Racconto breve: Amare un Androide / Short story: To Love an Android

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“Sei sicuro che nessuno ci troverà qui?”

“Come nascondiglio ha sempre funzionato bene.” Neon chiuse la porta a doppia mandata, e ci mise una sedia davanti.

“Spero che tu abbia ragione.” rispose Ray. Neon lo guardò: gli occhi vitrei dell’androide erano rivolti all’unica finestra, rigorosamente chiusa. Dai buchetti della serranda entrava una luce rosata, proveniente dall’insegna dell’edificio di fronte.

“Sei preoccupato?” Neon accarezzò la guancia di Ray, e al suo tocco la neoplastica si intiepidì.

Ray emise un ticchettio alla base della gola – Neon aveva ormai capito che era il suo modo di sospirare – e strinse a sé Neon in un abbraccio.

“Ho paura per te, Neon. Se ti prendono…”

“Posso cavarmela in qualche modo, ma te? Ti disattiveranno, oppure ti manderanno al macero.” Neon ricacciò le lacrime, conscio che Ray non aveva modo di piangere. “Tu che sai tante cose… credi che cambierà mai, questo mondo? Voglio dire, un tempo due uomini non si sarebbero potuti sposare, e ora è storia vecchia… magari un giorno…”

“Non sarà facile. Ma spero di sì, per tutti i modelli successivi a me.”

Neon lo baciò. Ray non era programmato per quello, ma ormai Neon aveva imparato ad apprezzare quelle labbra non labbra e l’interno della sua bocca, fatto più che altro per conservare piccoli oggetti e simulare una somiglianza con l’uomo.

Il letto era piccolo e scomodo, ma si adattarono.

Con la frenesia con cui un tempo si sarebbe tolto i vestiti, Neon cercò al tatto il punto giusto dove collegare il cavo dietro alla propria testa. Passò l’altro capo del cavo a Ray, che lo inserì anche lui dietro alla sua testa.

Si strinse all’androide. “Ti amo, Ray, e non voglio perderti mai.”

“Nemmeno io.” rispose lui, e passò la mano dietro alla testa di Neon per stringerlo ancora di più.

“Attiva il collegamento o ti bacerò dappertutto e dovrai ripulirti tutto il rivestimento.” sussurrò Neon impaziente.

Ray fece la cosa più simile a un sorriso che gli era consentita dai suoi meccanismi, e attivò qualcosa dentro di sé.

Il cervello di Neon ricevette gli impulsi, e si sentì avvolto dal piacere. Non era la prima volta, eppure ogni volta gli sembrava quasi una sensazione nuova, una sensazione più bella.

Non poteva capacitarsi di come una cosa del genere potesse venire vietata. Nei momenti di lucidità lo sapeva bene, ne aveva sentite di tutti i tipi: era immorale, era un ginepraio a livello di legalità e consenso, era inquietante, era un complotto per controllare le nascite e disabituare le persone al sesso tradizionale… ma in quel momento voleva solo sentire il piacere che Ray gli dava, e che lui dava a Ray, come poteva intuire dalla leggera, piacevole scossa che emettevano le sue dita sulla pelle di Neon a intervalli regolari. I suoi sospiri di piacere. Era difficile disabituarsi a certe cose, e non riusciva a smettere di baciare Ray. Si perdette in quell’orgasmo che non aveva nulla di fisico, eppure arrivava dritto al suo cervello come un proiettile, bypassando l’inutile carne.

Per questo ci mise un po’ ad accorgersi che qualcuno stava cercando di scardinare la porta.

Se era imbarazzante farsi cogliere a letto da una squadra armata governativa, farsi trovare a letto con un androide era spesso un motivo sufficiente per cacciarsi in guai seri.

Neon guardò prima Ray e poi gli agenti del governo.

“Posso spiegare.” alzò le braccia. “Siamo disarmati, non c’è bisogno di puntarci contro quella ferraglia.”

“Lo dico io cosa c’è bisogno.” Il capo degli agenti gli puntò contro il fucile.

“Comandante Flake, un momento.” uno degli altri agenti indicò Ray con la punta dell’arma.

“Stronzo di un pezzo di ferraglia!” protestò Flake. Il display alla base del collo indicava ‘trasferimento: 15%’.

Anche Neon lo vide, e lo prese per le spalle. “Ray, no, è troppo pericoloso!”

Trasferimento: 25%.

Neon crollò sul letto come una bambola di pezza, e Flake deglutì alla vista di Ray che si metteva una mano sulla fronte come se fosse stato colpito da un’improvvisa emicrania. Troppo umano.

Passarono alcuni minuti.

“Che facciamo, capo?”

“Che cazzo vuoi che facciamo? Aspettiamo.”

Trasferimento: 87%.

L’androide RI-239 sedeva sul letto a gambe incrociate come se non ci fossero 4 agenti del governo coi fucili puntati su di lui. Il cavo lo collegava ancora a quel pervertito del suo amante, il cui corpo sarebbe morto appena il trasferimento sarebbe stato completato.

Furbo, questo pezzo di ferraglia. Si sta prendendo la coscienza di quel tipo. Non vorrei essere nei panni dei miei superiori, dev’essere un incubo legale, visto che non lo possono passare all’azienda produttrice per il reset… perché non si sono fatti ammanettare come tutti, cristo santo?

 

Un’ora dopo Neon si risvegliò da solo nell’appartamento, e ci mise un po’ a riprendersi dallo shock somministratogli dallo stesso Ray. Guardò il cavo che ancora gli penzolava dalla testa e capì. “Cazzo, Ray, cazzo, che ti faranno adesso? Bella trovata, il falso trasferimento, ma quanto durerai fingendo di essere me? E che ti faranno quando lo scoprono?”

Le luci al neon che filtravano dalla serranda sembravano non avere risposta per lui.


 

“Are you sure no one will find us here?”

“It’s always worked as a hideout.” Neon locked the door and placed a chair to block it.

“I hope you’re right,” Ray replied. Neon looked at him: the glassy eyes of the android were facing the only window in the room, a window that was closed and with its blinds closed too. Frome the holes in the blinds came a faint pink light from the light sign on the building facing them.

“You’re worried?” Neon caressed Ray’s cheek, and at his touch the neoplastic became warm. Ray emitted a clicking sound from the base of his throat – Neon knew it was his way of sighing – and held Neon close.

“It’s you I am worried for, Neon. If they catch you…”

“I can deal with it, somehow. But you? They’ll deactivate you or destroy you and…”

Neon held back tears, knowing Ray had no way to cry. “You know so many things, so tell me… will this world ever change? I mean, in the past two men could never marry but now they can… maybe someday…”

“It will not be easy. But for the sake of everyone that will be produced after me, I hope so.”

Neon kissed him. Ray had not been built for it, but Neon had learned to appreciate those lips-not-lips, and the inside of his mouth made to hide small objects and to make Ray look kinda like a human.

The bed was small and uncomfortable, but more than enough for both or them. With the same excitement he felt when he used to remove his clothes at this stage, Neon searched the right place in which to insert the cable behind his head. He gave the other end of the cable to Ray, who did the same.

 

He held the android tight. “I love you, Ray, I don’t want to lose you.”

“Neither do I.” Ray answered, his hand behind the human’s head to keep him close.

“Activate the link, or I’m gonna kiss you everywhere and you’ll have to get your casing cleaned.” Neon whispered impatiently.

Ray did the best impression of a smile his structure allowed him, and activated the link within himself.

Neon’s brain received the impulses, and a wave of pleasure reached him. It wasn’t the first time, and yet every time it felt new and beautiful. He couldn’t understand how something like that could be forbidden. When his mind wasn’t clouded by pleasure he knew, he had heard hundred of different things: it was immoral, it was a clusterfuck when it came to law and consensus, it was creepy, it was a plot to reduce births and the normal rates of traditional sex… but in moments like these, Neon only cared about the pleasure Ray gave him, and that he gave to Ray, as he could guess from the faint, pleasurable shock that Ray’s fingers emitted every now and then. His own way to express pleasure. It was hard to break certain habits, and he couldn’t stop kissing Ray. He abandoned himself to that orgasm that was not physical but mental, bypassing the pointless flesh.

That’s why it took him a few seconds to realize that someone was trying to break in. If being caught in bed with someone by a government squad was embarrassing, being caught with an android was a free ticket to trouble country.

Neon looked at Ray first, and at the government agents later.

“I can explain.” he raised his hands. “We’re unarmed, there’s no need to aim that metal junk at us.”

“I’ll decide if there’s a need or no,” barked the agents’ boss, aiming his rifle at Neon.

“Commander Flake, wait.” another agent pointed at Ray with the barrel of his rifle.

“Fucking piece of fucking junk!” Flake protested. At the base of Ray’s neck a display read ‘transferring: 15%’.

Neon saw it too, and placed his arms on Ray’s shoulders.

“No, Ray, don’t! It’s too dangerous!”

‘transferring: 25%’.

Neon fell on the bed like a ragdoll and Flake gulped at the sight of Ray putting a hand on his forehead, as if he had been struck by a sudden headache.

Too human.

Minutes passed.

 

“Commander, what do we do?”

“What the fuck do you want to do? We wait.”

‘transferring: 87%’.

The android model RI-239 sat on the bed, its legs crossed, as if there weren’t four government agents with his rifles pointed at it. The cable still kept it linked to that pervert of its lover, whose body would have died as soon as the transfer would have been completed.

What a sly piece of junk. He’s transferring the conscience of that dude into itself. I wouldn’t want to be in my boss’ position, I bet it’s a legal nightmare… they can’t give it back to the manufacturers for the reset like this… letting us handcuff both of you would have been too easy, mh?

 

An hour later Neon wake up alone in the apartment, and it took him a while to recover from the shock caused by Ray. He looked at the cable still hanging from his head, and understood.

“Fuck, Ray, fuck, what are they gonna do to you now? Nice idea, the fake conscience transfer, but how long are you going to last before they find out the truth? And what are they gonna do to you then?”

The neon lights filtering from the shutters had no answers for him.

 

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Recensione / Review: Real Mars

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Autore: Alessandro Vietti

Genere: fantascienza, distopia

Anno: 2016

Note: vincitore del Premio Italia, pubblicato da Zona 42.


Come fa l’umanità ad arrivare sul pianeta rosso, se mancano i fondi? Beh, raccogliendo i soldi dagli sponsor, ovviamente. Ed è proprio questo il piano dell’ESA, e la navicella Europe 1 parte per raggiungere Marte con a bordo Ulrike, Therèse, Konstantin e Ettore, scelti tra i migliori per questa impresa storica. Gli sponsor non si accontentano di avere i loro nomi dappertutto: per anni l’equipaggio della Europe 1 verrà seguito da telecamere piazzate dovunque sulla navicella, diventando così il reality show definitivo. Quasi tutto il mondo paga e si abbona a Real Mars per poter osservare costantemente i quattro astronauti in tutti i momenti della giornata, facendo scommesse sui possibili rapporti amorosi e sulle crisi di nervi. Ben presto tutto il pianeta Terra diventa Real Mars-dipendente. E l’equipaggio della Europe, beh, sapevano che sarebbero sempre stati osservati… ma non si aspettavano la serie di eventi misteriosi che cominciano a verificarsi, incluse le voci di un possibile quinto membro dell’equipaggio che causano parecchie notti insonni. Real Mars è determinato a diventare il reality show più famoso della storia… ma a che prezzo?

 

Ambientato in quello che sembra un futuro molto vicino, Real Mars ci mostra molti personaggi italiani dello spettacolo e della cultura a noi ben noti, ma anche tecnologie futuristiche e un’esperienza di realtà virtuale così immersiva che non sarebbe fuori posto in un romanzo cyberpunk classico. L’intero romanzo è in equilibrio tra il tragico e il comico, mostrandoci gli aspetti più grotteschi del programma. Vediamo Real Mars dagli occhi di tanti cittadini del mondo, e per fortuna il romanzo non si limita a fare la morale alle “persone dipendenti dalla tv”, mostrandoci anche coloro per cui la vista di quelle quattro persone nello spazio è una via di fuga, di consolazione, di coraggio e tanto altro. Questi frammenti ci mostrano anche quanto e come il mondo è cambiato, e lo vediamo anche tramite le pubblicità che ovviamente vengono piazzate nei momenti cruciali dello show, come vuole la tradizione televisiva.

 

Che lo stile sia particolare lo si nota fin dalle prime pagine, e le metafore e il linguaggio usati da Vietti ci costringono a non dimenticare mai come ciò che è divertente è anche triste, e viceversa. Vero, alcune metafore sembrano esagerate o fuori posto a volte, perché è un gioco molto difficile da giocare ed è essenziale non sembrare una parodia dello stile che si vuole adottare. Se siete lettori che detestano le metafore in maniera assoluta, non credo sia il libro giusto per voi, perché ce ne sono parecchie… la maggior parte delle quali sarebbero un incubo in fase traduttiva. Anche se il finale è scioccante, ho avuto l’impressione che ci fossero alcune linee narrativa lasciate aperte. Forse per scelta, perché come problemi contano poco rispetto alle vicende del finale, ma avrei voluto saperne molto di più…

In ogni caso Real Mars è una distopia che vale la pena di leggere, e spero che un giorno venga tradotta, perchè ardo dalla curiosità di sapere cosa penserebbe un non-italiano di questo romanzo. Non starebbe male su uno scaffale vicino a The Martian.


 

Author: Alessandro Vietti

Genre: sci-fi, dystopia

Year: 2016

Notes: winner of the Italia Award, published by Zona42. No english translation exists yet.


How can humanity get on the Red Planet, if there’s no money for it? Well, you gather money from sponsors, of course. And that’s precisely what the ESA does, and the Europe 1 leaves the our world to reach a far distant one. Aboard the Europe 1 there’s Ulrike, Therèse, Konstantin and Ettore, four astronauts which have been chosen among the best. The sponsors aren’t satisfied with putting their names everywhere, of course: for years the crew of the Europe 1 will be followed by everyone on Earth thanks to cameras placed everywhere on their small ship, becoming the ultimate reality show. Pretty much everyone pays and subscribes to Real Mars to get the chance to observe the four astronauts in every moment of their days, betting on future love stories and nervous breakdowns. Indeed, the whole planet becomes quickly addicted to Real Mars. And the crew, well, they knew what they had signed up for… but strange things keep happening. There’s rumors of sabotage, rumors of a mysterious 5th crew member which causes them many sleepless nights. Real Mars seems determined to become the most famous reality show in history… but at what cost?

 

Set in what looks like a very close future, the novel features many famous italian personalities belonging to the worlds of television, of culture and so on, but also futuristic technologies and an immersive reality experience that wouldn’t be out of place in a traditional cyberpunk novel. The whole novel walks on the edge between tragic and hilarious, showing us the most grotesque aspects of such a pervasive show. We see Real Mars from the eyes of various citizens of the world, and luckily the novel goes beyond a simple critique of “people are addicted to technology/television”, showing us even those for which the sight of four people in space is consolation, escape, bravery and much more.

These fragments also serve the purpose of telling us how the world has changed, and to help us with it we even have the ads of various products, strategically placed before the crucial moments of the show, like reality tv demands.

It’s easy to notice since the first pages how peculiar the style is, and the metaphors and the language adopted by Vietti force us to never forget how everything funny is also sad, and vice versa. True, some metaphors sound a bit odd and out of place, because it’s a risky game to play and it’s important not to look like a parody of what the style is supposed to sound like. If, as a reader, you absolutely loathe metaphors, maybe this isn’t the best read for you, because there are a lot of them. Most of which would also be a nightmare if someone were to translate them.

While the ending is quite shocking, I felt there were some narrative threads which had been left open. Granted, maybe it’s a choice, as if those problems do not matter if compared to what happens in the end, but there’s much more I would have liked to know…

Still, Real Mars is a dystopia I consider definitely worth reading, and I hope it gets translated someday, because I would love to know what a non-Italian would think of this novel…. it wouldn’t be out of place on a shelf next to The Martian.

Recensione / Review: Nirvana

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Genere: fantascienza, cyberpunk

Anno: 1997

Diretto da:  Gabriele Salvatores

Cast: Christopher Lambert, Diego Abatantuono, Stefania Rocca, Emmanuelle Seigner, Sergio Rubini, ecc.


Nel futuristico Agglomerato Nord vive Jimi, un programmatore di videogiochi di successo che lavora per la Okosama Starr. Natale è alle porte, e presto la sua ultima creazione, il videogioco Nirvana, verrà messo sul mercato. Ha solo qualche giorno per occuparsi degli ultimi dettagli, ma non riesce a smettere di pensare a Lisa, la sua ex ragazza, che lo ha lasciato un anno prima. Ma il vero problema è che a causa di un virus il protagonista di Nirvana si è reso conto di essere in un videogioco: si ricorda tutte le volte in cui è morto nel corso della partita, e cerca di evitare di morire nuovamente e di convincere Anna, una png (personaggio non giocante), che il loro mondo non è reale.

Jimi ricorrerà a Joystick, un ex “angelo” (hacker, cowboy del cyberspazio) che ha venduto i suoi occhi al mercato nero e conosce tutti nelle periferie e nei distretti più sordidi, e a Naima, una hacker e esperta di tecnologia dai capelli blu.

Questo è quel genere di film che fa sì che l’appassionato di fantascienza italiano medio si chieda “quando e perché abbiamo smesso di fare questi film?” Perchè anche se non è perfetto, è un film che vale assolutamente la pena vedere. Venuto prima di Matrix e di altri successi a tema, esplora i temi classici del cyberpunk in maniera molto interessante.

Cosa significa essere umano e essere liberi? La realtà è reale o è una simulazione? L’influenza delle opere di Dick e Gibson è palese, ci sono atmosfere degne di Neuromante, tra multinazionali malvagie, strade illuminate dai neon e quartieri pericolosi. Droghe, cacciatori di organi, strano misticismo che non sarebbe fuori posto in un romanzo di Gibson (vi ricordate i Loa del voodoo, no?), un mondo dove spiritualità e tecnologia sono strettamente collegati. Il tutto, però, con un occhio strettamente italiano: Joystick ha un modo di parlare e di atteggiarsi che non riesco a non definire “italiano”, e la presenza di attori italiani famosi (spesso famosi per i loro ruoli comici) in un contesto del genere è curiosa ma perfetta… al punto che è proprio Christopher Lambert a sembrare fuori posto, con la sua aria sempre perplessa e una recitazione non proprio spontanea.

Il cyberspazio non è un luogo epico, ma emotivo: forse per via di una mancanza di fondi, si è preferito sfruttare il fattore emotivo, e funziona. Luogo ricco di misteri ed illusioni, e con qualche riferimento a Neuromante qua e là, risulta comunque efficace anche nella sua ignoranza (intesa in senso neutrale/positivo) di cosa sarebbe diventato internet nel futuro… è il cyberpunk, bellezza.

Non ho apprezzato molto l’evento scatenante iniziale, perché poteva essere gestito in maniera molto più efficace. Alla fine, però, la cosa importante è che rimane un film godibile (un po’ come Hackers), un elemento del cinema cyberpunk che un appassionato non dovrebbe trascurare.


 

Genre: sci-fi, cyberpunk

Year: 1997

Directed by: Gabriele Salvatores

Cast: Cristopher Lambert, Diego Abatantuono, Stefania Rocca, Emmanuelle Seigner, Sergio Rubini, ecc.

In the futuristic Agglomerato Nord (”Northern Sprawl”) lives Jimi, successful videogame programmer employed by Okosama Starr. It’s almost Christmas, and soon his latest creation, Nirvana, will be released to the public. He only has a few days to finish the last details, but he can’t stop thinking about Lisa, his girlfriend, who left him about a year ago. And he has a bigger problem than that: due to a virus, the main character of Nirvana has suddenly become aware of being in a videogame. He remembers all his in-game deaths, and tries desperately to avoid new deaths and other problems, all while trying to convince npc Anna that their world isn’t real. Jimi will team with Joystick, an ex “angel” (hacker, decker, cyberspace cowboy, you know the drill) who sold his eyes to the black market and who knows everybody in the slums, and Naima, blue haired hacker and tech expert.

This is the kind of movie that makes the average italian sci-fi addict go “why and when did we stop making such movies?” Because while Nirvana isn’t perfect, it’s also very worth watching. It predates Matrix and other traditional cyberpunk big hits, and it deserves to be acknowledged, because the main themes are all there, and very well handled. What does it mean to be human and to have a free will, is our reality “real” or just a game? Influenced by the works of Philip Dick and WIlliam Gibson, it recreates atmospheres worthy of Neuromancer, shifting from megacorporations and neon-lit streets to the darkest and more dangerous zones. Drugs, organ hunters, weird mysticism à la Gibson, a world where spirituality and technology are immensely connected. All of these classic themes are seen from an italian eye: Joystick sometimes answers Jimi the way you’d expect an italian to do, and the presence of popular italian actors, most of which are associated to comical roles, creates a weird effect. In fact, Christopher Lambert looks a bit out of place in this universe, with his constantly perplexed face and not exactly great acting skills.

The way cyberspace is handled is not epic, but emotional. It may be due to a lack of funds, but it’s still believable in its mystery and illusions, and it includes a nice Neuromancer reference or two. After all, there’s the same ignorance (in a positive sense) and innocence that reminds us of Gibson’s ideas. What pulls the plot into action is a bit weak, unfortunately, and it could have been handled a bit better. It can be perceived as naive too, but in that wonderful sense of the term. A bit like Hackers, it creates an atmosphere you can’t stop loving. Naive, maybe, but who cares. It’s still a piece of cyberpunk cinema history, and definitely worth watching.

Racconto breve: Il Laboratorio / Short Story: The Lab

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“Dai, muoviti, vecchia ferraglia, muoviti…” borbottò Ezequiel in direzione del computer finché la scritta analisi dei campioni in corso non divenne analisi dei campioni completa.

Salvò i dati sulla sua memoria esterna e guardò l’orologio innestato ai bordi del suo campo visivo. Ore 01.32.
Nel silenzio assoluto del laboratorio deserto il suono delle ventole del computer gli sembrava quello di un aereo che decolla, e fu sollevato quando cessò. Ora poteva udire il suo respiro.

Trasse un paio di sospiri profondi e si infilò la scheda di memoria in una tasca interna della giacca. Il suono della cerniera lampo gli sembrò eccessivo, ma ricordò a sé stesso che non era il caso di preoccuparsi, almeno non per i prossimi sette minuti. Con un silenzioso ringraziamento a sé stesso per essersi fatto installare l’orologio nella cornea controllò velocemente che ogni apparecchiatura fosse spenta e camminò il più possibile vicino alla parete irta di macchinari. Conoscere il percorso sarebbe stata la sua fortuna: qualunque inesperto sarebbe inciampato nei cavi o avrebbe urtato qualcosa, attirando le guardie.

Guardie che, secondo il suo orologio, sarebbero passate per il corridoio intorno al laboratorio tra tre minuti. Si piazzò dietro alla porta e attese in silenzio. Puntuali come il fisco, i loro passi echeggiarono nel corridoio, i passi di chi non è costretto a indossare scarpe speciali per fare il minor rumore possibile, come quelle di Ezequiel. Dal suo nascondiglio Ezequiel sentiva il rumore vagamente metallico dei loro passi da robot, e d’istinto trattenne il fiato finché non si allontanarono. Attese otto minuti immobile ma impaziente. Doveva essere sicuro che fossero saliti al piano superiore, e il rumore della porta delle scale glielo confermò.

Fece la strada delle guardie a ritroso e si trovò davanti alla porta. Girò la maniglia con la mano guantata per non lasciare tracce e la chiuse alle sue spalle. Il buio era inframmezzato da una serie di piccole luci azzurre sul soffitto, ma Ezequiel sapeva che non sarebbero state utili. Spero di potermi permettere un impianto per la visione termica molto presto. Ma fino ad allora…

Un piede sulla macchia di caffè mai del tutto ripulita a pochi centimetri di distanza. Un altro più avanti, dove si incontravano quattro mattonelle. Testa bassa. Strisciare vicinissimo al pavimento per un metro circa, fino alla pianta di plastica. Lentamente, Ezequiel superò i raggi infrarossi del corridoio, il tutto senza perdere di vista l’orologio. Le roboguardie non avrebbero fatto scattare l’allarme, lui sì, perciò valeva la pena metterci qualche minuto in più.

Sospirò appoggiato alla porta. Ogni volta era una scarica di adrenalina, e sarebbe stato disonesto a dire che non gli piaceva.

Ezequiel fece due piani di scale passando per la scala anti incendio e coprendosi gli occhi il più possibile, o ci avrebbe messo una vita a riabituarsi alla semioscurità degli altri corridoi.

Il più grosso ostacolo era ora rappresentato dalla porta a DNA. Raggiungerla non era difficile, e attirare le due guardie lontano era un gioco da ragazzi. Con un disturbatore di frequenze attirò il primo drone di sorveglianza che passò, puntuale, due minuti dopo che si era appostato nel suo nascondiglio. Ezequiel lo prese delicatamente impedendo che cadesse a terra, e smanettò cambiandone il percorso previsto.

Due problemi eliminati in uno, sorrise trionfale Ezequiel mentre il drone riprendeva a volare come se niente fosse, diretto verso l’ala ovest dell’edificio e evitando la porta sorvegliata. Le due roboguardie, che si aspettavano il suo passaggio, lo seguirono quando lo videro proseguire lungo il corridoio. Avrebbe dovuto voltare verso la porta, e non lo aveva fatto, perciò le guardie erano programmate per andare a vedere se fosse successo qualcosa. Come previsto, presto Ezequiel si trovò davanti alla porta a DNA, e aveva quattro minuti per aprirla prima del ritorno delle guardie.

Frugò nello zaino ed estrasse una mano meccanica da una vecchia borsa. La piazzò sul rilevatore della porta, il quale la scannerizzò. Sul suo display apparve una scritta azzurrina: inserire retina. Ezequiel era già pronto, e infilò nello scanner un occhio meccanico con ancora i suoi cavi strappati.

La porta si aprì ed Ezequiel uscì dall’edificio, richiudendola alle sue spalle. Assaporò il profumo della notte e si allontanò percorrendo il marciapiede deserto. Ogni tanto ripensava a quando si era procurato quei componenti. Non era stato bello spingere la roboguardia X-87 nel tritarifiuti, e non ne andava fiero. Se non avesse saputo che non erano vive si sarebbe sentito in colpa e avrebbe rimuginato sul grido di terrore che aveva emesso il povero robot. Ancora adesso lo stridio del metallo nel tritarifiuti gli faceva uno strano effetto.

Ma rubare in continuazione il DNA da qualche persona sarebbe stato un problema, sarebbe stato facile provare che non erano in realtà lì in quel momento, e prima o poi sarebbe finito nei guai. A meno che non sparisse qualcosa, nessuno controllava i movimenti delle roboguardie. E Ezequiel non faceva mai sparire niente. Quella era la sua scheda di memoria, e quello era il suo computer nel suo laboratorio. E se quello era l’unico modo di finire le proprie ricerche in tempo, beh, lo avrebbe fatto così, visto che gli avevano proibito di fare altri straordinari.

Mal che vada mi riciclo come ladro, scherzò Ezequiel salendo sull’ultimo convoglio della Metro.

 


“Come on, come on, stupid piece of junk, come on…” mumbled Ezequiel at the computer until the writing on the screen changed from analyzing the samples to sample analysis: complete. He saved the data on his external hard drive and looked at the watch placed at the edge of his field of vision. It was 01.32.

In the extreme silence of the deserted lab, the sound of the computer fan reminded him of an aircraft taking off, and he sighed in relief when it stopped. Now he could hear his own breathing. He took two deep breaths and put his external hard drive in a pocket of his jacket. Even the sound of the zip felt too loud, but he reminded himself that there was no need to worry, at least not for the following seven minutes. With a silent thank you to his own decision to get a watch installed in his cornea, he quickly checked if all the equipment had been turned off. He moved slowly next to the wall, which was bristling with machinery. You had to know the perfect route: anyone inexperienced would have eventually hit something, or would have tripped on some cable, thus attracting the guards.

Guards which, according to his watch, would have covered the corridor next to the lab in three minutes. He hid behind the door and waited. As punctual as taxes, their steps echoed in the corridor, the steps of those who do not need to wear special shoes like Ezequiel to avoid any noise. From his hiding place he could hear the vaguely metallic sound of their robot steps, and held his breath until they were far away. He waited for eight minutes, impatient but without daring to move. He had to be sure they had left for the upper floor, and the sound of the staircase door being opened told him so.

He went back from where the guards had come from and opened the door with a gloved hand to avoid fingerprints. He closed the door behind him. The darkness was interrupted by small, blue lights on the ceiling, but Ezequiel knew they would have been useless for him. I hope I can afford a thermal vision implant soon. But until then…

A foot on the old coffee stain, never fully cleaned. Another forward, right at the intersection of four tiles. Keep your head down. Crawl on the floor for about one meter, until you reach the fake plant. Robot guards wouldn’t have triggered the alarm, unlike him, so he took his time for every single step forward. Slowly, Ezequiel made it through the infrared rays of the corridor, always keeping an eye – literally so – on his watch.

He sighed, leaning on the door. Every time his adrenaline made him feel crazy in this part, but he would have been a liar to say he didn’t enjoy it.

Ezequiel went down two flights of stairs using the fire exit stairs, covering his eyes as much as he could to avoid the mandatory intense lights, or it would have been hard to get used to the semi-darkness of the corridors.

The most difficult obstacle was the DNA door. It wasn’t reaching it that was hard, in fact, luring the guards away was embarrassingly easy. With a frequency jammer he lured the first surveillance drone which passed, as he expected, two minutes after he had been hiding. He caught it with his hands like a wounded bird and tinkered with it until he changed the path it had been programmed to cover.

Two birds with one stone, he smiled as the drone resumed its flight as if nothing had happened, heading for the western area of the building and skipping the DNA door.

The two robot guards, who were expecting the drone to come, followed it as soon as it ignored the door, as they were programmed to do. As Ezequiel expected, he now had four minutes to deal with the DNA door before the coming of the guards.

He rummaged in his backpack and took out a mechanical hand from an old bag. He placed it on the door detector and it scanned the hand. The scanner’s display now read Insert retina in blue letters. Ezequiel was ready, and placed an old mechanical eyeball with some wiring on the scanner.

The door opened and Ezequiel left the building, closing the door behind him. He tasted the scent of the night walking on the deserted sidewalk. Sometimes he did think about how he had gained those vital pieces. It hadn’t been nice, to push the robot guard X-87 in the trash compactor, and he was not proud of it. If he hadn’t know they weren’t truly alive, he would have felt guilty and would have brooded about the poor robot’s scream of terror. Every time he heard metal being crushed he felt a strange tingling in his stomach.

But stealing someone’s DNA constantly would have been a problem, and it would have been easy to prove that that particular person wasn’t there at the moment, and sooner or later he would have faced troubles. But unless something disappeared, no one checked on the guards’ movements. And Ezequiel never stole anything. That was his own hard drive, that was his computer in his laboratory. And if that was the only way he had to continue his research in time, well, he would have done it, since they had forbidden him to work overtime.

Worst case scenario, I can make a decent burglar, he joked as he took the last Metro train.

 

Recensione: Il Collasso dell’Impero / Review: The Collapsing Empire

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Autore: John Scalzi

Genere: space opera

Anno: 2017

Note: primo romanzo di una nuova serie. Ho letto la traduzione italiana di Annarita Guarnieri pubblicata da Fanucci (le note sulla traduzione sono in fondo alla recensione).


Gli umani hanno colonizzato lo spazio millenni fa, e viaggiano attraverso l’universo usando il Flusso, una serie di “correnti” simili a dei wormhole utilizzabili per ridurre notevolmente i tempi di viaggio. Quasi tutta l’umanità vive su habitat artificiali, stazioni orbitali o città sotterranee su pianeti brulli e inospitali, visto che i pianeti simili alla Terra sono molto rari. Ironicamente, l’unico pianeta di questo tipo, Fine, si trova alla fine delle correnti di Flusso conosciute, ed è l’insediamento più distante dalla capitale, la quale invece è piazzata in un punto di convergenza delle correnti diventando il centro politico, religioso e commerciale dell’Interdipendenza. Dato che ogni insediamento dipende molto dal commercio e dal contatto con gli altri, l’impero che li governa si fa chiamare Interdipendenza. E ora qualcosa lo minaccia.

Vista l’importanza del commercio, non è strano che molti dei personaggi della storia siano parte di questa o quell’importante famiglia a capo di una grande azienda interstellare. La famiglia Nohamapetan, ad esempio, vuole ottenere più potere e i tre membri principali della famiglia (lo spietato Ghreni, il semplice Amit e il cervello dietro ogni operazione, la loro sorella Nadashe) stanno lavorando duramente per ottenerlo.

La famiglia Lagos vorrebbe continuare i suoi affari in santa pace e grazie tante, ma se riuscisse anche a mandare in rovina i loro avversari, gli odiati Nohamapetan, sarebbe una bella aggiunta. Lo vediamo bene entrando nella mente di Kiva Lagos, già uno dei miei personaggi preferiti in assoluto (capirete perchè). Marce Claremont, figlio di un nobile di Fine, è in missione speciale per avvertire l’imperatore di un pericolo imminente. Ma l’imperatore è morto, e sua figlia Cardenia è salita al trono. Non che volesse una tale carica, ma ormai deve tenerla e usarla al meglio per salvare i cittadini dell’Interdipendenza.

Capisco perché questo romanzo è stato paragonato a Game of Thrones, visto che racconta di famiglie nobili/ricche che bisticciano su problemi minori comparati al grande problema che minaccia la loro civiltà. Ma se il paragone è con la serie tv (non ho mai letto i romanzi), allora il libro di Scalzi è diverse spanne sopra. Immaginatevi Game of Thrones senza sessismo, con personaggi femminili migliori, una trama meglio gestita e senza bisogno di tirare in ballo magia e draghi. Non me ne vogliano gli appassionati di fantasy, ma per me è un punto a favore.

Sembra proprio di aver visto la prima stagione di una serie tv: c’è un bel cliffhanger interessante alla fine, e i problemi dei personaggi non vengono affatto risolti (ma in alcuni casi cambiano). Potrebbe essere un problema, però: è palesemente il primo di una serie, e sembra un po’ incompleto, come se fungesse da episodio pilota.Alla fine mi è rimasta una gran voglia di leggere il romanzo successivo, perché la trama si sviluppa bene e anche i personaggi più vicini alla definizione di antagonisti hanno degli ottimi motivi per le loro azioni, ed è difficile non apprezzare il carisma di Ghreni e Nadashe Nohamapetan. Lo stile di Scalzi è esattamente come me lo ricordavo, fresco, ironico e moderno, sempre una lettura piacevole.
Certo, ammetto di non aver gradito molto alcuni spiegoni e dove sono stati posizionati. Lo so, sono un po’ la mia ossessione, ma il mio livello ideale di spiegoni è “Non ci capisco nulla per le prime cinquanta pagine” à la Ninefox Gambit. Preferirei leggere un prologo pseudoscientifico su come funziona il Flusso piuttosto che avere quelle spiegazioni nel bel mezzo dell’azione, tutto qui.
Detto questo, rimane una space opera moderna e piacevole che vi consiglio. Potrebbe anche essere un romanzo adatto per avvicinare alla fantascienza quel vostro amico appassionato di telefilm.

Nota sulla traduzione: nel complesso mi sembra buona, ma ammetto che non amo molto veder tradotto “fucking” con “fottuto” praticamente sempre. Magari è una questione regionale, ma alle mie orecchie suona molto come un calco. Rischia di rendere il turpiloquio di alcuni personaggi (specialmente di uno) piuttosto monotono alla fine.


 

Author: John Scalzi

Genre: space opera

Year: 2017

Notes: first book of a new series, called the Interdependency Series. I’ve read the italian translation by Annarita Guarnieri published by Fanucci.


Humans have colonized space millennia ago, and travel through the universe using the Flow, a wormhole-like series of “currents” which can be used to significantly shorten space travel times. Most of humanity lives on space habitats, orbiting stations or underground cities on rocky, barren planets, since Earth-like systems are very rare. Ironically enough the only Earth-like planet, End, is at the end of the Flow currents, and is the most distant settlement from the imperial capital, which is set in a point of convergence of Flow currents. It’s the commercial, political, religious centre of the Interdependency universe. Since every settlement depends heavily from commerce and contact with other settlement, the empire that rules them all is in fact called Interdependency. And something is bound to threaten it forever. Commerce matters a lot, and it is not surprising that many of the characters the story will follow are part of one of the powerful, rich families who control huge sectors of trade. The Nohamapetan family wants more influence and power, and the three most important members of the family (the ruthless Ghreni, the simple Amit and the mind of everything, their sister Nadashe) are all working together to get it.

The Lagos family would just like to continue their business, thank you very much, but if they can get to ruin their competitors, the Nohamapetans, in the process, that would be a nice bonus. We see it from the eyes of Kiva Lagos, already my favorite character for a series of reasons I will not spoil. Marce Claremont, son of a nobleman who lives on End, has a special mission to warn the Emperor of an imminent danger. All while the Emperor is dead, and his bastard daughter Cardenia is rising to the throne – a power she didn’t want, but she has to keep now, and to use it at her best if she wants to save the citizens of the Interdependency.

 

It has been compared to Game of Thrones, and I can see why, since it features noble & rich families bickering for what are, essentially, meaningless reasons if the real, big problem is not solved. But if I have to compare this novel to the tv show, this novel is so much better. Picture Game of Thrones with less sexism, better female characters, an inherently better plot and no magic or dragons. Apologies for the fantasy fans, but it’s a plus for me.

It feels like having watched the first season of a tv-series: there’s a nice, interesting cliffhanger, and the problems of the various characters are far from being solved at the end. This could be a problem: it’s obviously meant to be the first one of series, and it feels a little incomplete. It left me quite eager for the next novel, because the way the plot develops is captivating and even the characters closer to the definition of “villains” have their damn good reasons for their actions, and it’s hard not to appreciate the charisma of Ghreni and Nadashe Nohamapetan. The style of Scalzi is as I remembered it: fresh, ironic and modern, a pleasure to read. Admittedly, I am not a fan of some of the infodumps and where they had been placed. I know, I’m obsessed with infodumps, but I just wish there were other ways to convey info to the reader: I’d rather read a prologue chapter about how the Flow works than having the action interrupted for an explanation.

That being said, it remains a pleasing, modern space opera which I definitely recommend. It could also be a good novel to introduce your tv-show obsessed friend to sci-fi.

 

Recensione / Review: Hackers

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Genere: fantascienza, cyberpunk

Anno: 1995

Diretto da: Iain Softley

Cast: Angelina Jolie, Johnny Lee Miller, etc.


Dade Murphy, conosciuto come Zero Cool, è un hacker giovanissimo quanto talentuoso: dopo essere stato arrestato all’età di 11 anni per aver causato il collasso di un migliaio di computer in un solo giorno, riceve il divieto di avvicinarsi a un computer fino alla maggiore età. Il diciottenne Dade si è trasferito a New York con la madre, e ha ricevuto un computer in regalo per il compleanno, con il quale prova immediatamente a hackerare qualcosa. Il suo tentativo di cambiare la programmazione di una televisione non va a buon fine, e viene bloccato da un altro hacker, Acid Burn. A scuola subisce lo scherzo di Kate Libby (Acid Burn) e si vendica in modo simile. Riesce a intromettersi nel sistema della scuola e fa amicizia con Ramon Sanchez, conosciuto come The Phantom Phreak, un hacker che lo presenta ai suoi amici. Uno di loro, l’aspirante hacker Joey, riesce a introdursi nel supercomputer noto come Gibson (sì, davvero) appartenente a un’azienda mineraria. Scarica un file come prova del suo passaggio, ma ciò che scarica rappresenta un problema… l’ex hacker Eugene Belford (detto La Piaga) che ora lavora per l’azienda in questione aveva messo quel file per un motivo particolare, e non apprezza l’intrusione di Joey…

Sì, certo, visto oggi questo film fa sorridere, ma come si fa a non amarlo. Non è di certo invecchiato bene, vista l’evoluzione della tecnologia, e il modo in cui viene rappresentato il cyberspazio: una specie di città al neon in omaggio a Neuromante. Ma proprio per questo è rimasto un film godibile.

I personaggi sono adolescenti, quindi c’è di mezzo anche una storia d’amore, ma niente che sembri strano o forzato. I soprannomi degli hacker possono sembrare buffi (come dimenticarsi il mitico Cereal Killer) e l’idea dei ragazzi che si dedicano all’ingegneria sociale frugando nei bidoni della spazzatura alla ricerca di dati utili può sembrare assurda, ma non è lontano dalla realtà. Agli hacker piacciono i nomi particolari, e quello era davvero un ottimo modo per scoprire dati utili, come ci dice Bruce Sterling in Giro Di Vite Contro Gli Hacker.

Molti eventi del film, in effetti, ricordano il saggio di Sterling: hacker giovani, scapestrati e curiosi il cui obiettivo principale è dimostrare che ce l’hanno fatta, che sono passati oltre a qualunque difesa e che possono andare dove vogliono… specialmente nei sistemi delle grandi aziende. Il film cita il manifesto hacker, e i temi fanno pensare alle classiche storie cyberpunk, con la lotta contro i grandi poteri commerciali e la curiosità dei segreti della rete… ah, e non dimentichiamoci i costumi dei personaggi. Acid Burn/Kate Libby ha un guardaroba assolutamente invidiabile, e i ragazzi hacker non sarebbero fuori posto in un manuale di Cyberpunk 2020 o Shadowrun. Il film è, ovviamente, pieno di battute e riferimenti alla cultura cyberpunk, che è uno dei motivi per cui è rimasto tanto popolare. Non è un capolavoro, no, e potrebbe anche essere definito “so bad it’s almost good”, così brutto che è diventato bello, ma rimane un’avventura simpatica e godibile. Hack the planet!


Genre: sci-fi, cyberpunk

Year: 1995

Directed by: Iain Softley

Cast: Angelina Jolie, Johnny Lee Miller

Dade Murphy, known as Zero Cool, is a very young and very talented hacker. After having been arrested at 11 years old for having caused the crash of more than a thousand computer systems in one day, he is banned from using anything remotely similar from computers until he’s 18 years old. We skip to his 18 years old self, who has moved to New York with his mother and has just received a computer for his birthday. As he tries his hand at hacking, focusing on a TV station where he tries to change the programming, he is blocked by another hacker called Acid Burn. In his high school he gets pranked by Kate Libby (Acid Burn) and gets his revenge through another prank. He hacks into the school’s system and is seen by Ramon Sanchez, aka The Phantom Phreak, who befriends him and introduces him to his hacker friends. One of these friends, the novice Joey, manages to hack a supercomputer called the Gibson (yes, really) belonging to a mineral company. The file he’s trying to download as proof of his efforts is no mere garbage bin material, and here’s when problems start. The ex hacker Eugene Belford (aka The Plague) who now works at the mineral company had put that file in the system for a specific reason, and doesn’t appreciate Joey’s intrusion…

This movie looks absolutely cheesy seen today, and that’s part of the fun of it. It didn’t age really well, because a lot of elements make us grin and laugh. Cyberspace looks like something out of Neuromancer, as it is portrayed by cities and skylines made of neon lights.The characters are teenagers, so of course there is teenage romance involved, but it doesn’t take up much unnecessary space.

The ridiculous hacker handles (there’s even a Cereal Killer) and the social engineering parts seem silly, but they aren’t that far away from reality. Hacker have always had a thing for artistic names and social engineering, as you can read in Bruce Sterling’s The Hacker Crackdown. A lot of the events of the movie are clearly reminiscent of the events told in the book: young, curious and bold hackers of all kinds who first and foremost aspire to prove that they can do it, that they’re better than whatever defenses are put up against them, that they can come and go whenever they please. Especially if the objects of their attacks are megacorporations and their systems. Even the Hacker Manifesto is quoted, and the themes of course are those of classical cyberpunk stories, with the traditional fight against corporations and the curiosity that comes with the hacking process. Oh, and the ridiculous fashion too. Angelina Jolie’s character wears killer outfits, and so does pretty much everyone. Everyone has these outfits that make them look straight out of a Cyberpunk 2020/Shadowrun handbook and it’s absolutely adorable. The movie is also filled with inside jokes and references to the cyberpunk culture. Which is why, as of today, it still maintains a cult status despite its low rating. Is it a masterpiece? Absolutely not. It probably falls within the “it’s so bad it’s almost good” category.  But if you’re looking for some fun and lightweight adventure, by all means give it a watch. Worst of cases, you’d be having a laugh. Hack the planet!

Racconto breve: Pattuglia di Confine / Short Story: Border Patrol

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“Tutto bene? Hai una faccia stravolta.”

“Ho fame, ma se mangio prima che ci colleghiamo mi viene una nausea tremenda.”

“Preferivi ai vecchi tempi?” Lorraine si sistemò i guanti per la realtà virtuale.

“Scherzi? Almeno così è meno noioso.”

Andreas si calò il visore sugli occhi.

“Pronto? Tre, due, uno…caricamento di B0rder attivo.” Lorraine aprì il collegamento per entrambi, e dopo un breve caricamento la sua coscienza si trovò su un piano verdeazzurro. Andreas apparve di fianco a lei, anche lui con addosso la divisa della pattuglia di confine. Il paesaggio aveva finito di caricarsi intorno a loro: un prato senza fine, l’aria umida di pioggia e il cielo azzurro solcato da nuvole bianche e grigie. L’unico segno di artificialità era dato dalle nuvole, che ogni tanto si ripetevano per forma e colore. Una rete alta due volte loro tagliava il prato in due. Dall’altro lato Lorraine e Andreas intravedevano lo stesso paesaggio, ma sapevano che era una simulazione anche quella.

“Sai cosa sarebbe bello?” Avere dei dinosauri.”

“Come?” chiese Andreas.

“Beh, sì, dopotutto è realtà virtuale no? Perché non possiamo cavalcare dei dinosauri lungo il confine? Sarebbe spettacolare, e renderebbe il lavoro più emozionante.”

“Se volevi un lavoro emozionante saresti dovuta andare a fare il vigile del fuoco.”

Una luce lampeggiò dal polso di Lorraine.

“Forse no. B0rder, carica veicolo.”

In meno di un secondo una semplice auto della pattuglia si materializzò davanti a loro, e Lorraine smise di pensare ai dinosauri.

 

“Si trova al confine con la rete sovranazionale X-37B223, ogni attraversamento che non sia dai canali autorizzati è vietato dalla legge secondo-”

“Aspetta!”

Lorraine tenne la pistola puntata contro la donna che si aggrappava alla rete.

“Oh, se vedeste quello che vedo io di qua… cosa vedete, un prato come dalla vostra parte?”

“Sì.” rispose Andreas.

“Dev’essere magnifico. Qui è terribile… vi prego, abbiate pietà.”

“Non possiamo farti entrare.” Lorraine cercò di sembrare ferma nelle sue parole, ma non era facile. La donna aveva l’aspetto di una donna bianca, bella, sulla quarantina, ma l’avatar che usava era sgranato e angoloso, vecchio di almeno dieci anni. I modelli di belle donne caucasiche costavano poco, quelli vecchi ancora meno. Non aveva idea di chi ci fosse dall’altra parte.

“Non chiedo di poter passare. So che non ho i documenti necessari. Ma vi prego, prendete questo, è per i miei figli, loro vivono da voi. Studiano. Io non… non posso raggiungerli, non ancora, ma…” la donna infilò un minuscolo taccuino in uno dei fori della rete. Non poteva passare con la mano, ma far passare un pacchetto di dati compressi non era impossibile.

Lorraine e Andreas si guardarono, e Lorraine annuì lentamente.

“Lo farò passare nel verificatore, come per tutto. Se non contiene niente di pericoloso, ne avvierò il trasferimento.”

“Grazie, oh, grazie…” l’avatar pianse lacrime mal digitalizzate e sparì.

L’avatar di Lorraine trasse un sospiro profondo.

“Che altro avrei dovuto fare?”

“Per me hai fatto bene.” Andreas si scrollò le spalle.

 

“Sappiamo che lei ha fatto passare dei dati oltre confine.”

Lorraine sentì il proprio respiro farsi più affannoso.

“Sappiamo che non è la prima volta, e che lo fanno praticamente tutti. Tuttavia questa volta il suo gesto ha avuto conseguenze impreviste, agente.”

“Signore, io… io l’ho fatto passare nel verificatore, e non ha rilevato niente di pericoloso. Solo immagini, brevi filmati familiari, ricordi… Non c’era niente di insolito.”

“Il verificatore non si sbagliava su questo. Guardi qui.”

Il suo superiore accese uno schermo alle sue spalle: mostrava un carcerato, un uomo ispanico sui quarant’anni. Aveva l’aria terrorizzata e si guardava intorno come se si aspettasse di essere attaccato da qualcuno o da qualcosa. Cominciò a parlare freneticamente con aria disperata. Parlava una lingua che Lorraine non conosceva. Ad orecchio, avrebbe detto il cinese.

Che sia il destinatario dei dati?

“L’uomo in quella cella è Antonio Pascal, condannato per omicidio. O almeno lo era fino a ieri. Il suo trasferimento dati è avvenuto alle 15.35. Alle 15.40 Pascal ha richiesto l’assistenza del personale carcerario in cinese, lingua che non aveva mai usato o conosciuto prima d’ora. Prima che me lo chieda no, non conteneva un corso di lingua, quel pacchetto dati. Ci abbiamo pensato anche noi. L’uomo in quella cella non è Pascal, almeno, non la sua coscienza. Al suo posto è stata caricata la coscienza di un dissidente cinese di cui non farò nome. I ricordi e i dettagli che abbiamo coincidono. Il verificatore ha scambiato quelli che erano ricordi per video e immagini, e ha permesso il trasferimento di una coscienza.”

“Signore, ho due domande. La prima… sono nei guai? La seconda, che fine ha fatto Pascal?”

“Riguardo alla prima, non ancora. Riguardo alla seconda, spero per lui che non si trovi dove si trovava il nostro dissidente fino a ieri.”


 

“You all right? You look exhausted.”

“I’m hungry, but if I eat before we connect I’ll get awfully sick.”

“Would you rather use the old methods?” Lorraine fixed her VR gloves.

“Are you kidding me? At least it’s less boring now.”

Andreas let the visor slide on his eyes.

“Ready? Three, two, one… B0rder activated.” Lorraine opened the connection, and after a few seconds her conscience found itself on a green-blue plane. Andreas appeared right next to her, wearing the same border patrol uniform. The landscape had fully loaded, showing an endless meadow, a rain-scented air and a sky caressed by white and grey clouds.

Only the clouds reminded them how it was all fake, since the pattern of white and grey shapes repeated itself every now and then in a predictable sequence. A net twice as tall as them cut the landscape in two. Beyond the fence, the same landscape, another calming simulation.

“You know what would be awesome here? Dinosaurs.”

“What?” asked Andreas.

“I mean, it’s VR after all, right? Why can’t we ride dinosaurs along the border? It would look impressive and would make everything more exciting.”

“If you wanted an exciting job you should have become a firefighter.”

A light blinked on Lorraine’s wrist.

“Maybe not. B0rder, upload a vehicle.”

In less than a second a border patrol car with a simplified design appeared in front of them, and Lorraine stopped thinking about dinosaurs.

 

“You are at the border with the supernational net X-37B223, any crossing that does not happen through the authorized channels is forbidden according to the-”

“Wait!”

Lorraine didn’t lower the gun she aimed at the woman who clinged at the net.

“Oh, if you saw what I see here… what do you see, another meadow like yours?”

“Yes.” answered Andreas.

“I bet it’s beautiful. Here it’s terrible… please, have mercy.”

“We cannot let you in.” Lorraine tried to sound authoritative, but it was not easy. The woman looked like a beautiful white woman in her forties, but the avatar she was using was grainy and pointy, at least ten years old. Avatars for pretty white women were cheap, and the older the cheaper. She had no idea how the person on the other side really looked like.

“I’m not asking you to let me in, I don’t have the documents for it. But please, take this, it’s for my children, they live and study in your country. I.. can’t reach them, not yet, but…” she inserted a small notebook in one of the net holes. She couldn’t go through the net with her hand, but letting a small packet of compressed data through was possible.

Lorraine and Andreas looked at each other, and Lorraine nodded.

“I’ll put it through the verifier, as I would do with anything else. If it doesn’t contain anything suspicious, I’ll transfer the data.”

“Thank you so much, thank you…” the avatar cried badly rendered tears and disappeared.

Lorraine’s avatar sighed.

“What else should I have done?”

“You did the right thing.” Andreas shrugged.

 

“We know you let some data pass through the border.”

Lorraine felt as if her breath was cut short.

“We know it’s not the first time, and that pretty much everyone does it. But this time your action had unforeseen consequences, agent.”

“Sir I, uhm, let it through the verifier and it didn’t detect anything dangerous. Only pictures, short family films, memories… nothing I haven’t seen before.”

“The verifier was right. Look.”

Her boss turned on a screen behind him: it showed an inmate, a man in his forties with hispanic features. He looked terrified, and behaved as if he expected an attack from someone or something. He talked quickly, his voice a desperate cry for something in a language Lorraine didn’t know. It made her think of chinese.

What kind of data did he receive?

“The man in that cell is Antonio Pascal, sentenced to prison for murder. Or at least, that’s who he was until yesterday. Your data transfer, agent, was processed at 15.35. At 15.40 Pascal requested assistance in chinese, a language he had never known nor used before. And before you ask no, there wasn’t a language course in that data packet, we checked. The man you see in that cell isn’t Pascal, at least not his conscience. The conscience of a chinese dissident which I will not name has been uploaded in his body, and all the data we have confirms this. The verifier mistook what were memories for videos and pictures, and let the transfer of a conscience through.”

“Sir, I have two questions. The first… am I in trouble? The second, what happened to Pascal?”

“For your first question, not yet. For the second, well, I hope he isn’t were our dissident was until yesterday.”

 

Recensione: L’Uomo Disintegrato / Review: The Demolished Man

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Autore: Alfred Bester

Genere: sci-fi

Anno: 1952

Note: ho letto la traduzione italiana di Marisa Salmi. Vincitore del premio Hugo nel 1953


L’umanità ha colonizzato il sistema solare, la società è cambiata e sono sorti nuovi imperi economici. Il capo di uno di questi, Ben Reich, è ossessionato da Craye D’Courtney, rivale la cui azienda sta lentamente soffocando la presenza di Reich sul mercato. Reich capisce che l’unico modo che ha di sopraffare la concorrenza di D’Courtney è uccidere il vecchio Craye. Un’impresa praticamente impossibile in un futuro in cui gli esper (telepati) sono molto comuni e vengono usati in vari campi della società. Non è facile commettere un crimine quando poliziotti, psicologi e medici possono leggerti nel pensiero. Molti personaggi importanti hanno guardie e segretari esper, e Reich avrà bisogno di tutto il suo intuito per progettare una simile impresa… e farla franca. A rendere le cose più difficili, c’è un terribile incubo che lo ossessiona e di cui non riesce a liberarsi, nel quale vede continuamente un Uomo Senza Volto.

 

L’idea di commettere un omicidio e sfuggire alla giustizia in un mondo di telepati è semplice ma accattivante, e Bester riesce a gestire molto bene gli aspetti giallistici della vicenda. E leggendo della Lega degli Esper e di come esistono diversi tipi di telepati (divisi in tre livelli a seconda delle loro abilità) non si riesce a non pensare a Destinazione Stelle, il grande romanzo di Bester in cui il teletrasporto è comune, usato da molti e fondamentale per la trama. Fa sempre piacere leggere come Bester riesca a prendere un’abilità soprannaturale e calarla in un universo coerente, in cui tale abilità ha limiti, regole e possibilità. Forse è proprio quello uno degli aspetti più interessanti del romanzo, assieme al ruolo degli esper nella società. Alcuni li invidiano, molti desiderano essere come loro, ma gli esper stessi non sempre apprezzano la loro capacità, dal momento che essere in grado di leggere così facilmente nelle menti altrui è un peso. Di solito gli esper sposano altri esper per evitare problemi di comunicazione.

 

Non posso evitare confronti con Destinazione Stelle, scritto alcuni anni dopo, perché DS sembra una “bella copia” dell’Uomo Disintegrato. Certo, la trama è completamente diversa, ma è difficile non notare le somiglianze e le migliorie. Un aspetto, ad esempio, sta nel trattamento dei personaggi femminili. In DS abbiamo diverse donne in ruoli importanti, mentre qui il romanzo sarà anche ambientato nel futuro, ma dal punto di vista del trattamento delle donne potrebbe anche essere ambientato negli anni ‘50, il che lo fa sembrare molto più vecchio di DS. I pochi personaggi femminili presenti spesso hanno dialoghi e azioni che, letti adesso, sono imbarazzanti, e il personaggio di Barbara è in cima a questa piramide di disagio. Il finale che la riguarda non mi è piaciuto granché, l’ho trovato troppo facile. Quello che riguarda Ben Reich, invece, è molto più interessante. Ben Reich non è ancora il bastardo intergalattico, il nemico numero uno del sistema solare che diventerà Gulliver Foyle in DS, ma ci sono in lui le basi di un Foyle.

Se riuscite a tapparvi il naso di fronte alla questione femminile dategli una possibilità, è una bella lettura.


 

Author: Alfred Bester

Genre: sci-fi

Year: 1952

Notes: I’ve read the italian translation by Marisa Salmi. Winner of the Hugo Award in 1953.


 

Humanity has colonized the solar system, society has changed and new economic empires are born. Ben Reich, head of one of those empires, is obsessed by his rival D’Courtney, whose company is slowly becoming more and more powerful, eroding Reich’s power and presence on the market. It becomes quickly clear for Reich that the only thing that will save him is the death of old man D’Courtney, and he plans to kill him. A nearly impossible goal in a future in which espers (mind readers) are very common and are used in many fields of society. It’s hard to commit a crime when policemen, psychologists and many other figures can read your mind. Many rich and powerful people have esper guards and secretaries, and Reich will need all his cunning to plan such an impossible murder… without getting caught.

To make things harder, he can’t get rid of a terrible nightmare he often has, a nightmare in which he sees a mysterious Man with No Face.

The whole concept of committing a crime and escaping justice in a world in which mind reading is common is simple but captivating, and Bester manages to deal with the crime aspects of the story fairly well. And by reading of the existence of the Guild of telepaths and how different kinds of telepaths exist (usually divided into three levels according to their abilities) one is tempted to think about The Stars My Destination, Bester’s great novel in which teleporting is common, widely used and central to the plot. It’s fascinating to read how Bester can take what we would consider a supernatural ability and put it in a coherent world, a world in which such ability has limits, regulations and possibilities. That’s possibly the most fascinating aspect of the novel, paired with how espers are treated by society. They’re envied by some, and many people wish to become espers, but espers are sometimes exhausted by how easily they can access into other people’s minds, and it becomes easy for them to feel overwhelmed. Espers usually marry only other espers, in order to avoid communication problems.

I can’t avoid making comparisons with The Stars My Destination, which was written a few years later, because TSMD seems like a “better version” of The Demolished Man. Sure, the plot is completely different, but it’s impossible not to notice the many improvements. One of the things that are strikingly different is the treatment of women. In TSMD we have several female characters who actively do things and play important roles, whereas here the novel may be set in a distant future, but feminism-wise it might as well be set in the 50s, which contributes to how differently it aged compared to TSMD. There aren’t many female characters here, and their dialogues and actions are often embarrassing to read now, especially Barbara’s character was frankly embarrassing, and I didn’t appreciate her ending. Too easy. Very interesting, instead, the ending that happens to Ben Reich. Ben Reich isn’t quite yet the captivating, intergalactic bastard that Gulliver Foyle in TSMD manages to be, but there’s the seeds of what will become Foyle in his character. If you manage to ignore the treatment of female characters, this is quite the interesting read.

Recensione / Review: Monsters

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Genere: fantascienza postapocalittica/thriller

Anno: 2010

Diretto da: Gareth Edwards

Cast: Scoot McNairy, Whitney Able, etc


Una sonda inviata nello spazio profondo alla ricerca di vita aliena fa un atterraggio d’emergenza nel nord del Messico, e le forme di vita che conteneva escono e si adattano all’ambiente. Quell’area è ora una “zona infetta” al confine tra Messico e Stati Uniti. Non c’è muro o bombardamento che possa avere la meglio su quelle strane creature simili a calamari giganti. Dopo mesi, forse anni, la situazione non è migliorata. Il fotografo e giornalista Andrew Kaulder si trova in Messico e viene incaricato di recuperare la figlia del suo capo, Samantha Wynden, ferita durante l’attacco di una delle creature. La deve portare a casa prima che ogni itinerario via mare e via aerea venga bloccato per mesi in un tentativo disperato di tenere la situazione sotto controllo. Niente va come previsto, e i due devono attraversare la Zona a piedi… durante il loro viaggio scopriranno alcune cose particolari sulla Zona, incluso il motivo per cui la chiamano “Zona infetta” e sulle creature.

Monsters gioca con il tema della “zona” in un modo non del tutto originale ma comunque interessante, dal momento che ci mostra come la vita umana continua al confine, un confine più che altro teorico. Alcuni cercano di fuggire, ma è difficile e costoso, e altri si sono ormai rassegnati a restare, e nonostante la paura e gli orrori la vita continua… anche se il resto del mondo ( e gran parte degli USA) sembrano voler ignorare la cosa.

Certo, è un film a basso budget, e si vede, ma non è il suo difetto più grave. I due attori principali non sono granché, e i problemi dei due protagonisti potevano essere gestiti molto meglio. E comparato agli altri elementi della storia, l’inizio vero e proprio dell’avventura – il perché devono attraversare la Zona a piedi – è poco interessante.

Ma l’ambientazione, aliena e umana, rimane degna di nota. Le creature sono più simili ad animali che a mostri “cattivi”, e il design che c’è dietro è semplice ma efficace. E il finale non è niente male.

Non che sia un capolavoro, ma se il tema della zona vi affascina, ve lo consiglio, ci sono un sacco di dettagli ed elementi che rimangono molto interessanti.



Genre:
sci-fi, post-apocalyptic, thriller

Year: 2010

Directed by: Gareth Edwards

Cast: Scoot McNairy, Whitney Able

A deep-space probe is sent to recover what could be traces of alien life. During its return, it crash lands in northern Mexico, and the life forms it contained spread out. They now thrive in an “infected Zone” at the border between Mexico and USA. Walls and bombings seem uncapable of containing these polyp/squid shaped creatures.

After months, possibly years, the situation is no better. Andrew Kaulder is a   photojournalist currently operating in Mexico, and is asked to find his boss’ daughter, Samantha Wynden, injured in what appears to be a creature attack. He has to take her back home before air and sea travel gets blocked for months in an attempt to control the situation. Things don’t go as planned, and the two have to walk through the Infected Zone to get home. During their adventure they learn more about the Zone (why is it considered “infected”) and about the creatures.

Monsters plays with the trope of the Zone in a not fully original but still interesting way, dealing with important themes as it shows us how life goes on at the border – not exactly the most safe border, since creatures get in and out as they please, apparently. Some people try to get away, but it’s super expensive. Some others have resigned to live there. Despite the horrors, life goes on. And the rest of the world doesn’t seem to care (not even the rest of the USA, is implied). The movie is relatively low-budget, but that is not the worst problem. It shows, but it doesn’t really matter. What matters is that the two actors aren’t super good, and the personal problems of their characters could have been handled better. Also, what starts the adventure properly (why they specifically have to walk through the zone) is a bit lame, compared to the other elements. The setting and the world that surrounds them are more interesting than the characters. More specifically, the creatures: they’re more like alien animals than monsters, after all, and it’s clear that some great care was put behind their simple but effective design. Oh, and watch out for the ending. The real one, I mean.

Overall it’s not a masterpiece, but if you’re into the trope of the Zone, it’s recommended. You will not regret it, because it has some interesting elements and details that you’ll still enjoy.

Racconto breve / Short Story: Mister Cyberia 2165

-Come vorrei essere al tuo posto! Vedi se riesci a farti dare il contatto di qualche bel manzo!

-E cosa me ne faccio?

-Ma non per te, per me, scema!

-Certo, adesso vado lì da uno e gli dico “scusa, la mia collega in maternità vorrebbe conoscerti…” funzionerà di sicuro.

-Tu scherzi, ma ai cibernetici piacciono le donne coi figli, visto che non possono farli loro.

-Sei proprio un esperta.

Martha sollevò lo sguardo dal palmare per osservare il terzultimo finalista. Un ragazzo dalla carnagione ambrata e un paio di slip aderenti fece qualche passo avanti.

Lo aveva già visto nelle serate precedenti, e il palmare le aveva confermato che era Victor370, uno degli ultimi modelli della Beautech. Aveva un sorriso smagliante e l’arrogante perfezione di chi sa di non avere i difetti della carne

Uno degli altri giornalisti, un tipo con una giacca di un verde a dir poco orrendo, sospirò con aria sognante.

Martha diede una rapida occhiata alle notifiche di YouSport. Niente di nuovo. L’ultimo messaggio di Chang, inviato dallo Stadio Luxe mezz’ora prima, lamentava una finale di campionato particolarmente noiosa.

Tanto valeva concentrarsi sul penultimo concorrente, Miguel della Omnia. Si presentava come un affascinante ragazzone dai tratti caraibici, ma Martha aveva letto che non era proprio tutto-tutto cibernetico come la maggior parte dei concorrenti. C’era un cervello di carne e sangue dentro a quel corpo perfetto, e Martha scoprì che c’era qualcosa che la metteva a disagio in lui. Non si era mai soffermata a guardarlo, ma ora che ci faceva caso era praticamente indistinguibile dagli altri due concorrenti vicini a lui. Per un attimo le sembrò di cogliere una scintilla nei suoi occhi, come se si fosse accorto di lei e avesse capito che Martha lo stava fissando con un interesse nè giornalistico nè lussurioso. Durò un istante e Miguel tornò a concentrarsi sul suo pubblico e sulla presentatrice, Lucille, la quale gli stava chiedendo qualcosa sulla fattura della sua pelle sintetica così perfetta.

Chissà se ha sempre avuto quell’aspetto… chissà quanti anni ha il suo cervello.

Una rapida ricerca sul database dei concorrenti le confermò che il modello più vecchio era stato prodotto cinque anni prima.

Il più recente lo avrebbe visto sul palco tra poco. Dimitri, capelli di un biondo quasi bianco e occhi così azzurri che potevano essere solo artificiali. Prodotto dalla Veritech due mesi prima per Aedonis, storica agenzia di modelli alle prese con il suo primissimo artificiale.

Niente di nuovo da YouSport.

-Non capisco il senso di tutto ciò, se sono uguali agli umani che gusto c’è? Tanto valeva fargli la pelle blu o mettergli la coda.

-Per vedere quelli devi aspettare la prossima edizione di Mister Cyberia Weird Luxury, tra sei mesi.

-Ne sai un sacco.

Martha digitò velocemente le sue impressioni su Dimitri, che aveva appena finito di farsi ammirare dal pubblico, il tutto cercando di nascondere uno sbadiglio.

 

“E ora, un momento di attenzione prego, stiamo per annunciare il vincitore.”

Muovetevi, dai, ho sonno.

La finale di campionato era ancora 0 a 0.

“Il vincitore di Mister Cyberia 2165 è… Dimitri della Aedonis, prodotto dalla Veritech!”

Martha aggiornò i profili social del giornale in tutta fretta, ignorando applausi, coriandoli e musica trionfante. Allegò anche una foto di Dimitri con la sua fascia argentata di vincitore.

Veloce come solo un artificiale poteva essere, Miguel colpì Dimitri con un violento pugno in faccia. Il vincitore crollò a terra.

“Questo non era nel programma.” sussurrò il giornalista in giacca verde, filmando l’evento.

Due concorrenti afferrarono Miguel e lo tennero fermo fino all’arrivo della security.

“Non è facile accettare la sconfitta per alcuni,” Lucille rise nervosamente, “ma la vittoria del nostro Dimitri è ben meritata. Facciamogli un bell’applauso di incoraggiamento, dai.” La donna si abbassò cercando di aiutare Dimitri, poi si bloccò come se avesse visto un fantasma.

Tutti trattennero il fiato. Le telecamere, che prima se n’erano guardate bene, inquadrarono da vicino Dimitri. La sua faccia era una maschera sanguinante, e non si muoveva.

Martha si coprì la bocca con la mano mentre un ultimo coriandolo cadde ai piedi di Dimitri.

Aspetta, gli artificiali non… non sanguinano…

Nel silenzio dello studio si udì il bip appena impercettibile di una notifica di YouSport.



 

-How I wish I were in your place! Try and see if you can get the number of some good looking hunk!

-And what would I do with it?

-Not for you, silly girl, it’s for me!

-Yeah, of course, I’ll just go there and say “hi, my colleague on maternity leave would like to get to know you better..” That’s definitely bound to work!

-You joke, but artificial men love women with kids, since they can’t have kids of their own.

-You’re a real expert.

Martha raised her eyes from her tablet and looked at the third to last competitor. A young man with a skin the color of amber and a pair of skintight briefs came forward.

She had seen him during the other phases of the contest, and the tablet had confirmed her his identity: Victor370, one of the last Beautech products. He had a dazzling smile and the arrogant perfection of those who are free from the flesh’s imperfections.

Another journalist, a man with a green jacket of a rare ugliness, sighed with dreamy eyes. Martha gave a quick look at the YouSport notifications. Nothing new. Chang’s last message, sent from Luxe Stadium half an hour ago, complained about the most boring championship final in history.

Might as well focus on the second to last competitor, Miguel by Omnia. He looked like a charming young man with Caribbean features, but Martha had read that he was not 100% artificial, unlike most competitors. There was a flesh-and-blood brain inside that perfect body, and Martha realized that it made her uncomfortable. She had never cared about him too much, but now she was aware of how he was virtually indistinguishable from the others. For a mere second she thought she saw a spark in his eyes, as if he had noticed Martha was looking at him without neither professional interest nor lust. It was just a second, then Miguel went back to his audience and to the announcer, Lucille, who was asking him something about the craftsmanship behind his synthetic oh-so-perfect skin.

I wonder if he always looked like that… how old is his brain?

A quick search in the database told her that the oldest competitor had been produced five years ago. The most recent one took the stage quickly after Miguel. Dimitri, hair so blonde it might have been white, and eyes of a blue so sparkling they looked almost too fake. Released by Veritech two months ago for Aedonis, historic modelling agency now with its first artificial model.

Nothing new from YouSport.

 

What’s even the point, I don’t get it, if they’re so much like humans where’s the fun? Why not giving them blue skin or a tail.

-To see them you need to wait for the next edition of Mister Cyberia Weird Luxury, six months from now.

-I knew you had an answer to that.

Martha quickly took down a few notes about Dimitri, who had finished his turn on the stage. She tried not to yawn.

 

“And now I want all your attention please, since we are going to announce the winner of Mister Cyberia 2165!”

Quickly, please, I’m tired.

The championship final was still 0-0.

“And the winner is… Dimitri by Veritech, sent by Aedonis!”

Martha quickly updated the newspaper’s social media pages, ignoring the clapping, the confetti and the loud music. She took a quick photo of Dimitri with his silver sash draped over his chest.

As quick as only an artificial being could be, Miguel hit Dimitri’s face with a tremendous punch. Mister Cyberia fell on the floor.

“This was unexpected,” whispered the green jacket journalist, and filmed the scene. Two competitors grabbed Miguel and held him until the security could take him away.

“It’s now always easy to accept defeat, is it?” Lucille let out a nervous laughter. “But our beloved Dimitri’s victory was well deserved. Let’s give him a round of applause, poor Dimitri.” The woman kneeled to help him, then stopped as if she had seen a ghost.

Every person in the room held their breath. The cameras that had refused to do so at first, now focused on Dimitri. His face was a mess of blood, and he was not moving.

Martha covered her mouth with a hand, while the last confetti fell at Dimitri’s feet.

Wait… artificial men do not… do not bleed.

In the silence of the room she could hear the delicate beep of a YouSport notification.