, rather than just doing it because I have to. It’s not even that time consuming as a program, either. I did everything at level 2 or 1 and it rarely took me more than half an hour, sometimes even less. If you want to push yourself further and level 3 isn’t enough, you can always perform sidequests. I can’t recommend their programs enough.

So yeah, get in shape. The apocalypse is coming.

Recensione / Review: Nessun Uomo è Mio Fratello

tumblr_inline_oz7wasrxyd1swk1pk_5401

Autore: Clelia Farris

Genere: fantascienza, distopia

Anno: 2008

Note: vincitore del Premio Odissea nel 2009.


Enki Tath Min è il figlio di un agricoltore in un Indonesia futuristica. Nasce e cresce in campagna, dove aiuta suo padre a coltivare il riso e dove passa del tempo coi suoi amici, ragazzini della sua età. Col tempo tutti loro sembrano trovare la loro strada facilmente, anche con un discreto successo, e Enki è ancora lì alla fattoria, a occuparsi di un padre testardo e violento. E come se non bastasse, Enki è una Vittima. In questo futuro con l’adolescenza emerge sui corpi di tutti un simbolo, una C o una V. C per Carnefice, V per Vittima. Questi segni possono essere di varie dimensioni, e di solito vengono celati coi vestiti o tramite cosmetici: sono considerati una cosa molto privata, e per un buon motivo: ogni Vittima ha il suo Carnefice, e se i segni corrispondono il Carnefice può uccidere la Vittima senza ripercussioni. Ciò finisce per dividere la gente in due gruppi, influenzando lo sviluppo della società: le Vittime tendono a essere timide, e a evitare la violenza anche se ciò significa subire, mentre i Carnefici sono nel migliore dei casi sicuri di sé, nel peggiore dei veri e propri tiranni. La percezione del proprio marchio cambia il carattere di una persona… o è il contrario? Tanti scienziati studiano il ruolo sociale e medico dei marchi. Ma Enki ha altro a cui pensare, ed è la seconda parte del romanzo che ci porta con Enki in città, un mondo dai risvolti quasi noir, dove Enki trova un lavoro particolare che lo porterà a scoprire spiacevoli verità.

 

Questo è il primo romanzo di Clelia Farris che leggo, dopo tanti consigli e raccomandazioni di amici. Non posso certo dirmi insoddisfatta: lo stile è semplice (inteso come complimento) e scorrevole, il che garantisce una lettura piacevole e una buona immersione nella storia. Adoro la fantascienza che gira intorno ai risvolti sociali delle cose: come lettrice non voglio sapere come funziona la tecnologia per i viaggi spaziali, voglio sapere come influenzano la società e la vita delle persone… perciò sono rimasta soddisfatta da questo romanzo. La mia parte preferita è senza dubbio la seconda, quando si trasferisce in città e le cose si fanno davvero interessanti. In proporzione la parte in campagna mi è piaciuta un po’ meno, perché anche lui è un personaggio meno interessante… il che non spiega, per me, come finisca sempre per sedurre a destra e a manca, soprattutto perchè ho avuto l’impressione che queste scene non servissero alla trama, servivano giusto ad annoiarmi appena arrivava la prossima bella ragazza dalle labbra turgide, i fianchi seducenti o che so io. Sì, lo so, questa è una questione di gusti personali. Però come lettrice mi annoio nel vedere che tutti i personaggi femminili ricadono nella categoria “ci va a letto o fantastica sul farlo”. Intuiamo che Enki sia un bel ragazzo/bell’uomo, ma non posso farci niente, mi annoiano profondamente queste scene.

A parte questo, i pregi di questo romanzo ne superano i difetti, e rimane un romanzo che consiglierei. Ci sono un sacco di temi che trovo interessanti, come autodeterminazione, libertà di scelta e di creazione del proprio destino… sì, c’è decisamente abbastanza materiale per tenere un lettore di fantascienza incollato alla pagina.


 

Author: Clelia Farris

Genre: sci-fi, dystopia

Year: 2008

Notes: winner of the Odissea Award in 2009. The title literally means: “no man is my brother”. No english translation is available.


Enki Tath Min is the son of a rice farmer in a futuristic Indonesia. He grows up in the country helping his father and spending time with his friends. He doesn’t have a good relationship with his father, and as they grow all his friends seem to find their own path easily, all while Enki is stuck with his violent, stubborn father. To make things worse, he’s a Victim.

In this future, everyone gains a mark on their skin as they grow up, either a C or a V. V is for vittima, C is for carnefice. Victim and Executioner. Marks are usually kept hidden with clothes or cosmetics, and are seen as something incredibly private: after all, every Victim has their own Executioner, and if their marks match the Executioner can kill their victim without repercussions. This division of the population in these two categories has a special influence on society: Victims tend to be meek and to stay away from violence, even at the cost of suffering, while Executioners are self-confident at best and bullies or oppressors at worst. The perception of one’s mark changes a person’s character, or maybe it is the marks that simply determines it? Many scientists conduct studies of the social and medical role of marks. But Enki has much else on his mind, and it’s the second half of the novel which becomes interesting, as it takes almost a hard-boiled vibe. Enki finds a special job, one that leads him to many unexpected discoveries.

 

This was my first Clelia Farris novel, read after so many friends had recommended me her work. I can’t say I’m disappointed: her style is incredibly simple (in the best sense of the word) and fresh, guaranteeing a pleasurable read that will help your immersion in the story. I really loved they way she choose to deal with the Victim/Executioner binary, and how it influences society. I really love when sci-fi is focused on the impact on society: as a reader I’m not really interested in knowing how space travel is possible, but I want to know everything about how it changes society and everyone’s daily life. This is why enjoyed the second part of the novel far more than the first, since he moves to a big city and we get see much more different types of mark-bearers. I honestly did not enjoy the section set in the country as much, especially because he is, as a character, just less interesting. Which is why I have to admit I was a bit disappointed by how many women he manages to seduce, I felt like it added nothing to the plot except boredom at the umpteenth description of a beautiful, seductive woman with rosy lips and whatnot. Yes, this falls at least in part within the realm of personal tastes, but come on, there isn’t a female character he doesn’t have sex with (or he doesn’t dream about it). Sure, we get hints that he is good looking, but I felt it was most unnecessary. Or maybe I’m just easily bored by this kind of scenes, especially when they are present in a very good book like this one.

That being said, the positive traits of this book outnumber the negative ones, and the second part makes the book a very compelling read. The interesting themes abound: self-determination, freedom of choice and how can a person craft their own destiny are just examples (no spoilers!) and there’s more than enough to keep the sci-fi fan glued to the page.

Recensione / Review: Age of Pandora

age-of-pandora-promo

Cos’è: un programma fitness gratuito strutturato come un rpg, ambientato in un mondo post-apocalittico.

Autori: il team di Darebee.

Genere: fantascienza, post-apocalittico

Note: Uscito in due parti, questa è la recensione della prima parte che copre i primi 30 giorni del programma. Il programma si trova qui, potete scaricare il pdf o usare la app sul loro sito (cosa che consiglio). Ovviamente non mi intendo di fitness e valuterò principalmente la struttura della storia.


Vi svegliate al suono di una sirena e scoprite di essere prigionieri di un contenitore di vetro e metallo. Vi liberate e correte via nel buio. Non sapete chi siete, o cosa ci fate lì, ma potete intuire di essere in grave pericolo.

Ed è così che cominciano le vostre avventure nel mondo di Pandora. Mano a mano che vi muoverete attraverso la mappa scoprirete sempre di più del mondo che ci circonda, aiutando persone e seguendo le quest del programma. Scoprirete che è difficile vivere in un mondo dove gli uomini sono pericolosi e le creature misteriose che lo abitano sono a dir poco letali.

Age of Pandora ricorda molto un videogioco: c’è un inventario, una mappa, delle missioni extra che si possono fare per ottenere gli scraps, la moneta del gioco, da usare per comprare beni al mercato. Successivamente è stata aggiunta l’opzione per cacciare e pescare. Ma come funziona? Più facile a leggersi che a spiegarsi. Ma in parole povere, ogni cosa che volete fare, dal muoversi sulla mappa al salvare una persona da uno scorpione gigante, ha un “costo” in termine di esercizio fisico. A seconda di quanti set o quante ripetizioni di un certo esercizio riuscite a fare, spesso cambia il risultato vero e proprio della storia. Essendoci tre “livelli di gioco” non è necessario essere un assiduo frequentatore di palestre per farcela, anzi, il programma può essere tranquillamente completato a livello 1. Se invece volete delle sfide extra, potete sempre darvi alle side quest.

Ma non è solo quello a influenzare la storia: molto spesso vi troverete a compiere scelte, scelte che possono mettervi in pericolo, procurarvi un alleato, salvare delle vite innocenti o mettervi nei guai fino al collo.

Anche se la storia per certi aspetti potrebbe passare per un fantasy, non fatevi ingannare, rimane alla fine una storia post-apocalittica con una struttura narrativa interessante. Ci sono sorprese, colpi di scena, e risultati inaspettati. Il protagonista, però, siete voi… come in un videogioco, dove però dovete muovere – letteralmente – voi stessi e non il personaggio.

Darebee aveva già fatto un programma marcatamente fantasy di questo genere, il Viaggio dell’Eroe (Hero’s Journey), e a gennaio uscirà il loro prossimo programma rpg, a tema space opera.

Il bello di questi programmi è che, anche grazie alla app, creano un’esperienza in cui è facile immergersi. Non richiedono molto tempo in una giornata, e il desiderio di sapere come andrà a finire vi terrà motivati e vi invoglierà a proseguire giorno per giorno per scoprire quale sarà il destino di Pandora… e il vostro.


 

What is it:  a free, no equipment 30 days fitness program that follows a storyline set in a post-apocalyptic world. Part 1 and part 2 united make it a 60 chapters/days program.

Author: The team at Darebee

Find the program (including also part 2) here. You can download it in pdf format or use their web app (I recommend this option if you can).

Genre: Sci-fi, post-apocalyptic

Notes: I am not a fitness professional, so I will give my evaluation solely as a user.  I will write another review for Part 2, since I plan to start it as long as I finish the current program I am doing.

You wake up to the sound of a siren, trapped in a container of metal and glass. You set yourself free and run away in the dark, you don’t remember who you are but can understand you’re in great danger.

This is how your adventure in the world of Pandora begins. You’ll learn more and more about it as you move through the map trying to understand the world around you, helping people and following quests. Most importantly, surviving in a world where men are dangerous, but the strange creatures that inhabit it are far worse. Age of Pandora reminds me a lot of a videogame: you have an inventory, a map, you can do side quests to earn scraps to exchange for goods at the market. One of the latest additions has been hunting and fishing. Darebee defines it as a fitness quest, and that is what it is: your workouts, your capability to do a certain number of reps of a certain exercise, your resistance in the fighting pits will change the outcome of the story. You gain allies not only by your ability, but by your choices: will you save a person in danger, putting in danger yourself too? Your choice changes the story and the workouts you’ll have to perform for that day. The map serves a purpose, too: to reach places you need to perform an exercise, half jacks or high knees, in a certain number according to your fitness level.

What I love mostly is the story, even if it feels more like fantasy than post-apocalyptic sometimes, it’s also nicely structured from a specifically narrative point of view. There are surprises, plot twists and it has nothing to envy to other post-apocalyptic stories in different medias. The only difference is that you become the main character. Like in videogames, right? But here you move yourself, not the character…

As every program on Darebee there are three difficulty settings, so you can follow it according to your personal fitness level, and it is indicated as suited for beginners and it truly is. If you feel the need to make it extra challenging, that’s what subquests are for. You can even do two chapters in one day, if it suits you. There’s videos of the various exercises if you’ve doubts about how to do something, and a forum of nice, helpful people. It’s not the first program like this they make, the Hero’s Journey is structured in a very similar way, but Pandora feels even more immersive due to all the additions and the web app.

It’s a great way to start working out, especially if you’re a geek. It keeps you motivated and curious, and you’ll develop a routine before realizing it. It will only take around half an hour of your day, sometimes more and sometimes less, but I can assure you, it’s worth it.

The vote refers not only to the story, which is well written, but to the whole program per se: the structure, the way it keeps you motivated..

Recensione / Review: Stranger Things 2

tumblr_inline_oyizxtvnvf1swk1pk_540

Creato da: Matt & Ross Duffer

Genere: fantascienza/horror/soprannaturale

Anno: 2016

Cast: Winona Ryder, David Harbour, Finn Wolfhard, Millie Bobby Brown, Gaten Matarazzo, Caleb McLaughlin, Natalia Dyer, etc.

Stagioni: 2, la prima l’ho recensita qui.

Note: disponibile su Netflix. Ci sarà qualche piccolo spoiler per la stagione 1 in questa recensione.

 

Ormai è passato un anno dagli avvenimenti della prima stagione. Will ha ancora visioni del Sottosopra, ma gli scienziati del Laboratorio li considerano flashback, visto che è quasi passato un anno dagli eventi traumatici che avevano coinvolto Will. Sembra una teoria credibile per Hopper, che ha ben altro a cui pensare: un giornalista cospirazionista che cerca una ragazzina con la testa rasata da lui considerata una spia russa, e i campi di zucche sembrano tutti in pessime condizioni, affetti da qualche strano morbo.

Nancy visita spesso i genitori di Barbara, i quali sono ancora alla ricerca della loro figlia scomparsa. Nancy vorrebbe dire loro la verità, ma non può farlo, e la pressione di dover sembrare un’adolescente come gli altri dopo quello che ha visto e vissuto le rende tutto molto difficile.

I ragazzini vivono le loro vite come sempre, tenendo d’occhio Will, il quale odia essere trattato come se fosse di cristallo. E hanno un problema: qualcuno sta superando tutti i loro punteggi in sala giochi, qualcuno con il soprannome Mad Max. Chi è Mad Max? Perché le zucche stanno morendo? Che segreti nasconde ancora il laboratorio in cima alla collina?

Le loro avventure sono appena ricominciate… e il Sottosopra è ancora un pericolo.

 

Come per la prima stagione abbiamo qui un’attenta miscela di elementi nostalgici (la sala giochi, la musica, le auto, e così via) e una trama intricata e moderna. Sembra ci siano tre trame principali, una per gli adulti, una per gli adolescenti e una per i ragazzini, ma ognuna di queste è iperframmentata e collegata ad altre, dando a ogni personaggio uno suo sviluppo mentre lo vediamo nascondere segreti o creare nuove alleanze.

Alcune verità vengono rivelate, legami si formano o si distruggono. Vecchi personaggi tornano alla ribalta e nuovi personaggi si fanno strada, lasciando diverse porte aperte per trame che verranno esplorate nelle stagioni successive. Ma il nemico principale di questa stagione – lo avete visto nel trailer, è quella strana ombra rossa nel cielo – non sarà facile da sconfiggere. Il collegamento di Will con il Sottosopra è sfruttato in maniera interessante, e ancora una volta dovranno unire tutti le forse per battere un nemico ancora più temibile del demogorgone.

Temevo che questa stagione sarebbe sembrata inutile, o non all’altezza della precedente, ma ammetto che hanno fatto un buon lavoro. Certo, non è come la prima stagione, dove tutto sembra nuovo ed è difficile prevedere cosa accadrà. Forse è per questo che mi ha fatto meno paura della stagione 1, non che non ci siano misteri o orrori, ma ci sono meno momenti che facciano saltare sulla sedia, almeno per me, e la cosa non mi dispiace affatto.

Almeno nessuno si comporta in quella maniera stupida da film, quando i personaggi fanno cose apparentemente senza un buon motivo… con un’eccezione.

Anche questa stagione, con le sue atmosfere da videogioco (capirete a cosa mi riferisco) e da Piccolo Brividi, è degna di essere guardata tutta e subito.

Recensione / Review: Snowpiercer

tumblr_inline_o8m0qfxyuj1swk1pk_400

Genere: fantascienza, post-apocalisse

Anno: 2014

Diretto da: Bong Joon-ho

Cast: Chris Evans, Song Kang-ho, Tilda Swinton, Jaime Bell, etc

Note:  Basato sulla prima storia del graphic novel francese Snowpiercer, recensito qui.


Anche se si basa su quella prima storia, ci sono davvero tante differenze, ma lo spirito rimane. Dopo un tentativo di combattere il riscaldamento globale, la Terra è prigioniera di una nuova era glaciale dove la vita è impossibile, fatta eccezione per chi vive sullo Snowpiercer, il treno creato da un milionario di nome Wilford. Il treno è autosufficiente e dotato di un motore a moto perpetuo che gli consente di circumnavigare il globo senza mai fermarsi. Fuori dai suoi finestrini imperversano solo freddo e morte. Come nel fumetto, la coda del treno è abitata da persone poverissime, e man mano si risale fino alla locomotiva man mano che migliorano le condizioni di vita, fino ad arrivare al lusso immorale dei vagoni di testa.

Curtis vive nelle carrozze di coda, e vuole andarsene. La vita lì è terribile, anche se mai come nel fumetto, visto che viene loro fornito del cibo (barre di proteine), ma c’è comunque la ministra Mason e le guardie, che ogni tanto appaiono per punire chi si ribella e per portare via uno o due bambini. La situazione si fa insostenibile e Curtis, assieme a degli amici e con l’aiuto del vecchio Gilliam, progetta una ribellione. Accompagnato dall’addetto alla sicurezza Namgoong Minsu e da sua figlia Yona, il gruppetto di ribelli si dirigerà verso le carrozze di testa, tra scontri e verità scoperte.

Già si vedono le differenze con la graphic novel, considerando che qui non c’è solo un protagonista che sfugge a una vita terribile il cui unico scopo è “non morire”, ma c’è un intero gruppo di ribelli con un piano ben specifico. Potrebbe essere una storia diversa su un treno diverso, in un certo senso, e ciò contribuisce a renderlo affascinante. Dopotutto è una storia francese trasformata in film da un regista coreano: siamo lontani dai blockbuster americani classici. La storia scorre bene, gli attori sono bravi (e non dispiace vedere Chris Evans nei panni di un antieroe). Non è una storia “comoda”, perché esattamente come la graphic novel fa riflettere, e i messaggi non mancano, anzi riesce a creare una distopia credibile senza sembrare finta o esagerata. Il treno è una sorta di incubo del pendolare medio, con tanto di sacrifici necessari per un bene superiore. Il finale però è molto diverso da quello del fumetto, e non è necessariamente un male perché lascia una scintilla di speranza. Visivamente parlando è un gioiellino, e non mi riferisco solo a come hanno gestito le diverse sezioni del treno o a certi personaggi, penso alla scena del ponte o a una Tilda Swinton irriconoscibile nei panni di Mason. Per certi aspetti mi ha fatto pensare a Mad Max: Fury Road. Potrei dirvi molto su come certi personaggi secondari si rivelano interessanti, ma quasi sarebbe un peccato definire secondari personaggi come Tanya, Namgoong Minsu e Yona. E che dire della morale grigia che pervade il film… no, non è quel genere di film che si rende prevedibile facilmente, ed è un piacere. Sì, alcune scene sono strane, ma meglio quello della noia, no? A volte l’inaspettato è ciò che ci vuole.


Genre: sci-fi, post-apocalyptic

Year: 2014

Directed by: Bong Joon-ho

Cast: Chris Evans, Song Kang-ho, Tilda Swinton, Jaime Bell, etc

Notes: based on the first story from the French graphic novel with the same title (review here).


Although it is based on the first story, there are many differences, enough that I could say that it is “loosely based” on it. And yet the spirit remains. After an effort to fight global warming, the Earth is trapped into a new ice age. Life is impossible except on a special train. The train has been created by a tycoon named Wilford. The Rattling Ark – this is the train’s name – is self-sufficient and its perpetual motion engine allows it to circumnavigate the globe. Outside, only ice and death. Just like in the graphic novel, the tail is inhabited only by the scum, and the further you go towards the engine, the better the living conditions get, until you reach the absurd luxury of the front cars.

We have a man, this time named Curtis, who wants to leave the last carriages. We get to see how life is that part of the train, not remotely as horrible as in the graphic novel but still terrible. They are given food (gelatinous protein bars), but they’re kept in check by Wilford’s guards and by Minister Mason, who sometimes takes one or two children away. Terrible enough that Curtis and his friends, helped by the old Gilliam, are planning a rebellion. With the help of security expert Namgoong Minsu and his daughter Yona, the small group of rebels is determined to reach the front carriages, as fighting ensues and truths get revealed.

As you can see, there is already a big difference from the graphic novel: it’s not just a man tired of a horrible life, with no agenda except for “not dying”. It’s a whole group of rebels with a specific goal. So it’s like a different story set on a similar train, in the end. And that’s what makes it fascinating. A French story made into film by a korean director, the result is nothing like you would expect. This is not your standard american blockbuster, far from it. The story develops beautifully, just maybe not how you would expect it to do. The actors’ performances are all noteworthy, and it’s refreshing to see Chris Evans play a real antihero. It’s not a comfortable story, because it still draws from the philosophy of the graphic novel: the order should not be disrupted, no matter how unfair it seems. And yet it still manages to be a functional dystopian narrative without sounding fake or “too dark”. The train is a commuter’s nightmare made real, where sacrifices are necessary for a “greater good”. The ending is radically different from the graphic novel, and it’s not necessarily a bad thing. In all the horror, in fact, it even leaves a beacon of hope. Visually speaking, it’s a little jewel of a movie, and I am not referring just to how they handled the different parts of the train (or to the unrecognisable Tilda Swinton as Minister Mason). The bridge scene is an example of this, and it’s truly chilling. For certain aspects, it reminded me of Mad Max: Fury Road. There’s a lot more I could tell you: how amazing the “secondary” characters are (can we consider characters like Tanya, Namgoong Minsu and his daughter Yona really “secondary?), how interesting the ending is and how it wonderfully showcases a world that is never black and white. There’s a lot of gray areas…

Snowpiercer is not a film that makes you sit in the cinema and already know what’s going to happen, and that’s what makes it beautiful. Some scenes may appear weird, but i’d take weirdness over perdictability at any time. Because sometimes the unexpected is all you need in a good story.