Recensione: La Guerra di Zakalwe / Review: Use of Weapons

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Autore: Iain M. Banks

Genere: fantascienza, space opera

Anno: 1990

Note: nominato per il BSFA nel 1990. Terzo romanzo ambientato nell’universo della Cultura, può essere letto indipendentemente dagli altri. Ho letto la traduzione italiana di Gianluigi Zuddas della Nord (a parte qualche errorino qua e là non male).


La Cultura è una specie di società utopistica post-scarsità che comprende tanti pianeti e realtà differenti. La donna di nome Diziet Sma lavora per loro, e riceve un incarico per il quale prova scarso entusiasmo: c’è tanto da fare e viene mandata a recuperare Cheradenine Zakalwe, guerriero e stratega militare che aveva già lavorato per la Cultura in passato. Meno male che ad assisterla c’è il sarcastico robot/drone Skaffen-Amitskaw.
Diziet Sma sa cosa offrire a Zakalwe per convincerlo a tornare in pista. Il compito di Zakalwe sembra una cosa semplice, ma nella vita di Zakalwe la parola “semplice” non esiste.

E questo è uno dei due fili narrativi: segue il presente in ordine cronologico. L’altro, invece, ci racconta il passato di Zakalwe, mostrandoci vecchie missioni svolte per la cultura, rari momenti di pace, e episodi della sua giovinezza. I capitoli sono alternati: uno sul presente segue uno sul passato e così via. Tutto ciò serve a dipingerci un quadro dell’uomo chiamato Cheradenine Zakalwe: stress post-traumatico da vendere, sarcasmo, competenze e ossessioni. Cos’è la Staberinde? Perché Zakalwe non tollera la vista delle sedie? I misteri non mancano.

Non mi è facile esprimermi su questo romanzo. Sono rimasta deliziata dal finale, e ci sono certe parti delle avventure di Zakalwe (sia quelle del presente che del passato) che sono delle emozionanti storie-nelle-storie. I dialoghi che coinvolgono Zakalwe e Skaffen-Amitskaw sono spesso molto divertenti.

Eppure all’inizio ero tentata di abbandonare la nave e mollare tutto. Devo ammetterlo, le prime 100 pagine circa mi sono sembrate inutili, e sono servite solo ad alimentare la mia frustrazione. Non riuscivo a interessarmi del destino dei personaggi. Diziet Sma non era male, anche se niente di sconvolgente, ma mi aspettavo di appassionarmi al destino di Zakalwe fin da subito. Dopo un inizio potenzialmente interessante mi sono resa conto che non me ne fregava granché di lui. E ce ne vuole, perché come lettrice ho un debole per gli antieroi e i guerrieri tormentati. Considerando la vita di Zakalwe (addestramento militare speciale, lavora per una grande organizzazione) mi aspettavo una specie di Takeshi Kovacs, ma è qualcuno di molto diverso. Le cose diventano interessanti nella seconda metà del libro, il tutto fino a raggiungere un finale soddisfacente… ma non potete farmi aspettare 200 pagine!

Immagino che un libro del genere abbia richiesto molta progettazione, ed è una cosa che rispetto. Però non sono rimasta soddisfatta dello stile: troppi spiegoni (smetterò di lamentarmene quando smetteranno di metterli nei libri), e troppo raccontato invece di mostrato. Altro che show don’t tell. Quando leggo voglio dimenticarmi che sto leggendo e diventare tutt’uno con la storia, ma qui è stata dura. Quasi 400 pagine di azione interessante nascosta tra spiegoni e raccontato-non-mostrato, sembra di camminare col fango alle ginocchia… ed è un peccato perchè i capitoli più ricchi di azione, più al cardiopalma (il passato di Zakalwe, il finale) sono molto emozionanti! La storia ha del potenziale ma lo stile non l’aiuta.

Non posso non notare anche un’altra cosa: quando si parla della donna che Zakalwe amava ci sono righe e righe sulla sua bellezza (curve perfette e capelli perfetti, ovviamente), e sono quel tipo di descrizioni che mi fanno partire lo sbadiglio istantaneo… mentre invece quando entrano in ballo i partner di Diziet Sma (e ne ha parecchi, si intuisce), abbiamo sì e no una riga, se va bene, e non mi sembra molto equo.

Non mi pento di averlo letto, perchè contiene elementi molto interessanti (la storia dietro all’ossessione di Zakalwe per le sedie, ad esempio), ma ha anche i suoi difetti.


 

Author: Iain M. Banks

Genre: sci-fi, space opera

Year: 1990

Notes: nominated for the BSFA in 1990. Third novel set in the Culture universe (you don’t need to read the others first). I have read the italian translation by Gianluigi Zuddas published by Nord.


The Culture is an utopian, post-scarcity society which encompasses a lot of planets and living beings. The woman named Diziet Sma works for it, and she is given a task she is not eager to perform: she has to retrieve the old warrior Cheradenine Zakalwe. For this she has the help of Skaffen-Amitskaw, a sarcastic robot.

Zakalwe has worked for the Culture before, and Diziet Sma knows what he will want in return. Zakalwe’s new task seems a simple job, but there’s no such thing as “simple” in Zakalwe’s life, apparently.

This is the narrative thread that follows a chronological order and the events of the present. Every chapter set in the present is followed by another chapter set in another time in Zakalwe’s life: we read of the many creative ways in which he risked his life for the Culture, we read of his rare moments of peace, and of his youth. All of this paints the reader a picture of the man called Cheradenine Zakalwe, a man with an undeniable PTSD and a bunch of obsessions. What is the Staberinde? And why is Zakalwe triggered by chairs? There’s a lot to discover.

I have mixed feelings about this novel. I was delighted by the ending, and there are certain sections in Zakalwe’s adventures which are chilling and interesting stories-within-the-story. Zakalwe’s irony is enjoyable, and the same can be said for Skaffen-Amitskaw’s.

And yet, I was tempted to abandon ship and quit reading. I have to say this, the first 100 pages or so felt pretty much useless, and they only managed to increase my frustration. I really did not care about the characters at all. Diziet Sma was interesting even if not groundbreaking, but I was expecting Zakalwe to be compelling from the start – and yet for the first 100 pages or so I really did not care about him at all. And I was surprised, because the I have a weakness for anti-heroes and tormented warriors. Considering his role (military man with special training who worked for a powerful organization) I almost expected some sort of Takeshi Kovacs, and I couldn’t be more wrong. From the second half of the book, things get very interesting, and all of this brings to an ending that’s bound to surprise you. I just hate waiting 200 pages for things to get juicy!

 

I can imagine the amount of planning that was necessary for such a novel and I respect that. And yet, I have issues with Banks’ style, because there’s infodumps – no I’ll never stop complaining about them, get used to it – and too much telling instead of showing. When I read I want to forget I am actually reading, I want to become one with the story, and yet here I had a hard time doing it. An almost 400-pages long book littered with infodumps and tell-don’t-show feels like walking knee-deep in mud, and I hate saying this, because the most intense sections, the best written ones (the chapter about Zakalwe’s past, the ending) were very compelling! I hate seeing potentially good stories ruined by a style I’d definitely not expect from such a famous name in sci-fi.

Then there’s the minor issue with the fact that we get words upon words about the beautiful woman Zakalwe loved, and I always yawn at these “perfect curves, perfect hair” moments… especially because Diziet Sma has quite a lot of partners, and in the chapters that follow her POV we never get paragraphs and paragraphs of descriptions of them. That’s just not fair.

Overall I do not regret reading this, and it has many interesting ideas (the whole story of Zakalwe’s obsession with chairs is just an example), but I can’t deny it has many flaws.

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