Recensione: L’Apprendista Ammiraglio / Review: The Warrior’s Apprentice

Risultati immagini per l'apprendista ammiraglioAutore: Lois McMaster Bujold

Genere: Space opera

Anno: 1986

Note: Terzo libro della saga dei Vorkosigan, contiene piccoli spoiler sui libri precedenti


Avevamo lasciato il piccolo Miles Vorkosigan da bambino, debole e con le ossa fragili, a malapena in grado di camminare. Ora, a 17 anni, sta facendo del suo meglio per passare gli esami che lo ammetteranno all’accademia imperiale, ma è davvero difficile per lui. Non è solo il figlio di Aral Vorkosigan, geniale stratega e abile politico, ex reggente imperiale e consigliere fidato del giovane imperatore Greg Vorbarra… ma è anche disabile, molto basso e con ossa fragili. Non si vedono spesso persone con malformazioni congenite su Barrayar, perché vengono uccisi da bambini. Ma Miles vive e lotta disperatamente, il suo corpo sarà anche debole ma la sua mente lo porterà lontano… almeno finché non fallisce la prova fisica dei test d’accesso. Parte per Colonia Beta con il fido Bothari (e sua figlia Elena) in vacanza per riflettre sul suo futuro. I guai cominciano presto, appena Miles decided di aiutare una persona nei guai. Presto diventerà parte di qualcosa di molto più grande del previsto…

Riassunto super vago, lo so, ma è una lettura divertente e non voglio rovinarvi la sorpresa. Ho aspettato tanto per leggere questo libro perché ero insicura, avevo paura. Mi dicevano tutti che avrei adorato Miles Vorkosigan, eppure avevo amato così tanto Aral Vorkosigan e Cordelia Naismith… come poteva essere meglio di loro due? Temendo una delusione, ho esitato. Qualche giorno fa però ho trovato in una libreria dell’usato una copia del Gioco dei Vor, e l’ho presa subito. Sono tornata a casa e ho ordinato altri libri della serie (tra cui questo). La curiosità ha avuto la meglio e ne sono felice, perché le avventure di Miles sono un piacere.

È molto diverso dai suoi genitori, e sono lieta di poter apprezzare tutta la famiglia Vorkosigan. Miles ha una sua personalità realizzata in maniera efficace, e allo stesso tempo risente dell’influenza di cotali genitori. Sospetto che la sua personalità così sopra le righe sia dovuta, almeno in parte, alla sua piena necessità di mostrarsi capace agli occhi di tutti coloro che lo vedono come un mostro. Essere alto un metro e un barattolo e avere le ossa che si spezzano come grissini non prepara a una carriera standard in un pianeta come Barrayar, perciò va in cerca di guai. Non che sia solo un combinaguai, intendiamoci, ma è una contraddizione vivente che userà tutta la sua intelligenza per cavarsela dato che non può contare sulla forza, e sfruttando il fatto che in giro per la galassia tutti lo sottovalutano.

Le sue avventure, a volte esagerate, sono molto divertenti da leggere (ma sanno anche essere profonde). Per questo posso tapparmi il naso nei momenti di raccontato che sarebbe stato meglio mostrare o che “barano” non mostrando cose difficili. Lo stile non è perfetto ma l’empatia con Miles (e alcuni personaggi secondari) è alle stelle, quindi merita una possibilità.


Author: Lois McMaster Bujold

Genre: Space opera

Year: 1986

Notes: 3rd book of the Vorkosigan Saga, contains minor spoilers for the precedent books.

We left the little Miles Vorkosigan as a weak child with even weaker bones, barely capable of walking. Now he is 17, and he’s trying his best to pass the exams for the Imperial Academy. Things are especially hard for him. Not only is he the son of Aral Vorkosigan, ex imperial regent and close counsellor of the young emperor Greg Vorbarra, master strategist and political genius… but he’s disabled, with weak bones and very short. People born with malformations are very rare on Barrayar, as they’re usually killed as newborns. But Miles lives, and fights desperately for it, against prejudice and expectations. His body may be weak, but his brilliant mind will carry him very far… at least, until he fails the test due to his physical (and psychological) problems. He heads to Beta Colony, his mother’s homeland, with his trusted Bothari and his daughter Elena, expecting a quiet holiday as he thinks about what to do with his life. Troubles start pretty easily, as Miles decides to help someone in need. Soon, he’ll be part of something way bigger than he had expected…

Super vague plot summary but it’s a fun read and I don’t want to spoil anything. So, I waited so much to read this book because I was afraid. Everyone kept telling me I was going to love Miles Vorkosigan and yet I had loved Aral Vorkosigan and Cordelia Naismith so deeply… how could he be any better than Aral and Cordelia? No way. So I hesitated. Recently I found a copy of The Vor Game in a used books store and got it immediately. I headed home and decided to buy some of the books of the saga, because damn, curiosity was too great. I’m glad I did, because Miles’ adventures are a pleasure to read.

He is very different from his parents, and I’m glad I can appreciate the whole Vorkosigan family. Miles is clearly Aral and Cordelia’s son, and yet he’s got his own personality. And man, what a personality. Probably as a result of his constant need to prove himself worthy in the eyes oh, pretty much everyone who thinks his disability makes him worthless, he has a tendency to look for trouble. And when he doesn’t want any, usually trouble comes looking for him. But it would be unfair to consider him simply a troublemaker.
He embodies both old Vor aristocracy and the desire to please his grandfather’s (and his country’s) ideals and his father’s desire to bring the old, military-shaped and retrograde planet Barrayar on the same level of the other galactic civilizations. A living contradiction with a sense of honor who will use his brilliant mind to get out of trouble, since he can’t use his physical strength, and everyone all across the galaxy underestimates him…

His adventures, sometimes exaggerate, are a great fun to read (while being at the same time quite deep).
For these reasons I can overlook the “tell” used instead of “show” in many situations. The style is far from perfect but the levels of empathy a reader forms with Miles (and the side characters) are through the roof, so you should definitely give it a chance.

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Recensione: I Figli del Tempo / Review: Children of Time

Autore: Adrian Tchaikovsky

Genere: fantascienza

Anno: 2016

Note: Vincitore del premio Clarke nel 2016


 

L’umanità ha conquistato le stelle, colonizzato lo spazio, terraformato pianeti… il solito. Un esperimento scientifico di evoluzione accelerata grazie a un nanovirus non va come progettato e la scienziata a capo del progetto, Avrana Kern, si mette in criostasi in attesa che qualcuno venga a soccorrerla. Passano centinaia di anni, l’umanità sulla Terra collassa e intanto su quel pianetino un’altra civiltà sorge, che nulla ha a che vedere con le scimmie che si sarebbero dovute evolvere con il virus. Un’altra specie, un’altra evoluzione, un nuovo viaggio verso la coscienza e la civiltà. Nel frattempo l’umanità è messa maluccio. La nave arca Gilgamesh sveglia alcuni dei suoi passeggeri perchè ha rilevato un segnale, una richiesta d’aiuto… il classicista Holsten Mason deve decifrare il segnale, dal momento che ha studiato la civiltà che lo invia: l’antica, gloriosa cilità terrestre. Potrebbe condurli a una trappola, a tecnologia dal valore inestimabile, o chissà cosa…
Per quanto riguarda la trama mi fermo qui, ci sarebbe molto da dire ma vorrei evitare spoiler eccessivi.

La storia è interessante, anche se potrebbe essere un romanzo degli anni ’50 per tema e ambientazione. Non è necessariamente una cosa malvagia, ma mi sembra sensato farlo notare. Non c’è nessuna tecnologia “nuova” a livello di sense of wonder, il lettore di fantascienza medio conosce bene la realtà del sonno criogenico, delle navi-arca, della terraformazione, ecc. Va un po’ meglio sul pianeta di Avrana Kern, visto che è interessante vedere come un animale terrestre che viene normalmente considerato disgustoso sviluppa una sua storia e civiltà, passando attraverso una specie di medioevo, rinascimento, guerre sconvolgenti, rischiando l’estinzione, ecc. Sulla nave-arca l’umanità affronta un percorso simile, attraversando una specie di nuovo medioevo, come vediamo attraverso gli occhi di Mason, tirato dentro e fuori dal sonno criogenico a seconda delle necessità… concetto tutto sommato interessante.

Anche se gli altri personaggi della nave arca riescono a essere interessanti, come Lain o Guyen, devo ammettere che Mason è.. vuoto. Sappiamo che è un classicista, e poco altro. Non è un vero personaggio ma un guscio per l’autore/lettore da indossare nella lettura. Non ha di certo un difetto fatale o un arco del personaggio, per dire. Vorrei tanto che questo fosse il problema più grande del libro. Sinceramente mi chiedo come possa aver vinto un premio come il Clarke, perché anche se la storia è interessante e ha un bel messaggio (ma comunque niente di innovativo), la scrittura è deludente, non posso non dirlo. Il narratore è onnisciente, invadente e sempre lì a dirci cose sui personaggi che loro non possono sapere, spezzando i punti di vista dei personaggi in continuazione. C’è una quantità imbarazzante di raccontato invece di mostrato, che raggiunge il suo peggio proprio sul finale, che viene riassunto invece di mostrato. Non solo l’autore non ci mostra le cose interessanti, ma ci ripete in continuazione cose che il personaggio non ripeterebbe / sui cui non rifletterebbe e che sono state già fatte notare altre volte, spesso usando poi il narratore invadente per farlo (allungando inutilmente il brodo). Immergersi nella storia è faticosissimo, ed è una cosa che odio, perché la trama ha elementi interessanti, ma sono sepolti sotto una brutta scrittura.
Sospetto che abbia vinto per via del messaggio, ma un buon messaggio non basta a rendere un libro bello.

Esempio qui sotto in bianco, evidenziate per leggere (attenzione, piccoli spoiler):

A un certo punto Mason e i suoi capiscono che quella che avevano incontrato in precedenza rispondendo alla richiesta d’aiuto di Avrana Kern non era una IA, ma una vera coscienza umana di una persona appartenuta al vecchio impero terrestre, o perlomeno ciò che ne resta dopo secoli di sonno criogenico e caricamento computerizzato. Questa rivelazione non ha nessun effetto sul lettore, perché tanto lo sa già. Il lettore avrebbe potuto, assieme alla Gilgamesh, farsi domande su quella voce (IA? Umana? Chi può dirlo) e scoprire solo dopo che sì, era davvero umana almeno in parte. Il libro è strapieno di occasioni sprecate come questa.

 


 

Author: Adrian Tchaikovsky

Genre: sci-fi

Year: 2016

Notes: Winner of the Clarke Award in 2016

Humanity has conquered the stars, colonized space, terraformed… the usual. A scientific experiment of accelerated evolution though a nanovirus doesn’t go as planned, and the scientist behind it, Avrana Kern, goes into cryostasis waiting for help. Hundreds of years pass: humanity collapses, and another civilization arises thanks to the nanovirus on the terraformed planet. Only it’s not the monkeys Kern had planned: another species picks up the virus and starts its personal journey through evolution and civilization. Meanwhile, humanity’s future looks grim. The ark ship Gilgamesh awakens some of its occupants: the classicist Holsten Mason is needed, since they have picked up a signal from afar, a signal from the old empire of the Earth. It could be valuable tech, it could be a deadly trap, or something else entirely…

It’s hard to convey everything without giving away too much, so I’ll stop here with the plot.
The story is interesting, even though it could be a novel from the 50s for theme and spirit. Not necessarily a bad thing, but be warned. There isn’t a great amount of sense of wonder either, everything that appears is familiar to the average sf reader (cryostasis, arc ships, terraforming, etc). There’s a bit more sense of wonder in the chapters that follow the evolution on the terraformed planet, as it is definitely interesting to see an animal of the Earth a lot of people find disgusting create its own civilization and history, going through moments similar to ours (they form a religion, go through a sort of Middle Ages and Renaissance, risk extinction due to a big war, etc). On the ark ship humanity lives a new history, going through what feels like a new Middle Ages, and so on. We see this from the eyes of Holsten Mason, taken in and out of cryostasis in various occasions and for various reasons.

While other ark ship characters manage to be interesting (like Lain or Guyen), it’s worth mentioning that Mason is… empty. He’s a classicist, and that’s pretty much what we know about him. He’s not a real character, but an empty shell for the reader (and, I suppose, the author) to wear. He certainly has no clear fatal flaw or character arc.
I wish this was the book’s biggest problem. No, the truth is that I am baffled about how could it have won a prize like the Clarke… because while the story is interesting (though not groundbreaking and, to me, not prize-worthy) the writing is awful, there’s no other way to put it. There’s an embarrassing amount of omniscient / invasive narrator, which constantly breaks the pov of the character in question to tell us things the character doesn’t know.
The amount tell instead of show is noteworthy and not in a good sense, coming at its worst at the novel’s ending, which is summarized to us instead of, well, shown. Not only the author doesn’t show us stuff, but he constantly repeats things that the pov of the chapter already knows and that have been said countless times. Immersion in the story is nearly impossible, and I hate it, because the plot has some elements that are good and fascinating… buried under bad writing.

Example here, written in white (highlight to read) (minor spoilers ahead)

At a certain point Mason realizes that, in their encounter with Avrana Kern’s distress beacon they had not talked to an AI, but to a real person – or what remains of her – belonging to the old empire’s civilization. That revelation has no effect on the reader, but it could have had a tremendous effect if we hadn’t had a chapter with Avrana’s pov. The reader could have wondered, together with the Gilgamesh’s crew, if that thing was human or AI… and later, found out that there was something human within that voice. This book is full of wasted occasions like these.