Recensione / Review: Barrayar

Autore: Lois McMaster Bujold

Genere: sci-fi, space opera

Anno: 1991

Note: vincitore del premio Hugo nel 1992. Cronologicamente va letto dopo l’Onore dei Vor, ergo ci sarà qualche piccolo spoiler a tal proposito. Ho letto la traduzione italiana di Zuddas nell’edizione Cosmo Oro.


Abbiamo lasciato Cordelia e Aral su Barrayar con un compito importante: il vecchio imperatore Ezar Vorbarra, ormai morente, ha chiesto a Aral di fare da Reggente e proteggere suo nipote Gregor, che ora ha 5 anni ma in futuro diventerà imperatore. I Vorkosigan avranno parecchio da fare per proteggere il bambino e sua madre Kareen, e per fare sì che il pianeta non cada di nuovo nel caos di una guerra civile a causa dei tanti personaggi bramosi di potere. Ah, e Cordelia è pure incinta.

Cordelia deve abituarsi alla vita su Barrayar, ma non è facile: per lei i barryarani sono dei veri e propri alieni, e non le sarà facile diventare una di loro. Ma non è più una Betana di sicuro. Cordelia non è sola: rivediamo alcuni dei personaggi che avevamo già conosciuto in L’Onore dei Vor, come Bothari e Koudelka, e c’è spazio per personaggi nuovi come Droushnakovi.

Come faranno Cordelia e Aral a gestire i loro nemici vecchi e nuovi, e come salveranno e proteggeranno il loro figlio dopo un attacco terribile? Come farà Koudelka ad adattarsi a una società che non sembra in grado di accettare invalidi? Come farà Droushnakovi a dimostrare il suo valore come combattente anche se donna, cosa rara nella società Barrayarana? Come farà Bothari a gestire il peso dei terribili traumi subiti (e inferti)?

Cordelia è indubbiamente la protagonista, ma viene dedicato parecchio spazio anche ai personaggi secondari, e ciò non mi è dispiaciuto affatto. Ho apprezzato molto come è stata gestita la storia di Bothari, con le sue paure e i suoi problemi, e personaggi come Koudelka, Droushnakovi e persino Kareen e Lady Vorpatril mostrano a Cordelia e al lettore/lettrice come Barrayar sia più di quella monolitica società che siamo tentati di vedere. Quasi ci si diverte a vedere Cordelia che cerca di navigare nell’alta società barrayarana cercando di evitare passi falsi senza rinunciare a quel mix di logica e compassione appreso su Colonia Beta. L’equilibrio è molto delicato, e le cose si fanno davvero difficili quando i loro nemici mettono in atto un piano audace e Cordelia si trova a progettare un piano disperato…

In fase di lettura è sempre bello vedere la posta in gioco che si alza continuamente. Appena i Vorkosigan ottengono una piccola vittoria, i loro nemici colpiscono più forte di prima… è quel genere di storia che tiene incollati alla pagina, io ho fatto la maratona e mi sono finita il libro in un paio di giorni grazie anche allo stile accattivante di Bujold. A proposito di stile, ho l’impressione che Barrayar sia scritto meglio di L’Onore dei Vor, ma dopotutto ci sono vari anni e romanzi tra i due, quindi è possibile che l’autrice sia migliorata. A occhio sembra ci sia molto più mostrato che raccontato rispetto al romanzo precedente, fattore cruciale per l’immersione del lettore (dovrei rileggerlo per esserne sicura però). Mi sembrava di essere davvero lì con Cordelia, Aral, Bothari e compagnia.

Cordelia e Aral sono una coppia fantastica (non perfetta) ed è bello leggere di una coppia di adulti non più belli o giovani che si amano così tanto, non succede spesso.
La mente di Cordelia è un ottimo posto dove essere, come lettore/lettrice, e lei è un ottimo esempio di “personaggio femminile forte”. Mi era stato detto che avrei adorato questo romanzo e in effetti è così. Non è migliore dell’Onore dei Vor, solo diverso, e le due storie si collegano benissimo tra loro.

 


 

Author: Lois McMaster Bujold

Genre: sci-fi, space opera

Year: 1991

Notes: winner of the Hugo award in 1992. Chronologically speaking, it’s a sequel of Shards of Honor, so it will have some spoilers for it.


We left Cordelia and Aral on Barrayar with a new important task: the dying emperor Ezar Vorbarra has asked Aral to become Regent until Ezar’s grandchild, Gregor, becomes of age. Gregor is five years old, which means the Vorkosigans will have to do their best to protect the child and make so that the planet doesn’t fall into a civil war as many counts and figures pry for that imperial power… on top of this, Cordelia is pregnant.

Cordelia tries to adapt to life on Barrayar, but it’s not easy for her: the Barrayarans are truly aliens to her eyes, and she realizes she isn’t a Barrayaran just yet. But she’s not a Betan anymore, that’s for sure. Cordelia is not alone: we meet again some of the characters we had seen in Shards, like Bothari and Koudelka, and there’s room for new characters, like Droushnakovi. How will Cordelia and Aral deal with their new and old enemies, and how will they save and protect their son after a nefarious attack? How will Koudelka adapt to a society that doesn’t seem to have space for invalids? How will Droushnakovi demonstrate she has value as a woman even if she’s a fighter, an uncommon thing in Barrayaran society? How will Bothari deal with the massive amount of trauma that has been inflicted to him?

 

While Cordelia is the main character, the other side characters I have mentioned get a lot of attention, and rightfully so. The way the author dealt with Bothari’s problems and personality is impressive, and characters like Koudelka, Droushnakovi, and even lady Vorpatril and Kareen show both Cordelia and the reader how Barrayar is more than what it seems. It’s interesting – even amusing – to see Cordelia navigate in the local high society, trying not to make too many faux pas while not giving up the compassion and the logic that life on Beta Colony had taught her. It’s a delicate balance, and things get even more problematic when their enemies make a bold move and Cordelia will be forced to plan a desperate strategy…

It’s really pleasing, as a reader, to see how high the stakes get. As soon as the Vorkosigans gain a small victory, their enemies strike stronger than ever. It’s that kind of story that will keep you glued to the page, I marathoned the book in a couple of days, also thanks to Bujold’s engaging narrative and style. I have the impression Barrayar is better written than Shards, and there’s several years and novels between them, so this may be true: there’s much more show don’t tell than its predecessor, which is a crucial factor in guaranteeing a reader’s immersion. I felt I was actually there, with Cordelia, Aral, Bothari and so on.

Cordelia and Aral are a fantastic couple, not without problems, mind you, but I don’t recall reading many stories about a couple of adults (nor young nor beautiful) who are unapologetically in love with each other.

Cordelia’s mind is a great place to be in, as a reader, and she’s a textbook definition of what it means to be a “strong female character”. I was told I was going to like this novel and yeah, I definitely did. It’s not “better” than Shards of Honor, they’re two different stories which go very well together.

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Recensione / Review: Frequently Asked Questions About Time Travel

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Genere: Sci-fi (time travel), comedy

Anno: 2009

Diretto da: Gareth Carrivick

Cast: Chris O’Dowd, Dean Lennox Kelly, Marc Wootton, Anna Faris


Il film comincia nel modo più inglese possibile: tre amici, Pete, Toby e Ray, escono dal (pessimo) lavoro e vanno al cinema e al pub. Toby si lamenta del film e propone come migliorare alcune scene, tirando fuori il suo quadernetto. Ne parlano al pub, e già capiamo che Ray e Toby sono dei classici nerd, mentre Pete è il tipo di persona che confonde Star Trek e Star Wars. Parlano di fantascienza, viaggi nel tempo e così via. Ray si alza per andare a prendere altre birre e incontra una bella ragazza che gli dice di essere una viaggiatrice nel tempo venuta lì per risolvere un “guasto” nel continuum temporale. I suoi amici non gli credono, ovviamente, ma le cose cambiano quando Pete va in bagno e torna per scoprire che, beh, alcune cose sono cambiate… ovviamente non vi dico altro per non rovinare la sorpresa, tanto è un film breve (sugli 80 minuti).

All’epoca della recensione in inglese lo avevo descritto come un film carino, ma è passato del tempo e forse oggi lo valuterei diversamente. Mi aveva comunque colpito come avesse gestito in maniera decente il tema del viaggio nel tempo, cosa che avevo visto fatta in maniera peggiore anche in film più blasonati.

Assolutamente ridicolo poi che nel 2009 si facciano ancora film con dei protagonisti nerd maschili che si lamentano che non ci sono donne nerd… va bene giocare sugli stereotipi, ma così è imbarazzante (calcolando che le viaggiatrici nel tempo sono tutte donne bellissime, ovviamente). Sarebbe stato molto più carino al contrario, con tre ragazze nerd come protagoniste…

Carino il momento in cui Pete, quello cinico, deve ammettere l’esistenza dei viaggi nel tempo. Non che sia un capolavoro, ma se vi interessa il tema dei viaggi nel tempo vale la pena vederlo.


 

Genre: fantascienza, commedia

Year: 2009

Directed by: Gareth Carrivick

Cast: Chris O’Dowd, Dean Lennox Kelly, Marc Wootton, Anna Faris, etc.


The movie starts in the most british way: three friends, Pete, Toby and Ray, leave from their crappy job and head to the cinema and to the pub. Toby complains about the movie and suggests his own ideas what would make a better movie instead, showing off his notebook. They discuss it at the pub, where we see how much Ray and Toby are typical nerds and how Pete is the kind of guy that confuses Star Trek and Star Wars. They talk about science fiction, time travel and how much Ray and Tobe prefer the term “Imagineer” over “nerd”.

When he goes to get another round of beers, Ray meets a pretty girl who tells him she’s a time traveller who is there to fix a “leak” in the time continuum. His friends don’t believe him, of course, but things change when Pete goes to the toilet and comes back to find that, well, a lot has changed.

I’m not going to spoil you the rest of the plot, it’s a short movie (83 minutes) and it’s worth seeing it.

The only complaint I have is that it’s very male-centered, I find it hard to believe that in 2009 someone would complain that it’s hard to find girls who are into sci-fi, and of course the time travellers are handsome women…It plays on the nerd stereotype a lot, maybe too much and today it’s a stereotype that feels out of date. I would have found it funnier with three girls as main characters, but this is a matter of personal taste. Rants aside, it’s an enjoyable movie and I definitely don’t feel that watching it is a waste of time. It makes fun of other stereotypes and clichés and it handles time travel, which is a very complex subject, actually really well. The funniest part, to me, was seeing how Pete, the cynic guy, has to accept the reality of time travel… No, it’s not a masterpiece, but the plot works, and it’s funny, a nice way to kill time.

Recensione / Review: Entanglement

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Autrice: Vandana Singh

Genere: fantascienza, (forse solarpunk)

Anno: 2015, (edizione italiana: 2017)

Note: pubblicato da Future Fiction come ebook bilingue (traduzione di Emanuele Boccianti), lo trovate qui.


Entanglement ci porta in giro per il mondo a vedere delle persone molto diverse tra loro, tutte accomunate dalla loro lotta contro il cambiamento climatico. Ognuno di essi lotta e fa del suo meglio a modo suo, ma non sono da soli: nei momenti più difficili vengono aiutati da qualcuno, da una voce che arriva dal loro bracciale arancione. Di chi è la voce? Lascio a voi scoprirlo, visto che Entanglement è breve (circa 50 pagine) e vale la pena leggerlo.

Non so voi, ma a volte sento la necessità di leggere storie che vadano oltre i limiti della mia immaginazione, sia come lettrice che come scrittrice. Ho bisogno di storie che possano nutrire la mia ispirazione, che siano uniche a modo loro. Un buon posto dove trovarle è… il mondo stesso. Perciò mi scelgo una storia di un autore che non sia il classico uomo bianco anglosassone, e vedo cosa ha da dire l’universo. Questa strategia non mi ha mai delusa, nemmeno questa volta con Entanglement.

All’inizio mi ero chiesta perché il titolo fosse rimasto in inglese, poi leggendo mi sono resa conto di una cosa… o almeno, mi sono fatta un’idea. Tenendo conto del fatto che Vandana Singh insegna fisica all’università non mi sembra così assurdo fare dei collegamenti con l’entanglement quantistico. Entanglement parla di come l’umanità potrà affrontare la più grande minaccia alla sua sopravvivenza – cioè il cambiamento climatico – solo se unita, e ci fa notare che, anche se fingiamo che non sia così, influenziamo tutti i nostri destini a vicenda. Ha fatto un ottimo lavoro nel mettere questi concetti in chiave fantascientifica.

“I giorni del Cavaliere Solitario erano finiti; questa era l’età dei milioni di eroi,” come si rende conto uno dei personaggi della storia. C’è qualcosa di ottimistico in questo racconto nonostante tutto, ed è stato quello a farmi pensare al solarpunk, anche se è ambientato in un mondo che ancora non è diventato il futuro di cui abbiamo bisogno. Siamo ancora nella fase in cui si lotta ancora per ogni metro di ghiaccio, per ogni goccia d’acqua, per ogni refolo di vento. E visto che tutto è collegato, anche il lettore si trova collegato ai personaggi, come se avesse un bracciale e fosse parte della storia. Lo stile magari non sarà perfetto, ma il fattore empatia è molto ben curato: ho persino versato qualche lacrima di commozione, non lo nego.

Se volete una storia di fantascienza che non esplora lo spazio ma i legami tra tutte le creature viventi della terra prima che sia troppo tardi, ecco la storia che fa per voi.


 

Author: Vandana Singh

Genre: sci-fi, (solarpunk perhaps?)

Year: 2015

Notes: published by Future Fiction as a bilingual (english/italian) ebook, you can get it here.


Entanglement takes us to different parts of the world, to see very different kinds of people dealing with climate change, fighting it and actively doing their part – everyone in their own unique way. But they aren’t alone in their fight: in their hardest moments they are helped by someone, a voice coming from their orange armband. Who is this voice? I leave this discovery to you, since Entanglement is rather short (around 50 pages) and it’s definitely worth your time.

 

Sometimes I find myself in need of stories that go beyond the limits of what I can imagine, both as a reader and as an aspiring writer. I need stories that feed my inspiration, that are truly unique in their own way. A good place to find those stories is… the rest of the world. So I pick a story from an author which isn’t your standard white anglo-saxon man and see what the rest of the universe has to say. This strategy has never disappointed me, and it certainly hasn’t disappointed me with Entanglement.

At first I wondered, why has the title not been translated into italian? Then, while reading the story, I found it out… or at least, I got an idea about it. Considering that Vandana Singh teaches physics at an university, I have the headcanon that the title is a reference to quantum entanglement. Entanglement is all about how humanity can face the biggest threat to its survival – that is, climate change – only if united, and it focuses on the fact that, even if we pretend not to, we all influence each other’s destiny. She did a fantastic job of putting a sci-fi spin to this concept.

The days of the lone ranger were gone; this was the age of the million heroes,” as one of her characters realizes. The story has an optimistic flair to it, and it makes me think of solarpunk, even if the world in which it is set has not undergone all the necessary changes. It’s still in the phase in which you are fighting for every inch of unmelted ice, for every drop of water, for every gust of wind. And since everything is connected, the reader soon feels connected to the characters as if he/she were a part of the story. The style may not be perfect, but the empathy for the characters is so well crafted I have to admit I shed a tear once.

 

If you want a sci-fi story that’s not about exploring space but about exploring the bonds between every living being on Earth before it’s too late, this might be you next favorite read.

Recensione / Review: District 9

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Genere: fantascienza /distopia

Anno: 2009

Diretto da: Neill Blomkamp

Cast: Sharlto Copley, Jason Cope, David James, etc

Notes: tratto da un corto di Blomkamp intitolato Alive in Joburg.


Siamo nel 1982. Un’astronave aliena si ferma nei cieli di Johannesburg, e rimane lì per settimane finché il governo non manda una squadra al suo interno.Trovano un gruppo di alieni denutriti e in pessime condizioni di salute, e li mettono in un accampamento chiamato District 9, dove però vivono in pessime condizioni. Trent’anni dopo la situazione è diventata insopportabile, e il governo assume il MNU, un gruppo di mercenari, perché si occupino degli alieni e li portino da un’altra parta. Ecco che arriva Wikus van de Merwe, il giovane e ingenuo capo delle operazioni di trasferimento alieni. Questa parte del film è strutturata come un documentario: Wirkus viene filmato mentre parla e visita il ghetto, e vediamo che si comporta da stronzo. Tra le altre cose, viene in contatto con un contenitore pieno di un liquido nero alieno… e comincia a cambiare, sia fisicamente che mentalmente.

Come potete intuire, si parla di razzismo e xenofobia, basta sostituire gli alieni con il gruppo oppresso del momento (ed è molto facile di questi ultimi tempi) e diventa palese. Il governo non ci fa una bella figura, visto che sbologna la cosa a dei contractor, interessati più a capire se si possono fabbricare delle armi innovative con la tecnologia aliena che a aiutare gli alieni stessi e proteggere i loro diritti. Il governo è pronto a spedire via gli alieni in un altro posto, un posto lontano dagli occhi di tutti, usando la violenza se necessario. Wikus è un ottimo esempio di questa macchina governativa ipocrita: ha ottenuto il suo lavoro solo perché ha sposato la figlia di un pezzo grosso del MNU. Si comporta con un’agghiacciante innocenza senza l’obiettivo specifico di essere crudele, però fa cose terribili, come distruggere un nido alieno, e lo fa ridendo, come se fosse tutto un gioco e gli alieni non provassero emozioni, o fossero solo infestanti di cui sbarazzarsi. Ma la storia lo costringerà a cambiare…

Poi c’è anche il dettaglio del soprannome degli alieni, che non si nota nel doppiaggio italiano: prawn è un termine usato per indicare un grillo considerato un infestante in sudafrica, quindi chiamare gli alieni così non è proprio elogiativo.

Un film particolare, decisamente consigliato. Non sarà super originale, ma è bello vedere un’ambientazione diversa e non basata sul classico spirito “sparate a qualunque cosa abbia più di due gambe” di certi film.


 

Genre: sci-fi, dystopia, social issues

Year: 2009

Directed by: Neill Blomkamp

Cast: Sharlto Copley, Jason Cope, David James

Notes: adapted from a short film by Blomkamp called Alive in Joburg.


It’s 1982. An alien ship stops over Johannesburg. It stays there for weeks, hovering in the air, until the government sends a team inside: they find a group of malnourished and sick aliens. These aliens get “relocated” to District 9, a camp where they live in awful conditions. Almost 30 years afterwards the situation has become unbearable, and the government hires MNU, a private military company, to take care of the aliens – specifically, to relocate them somewhere else. Enters Wikus van de Merwe, young and naive head of the relocation operation. This part of the movie has a documentary-like approach: Wikus is filmed while he talks and visits the ghetto. And while he does mean things. He also finds a small canister containing a black liquid, which infects him. He undergoes a great change, both physical and mental.

This movie’s main theme is, as you can guess, racism and xenophobia. Substitute the aliens with another oppressed group and everything becomes clear. The government doesn’t emerge under a positive light, outsourcing the alien problem to a military contractor, the MNU, which is more interested in how to understand and recreate the alien technology for weaponry than in the so called “alien rights” .

These rights may exist, but the government wants to send the aliens somewhere else, out of sight, with violence if necessary, in a very realistic contradiction. Wikus is a perfect example of a member of this hypocritical machine, a man who obtained his position only because he married the daughter of a MNU executive. Wikus acts with a surprising innocence considering what he’s doing – at one point he even destroys an alien egg nest, and yet he does not look cruel: he laughs all the time, as if it were a game, as if aliens were emotionless beings or pests to be destroyed. He becomes incresingly human as the story proceeds.

Then there’s another aspect, not much recognizabile outside South Africa (it certainly wasn’t present in the italian dubbing): the aliens are nicknamed Prawns after a bug, a kind of cricket that is considered a pest in South Africa, thus adding another negative connotation to that nickname.

This a good story, maybe not super original, but it works, and it’s still a breath of fresh air if you compare it to the classical “kill the random ugly aliens who came to invade Earth” spirit of many movies. In fact, it’s quite the contrary.

Recensione / Review: Kesrith

tumblr_inline_p12ld7l1kk1swk1pk_540Autrice: C. J. Cherryh

Genere: sci-fi, space opera

Anno: 1978

Note: primo libro della trilogia del Sole Morente, seguito da Shon’jir e Kutath, raccolti in italiano in un’unica edizione Cosmo Oro tradotta da Gianluigi Zuddas (ed è quella che ho letto io). Candidato al Nebula, allo Hugo e al Locus.


Kesrith è un pianeta desertico inospitale, usato dai regul (una razza aliena) come miniera. Un’altra razza, però, si è stabilita su Kesrith: gli umanoidi Mri. Per secoli i Mri hanno lavorato per i regul come mercenari, dimostrando di essere combattenti abilissimi. Molti di loro sono morti in guerra, e l’ultima guerra ha richiesto un alto tributo di sangue… su Kesrith ora rimane solo un manipolo di Mri, e tra questi c’è Niun, uno dei protagonisti. Niun appartiene ai Kel, la casta guerriera, ed è l’unico Kel giovane rimasto sul pianeta. Si vergogna di non essere mai andato a combattere ed è impaziente di dimostrare il suo valore, ma i membri della casta Sen – coloro che governano i Mri – gli hanno vietato di lasciare il pianeta. Non capisce gli ordini della She’pan, colei che governa i Mri, ma si adegua. Non è facile per lui essere l’ultimo Kel giovane rimasto: sua sorella Melein faceva parte del Kel finché non le è stato ordinato di diventare una Sen. Gli anziani Mri hanno qualcosa in mente, ma non sono gli unici nella galassia a fare dei piani. Gli umani e i Mir sono destinati a incontrarsi, ma le due civiltà non potrebbero essere più diverse… come vediamo dagli occhi di Sten Duncan, ufficiale militare diretto a Kesrith con un compito preciso.

 

Comincerò con le cose che non mi sono piaciute di questo libro… come lo stile. Alcune parti sono meglio, altre peggio, ma un po’ dappertutto ci sono problemi di distribuzione informazioni al lettore. Cose che il lettore conosce bene vengono ripetute nei pensieri dei personaggi per nessun motivo apparente, e gli spiegoni sono un po’ dovunque. C’è un capitolo dal punto di vista di un regul che ha pagine e pagine di spiegoni prima che cominci una vera azione di un personaggio. Ho fatto una fatica immane a finire quel capitolo, mi sono dovuta costringere ad andare avanti, ed è per quello che la regola del “mostrare, non raccontare” esiste… peccato che non usi il mostrato più spesso, perché quando lo fa il risultato è decisamente soddisfacente (quella scena vicino alla caverna nel finale? Da brividi). Non ho avuto difficoltà a giostrarmi tra i vari termini e concetti Mri, anche se all’inizio capisco che possano generare un po’ di confusione.

Sono sorpresa perché, stando a wikipedia (il link della fonte è morto, ahimé), Cherryh dice di scrivere in una terza persona limitata senza menzionare le cose che un personaggio conosce già anche se al lettore farebbe comodo, e così via. Peccato che questo romanzo non sia scritto così… mi sarebbe piaciuto molto di più. Sospetto che abbia sviluppato quello stile dopo, dato che questo è uno dei suoi primi romanzi.

Per quanto riguarda il sense of wonder, però, andiamo meglio: anche se non trasmette quella stranezza innovativa che altri autori riescono a portare sulla pagina, riesce a creare una popolazione che si è ben adattata al deserto senza fare dei cloni dei Fremen. C’è un buon lavoro di base anche dietro ai regul, e sia Mri che regul sembrano davvero alieni. Kesrith è un pianeta costruito in maniera interessante ( ma non ci vivrei).

Non succede molto in Kesrith, e anche se mi vanno benissimo le trame fatte di intrighi e con pochi eventi di scala epica, qui davvero succede poco o niente. Sarebbe ottimo come primo terzo di un romanzo (praticamente finisce al primo punto di svolta), ma come romanzo indipendente non basta: finisce proprio sul più bello, senza che ci sia uno sviluppo completo. Sarà anche il primo di una trilogia, ma dovrebbe avere una forma di completezza in sé.
Sono molto curiosa di sapere come prosegue la storia di Niun, Melein e Sten Duncan, ma non so se mi metterò a leggere gli altri due della saga, visti i problemi di stile.


 

Author: C. J. Cherryh

Genre: sci-fi, space opera

Year: 1978

Notes: first volume of the Faded Sun trilogy, followed by The Faded Sun: Shon’jir and The Faded Sun: Kutath. I have read the Cosmo Oro italian edition, translated by Gianluigi Zuddas. Hugo Award, Nebula Award and Locus SF Award nominee.


Kesrith is a very unwelcoming desert planet, used by the regul (an alien race) as a mining station. Another race, the humanoid Mri, live on Kesrith. For centuries they have worked as mercenaries for the regul, proving themselves to be deadly warriors. Many of them have died in the last war, too many of them… to the point that only a few Mri now live on Kesrith. Among these Mri is Niun, one of our main characters: he belongs to the warrior caste, the Kel, and he’s the only young Kel left. He’s impatient and ashamed of never having fought a real battle, but the members of the Sen caste – those who rule the Mri – have forbidden him to leave the planet. He does not understand the wishes of the She’pan, their ruler, but he will obey. It is not easy for him to be the only young Kel left: his sister Melein was a Kel until she was ordered to become a Sen. It is clear that the elders have something in mind, but they are not the only one with plans in the galaxy. Soon humans and Mri will have to meet, but the two civilizations couldn’t be more different… as we see from the eyes of Sten Duncan, a military officer who is coming on Kesrith with a specific task.

 

I’m going to start with what I didn’t like about this book… that is, the style. Some parts are written worse, some better, but overall there are some problems about the distribution of info to the reader. Things that are well known even by the reader are repeated in characters’ thoughts for no real reason, and infodumps are everywhere. There is a chapter from a regul’s point of view that is actually pages of badly delivered infodumps. It was a really hard chapter and I had to push myself through it. This is why so many people insist on the importance of “show, don’t tell”… and it’s a shame she doesn’t show more, because when she does, she does a great job of it (that scene in the cave, near the end? I got shivers).

I didn’t have any trouble following through the various Mri words and concepts, even if it can be a little overwhelming at the beginning.

I am surprised because, according to wikipedia (the source link is dead, sadly), she claims to write in a limited third person, without mentioning things a character already knows and so on. A pity she didn’t do it for this novel… my guess is that she developed that style later, after all this is one of her first novels.

 

In terms of sense of wonder, however, this novel is satisfying: no, it doesn’t have that groundbreaking weirdness other authors offer, but she managed to create an interesting desert civilization after Dune… and her Mri are nothing alike the Fremen. She did a good worldbuilding job even with the regul, and both Mri and regul sound truly alien. Kesrith is an intriguing planet.

There isn’t much action in this novel, and while I do not mind intrigue-based plots, I have to warn you that nothing much really happens. It would be perfect as a first part of a novel, but as a standalone novel it just doesn’t work: it ends when things get really interesting. I know it is the first volume of a trilogy, but every novel of a trilogy should be complete on its own.

I am very curious about how Niun, Melein and Sten Duncan’s stories will continue, but I do not know if I will read the other novels because of their style.

Recensione: Shadowrun Dragonfall

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Sviluppato da: Harebrained Schemes

Genere: cyberpunk, fantasy

Anno: 2014

Note: preceduto da Shadowrun Returns e seguito da Shadowrun Hong Kong, può essere giocato indipendentemente dagli altri giochi a livello di trama. Basato sul famoso rpg Shadowrun. Disponibile su Steam.


Dopo aver creato il proprio personaggio si viene catapultati nell’azione. Arrivato da poco a Berlino, il pg del giocatore si è unito a una vecchia amica, l’hacker Monica Schäfer, per un lavoro. Assieme alla sua squadra – e che squadra – ti trovi impegnato in una missione per rubare dei dati. Niente va come previsto, e ve la cavate per il rotto della cuffia, la parola “Feuerschwinge” ancora a echeggiarvi nelle orecchie.

Come nel precedente Shadowrun il giocatore controlla sé stesso e la sua squadra, il combattimento è a turni e le opzioni di dialogo rimangono fondamentali. Ma c’è una bella evoluzione dal gioco precedente: se prima eri da solo e assumevi altri runner a seconda della missione, qui hai la tua squadra sempre con te per tutta la storia. Il che significa che c’è un gruppo di persone da conoscere e di cui guadagnarsi il rispetto. Come Glory, che ha un paio di grosse braccia cibernetiche e un passato misterioso. O Dietrich, musicista punk rock sciamano. E che dire di Eiger, troll con un passato nell’esercito, abile e letale. E non finisce qui. Facilissimo affezionarsi a tutti, nonostante non tutti abbiano dei caratterini amichevoli, e poter chiacchierare con loro tra una missione e l’altra migliora notevolmente il piacere del gioco e lo fa sembrare un vero gioco di ruolo. Quando Glory, Dietrich e soci aumentano di livello si può decidere come potenziarli per costruire una squadra efficiente al massimo a seconda delle abilità di ognuno.

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Dietrich, Eiger e Glory

Ah, e scusate se è poco, ma guardate qui: personaggi femminili interessanti e non sessualizzati. (Immagino che l’outfit di Glory sia dovuto alla difficoltà di indossare qualcosa con delle maniche con quelle braccia). Provate a sessualizzare Eiger e passerete un brutto quarto d’ora.

In Shadowrun Returns avevo giocato come samurai della strada, questa volta invece ho fatto l’hacker (decker secondo i termini del gioco). Non voglio svelarvi niente della trama, ma posso dirvi che l’ho trovata decisamente superiore a quella di Shadowrun Returns: ci sono alcuni colpi di scena da mozzare il fiato ed è molto interessante scoprire cosa c’è dietro a quella missione apparentemente facile… Scienza e magia sono bilanciati in maniera soddisfacente, e la trama ne guadagna parecchio. Ci sono scelte difficili da fare, e spesso entrambe le opzioni sembrano giuste, o terribili, eppure si è costretti a scegliere.

Ho adorato anche l’ambientazione. Finalmente non siamo negli USA o in Giappone, dove si svolgono un quintale di storie cyberpunk. Siamo a Berlino, nel flux state anarchico che è diventato la Germania. Che bello vedere una storia cyberpunk finalmente in Europa. Ed è bello girare per il Kreuzbasar, il quartiere dove si trova la base segreta del gruppo, costruito in modo da garantire tante interazioni diverse e ottimo punto di partenza per varie missioni extra. Ve lo consiglio anche se non siete dei videogiocatori accaniti, non serve tanta esperienza pregressa ed è un’avventura cyberpunk godibilissima.


 

Developer: Harebrained Schemes

Genre: cyberpunk, fantasy

Year: 2014

Notes: Preceded by Shadowrun Returns and followed by Shadowrun Hong Kong. Based on the popular RPG Shadowrun. It’s available on Steam.


After the usual character creation screen, you get thrown into the action. You’re recently arrived in Berlin, and have joined an old friend of yours, Monica Schäfer, a skilled decker. Together with her team – a wonderful team, let me say – you are on a mission to raid a data vault. But things don’t go as planned. You barely manage to get it out, with the word “Feuerschwinge” still echoing into your ears.

The structure is that of basic Shadowrun: you control your character and your team, the combat is turn-based, and dialogue is still a crucial part. The selection of avatars is even greater.  But this game was an incredible advancement from Shadowrun Returns. Why? Well, for starters, you have a team that follows you for the whole story, not just you and/or some hired runners. Which means you have a group of people to get to know and of which you need to earn the respect. Get to know Glory, cybernetically-enhanced girl with a mysterious past; share a drink with Dietrich, ex punk rocker turned shaman, and try to understand Eiger, ex military troll, skilled and deadly. Meet the snarky decker Blitz. Oh, and there’s a dog too. I have to admit I loved them all, having a steady team was a great improvement from the first game, it heavily improved the RPG effect. The game was also updated giving you the possibility to control the level up of the team, assigning them characteristics and skill trees.

Also, there should not be the need to mention it, but look, many important female characters who are absolutely not sexualized. (I see Glory’s outfit as having practical reasons, try wearing anything with sleeves with those arms). Try to sexualize Eiger and she’ll probably have your head on a plate.

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Dietrich, Eiger and Glory

I played as a decker, an elf again. I don’t want to reveal too many things about the plot, but I can say this: I loved it far more than Shadowrun Returns one, it goes deeper and is incredibly interesting, with a few plot twists that left me quite breathless. The balance between science and fantasy is much better handled here, and the plot benefits greatly from it. You’ll have to make some really hard choices, and face situations in which both options seem to suck (or seem right), but you have to make a choice, knowing it will change the life of someone.

Do you know what else I loved? The setting. As I said, we’re not in the USA or Japan, traditional cyberpunk countries. We’re in Berlin, in the anarchist “flux state” of Germany. Seeing cyberpunk set in Europe was a much welcome change. On a smaller scale, it’s impossible not to fall in love with the Kreuzbasar, the neighbourhood where your hideout is placed, carefully constructed to give you great possibilities of interactions, including some wonderful side missions.

I can’t recommend this game enough. Even if you’re not a videogame person, it deserves a chance. If I, an absolute noob, can play it, so can you.

Recensione: Seven Sisters / Review: What Happened to Monday

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Genere: fantascienza/distopia

Anno: 2017

Diretto da: Tommy Wirkola

Cast: Noomi Rapace, Glenn Close, Willem Dafoe, etc

Note: conosciuto come What Happened to Monday nel mercato americano, è disponibile su Netflix USA da agosto.


Nel lontano 2043 la sovrappopolazione ha causato una grave crisi e il CAB, una sorta di ufficio per l’assegnazione dei figli, ha introdotto la politica del figlio unico per tutti. Se una famiglia ha più di un figlio tutti i figli tranne quello più grande vengono presi e messi in criosonno, da cui verranno risvegliati quando l’umanità avrà raggiunto uno standard di vita migliore. Le gravidanze plurigemellari sono in grande aumento, e Karen Settman muore dando alla vita sette bambine in segreto. Il padre di Karen, Terrence, non vedeva la figlia da anni e ora deve decidere cosa fare di quelle bambine. Decide di tenerle tutte di nascosto, dando loro i nomi dei giorni della settimana, e stabilendo una regola. Ognuna di loro potrà uscire di casa solo nel giorno corrispondente, e dovrà dire tutto alle sorelle quando torna a casa.

Adottando l’identità di Karen Settman, unica figlia della defunta Karen Settman, crescono e diventano adulte. Hanno un lavoro in banca e gestiscono i loro turni tramite trucchi, parrucca e quant’altro. Il rischio di essere scoperte è sempre presente, e ci sono vari punti di controllo in tutta la città.
Un giorno Lunedì esce per andare al lavoro, ed è un giorno importante. Potrebbero ottenere la promozione tanto sperata… ma il suo bracciale tracciante si spegne e Lunedì sparisce dai loro schermi. Non è un problema facile da risolvere, visto che solo una di loro può uscire di casa alla volta… ma Lunedì potrebbe essere in pericolo, e così tutte loro.

Quando ho visto il trailer di questo film ne ero rimasta incuriosita: wow, un film di fantascienza europeo! E non fa parte di nessun franchise, non è un remake… è una cosa nuova! E la premessa mi è sembrata decisamente interessante. Non vedevo l’ora di scoprire come avrebbero risolto il loro problema… eppure niente, sono uscita dal cinema con un senso di disappunto. Mettiamo da parte il doppiaggio non proprio eccellente e concentriamoci sulla storia.

Per dirla con parole semplici: non funziona. Le scene d’azione sono un continuo susseguirsi di elementi ben riusciti e mal riusciti, si va dalla bella scena del cattivo che uccide senza fare grandi discorsi drammatici alla scena di una delle sorelle che salta dal terzo piano di un edificio e finisce in un cassonetto di metallo vuoto… e non muore, anzi, si rialza e corre via! Capisco la necessità di adattare un po’ le leggi della fisica all’azione, ma qui siamo oltre i limiti della mia sospensione della credibilità.
Mi è piaciuto molto scoprire che avevo ragione sulla sparizione di Lunedì, ma il suo segreto mi ha un po’ deluso, e il modo in cui le sorelle accettano la cosa come niente fosse è ridicolo e non credibile (se avete visto il film capite a che scena mi riferisco).

Mi è piaciuto il personaggio di Adrian Knowles, l’agente del CAB che qui ha un ruolo di solito riservato ai personaggi femminili. In effetti qui la maggior parte dei personaggi sono donne, eccetto Adrian Knowles e qualche personaggio minore, ed è una cosa di cui vale la pena parlare.

Nicolette Cayman, la donna dietro alla politica del figlio unico, qui fa da antagonista, ma temo che il tema della sovrappopolazione globale e scarsità delle risorse sia stato gestito in maniera ingenua. Faccio un esempio: per quanto terribile, la politica del figlio unico funziona, e persino autori come Amitav Ghosh ne parlano (mi pare proprio in La Grande Cecità). Non che ne parli a favore, ma fa notare come senza la politica del figlio unico in Cina l’attuale situazione dell’ambiente sarebbe ancora più catastrofica.
Avrebbero potuto sfruttare questo film per far vedere come i grandi problemi che ci spaventano di solito danneggiano di più i poveri che i ricchi, magari mostrandoci famiglie ricche che grazie a corruzione e sotterfugi economici possono nascondere e nutrire più di un figlio. Ah, e non c’è bisogno di andare fino al 2043 e aggiungere un aumento della popolazione così grande… la situazione è già critica adesso, siamo già senza risorse per il nostro stile di vita di oggi.
Oltretutto… se il governo controlla tutto grazie ai bracciali, incluse le spese delle persone, come ci mostra il film, com’è possibile che nessuno si accorga che Karen Settman compra abbastanza cibo da nutrire 7 persone? Avessero fatto vedere che compra cibo a un qualche mercato nero capirei…

Sarebbe potuto essere un bel film, e anche se ha degli elementi interessanti anche dal punto di vista estetico ( Noomi Rapace fa molto Blade Runner con quella pettinatura e rossetto rosso), ci sono troppi problemi nella storia per apprezzarlo.


 

Genre: sci-fi/dystopia

Year: 2017

Directed by: Tommy Wirkola

Cast: Noomi Rapace, Glenn Close, Willem Dafoe, etc

Notes: known as Seven Sisters in some countries. It has been released on Netflix USA (and other markets).

 

In the far future of 2043 overpopulation has caused a huge crisis, and the Child Allocation Bureau has introduced a one child policy for everyone. If a family has more than one kid, every kid but the oldest will be put in cryosleep until humanity reaches a better standard of living. Pregnancies with a great number of children are on the rise, and Karen Settman dies giving birth to seven daughters. Her estranged father, Terrence, has to deal with the situation. He decides to keep all of them, hiding them in the house, naming them after the days of the week. Everyone of them can leave the house only on the day of his name, and has to tell everything that she has seen and experienced to her sisters.

Under the identity of Karen Settman they’ve become adults, and now work at a bank. Wigs and makeup help them becoming the one and only Karen Settman, but the risk of being discovered is always present, with checkpoints and routine controls in various parts of the city.

One day Monday leaves and goes to work. It’s an important day, and she/they might get a promotion. But her tracking armband goes off and she disappears. It’s quite a problem, since only one of them should be out of the house at the same time… but Monday could be in danger.

 

When I first heard about this movie I was quite curious: wow, an european sci-fi movie! And it doesn’t belong to any famous franchise, it’s not even a remake of something. And the premise is undeniably interesting. I couldn’t wait to know how they were going to solve their problem… and yet I left the cinema with a sense of disappointment. Let’s not take into account dubbing, which wasn’t always stellar, and focus on the story.

To put it bluntly, the story doesn’t work, and the action is a rollercoaster of good and bad moments. It goes from the good scene of the bad guy killing without any dramatic speech, to the scene of one of the sisters jumping from the third floor of a building into an empty metal dumpster without dying or receiving any kind of wounds… hell, she runs away back into action afterwards! Yeah, reality can be a bit twisted in action movies, but this is more than my suspension of disbelief can take.

I really loved discovering I was right about Monday’s disappearance, but her secret was a bit disappointing and the way the other sisters deal with it is impossible to believe (if you have seen the movie you know what I’m talking about). On the other hand, I appreciated the character of Adrian Knowles, the CAB agent who has a role usually reserved to women in movies. Here most of characters are women, except for Adrian Knowles and some minor characters. This is definitely worth mentioning.

Nicolette Cayman, the woman behind the one child policy, is the villain here, and I feel that the whole theme of overpopulation and scarcity of resources could have been employed better. Let me use an example: as terrible as it is, the only child policy is actually effective, and authors like Amitav Ghosh have spoken about it (he mentions it in The Great Derangement, if I recall correctly). Not in favour, mind you, but with the purpose of explaining that without a one child policy in China the current situation of our environment would be far worse than it actually is. This movie could have been a good opportunity to show how the one child policy impacts mostly poor families, while rich families can afford to feed and hide more than one kid. And there’s no need to go to 2043 and to a huge increase of population. We’re already out of resources for our current lifestyle.

Oh, and by the way, if the government tracks everything through the armbands, including expenses, as the movie shows, how comes no one realizes Karen Settman eats for seven people?

This could have been a good movie, and while it has some very interesting elements and visuals (Noomi Rapace looks incredibly Blade Runner-ish in her hairdo and red lipstick), it’s lacking in terms of story.

Recensione / Review: Shadowrun Returns

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Sviluppatore: Harebrained Schemes

Genere: cyberpunk, fantasy

Anno: 2013

Note: basato sul famoso gioco di ruolo Shadowrun, seguito da Shadowrun Dragonfall e Shadowrun Hong Kong.


Si comincia generando il proprio personaggio, cosa che potrebbe tenervi impegnati un po’, se non avete le idee chiare sul vostro percorso. Si sceglie una razza (elfi, umani, nani, orchi e troll) e una classe, andando dallo sciamano al samurai della strada passando per l’esperto di droni e il mago. Si può scegliere il colore della pelle e dei capelli, e scegliere tra i bellissimi avatar disegnati quello che fa più al caso vostro (niente oggettificazione femminile, gente!). Si sceglie anche un’etiquette: un ramo del mondo degli Shadowrunner che il personaggio conosce e che influenzerà le conversazioni nel gioco. Fa anche parte del background del personaggio, ad esempio un samurai della strada potrebbe avere un passato in una squadra di sicurezza di una grande azienda, o essere sempre vissuto in strada.

Poi vengono i punti karma, distribuiti nelle statistiche di gioco (Forza, Velocità, Carisma, etc, un po’ come in D&D) a seconda della propria classe. Io ho giocato nei panni di un’elfa samurai della strada.

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Alcuni degli avatar disponibili.

Il gioco si basa su una prospettiva isometrica e il combattimento è a turni, il giocatore controlla il suo personaggio e i suoi alleati e/o gli shadowrunner che ha assunto.

Il dialogo è una parte cruciale del gioco, e le opzioni disponibili possono variare a seconda dei propri punteggi karma: se si ha un certo punteggio di forza si può minacciare qualcuno, in certi punti. Le scelte del giocatore determinano se un certo personaggio sarà nemico o alleato, e tanto altro. Gli hacker si collegano alla matrice e si muovono nel cyberspazio, che ha regole e un aspetto tutto suo… lascio a voi scoprirlo!
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Ma passiamo alla storia, che è la parte più interessante: la campagna si chiama Dead Man’s Switch, e si svolge a Seattle. Il giocatore riceve un messaggio da un vecchio amico, Sam Watts: il messaggio è stato inviato automaticamente alla sua morte, e Sam pagherà il/la protagonista per scoprire chi l’ha ucciso. La prima parte della storia si basa sulla cattura del responsabile, la seconda ci porta dietro le quinte di qualcosa di grande. La prima parte è un giallo classico, con la raccolta di indizi, le domande alle persone… ma nella seconda la componente fantasy è decisamente prevalente, pure troppo per i miei gusti: certi elementi mi sono sembrati troppo strani, difficile crederci.

La musica e le atmosfere sono davvero godibili, e non è necessario conoscere il gioco di ruolo originale per godersi il videogioco. Magia e tecnologia sono ben bilanciati (tranne verso la fine secondo me). Peccato per il finale non proprio originalissimo o imprevedibile. Se faccio la pignola adesso è perché ho giocato Shadowrun Dragonfall, e vedo quanto sono migliorati in tutto. Ma ne parliamo nella recensione apposita!

Non è necessario giocare a Shadowrun Returns per apprezzare Dragonfall, ma è un’esperienza piacevole che consiglio a tutti gli appassionati di cyberpunk.


 

Developer: Harebrained Schemes

Genre: cyberpunk, fantasy

Year: 2013

Notes: based on the popular RPG Shadowrun famous for mixing fantasy and cyberpunk. Followed by Shadowrun Dragonfall and Shadowrun Hong Kong.


You start with a character generation screen that could keep you busy for hours. You choose a race (human, elves, dwarves, orks and trolls) and a class: Decker (aka hacker), Street Samurai, Physical Adept, Shaman, Rigger and Mage. You get to customize your character’s appearance (skin and hair color) and you pick a wonderfully drawn avatar as well. All avatars come in various skin colors and ethnicities. You choose a gender but it doesn’t affect the story. You choose a etiquette which will have an influence on the dialogue options you will be able to pick, and it can be considered a reference to your background – if you pick “corporate security” it could be because it’s where your worked before becoming a shadowrunner.

And finally, you spend a certain number of karma points in the game statistics (Quickness, Charisma, Body, Intelligence, Willpower, Strength) which will influence your summoning abilities, the attacks you’ll be able to use and so on.

I played as a street samurai elf.

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Here’s some avatars from the game.

The game is in isometrics and the combat is turn based, the player controls the main character and the runners s/he is fighting with or has hired, which is indeed a possibility in certain parts of the game.

Dialogue is a huge part of the game, the dialogue options that are available to the character may vary according to the karma points you have spent (if you have more than a X Strenght value, you may pick a more threathening option). Your choices will determine whether a certain conversation will end in a fight or not, or whether you gained a foe or an ally. Deckers can also log into the matrix in certain points; this ability can be used to collect info, disable security systems and so on. When a character is in the matrix, they appear to be into a whole different world… which will be yours to discovery. No spoilers on that!

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I am not a videogame expert, nor I pretend to be. But I can evaluate a story, and this is what I will focus on, without revealing too much of it.

The campaign is called “Dead Man’s Switch” and is set in Seattle. The player’s character receives a message from an old friend, Sam Watts.
The message was automatically sent at Sam’s death: he offers a reward to the character asking him/her to find out who killed him.

The first part of the story is devoted to catching the killer, the second one unfolds the bigger picture. While the first part is an interesting crime story (you collect evidence, ask questions..), in the second one the “fantasy” part becomes way too prominent for my tastes, making certain elements feel weird and hard to believe.

I liked the music and the atmosphere a lot. It can be enjoyed even by people who are not familiar with the Shadowrun universe, and for most part the game balances technology and magic fairly well – it’s, as I said, in the end when the weight on the fantasy plate of the scale becomes heavier that certain things start cracking. The first part of the game is definitely the best.
The ending isn’t exactly super-original and unpredictable either.
I am being very critic because having played Shadowrun Dragonfall I can recognize how much they improved, well, everything in their second story.
But that’s for another review…

That being said, I still recommend the game, it will get you familiar with the game mechanics and you can still enjoy it as a game, even if it’s not perfect. (psst, it doesn’t have objectification of women either, which is definitely a plus).

Aggiornamenti vari!

Circa un mesetto fa vi avevo detto che avrei fatto una specie di NaNoWriMo incentrato sulle storie di Kel e Aline. Scrivere un intero romanzo senza progettazione è da suicidio, così ho deciso di impiegare il mese per creare degli archi narrativi soddisfacenti per entrambi, calcolando che le loro storie dovevano incrociarsi… senza poter però sfruttare una struttura tipo buddy movie.

Come sempre, ho lavorato su questo progetto assieme ad Andrea, partner nella scrittura e nella vita. Non avete idea di quanto sia fantastico scrivere assieme a qualcuno… se non l’avete mai fatto, provatelo! Avere qualcuno che vi dica “è una cazzata” quando vi sentite di aver trovato l’idea giusta per far quadrare la storia o che vi dica “è perfetta” quando vi sentite di aver tirato fuori una cazzata è ottimo per il flusso lavorativo.

In parallelo ho (anzi, abbiamo) approfondito le mie conoscenze sia nell’ambito della scrittura in generale che nella struttura delle storie. Ho letto il meraviglioso manuale sull’arco del personaggio di Dara Marks (L’Arco di Trasformazione del Personaggio), che dovrebbe essere una lettura obbligata per chiunque voglia approcciarsi alla scrittura. Al momento sto leggendo Story di Robert McKee. Non è male ma non è essenziale come quello di Dara Marks (e fa un sacco di tirate sul mondo del cinema che mi interessano poco).

Sì, ma Aline e Kel? Beh, più studio la struttura delle storie più mi affascina… e più mi rendo conto di quanto sia un meccanismo molto speciale, e di quanto sia essenziale che ogni pezzo sia al posto giusto. E anche se abbiamo, teoricamente, completato un’ossatura per la storia di Aline e Kel… non sono soddisfatta. Non credo che ci sia il mio perfezionismo dietro, credo che ci sia qualcosa ancora che non va. Dobbiamo fare di meglio per dare giustizia al loro arco narrativo e al loro universo.
Il piano provvisorio è di lasciarla in sospeso per un po’, facendo pratica nel frattempo con storie più semplici a livello di struttura (ne abbiamo in mente una in particolare).
Si tratta sempre di racconti/romanzi brevi, per ora. Non che le idee per le storie più lunghe ci manchino, ma meglio fare pratica prima di imbarcarsi in progetti troppo grandi… tipo la mia space opera con tre protagonisti. Una roba alla volta, no?

Vi terrò aggiornati! ^_^


 

Almost a month ago I told you I was going to do something akin to NaNoWriMo about Kel and Aline‘s stories. Writing an entire novel without preplanning is suicidal, so I decided to use this month as a planning month, creating character arcs for both Kel and Aline, taking into account that their stories were supposed to be connected… but there was no room for buddy movie structures.

As always I worked on this project with Andrea, my parter in writing and in life. You have no idea how awesome it is to write with someone else… if you’ve never done it, please give it a try! Having someone who tells you “that’s bullshit” when you feel you’ve just come up with the best idea ever and who tells you “that’s brilliant” when you felt you just said something which will never work is fantastic for your working routine.

We also have focused in learning more about writing, both in general and in regard to the structure of stories. I’ve read Dara Marks‘ fantastic book Inside Story: The Power of the Transformational Arc, which should be a compulsory reading for anyone who wants to write anything ever. Right now I’m reading Story by Robert McKee. It’s not bad but it’s not as essential as Dara Marks’ book (and he spends a lot of time criticizing the modern world of cinema, which isn’t that interesting for me).

Yeah, but what about Kel and Aline? Well, the more I learn about structure and character arcs the more I realize what kind of a delicate mechanism it is, and how important it is for every piece to be in its right place. And even if we have, theoretically, completed Aline and Kel’s character arcs… I’m not satisfied with the result. I don’t think it’s my perfectionism at work here, I think there really is something which doesn’t work. We have to do better to create a compelling story in a compelling universe.
For now I’ll let this story rest a bit, and we’ll practice on simpler stories – structure-wise – and we do have one in mind which could be a great start. It’s only short stuff for now (stories, novellas). It’s not that we don’t have ideas for longer stories – we definitely do! But it’s better to practice before working on more complex structures… I’m talking to you, my dear space opera with 3 main characters sitting somewhere in my mind. I’ll get to you, I promise.
I’ll keep you posted!

Recensione: L’Onore dei Vor / Review: Shards of Honor

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Autrice: Lois McMaster Bujold

Anno: 1986

Genere: space opera/fantascienza militare/romance

Note: primo romanzo della famosa Saga dei Vorkosigan. (Tecnicamente è preceduto da Falling Free/Gravità Zero, ma è ambientato 200 anni prima e non ci sono i personaggi famosi della serie).


Il Capitano Cordelia Naismith, proveniente dalla Colonia Beta, sta esplorando un nuovo pianeta con il suo staff di scienziati ed esperti. Il loro accampamento viene attaccato quando Cordelia è lontana, e la sua nave sembra sparita. Ma non è rimasta sola sul pianeta: con lei c’è Dubauer, un betano ferito, e un ufficiale barrayarano. Cordelia è tutto fuorché entusiasta quando scopre che coloro che hanno devastato il suo accampamento venivano proprio da Barrayar, un impero bellicoso che afferma di possedere quel pianeta dove Cordelia e i suoi stavano facendo ricerche. Se vuole sopravvivere, però, deve allearsi a quell’ufficiale barrayarano rimasto: Aral Vorkosigan, conosciuto nella galassia come il Macellaio di Komarr. Scoprirà perché Vorkosigan è stato lasciato lì, e perché non è così tremendo come la sua fama lo dipinge: tratta Cordelia con onore e rispetto, e la aiuta ad occuparsi di Dubauer, portandoli con sé fino a un rifugio barrayarano nascosto da dove potranno comunicare e farsi salvare. Se vogliono andarsene da lì, quella è la loro unica possibilità, anche se significa giorni di cammino in un ambiente potenzialmente ostile.
E in quei giorni Cordelia inizia a rispettare Vorkosigan e a esserne affascinata: Vorkosigan non sarà un sant’uomo, ma la realtà di Barrayar esige strani compromessi, e richiede molto ai suoi cittadini. Anche Vorkosigan è affascinato da Cordelia…

No, non scappate, non c’è solo la storia d’amore. Certo, le avventure di Cordelia e i suoi sentimenti per Vorkosigan sono fondamentali, ma nella trama c’è tanto altro… e l’azione non manca. Dal pericolo (politico e reale) di una guerra imminente, fino alle scelte che una persona può fare in una società che trasforma le persone gentili in mostri, Bujold tira in ballo molti elementi interessanti. E c’è tutta la parte sul consenso alle terapie mediche, sul trattamento delle persone disabili e quant’altro, come capirete leggendo.

Ci si abitua molto facilmente alla mente di Cordelia: non è un’eroina perfetta, ha difetti ma è forte a modo suo, e in un modo che Vorkosigan non si sarebbe mai aspettato. Non è un soldato, ma combatterà e userà le sue conoscenze per avere la meglio e salvare delle vite. Non le mancano traumi e paure, però. Vale la pena menzionare che né lei né Vorkosigan sono giovani e belli: Vorkosigan è sulla quarantina, e non è mai descritto come bello nel senso classico del termine… eppure ci innamoriamo di lui assieme a Cordelia, e diventa una storia d’amore interessante perché siamo stimolati a preoccuparci per loro.
La loro relazione è estremamente umana, non troppo smielata o irrealistica: hanno ruoli, famiglie, responsabilità da cui non si può sfuggire… non con una guerra interplanetaria che incombe.

Non che sia un libro perfetto al 100%. In alcuni punti è un po’ troppo raccontato, Vorrutyer sembra un cattivone da cliché che farebbe quasi ridere se non facesse paura, e mi ha sorpreso il comportamento di Cordelia in sua presenza. Cordelia è anche parecchio fortunata in una certa circostanza che non menziono per motivi di spoiler. Niente di esagerato, per fortuna.

Come potete intuire, mi sono divertita un sacco a leggere questo romanzo. Ci sono un sacco di elementi interessanti: romanticismo, guerra, azione, temi su cui riflettere… e di certo fa venire voglia di leggere il libro successivo subito dopo!

 


 

Author: Lois McMaster Bujold

Year: 1986

Genre: space opera/military sf/romance

Notes: First novel of the Vorkosigan Saga in chronological order. (Preceded by Falling Free, but Falling Free is set 200 years earlier and does not involve the main characters of the saga).

 

Captain Cordelia Naismith from Beta Colony is exploring a new planet with her crew. Their camp is attacked while Cordelia was away, and her ship is nowhere to be seen. But she’s not alone on the planet: another Betan, Dubauer, has been left for dead (and his brain has received serious injuries), and there’s a Barrayaran officer too. Cordelia is less than enthusiastic as she discovers that those who attacked her camp were indeed from Barrayar, a militaristic planet which claims ownership of the planet she was exploring. Slowly she finds out why that particular Barrayaran officer has been left for dead too. He has powerful enemies, and quite a reputation: he is Lord Aral Vorkosigan, the Butcher of Komarr.

To her utmost surprise, Vorkosigan is a respectful man, and helps her attending for Dubauer and takes Cordelia and the wounded Betan on a five-day hike to a secret Barrayaran cache of weapons and supplies. If they want to get rescued, that’s the only chance they have.

Cordelia’s respect for Vorkosigan turns into something more as he turns out to be a honorable man. He may have done terrible deeds, but reality is more complex and life on Barrayar has terrible demands. Surprise surprise, mutual respect turns into love for both of them.

 

Before you run away: no, this is not solely a love story. While, yes, Cordelia’s adventures (the story is from her pov) and her feelings for Vorkosigan are fundamental, there’s a ton of interesting themes in the plot – and there’s the gripping space opera action, obviously. From the dangers (political and real) of imminent war, to the choices a person can make in a demanding society that transforms kind human beings into monsters. And let’s not forget the themes of consent and medical treatments/therapies, as you’ll understand while reading the novel. It’s very easy to get into Cordelia’s mind: she’s not a perfect heroine, she has flaws, but she’s strong in her own way(in a way Vorkosigan would have never expected). She can kick ass, save lives and use her knowledge to gain the upper hand. But she also has traumas and fears. It’s worth mentioning that neither of them is very young and/or handsome: she’s in her thirties and Vorkosigan is in his forties, and he’s never described as a traditionally good-looking man… but as Cordelia falls in love with him, so does the reader. It’s an interesting love story because you actually care for them. Their relationship is extremely human, not too cheesy and unbelievable. They both have roles, families, responsibilities, and there’s no running away from those… not with interplanetary war looming in the background.

It’s not a super perfect book either: Vorrutyer looks like a cliché villain who would be ridiculous if he weren’t scary, and I was baffled about Cordelia’s behaviour in his presence.

Cordelia is also very lucky in a circumstance I won’t mention because spoilers. Nothing too deus ex machina-ish, luckily for us.

As you can probably tell by now, I had a lot of fun reading this novel. There’s a lot going on – romance, war, action, important themes – and you’ll definitely want to read the next book in the series as you finish this.