Recensione / Review: Valhalla

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Autore: Ari Bach

Genere: fantascienza YA con elementi fantasy e cyberpunk

Note: Il romanzo mi è stato inviato dall’autore in cambio di una recensione onesta; è il primo volume di una trilogia ed esiste solo in inglese, almeno per ora.


 

Siamo in una Scozia del futuro. Tutto è in mano alle multinazionali, incluse le varie nazioni, e tutti sono collegati a internet per via cerebrale. Violet è una diciassettenne che ancora non sa cosa fare nella vita, ma tutto cambia quando i suoi genitori vengono uccisi dalla famigerata Orange Gang. I loro aggressori la sottovalutano e lei riesce ad avere la meglio su di loro e a uccidere il fratello del capo della Gang stessa. Sorpresa dalle sue abilità e ormai sola, Violet entra nell’esercito, ma non fa per lei. Viene contattata dalla Hall of the Slain (e da qui il titolo Valhalla, la Sala dei Caduti), una organizzazione paramilitare potente e con parecchie armi a disposizione: si ispirano alla mitologia nordica e agiscono per portare la pace in vari luoghi del mondo, uccidendo terroristi e prevenendo la morte di molte persone. Ma Violet è ancora in cerca di vendetta per la sua famiglia…

 

Sarò onesta, simpatizzare con Violet è stato arduo. L’inizio è stato proprio il momento più difficile, perché non si può sempre accettare che la protagonista sia brava in qualunque cosa decida di cimentarsi, al punto che tutto le sembra troppo facile… le persone così non esistono davvero. E anche l’insistenza sul fatto che non si sentiva in lacrime alla morte dei genitori sembra, beh, esagerata. Certo, è vero che ogni persona reagisce al dolore in modo diverso, ma qui sembra più un caso di “sono la più forte” che un esempio di “persona con un dramma interiore che non sa come gestire”. Con qualche miglioria le si poteva dare l’atteggiamento di chi è convinto che per essere forti e dimostrarsi tali si debba evitare di piangere, ad esempio.

La parte centrale del libro migliora, ma ecco che arrivano gli spiegoni. Sì, la Valhalla è un’organizzazione/posto interessante, ma non c’è bisogno di spiegare immediatamente tutto al lettore perché si è tanto fieri dell’ambientazione, e le pagine dedicate all’addestramento di Violet erano abbastanza noiose. Se solo Violet avesse scoperto delle cose passo a passo assieme al lettore, magari sbagliando, sarebbe stato tutto molto più interessante. Anche perchè quando Violet si sbaglia, ecco che comincia ad essere emozionante anche la storia.

Le scene d’azione sono ben descritte, anche se esagerate in una maniera un po’ cinematografica, al punto che il romanzo avrebbe tratto beneficio da più azione e meno spiegoni… ciò è evidente dalla parte finale del romanzo, dove finalmente succedono un sacco di cose e i riflettori vengono puntati anche sui membri della squadra di Violet, Vibeke e Veikko. Il rapporto tra i vari membri della squadra è ben gestito.

Non è che sia un romanzo brutto al 100%, non temete. Ci sono dei riferimenti interni divertenti, le scene d’azione sono belle e la presenza di personaggi LGBT rende i membri del Valhalla più reali e i rapporti tra di loro meno prevedibili. Apprezzabile anche il fatto che la storia non sia ambientata negli USA.

Mi è piaciuto? Sì e no. Ho undici anni in più di Violet, so che gli adolescenti sono raramente così fantastici, ci sono passata anche io e fatico a credere che la salvezza del mondo possa essere in mano a dei ragazzini che sanno fare tutto senza apparente motivo, a meno che non ci siano di mezzo i poteri dei pianeti e una gatta parlante.

Scherzi a parte, potrebbe andare bene come lettura per un adolescente metallaro/a, il che è anche il suo problema: sembra scritto da un adolescente metallaro/a, nel senso che sia la storia che lo stile sono ancora immaturi. Ma sono ottimista, se Ari Bach continuerà a scrivere magari in futuro tirerà fuori qualche libro di azione e fantascienza non male.


 

Author: Ari Bach

Genre: sci-fi, YA, some cyberpunk and fantasy elements

Notes: This book was kindly provided by the author in exchange of an honest review. And this is what I shall deliver. It is the first volume of a trilogy.

We’re in a futuristic Scotland. Everything is owned by corporations, including countries, and people are constantly linked to the internet via their brains. Violet is a seventeen year old girl who still doesn’t know what to do of her future. Everything changes when her parents are killed by the notorious Orange Gang. They underestimate her and she manages to kill them, including the brother of the Wulfgar Kray, Orange Gang’s boss. She tries the army, but it doesn’t work well for her. She is contacted by the Hall of the Slain (hence the title, Valhalla), a paramilitary organization with a lot of power and weaponry. They base their names on nordic myths, and act like a “peacekeeping” force, killing terrorists, preventing huge power shifts that would damage a lot of lives and so on. But she still wants revenge for her family…

I’ll be honest: I’ve had quite a hard time sympathizing with Violet. The beginning was the hardest part, there’s only a limited amount of moments in which you can tolerate your main character being good at everything she tries, mastering every new skill, everything is too easy for her… Real people aren’t like that. And the insistence at the fact that she didn’t feel like crying at her parents’ death also feels, well, fake. It’s true that people have many different reactions to grief, but it feels more like “wannabe badass” than “person with an interior drama who doesn’t know how to deal with it”. It could have been more believable if she would have had a “no, strong people don’t cry, I must hide my tears” attitude.

The middle part of the book was slightly better, but we have a typical case of “reader, look at this cool setting I have created, I must tell you everything about it right now”. Yes, Valhalla is a cool organization/ place, but there is no need to tell everything immediately. The training part felt a bit boring. Let Violet and the reader discover things. Let her make mistakes, for fuck’s sake. When she does, things start to be actually interesting! Action scenes are good and well written (sometimes a bit over-the-top, but in a funny way), so when they truly start to happen you wonder why there aren’t more of those. Which is why the third part of the book is the best one, a lot of stuff happens and secondary characters like her team members Vibeke and Veikko get the spotlight too. The relationship between Violet and her team was nice as well.

No, this book is not all bad, don’t worry. The black metal inside jokes are hilarious, the action scenes, especially the last ones are enjoyable, and the presence of LGBT characters makes the V team more human and the relationships between them and other teams’ members more interesting and unpredictable. And the story is not set in the USA which is a refreshing change.

Did I enjoy it? Yes and no. I am almost ten years older than Violet, I know that teenagers are rarely awesome, I’ve been there and I have a hard time believing in world-saving teenagers unless it involves planetary powers and a talking cat. Jokes aside, if you have a teenager friend/relative they will probably appreciate it, if they’re metalheads they’ll love it. That’s kinda the point though: it feels written by a teenager metalhead, in the sense that it is still an immature book and an immature style. But there’s hope for the future, if Ari Bach continues writing and develops a more mature style, we’ve got some nice action/sci-fi novels coming.

Racconto breve: Il Volere del Cristallo – parte 1// Short story: The Crystal’s Will – part 1

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“Capitano Valmer, qui è il capitano Desili, noi siamo in posizione. Capitano Valmer, mi riceve?”

“Stiamo… siamo… fermateli, tenente, ammazzateli se necessario! Ferm–”

La voce del capitano Valmer fu sostituita da un brusio.

“Capitano Valmer, mi riceve?” Heras Desili cercò di mantenere la voce ferma, poi fece un cenno al tenente Olynne Perkh.

“Sembra che non siano più collegati.” confermò Perkh.

Heras guardò i suoi soldati che attendevano a breve distanza, alcuni seduti sui resti delle colonne e altri intenti a parlare a bassa voce. I più aspettavano con le armi in mano, pronti all’azione e frustrati da quell’immobilità. L’artiglieria fece tremare il vecchio palazzo.

“Credi siano stati attaccati?”

“Provo a localizzarli tramite il cristallo.” rispose Heras. Non era una vera risposta, e sapeva che Perkh se n’era accorta. Ma l’idea di fare congetture sulle strane frasi del capitano Valmer non la entusiasmava.

Heras si levò il casco e sospirò, poi si levò il guanto e passò la mano sudata sul fianco della propria testa. Accarezzò le vene sporgenti che fin da sopra l’orecchio si diramavano fino a raggiungere il cristallo impiantato nel suo cranio. Sfiorò la superficie liscia e tiepida del cristallo. Un essere vivente, un bambino per quelli della sua specie. Le parole degli insegnanti dell’Accademia non l’abbandonavano quasi mai.

Sapeva che toccarlo non era necessario, ma lo aveva sempre trovato confortante fin da quando il cristallo era diventato parte di lei. Chiuse gli occhi e vide tutto nero per un istante, finché il cristallo non le mostrò gli altri cristalli presenti nell’area. In corrispondenza di ogni soldato e ufficiale delle AW riunito in quel salone si accese una luce azzurrina. Ampliò il raggio, cercando di dirigersi con la mente verso dove si sarebbe dovuta trovare la compagnia del capitano Valmer. Il cristallo non trovò nessuno dei suoi simili.

“Merda.” Heras sospirò.

“Qual è il piano?” chiese Perkh.

“C’è qualcosa che non va, e ho bisogno di sapere cosa. Ho un brutto presentimento. Manda cinque soldati della compagnia assieme a uno senza cristallo presso l’ultima posizione registrata del capitano Valmer. Devono andare, guardare e tornare indietro alla svelta.”

Perkh annuì.

 

Odio aver ragione, pensò Heras guardando il soldato senza cristallo, l’unico che aveva fatto ritorno.

“Capitano Desili, non avevo mai visto niente di simile prima d’ora.” respirò affannosamente e bevve un sorso d’acqua dalla borraccia che gli fu passata.

“Grazie. Sono morti tutti, capitano. Dal primo all’ultimo.”

“Come?”

“La piazza di fronte alla galleria del mercato coperto è stata minata, capitano.”

Heras fece cenno a Perkh di trasmettere l’informazione.

“Era rimasto qualcosa della ottava compagnia, si intravedeva qualche… resto sparso per la piazza. Era facile capire cosa fosse successo, eppure…” scosse la testa. “Mi scuso per il linguaggio, capitano, ma sembravano fuori di testa, sembrava che sentissero tutti un impulso che io non sentivo. Sono corsi verso il centro della piazza, finendo tutti su qualche mina. Continuavano a correre verso il centro come se fosse cruciale, dicevano di voler vedere qualcosa, non so cosa.”

“Cosa c’era al centro?”

“Una vecchia statua in rovina.”

Heras non riuscì a nascondere la sua sorpresa.


 

THE CRYSTAL’S WILL

“Captain Valmer, here’s Captain Desili, we are in position. Captain Valmer, do you copy?”

“We’re… we… stop them, lieutenant, kill them if you need to! Stop th–”

Captain Valmer’s voice was reduced to a static.

“Captain Valmer, can you hear me?” Captain Heras Desili tried to keep her voice steady, then she gestured to lieutenant Olynne Perkh.

“It appears they’re not connected anymore,” confirmed Perkh.

Heras glanced at her soldiers who were waiting nearby, some seated on the remains of the columns, some busy talking in short whispers, everyone of them ready for action and made nervous by that forced stillness. Artillery shook the old palace.

“Do you think they’ve been attacked?”

“I’m going to try to find them using the crystal.” said Heras. It was no real reply and she knew Perkh had realized it. But she didn’t want to share her thoughts about what had happened to Captain Valmer.

Heras removed her helmet and sighed, then she took off her glove and touched the side of her head with her sweaty hand. She felt the texture of her veins which spreaded up to her ear – like roots – from the crystal set in her skull. She felt the smooth, warm surface of the crystal. A living being, a young child of its species. The words of the Academy teachers rarely left her. She knew there was no actual need to touch the crystal, but she always found it comforting.

She closed her eyes and everything went black for a second, until the crystal showed her the other crystals in the area. Where every soldier and officer of the AW stood, a soft blue light shone in her field of vision. She tried to direct her mind towards the supposed location of captain Valmer’s company. The crystal didn’t find anyone.

“Fuck,” sighed Heras.

“What’s the plan, then?” asked Perkh.

“Something doesn’t add up, I need to know what happened. I have a bad feeling about this. Send five of our soldiers, together with a crystal-less soldier to the last recorded location of captain Valmer. They must go, see and come back to report quickly.”

Perkh nodded.

 

I hate being right, thought Heras looking at the crystal-less soldier, the only one who had come back.

“Captain Desili, I..  I had never seen anything like this before,” he struggled to breathe as if he were still shocked, then accepted the water someone handed him.

“Thanks. They’re all dead, captain, everyone of them.”

“How?”

“The square in front of the market gallery is a minefield, captain.”

Heras gestured to Perkh to send the info to the command center.

“There were some remains of captain Valmer’s company, barely… pieces of corpses protruding from the sand. It was easy to understand how they had died, and yet…” he shook his head. “I apologize for my words, captain, but everyone went crazy as fuck. Everyone except me felt the urge to run to the square, and that’s how they all died. They tried to reach to the center of the square as if it was really important, someone said they needed to see something, but I have no idea what they meant.”

“What’s in the center of the square?”

“The ruins of an old statue, captain.”

Heras couldn’t hide her feeling of surprise.

Recensione / Review: Ninefox Gambit

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Autore: Yoon Ha Lee

Genere: fantascienza, space opera

Anno: 2016

Note: primo romanzo della trilogia Machineries of the Empire; il secondo romanzo, intitolato The Raven Stratagem è uscito il 13 giugno. In finale per i premi Clarke, Nebula e Hugo. Non esiste una traduzione italiana finora (spero di riuscire a fare un post in proposito, ci sarebbe molto da dire su come tradurre i termini particolari. Quelli che vedete qui sono mie traduzioni ovviamente).


 

Il capitano Kel Cheris ritorna dalla sua ultima battaglia sapendo di aver sacrificato la propria carriera usando certe tattiche particolari sul campo. Si aspetta di cadere in disgrazia, e invece le viene dato un nuovo incarico, per il quale è stata appositamente selezionata e che le sembra pressoché impossibile: deve riconquistare una fortezza spaziale, chiamata Fortress of Scattered Needles (“Fortezza degli Aghi Sparsi”, letteralmente), ora in mano a degli eretici. Nel suo mondo, governato dall’Esarcato e dal suo calendario specifico, la matematica è potere e l’eresia può cambiare forma alla realtà e creare nuove armi. La Fortezza è molto importante per l’Esarcato, e deve tornare sotto il suo controllo prima che l’Esarcato stesso crolli. Cheris si trova costretta a scegliere l’unica arma che secondo lei potrà aiutarla: un generale non-morto, il famoso esperto di strategia e traditore per eccellenza Shous Jedao, conservato dall’Esarcato in una forma spettrale per centinaia di anni. Cheris riceve il permesso di usare Jedao, e diventa la sua ancora: Jedao è ora nella sua testa, un’ombra che consiglia, suggerisce strategie e ricorda a Cheris che dovrebbe proprio farsi una dormita una volta ogni tanto. Promossa a generale per la durata della campagna, Cheris deve affrontare parecchie sfide, a cominciare dai misteriosi scudi della Fortezza… il tutto mentre cerca di capire cosa pensare di Jedao, che tutti conoscono come il folle che ha sterminato il suo stesso esercito assieme a quello nemico in una famosa battaglia centinaia di anni prima.

All’inizio non è stata una lettura facile: bisogna districarsi tra le varie fazioni (le sei che governano l’Esarcato), gli animali dei loro simboli, e concetti come “formation instinct” (“istinto di formazione”) e “calendrical rot” (“marcescenza/corruzione del calendario”). Poi arriva Jedao e monopolizza l’attenzione del lettore. Non che Cheris non sia ben caratterizzata, ma lei è un capitano di fanteria che ha sempre vissuto una vita relativamente ordinaria, e Jedao è il carismatico sommo traditore, il quale però sembra stranamente normale per un folle. Beh, per la maggior parte del tempo.

Ninefox Gambit ha un numero soddisfacente di battaglie spaziali, intrighi politici e misteri da svelare, che riescono a catturare l’attenzione del lettore visto che spesso sono faccende particolari. La matematica e il calendario consentono sia agli eretici che all’Esarcato di usare armi che definiremmo non convenzionali, come il cannone ad amputazione (“amputation gun”) e altre armi la cui traduzione dei nomi richiederebbe ore di lavoro perciò ne riparliamo più avanti. In compenso il modo in cui Cheris e Jedao riescono a oltrepassare gli scudi è stato davvero soddisfacente da leggere.

A tenermi incollata dalla pagina però è stato il desiderio di saperne di più su Jedao e su come avere la sua mente ancorata al proprio corpo avrebbe cambiato Cheris. Cambia davvero parecchio, e scopriamo alcune cose su Jedao e su cosa stanno tramando alcuni pezzi grossi dell’Esarcato… L’Esarcato non è un posto carino e piacevole, sia che uno sia un Kel (la fazione militare) a cui è stato fatto il lavaggio del cervello per restare in formazione assieme ad altri soldati o uno Shous esperto in manipolazione che è costretto a diventare un assassino proprio perché non vorrebbe farlo.

Lo stile di Yoon Ha Lee non è sempre soddisfacente, e non mi piacciono per niente i momenti in cui il narratore onnisciente prende il sopravvento, credo che disturbi il ritmo della storia e non serva a molto. Fortunatamente la storia funziona ed è quello che conta alla fine, e di sicuro mi leggerò anche il secondo romanzo della trilogia.
Lettura consigliata ai fan di Ancillary Justice o The Traitor Baru Cormorant.


 

Author: Yoon Ha Lee

Genre: sci-fi, space opera

Year: 2016

Notes: first book of the Machineries of the Empire trilogy; the second novel, The Raven Stratagem, was published recently. Shortlisted for the Clarke Award, the Nebula Award and the Hugo Award.


 

Captain Kel Cheris comes back from her last battle and is disgraced for having used certain tactics. So they give her a new assignment, something she has been selected for and that sounds nearly impossible to do: she has to retake a space fortress, called the Fortress of the Scattered Needles, from a bunch of heretics. In her world, ruled by the Hexarchate and its specific calendrical rules, math is power and heresy can bend the shape of reality and create new weapons. The Fortress of Scattered Needles is incredibly important for the Hexarchate, and must be brought back into its hands before the Hexarchate itself falls. Cheris finds herself forced to choose the only weapon she thinks can help her: an undead general, the famous tactician and arch-traitor Shous Jedao, kept imprisoned in a sort of ghost-form by the Hexarchate. They grant her the use of Jedao, and she becomes her anchor: Jedao is in her head now, a shadow that gives advice, strategy tips and reminds Cheris she really should get some sleep every now and then. Promoted to General for the duration of the campaign, Cheris has to face a lot of challenges, starting from the mysterious shields that guard the fortress… all while she tries to understand what to think of Jedao, who is widely known as the madman who slaughtered his own army and the enemy’s army alike in a famous battle centuries ago.

At first this novel wasn’t an easy read: you have to navigate into a bunch of factions (the six factions which rule the Hexarchate), their animal symbols, and concepts like “formation instinct” and “calendrical rot”. But then Jedao enters the stage, and monopolizes the reader’s attention. Not that Cheris isn’t well characterized, but she’s an infantry captain who has lived an ordinary life so far, and Jedao is the charismatic arch-traitor who sounds strangely sane for a madman. Well, most of the time.

The story has its nice amount of space battles, political intrigue and mysteries unveiled, enough to keep the reader interested especially since they’re quite captivating. Math and calendrical rules allow both heretics and the Hexarchate to use weapons we’d call unconventional, from the amputation gun to the dreaded threshold winnower. And the way Cheris and Jedao break the fortress’ shields was really pleasing to read.

What glued me to the page was the desire to know more about Jedao and how having Jedao’s mind anchored to her body was going to change Cheris. And she definitely changes a lot. Of course we do learn more about Jedao, and what the Hexarchate leaders are planning… The Hexarchate isn’t all fun and games, whether you are a Kel (the military faction) brainwashed to stay in formation with your fellow soldiers or a manipulative Shous who has to become an assassin exactly because he doesn’t want to.

Yoon Ha Lee’s style isn’t always perfect, and I really don’t like the moments in which the narrator gives us their comment or opinion, I think it breaks the rhythm of the story and is mostly unnecessary. Luckily the story is good, which is what matters more in the end, and I’ll definitely read the second book in the trilogy. Perfect for fans of novels like Ancillary Justice or the Traitor Baru Cormorant.

Recensione: L’Eterno Addio // Review: The Endless Farewell

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Autore: Chen Qiufan

Genere: fantascienza (con elementi cyberpunk)

Anno: 2016

Note: Raccolta di tre racconti che ho tradotto per Future Fiction basandomi sulla traduzione inglese di Ken Liu. Uno di questi racconti, Buddhagram, è apparso anche nella raccolta Nebula.


Chen Qiufan, vincitore della versione cinese del premio Nebula e considerato il William Gibson della Cina, è un autore ormai noto anche fuori dalla Cina. E leggendo questi racconti capirete perché. In L’Eterno Addio un uomo rimane paralizzato dopo un ictus, e viene contattato da dei militari per prendere parte a un esperimento… un esperimento che ha a che fare con un verme marino appena scoperto. Comincia così il viaggio di Xiaochu in una mente e in un corpo per lui completamente nuovi, mentre si aggrappa ai ricordi dell’amatissima moglie. In Buddhagram un esperto di marketing suggerisce un sistema per promuovere una nuova app chiamata, appunto, Buddhagram. La cosa finisce per avere conseguenze impreviste. In I Pesci di Lijiang un impiegato stressato torna alla bella e calma Lijiang dopo tanti anni per prendere parte a una terapia e scopre alcuni segreti.

I racconti sono brevi, quindi non dirò altro sulle trame, anche perché vale davvero la pena leggerli. Alla mia prima lettura ho sospettato che Chen Qiufan lavorasse per qualche multinazionale, e infatti lavora per Google China: sono pronta a scommettere che alcuni elementi che appaiono nei suoi racconti si basano, almeno come fonte di ispirazione, su esperienze dirette di lavoro (penso soprattutto a I Pesci di Lijiang e a Buddhagram). Il bello di questi tre racconti sta anche nel quanto riescano ad essere diversi l’uno dall’altro.

L’Eterno Addio è delicato e prezioso come la minuscola forma di vita che vi gioca un ruolo fondamentale. Credo sia il racconto più “poetico” dei tre, pur essendo allo stesso tempo meravigliosamente concreto, come dimostra la scena dell’ictus. Ho faticato non poco ( e immagino che Ken Liu abbia provato qualcosa di simile) nel rendere i dettagli concernenti la vita, la mente e il corpo del verme marino, ma è questo il bello di tradurre la fantascienza. Il bello di Buddhagram sta nella sua modernità, e non mi sorprende che sia stato incluso in Nebula: non c’è niente di meglio di un elemento noto a tutti e quotidiano – le app, in questo caso – per avvicinare un lettore al genere. I Pesci di Lijiang e Buddhagram possono essere considerati tentativi ben riusciti di cyberpunk moderno, volutamente o no. I temi classici non mancano: l’individuo contro le multinazionali, le tecnologie onnipresenti e invasive che regolano le vite delle persone e così via. Eppure non ha niente a che vedere col cyberpunk a cui siamo abituati, quello di matrice anglofona. Ulteriore ragione per darci una letta, secondo me. E infatti mi fa piacere avere avuto l’opportunità di leggere e tradurre questi racconti: ci sono un sacco di autori di fantascienza di qualità che ci perdiamo per via dell’imperialismo culturale anglofono. Continueremo a perdercene parecchi, forse, ma intanto questa raccolta è un buon modo per uscire dai propri binari di lettura. E non fatemi credere che non vi incuriosisce sapere cosa succede a una app buddista, a una forma di vita particolare o a un villaggio turistico dove persino il colore del cielo è programmato da una multinazionale.


 

Author: Chen Qiufan

Genre: sci-fi, cyberpunk

Year: 2016 (this italian collection)

Notes: It contains the three short stories The Endless Farewell, Fish of Lijiang and The Coming of the Light). There is an english translation available written by Ken Liu, and an italian translation written by me (based on Liu’s translation). The short story The Coming of the Light also appears in the Nebula anthology.


 

Chen Qiufan, winner of the chinese Nebula awards, is quite a respected sci-fi author by now. And by reading his stories you’ll find out why. In Endless Farewell a man paralyzed by a stroke is visited by the military, and takes part in an experiment. An experiment that involves a newly discovered sea worm, and here starts Xiaochu’s journey into a mind and body that are completely new for him, as he holds tight to his memories of his beloved wife. In the Coming of the Light a marketing strategist suggests an innovative way to promote a new app called Buddhagram. Things don’t get as planned. In Fish of Lijiang an office worker goes back the beautiful, calming province of Lijiang after a long time as part of his stress therapy and uncovers a few secrets.

The stories are short, so I don’t want to write more than that about the plots. Especially considering they’re definitely worth reading. By reading them I got the impression that Chen Qiufan was involved in the megacorporative gig, and in fact he works for Google China. I’m ready to bet that some of the elements that appear in the stories are a result of his direct experience, at least as a source of inspiration. Endless Farewell is as delicate and precious as the minuscule life form which plays such an important role. Almost poetry, and yet incredibly concrete, the stroke scene feels very real, and I had to do my best (and so did Ken Liu, I bet) to recreate the alien atmosphere of the sea worm’s mind, body and experiences, but this is the most satisfying part of translating sci-fi. There’s appeal in The Coming of Light’s modernity, and it doesn’t surprise me in the slightest that it was added to the Nebula anthology: there’s nothing better than taking something part of today’s daily life – apps, in this case – to invite a reader to take a closer look at the genre.

 

Fish of Lijiang and The Coming of the Light can be considered successful attempts at writing a sort of “modern cyberpunk”, on purpose or not. The main themes can be found, like the individual versus the megacorporation and the constantly pervasive new technologies that rule the lives of men. And yet, it’s blatantly not what you’re used to, blatantly not the classical american/british cyberpunk. Which is why I am so happy I had the opportunity to read and translate these stories: there’s a world of quality sci-fi out there that we’re constantly missing due to the huge cultural influence the USA has over the world. Now, we can’t have everything, of course, but this collection is a good opportunity for everyone to step out of their reading comfort zone. And don’t try to make me believe you don’t want to know what’s behind a blessed app, a new lifeform or a tourist village where even the color of the sky is programmed by a megacorp.

Racconto breve: Di Seconda Mano // Short story: Secondhand

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“Allora, sei sicuro?”

“Sicurissimo.”

Il dottor Zhang sospirò. “Ti ricordo che una volta avviato il reset non avrai pieno controllo del braccio per un paio d’ore, forse di più, dato che è un modello usato. Chissà quante volte è già stato resettato.” si grattò la testa. “Comunque, se insisti…potresti sentire un lieve pizzicore.”

Il ‘lieve pizzicore’ diventò un dolore improvviso quanto rapido, simile a una scarica elettrica. Maurice trattenne il fiato e si costrinse a respirare regolarmente mentre il dottor Zhang riavvitava la piastra che nascondeva il tasto di reset del braccio meccanico. Provò a chiudere il pugno, ma non ne fu capace. Per un attimo si sentì di nuovo come il giorno in cui si era risvegliato in ospedale dopo l’incidente in fabbrica, solo che invece che fissare il moncherino con aria perplessa, ora fissava il braccio cibernetico di seconda mano immobile.

“Il reset è andato a buon fine. Dovrebbe risolvere il tuo problema.”
“Lo spero.”

 

“Forza, avanti! Passate oltre il cancello prima che si chiuda!” L’aria era satura di odore di pioggia e di cose bruciate. Attivò il visore e l’oscurità si fece rossa davanti a lei, consentendole di distinguere varie sagome bianche in movimento. Le facevano male le gambe, ma corse comunque verso i cancelli. Sollevò il fucile a raggi e sparò. Una delle figure bianche oltre al cancello crollò nel fango. Fu presto seguita da un’altra, e un’altra ancora. Gocce d’acqua si posarono sulla mano cibernetica, luccicando per un istante sulla superficie grigiastra opaca. Il cancello era vicino, e di là, la salvezza. Se solo fossero riusciti a respingere i nemici. Sparò un altro colpo, e un’altra figura cadde. Il soldato al suo fianco cadde a terra. I nemici erano anche alle loro spalle. “Il cancello è vicino, ce la potete fare, forza!” gridò la voce di un ufficiale nel comunicatore del casco. Il senso di sollievo si fece palpabile. Mise un piede davanti al cancello. Un soldato al suo fianco la spinse a terra, facendola cadere nel fango. Il soldato passò e il cancello si chiuse davanti a lei. Alle sue spalle, il fragore dei fucili nemici.

“Niente di personale, Yvonne.” disse una voce maschile irritante attraverso il comunicatore.

“Sei uno stronzo, Occhiorosso!”

 

Maurice si svegliò, sudato fradicio e non per colpa dell’estate. Era la prima volta che la visione durava così tanto, non era mai arrivato a quel punto prima d’ora. Sospettò che centrasse il reset. Invece di aver bloccato i ricordi del braccio ne ho sbloccati di nuovi. Yvonne… almeno ho un nome.

Spostò il lenzuolo e rimase seduto nel letto a respirare profondamente. Guardò il braccio, l’unica cosa che aveva in comune col mondo delle sue visioni. Si mosse a suo comando come se fosse sempre stato attaccato alla sua spalla, emettendo un leggero ronzio meccanico.

“Inutile che fai il carino adesso, è tutta colpa tua.” disse al braccio.

 

Anche se si era ripromesso di non farlo non riusciva a evitare di fissare le donne che vedeva per strada alla ricerca di Yvonne. Sapeva che era assurdo pretendere di trovarla lì, in quella città e quel giorno, ma non riusciva a smettere. Entrò al Light Rose e si appoggiò al bancone. La barista lo salutò con un gesto e senza dire una parola gli mise davanti una birra ghiacciata. Lui le passò il suo chip di credito abbozzando un sorriso. Gli piaceva non essere costretto a parlare se non ne aveva voglia.

“Ciao, bellissima, fammi un whisky.” ordinò un tipo alle spalle di Maurice. Che voce irritante, vien voglia di prenderlo a ceffoni. L’ho già sentita…

Si voltò. La faccia non gli diceva niente, non lo aveva mai visto prima. Ma alla vista dell’occhio cibernetico di fattura militare rosso fuoco gli andò di traverso la birra.

“Che c’è, mai visto un reduce?” l’uomo lo apostrofò mantenendo un tono gioviale.

Maurice scosse la testa. “Non è quello, è che… mi ricordi qualcuno.”

“Difficile che tu mi abbia già visto, sono appena arrivato in città.”

“Mi ricordi una persona di cui mi ha parlato un’amica. Anche lei è stata in guerra.”

Il tipo si sedette sullo sgabello di fianco a Maurice.

“Una donna, eh? Ne ho viste parecchie in guerra.” gli fece l’occhiolino in un modo che Maurice trovò disgustoso.

“Yvonne.” disse semplicemente Maurice.

“Non saprei, potrebbe essere.” scrollò le spalle in un modo poco convincente. “Che ti ha detto di me questa tua amica?”

“Che sei uno stronzo. Niente di personale, amico.”

Il braccio cibernetico di Maurice smise di stringere il bicchiere di birra e si strinse intorno alla gola di Occhiorosso.

 


 

“So, are you sure?”

“Definitely:”

Doctor Zhang sighed. “I remind you that once the reset has been started, you will not have full control over your arm for a couple of hours, possibly more since it’s been used before. God knows how many times it has seen a reset.” he scratched his head. “Anyway, if you insist… you might feel a small itch now.”

The small itch became a pain as unexpected as fast, like an electric shock. Maurice held his breath as dr Zhang screwed back on the plate that covered the reset button of his cybernetic arm. He tried to close his fist, but didn’t manage to. For a moment he felt like that day he woke up at the hospital after the factory accident, only instead of staring at his stump with a puzzled face, he was now staring at his motionless secondhand cybernetic arm.

“The reset went well. That should solve your problem.”

“I hope so.”

 

“Come on, let’s go! Go beyond the gate before it closes!” The air was saturated with the smell of rain and burnt things. She activated her visor and the darkness became red in front of her eyes, allowing her distinguish various moving white shapes. Her legs hurt, but she kept running towards the gate. She raised her rayrifle and shot. One of the white figures behind the gate fell in the mud. It was soon followed by another, and another. Drops of water rested for a second on her cybernetic hand. She was close to the gate now, and to her safety. If only they managed to repel the enemies in front of them. She shot again, and again an enemy fell. The soldier beside her fell, too. The enemies were behind them too. “The gate is close, you can do it, come on!” screamed an officer in the comm of her helmet. The sense of relief was getting stronger. She set foot in front of the gate. A soldier beside her pushed her down, and she fell in the mud. The soldier passed and the gate closed behind him. Behind her, the echo of enemy rifles.

“Nothing personal, Yvonne.” said an irritating male voice through her comm.

“Go fuck yourself, Redeye.”

 

Maurice woke up drenched in sweat and not because of the summer heat. It was the first time that the vision lasted so long, he had never reached that part before. He suspected the reset was involved. Instead of deleting the arm’s memories, I unlocked some new ones. Yvonne.. at least I have a name. He removed the sheet and sat on his bed, breathing heavily. He looked at his arm, the only thing he had in common with the world of his visions. It moved at Maurice’s command as if it had always been there since he was born, with a low buzzing noise.

“Don’t act nice now, it’s all your fault.” he said to the arm.

 

Even if he had promised himself not to do it, he couldn’t avoid looking at the women he saw as he walked around town, looking for Yvonne. He knew it was absurd to expect her to be there, in that town and that day, but he couldn’t stop. He entered the Light Rose, and leaned on the counter. The bartender greeted him with a gesture and, without saying a word, put a glass of cold beer in front of Maurice. He handed her his credit chip trying to smile. He liked not needing to talk if he wasn’t in the mood to.

“Hey, pretty face, make me a whiskey.” ordered a guy behind Maurice. The bartender’s face said it all. What an irritating voice, it makes me want to slap him. It sounds familiar…

He turned back. The face was new to him, he had never seen the man before. But as soon as he saw his military cybernetic eye glowing red, Maurice nearly spilled his beer.

“What’s now, never seen a veteran?” the man kept a jovial tone.

Maurice shook his head. “No, it’s just that… you remind me of someone.”

“That’s unlikely, it’s the first time I set foot in this town.”

“You remind me of someone a friend told me about. She fought in the war too.”

The man set on the stool next to Maurice.

“A woman, eh? I’ve seen a lot of them in war.” he blinked at him in a way Maurice found creepy.

“Yvonne.” said Maurice.

“I don’t know, it could be.” he shrugged in an unconvincing way. “What did she say about me?”

“That you should go fuck yourself. It’s nothing personal.”

Maurice’s cybernetic arm went from squeezing the beer glass to squeezing Redeye’s neck.

 

 

 

Recensione: La Mano Sinistra delle Tenebre / Review: The Left Hand of Darkness

la mano sinistra delle tenebre

Autore: Ursula K. Le Guin

Genere: fantascienza

Anno: 1969

Note: L’ho letto nella traduzione di Ugo Malaguti pubblicata dalla Nord nel 1984. L’ho preso usato al Salone del Libro, ulteriormente incuriosita da un post de I Dolori della Giovane Libraia.


 

In un altro universo l’umanità si è sviluppata sul pianeta Hain, e solo dopo si è diffusa su altri pianeti, inclusa la Terra. Ora un’organizzazione chiamata Ecumene cerca di unire i pianeti abitati dagli umani, perchè ci siano per tutti dei vantaggi commerciali e tecnologici. Al momento l’Ecumene comprende un’ottantina di pianeti. Civiltà che non hanno ancora scoperto la tecnologia per i viaggi spaziali possono entrare a far parte di questa lega interplanetaria, ma convincerli a farlo non è sempre facile. Se ne rende conto bene Genly Ai, inviato dall’Ecumene per convincere il popolo di Gethen a unirsi a loro. Gethen è un pianeta freddo, chiamato Inverno dall’Ecumene stesso, governato dal suo clima ostile che ha modellato pensieri e azioni dei suoi abitanti. Ah, e i getheniani hanno sviluppato una caratteristica unica, quella di essere androgini per la maggior parte della loro vita: gli attributi sessuali emergono una volta al mese in un periodo che chiamano kemmer, periodo in cui di solito si uniscono, e ogni getheniano può assumere caratteristiche “maschili” o “femminili” in un diverso periodo di kemmer, non dovendo scegliere un unico tipo di genitali per la sua vita. Come ogni società ha i suoi tabù e le sue regole, solo che sono molto diverse da quelle a cui Genly è abituato.

Anche se secondo Genly questo è uno dei motivi principali dell’assenza totale di guerre e stupri su Gethen, sul pianeta non troverà utopie pacifiche. Genly se ne rende conto quando finisce incastrato nei giochi politici di due nazioni che lo vogliono usare per scopi diversi. Non tutti sono pronti a credere all’identità di Genly, nonostante le sue differenze fisiche palesi, e spesso c’è di mezzo la politica. Solo Estraven, il primo ministro di Karhide – una delle nazioni principali di Gethen – sembra credergli davvero. Varie circostanze li costringeranno a essere a stretto contatto, e ad andare oltre le differenze che vedono l’uno nell’altro…

Signore, signori e getheniani, vi presento un romanzo a dir poco meraviglioso.
Un romanzo che parla di dualità, e non solo per quanto riguarda genere/sesso, ma incentrato sulla dualità più profonda: il Me contro l’Altro.
Un romanzo in cui comprendiamo Genly Ai quando si trova ad attribuire caratteristiche maschili o femminili ai getheniani all’inizio, perchè è così che è stato cresciuto, e ci piace vederlo cambiare, e alla fine cambiamo anche noi con lui. Il Genly che vediamo all’inizio, che aspetta di essere ricevuto dal re di Karhide, è completamente diverso dal Genly che lo incontra nuovamente nel finale. Ciò che ha vissuto nel corso del romanzo lo ha cambiato per sempre.

Ci viene dato accesso al diario di Estraven, così lo vediamo lottare mentre cerca di capire lo strano Genly Ai, sempre in kemmer, incapace di muoversi nelle regole e usanze complicate della società e della politica getheniane, e che però lo affascina così tanto. Estraven diventa uno dei personaggi più interessanti della storia: noi lettori siamo portati ad essere vicini alla mente di Genly Ai, eppure la storia, le scelte e i ruoli di Estaven sono altrettanto importanti. Genly Ai non ce la farebbe senza Estraven, e vice versa. E poi c’è Gethen, con i suoi ghiacciai, le foreste, i vari tipi di neve… c’è la tentazione di raffigurarlo come un mondo fantasy, ma ci sono automobili, radio e altri elementi moderni a ricordarci dove ci troviamo.

Per questi aspetti mi ha fatto pensare a Dune: un pianeta lontano con un clima ostile che ha modellato i suoi abitanti per sempre, nel corpo e nella mente. Ma Gethen non ha l’importanza politica-economica di Dune, e Genly Ai non è un prescelto. I profeti di Gethen confermano che la sua missione avrà successo. Dicono il vero? E se sì, che prezzo dovrà pagare per farcela?
Una storia di politica, avventure, scoperte e cambiamenti che non ha sempre il ritmo frenetico che ci si aspetterebbe, ma non è di certo un problema. Come i ghiacciai di Gethen, questa storia erode lentamente e lascia tracce nel lettore per gli anni a venire.


 

Author: Ursula K. Le Guin

Genre: sci-fi

Year: 1969

Notes: I have read the italian translation by Ugo Malaguti published by Nord in 1984.


 

In another universe humanity was born on the planet Hain, and later spread to other planets, including our Earth. Now an organization called the Ekumen tries to unite as many as human-inhabited planets as possible, giving everyone advantages in terms of commerce and space travel. So far, more than 80 planets have joined the Ekumen. Planets and civilizations that haven’t yet discovered space travel are welcome to join this interplanetary league, but convincing them isn’t always an easy task. This is what Genly Ai, envoy from the Ekumen, understands as he spends time on Gethen trying to convince its people to do so. Gethen is a cold planet, called Winter by the Ekumen, ruled by its harsh climate which has shaped the way society thinks and acts. Oh, and its inhabitants have developed the unique characteristic of being androgyne most of the time: their sexual attributes emerge only once a month in a period called kemmer, in which they usually mate, and every gethenian can become “male” or “female”, meaning they do not have to settle for one sex for the rest of their lives.

While, at least according to Genly, this is one of the main reasons why the planet has never known neither war nor rape, gethenian society is far from utopian and pacific, and Genly finds himself trapped in the political games of two nations that want to use him. Not everyone is ready to believe that Genly is what he says he is, despite his obvious physical differences, and the motives are usually political. Only Estraven, the Prime Minister of Karhide, a powerful kingdom and one of the main nations of the planet, seems to do so. Circumstances will force them to become close, and to go beyond their differences…

 

Ladies, gentlemen and gethenians, let me introduce you to a wonderful novel.
A novel about duality, and not just about the gender/sexes spectrum but about the deepest duality that exists: Me versus the Other.
A novel in which we understand when Genly’s education forces him to attribute masculine or feminine characteristics to gethenians at the beginning, and we love to see him change, and perhaps we change with him. The Genly we saw at the beginning, waiting to meet the king of Karhide, is completely different from the Genly who meets the king again. What he has lived and understood has changed him forever.

We are granted access to Estraven’s diary, so we see him struggle as equally to understand the weird, always-in-kemmer Genly Ai, a man who doesn’t know how to navigate the complex political and societal rules of Gethen and yet who fascinates Estraven so much. Estraven becomes one of the most interesting characters of the novel: we, the readers, are supposed to be closer to Genly Ai’s mind, and yet Estraven’s story, choices and roles are equally as important. Genly Ai wouldn’t make it without Estraven, and vice versa.

And then there’s Gethen, with its glaciers, its forests, its different kinds of snows… one is almost tempted to picture it like a fantasy kingdom, and yet there are cars, radios and other “modern” elements. In this it reminded me of Dune: a distant planet with a harsh climate that has shaped its inhabitants forever, in body and mind. But Gethen doesn’t have Dune’s importance, and Genly Ai is no chosen one. The prophets of Gethen confirm he will accomplish his mission. But do they say the truth? And if he does, what price will he have to pay? This part political part adventure story, full of intrigue and discovery may not be as fast paced as one would expect, but that’s hardly a problem. Like the planet’s glaciers, this story will slowly erode in you and leave its traces for the years to come.

Recensione: Cronache Marziane / Review: The Martian Chronicles

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Autore: Ray Bradbury

Genere: fantascienza, science fantasy

Anno: 1950

Note: raccolta di racconti apparsi in varie rivista durante gli anni ‘40. Recensione uscita per la prima volta nel 2016 all’interno dell’evento Red October, una serie di recensioni di opere collegate a Marte (in collaborazione con la libreria Vecchi e Nuovi Mondi di Torino).


 

Dopo un raccontino di poche pagine il lettore viene catapultato nella mente (e nella casa) di una marziana, Ylla. Ylla è inquieta perché sta facendo strani sogni ultimamente, tutti incentrati intorno a uno strano uomo, così impossibile e alieno con quei capelli neri e le sue misteriose canzoni. Suo marito è troppo geloso per tollerare una cosa del genere… Nella terza storia vediamo l’arrivo della Seconda Spedizione. Riescono a parlare con i marziani, popolo dalla carnagione bronzea e poteri telepatici con sei dita per mano, ma non va proprio come previsto. Arriva una terza spedizione, e una quarta… finché non scoprono una verità triste e terribile sui marziani, verità che consente ai terrestri di stabilire le loro colonie.

Marte è un deserto rosso ardente, costellato di rovine di antichissime città, ricordi di un passato non sempre rispettato. Come i pionieri del passato, uomini e donne emigrano sul Pianeta Rosso alla ricerca di una nuova vita. Finché, improvvisamente, la Terra non li richiama indietro….

Anche se solo alcuni dei racconti hanno dei personaggi ricorrenti – su Marte si può morire in molti modi – sono tutti collegati tra loro. Non solo perché costituiscono una cronistoria della presenza umana su Marte, ma per un sentimento che li accomuna: la malinconia. A volte è solitudine, a volte è tristezza, altre è la coscienza che c’è qualcosa che non va… perché spesso le cose non sono come sembrano. Philip Dick sarebbe fiero degli automi presenti sul pianeta, perfetti e dotati di una sorta di coscienza, praticamente indistinguibili dagli originali. Il tema dell’identità è fondamentale in tutti i racconti, specialmente quelli che hanno a che fare con i marziani sopravvissuti.

Ma non c’è solo tristezza e mistero, c’è anche speranza e perfino ironia. Non è un’ironia molto politically correct, però: come libro non è invecchiato sempre benissimo ed è evidente in alcuni racconti più di altri. Sì, c’è un che di poetico, specialmente nei capitoli che seguono il punto di vista di personaggi in grado di percepirlo. Le descrizioni sono efficaci e particolari, e resta il sospetto che anche se Bradbury avesse saputo ciò che sappiamo ora su Marte non avrebbe cambiato di molto le sue storie.

I personaggi alludono all’epoca dei pionieri, ed è facile collegare i marziani ai nativi americani, ma sarebbe un peccato fermarsi lì. Vedete, non sappiamo come gli umani abbiano costruito i razzi, o gli automi, o com’è possibile che le città abbandonate abbiano ancora elettricità e acqua corrente. É l’esatto opposto di libri come The Martian. A Bradbury non interessa sapere come siamo arrivati su Marte o come torneremo indietro: vuole sapere come la gente della sua epoca reagirebbe se si trovasse a fare i conti con un mondo completamente diverso, con una sua storia e un suo popolo. Alcuni portano rispetto, altri no. Alcuni muoiono e altri sparano prima di far parlare gli altri.

Si focalizza su come gli americani su Marte affrontano la nostalgia di casa, delle loro famiglie e la coscienza che, anche se se ne vanno dalla Terra, la vita sul pianeta azzurro continua come al solito. Per questa ragione le prime storie hanno l’effetto di un viaggio in acido e le ultime di un pugno nello stomaco. Se riuscite a superare l’inevitabile confusione causata dai primi capitoli vi aspetta una lettura interessante, persino poetica in alcuni punti.


 

After the first, very short story, the reader is thrown into the mind and the house of a Martian woman, Ylla. She is unquiet because she has been dreaming of a strange man – with dark hair, so impossible and alien! – and strange songs. Her husband is a little too jealous to tolerate that… In the third story the Second Expedition comes to Mars. They get to talk to the Martians: bronze-skinned, mask-wearing telepaths with six fingers. It doesn’t go as planned. Then another expedition comes, and another… as they learn a terrible, sad truth about the Martians, humans eventually set their colonies on the planet. Mars is a red, scorching desert, sprinkled with ruins of ancient towns, memories of a past not always respected. Like pioneers of the past men and women travel to the Red Planet dreaming of a new life. Until, all of a sudden, the Earth calls them back…

Although only a few stories have recurring characters – you die easily on Mars – these stories are all connected to each other. And not only because they are the chronological account of mankind’s presence on Mars, but because they share a common feeling: melancholy. Sometimes it’s loneliness, sometimes it’s sadness, sometimes it’s just being aware of something that doesn’t add up… because often things aren’t what they seem. Philip Dick would be proud of the perfect automatons identical to human beings and with a conscience who can be found on the surface of Mars. Indeed, the theme of identity is very strong across all short stories, especially those who focus on the surviving Martians.

But it’s not just sadness and mystery, there’s still hope, and even irony sometimes. Not always a politically correct one, I’m afraid, because it has not aged very well compared to other works. Overall there’s still lyricism, especially in the chapters seen from the pov of those who can open their eyes enough to see it. Descriptions are powerful and effective, and I can’t deny the suspicion that even if Bradbury knew what we know today of Mars, his stories would have changed little.

Characters make allusions to the founding of America and it’s very easy to make references to that past, to compare the Martians to Native Americans, but I feel it would be limiting to stop at that. See, we don’t know how humans built their rockets. Or their automatons. Or how abandoned cities still have energy and running water. It’s the exact opposite of books like The Martian. Bradbury doesn’t want to know how we got on Mars and how we’ll return: he wants to know how the people of his time would react if they found themselves in a whole different world, with its own history and inhabitants. Some are respectful, some aren’t. Some will die and some will shoot before letting the other talk.

He focuses on how people face their homesickness, the longing for their families and the knowledge that even if they leave Earth, business will continue as usual on the green planet. That’s why the first stories read like an acid trip and the last ones like a punch in the gut. If you can get past the unavoidable confusion that comes from the first chapters, you’re in for a pleasing (even poetic) reading experience.

Racconto breve: Nuovo Mediterraneo pt 2 / Short Story: New Mediterranean pt 2

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Leggete prima la parte 1 qui / Read part 1 here.

Gli avevano parlato spesso del Memoriale, e lo aveva visto tante volte nelle foto su CityZen. Ma erano spesso immagini sfocate, e l’unica cosa che si riusciva a distinguere il più delle volte era una colonna in mezzo al nulla azzurro tra mare e cielo. Sapeva che prima che lui nascesse la corrente lo aveva spinto vicino al porto, e tutti lo erano andati a vedere. Laddove era stato danneggiato, qualcuno lo aveva riparato: il compito era spettato ai discendenti di coloro che erano sopravvissuti ai pericolosissimi viaggi per raggiungere l’Europa compiuti da tantissime famiglie decenni prima. Coloro che non erano morti in mare e avevano messo radici avevano figli e nipoti, e a questi figli e nipoti era spettato il diritto e il dovere di mantenere il monumento. Entrambi i genitori di Ahmed erano tra questi, così la nonna di Ahmed gli aveva raccontato di come ogni famiglia avesse portato un pezzo di qualcosa – plastica, corda, legno – e avesse in cambio preso un pezzo dal monumento. Il pezzo di plastica arancione che la nonna di Ahmed aveva ricevuto faceva bella mostra nel loro salotto.

Ma vedere il Monumento di persona, si rese conto Marco, era uno spettacolo unico. Una colonna di materiale di scarto per onorare come quelle persone non erano viste che come scarti, lasciata volutamente in balia della corrente, alla cui visione i naviganti tacevano in silenzio e in cima a cui brillava una luce generata da dei pannelli solari speciali, ripuliti e riparati in caso di necessità da tutte le navi di passaggio.

Gli passarono vicino, e l’odore salmastro si fece ancora più intenso. Toccare il monumento era consentito, così Angel guidò la barca vicino al Memoriale, e il gruppetto di cercatori di pesci alzò la testa in silenzio. Era molto più grande di quanto se lo sarebbe aspettato, e si sorprese a cercare di identificare i componenti di plastica e metallo che erano stati aggiunti di recente. C’era un pezzo di plastica rigido e nero che forse un tempo era stato parte del cruscotto di un’automobile, e che le città avrebbero pagato bene per avere, ora fissato e divenuto parte integrante della struttura, come i vecchi copertoni, i pezzi di legno seccato dal sole, le corde e i frammenti di reti che erano stati avvolti attorno alla struttura della colonna, come a contenerle. Avrei dovuto portare la mia rete rotta? si chiese Marco mantenendo il rispettoso silenzio che avvolgeva ancora la scena. Angel sembrava pensieroso, ma essendo anche lui un discendente e avendo di recente perso il fratell, Marco sospettò che ne avesse un buon motivo.

Gli sembrò di sentire un suono distante, ma quando si voltò non vide che il mare mosso dal vento in superficie, e l’unico suono era lo sciabordio delle onde contro la barca. Il rumore delle onde si fece più intenso, ma non abbastanza da convincere Marco a voltarsi indietro. Lo fece solo quando sentì il rumore di qualcosa che toccò il fianco della barca, e prima di voltarsi aveva già formulato due ipotesi, una concernente un banco di pesci – dopotutto Angel sembrava in attesa di qualcosa – e una che riguardava le storie sui polipi giganti che si erano riprodotti nelle profondità del Mediterraneo, leggende che aveva sentito da bambino.

Preferivo il polipo gigante, pensò prima di lanciare l’allarme alla vista del sottomarino che era emerso sulla superficie dell’acqua.

Marco si guardò intorno, ma non c’era nulla che potesse usare come arma. Ahmed aveva preso uno dei loro coltelli, ma non appariva molto convinto.

“Non possiamo farcela contro gli schiavisti, non così!” disse Marco tra i denti.

“Non ho intenzione di arrendermi senza lottare!” replicò Ahmed, stringendo il coltello in pugno. Dal sottomarino uscirono cinque persone armate di tutto punto.

“Angel, metti in moto la barca!” gridò qualcuno dei cercatori di pesci.

“Non muovetevi o spariamo!” intimò uno degli schiavisti sparando un colpo con la pistola. Il proiettile passò tra Ahmed e Marco.

Quello che sembrava il loro capo saltò agilmente dal sottomarino alla barca, e venne presto seguito dagli altri. Andò dritto verso Angel.

“Bentornato. Sei riuscito a portare solo una dozzina di persone però, che peccato.”

“Ho fatto quello che ho potuto! Dov’è Josef?”

“Al lavoro, come tutti. Lo raggiungerete presto, non preoccupatevi.” Marco provò l’istinto di ribellarsi, ma non poteva fare molto, proprio in quel momento avevano cominciato a legargli mani e piedi. Tanto non saprei da chi cominciare, si disse. Non so se odio di più quel traditore di Angel o quello stronzo del loro capo. Non sapevo che i cacciatori di schiavi fossero arrivati fin qui, nessuno lo sapeva.

“Se non fossi una buona merce, ti avrei ucciso. Non amo i traditori.” il capo prese Angel per la mascella e lo guardò dritto negli occhi. “Ma perché gettare via qualcosa che posso vendere. Cercherò di venderti al più presto, prima che i tuoi amici ti riducano in polpette. Il tuo fratellino invece continuerà a lavorare per noi. Servono tante braccia, nei nostri allevamenti di pesce.”


 

Marco had heard a lot of things about the Monument, and he had seen it many times in CityZen pics, usually blurred images in which you could barely distinguish the shape of a column in the middle of a blue nothingness between sea and sky. He knew that, before he was born, the currents had brought it close to the port and everyone had seen it. In the places in which the Monument had been damaged, someone had repaired it: such task belonged to the descendants of those who survived the dangerous trips across the sea to reach Europe decades ago. Those who had not died at sea had started new lives, and had generated new lives: to those kids and grandkids went the duty and right to keep the Monument standing.

Both Ahmed’s parents were among those descendants, so Ahmed’s grandmother had told him how every family had brought something to repair it – a piece of plastic, of wood, of rope – and had taken a piece of the Monument for themselves. The piece of red plastic Ahmed’s grandma had received was still in their living room.

But to see the Monument in person, realized Marco, was fully different. A column made of waste material to honor those who were seen as mere waste, left at the mercy of the currents, a sight that left all seafarers in silence and on top of which stood a light generated by solar panels, routinely repaired by all passing ships.

They came towards it, and the salty air grew stronger. You were allowed to touch the Monument, so Angel directed their boat toward it, and the group of fish seekers raised heads in silence.

It was way bigger than he had expected, and he found himself trying to identify the piece of plastic and metal that had been added recently. There was a piece of black hard plastic that had probably been a car’s dashboard: something that the cities would have paid for had now become part of the structure, as the old tires, the pieces of sun-dried wood, the ropes and pieces of broken nets wrapped around the column as if to contain it. Should I have brought my old net? he asked himself, still in respectful silence. Angel looked thoughtful, but as the son of a descendant who had recently lost a brother, he surely had his good reasons, suspected Marco.

He thought he had heard a vague and distant sound, but as soon as he turned his head he only saw the surface of the sea caressed by the win, and the only sound he could hear was that of the waves against the ship. The sound of the waves grew stronger, but Marco ignored it. He only turned his head when he heard the sound of something touching the boat, and in the span of a few seconds he had already formulated two theories, one concerning a shoal of fish and the other regarding the stories about giant octopuses living in the depths of the sea he had heard as a kid.

I would’ve rather had the giant octopuses, he thought as the saw the submarine on the surface of the water.

 

Marco looked for a weapon, but he found nothing he could use as such. Ahmed had taken out a knife, but he didn’t look very confident.

“We can’t make it against the slavecatchers! Not like this!” Marco whispered angrily.

“I’m not going to surrender without a fight!” Ahmed replied, still holding his knife. Five people had come out of the submarine, all armed to the teeth.

“Angel, start the boat’s engine, now!” cried one of the fish seekers.

“Don’t move, or we’ll shoot!” one of the slavecatchers shot with his gun, and a bullet passed between Ahmed and Marco.

The one who he suspected was their chief jumped easily on the boat, followed by the others. He went straight to Angel.

“Welcome back. You only brought a dozen people, what a pity.”

“I did everything I could! Where’s Josef?”

“He’s working, like everyone else. You’ll be with him soon, don’t worry.” Marco wanted to rebel, but he couldn’t do much, as the slavecatchers started to tie his hands and feet. I wouldn’t even know who to hit first, he thought. I don’t know if I hate that filthy traitor more than how much I hate the slavecatchers’ chief. I had no idea slavecatchers had started to reach these areas too. No one did.

“If you weren’t goods to sell, I would have already killed you. I’m not a fan of traitors.” the chief held Angel by the jaw, staring at him. “But why throwing away something I can sell. I’d try to sell you as soon as I can, before your friends beat you to a pulp. You brother will keep working for us. We need a lot of hands, in our fish farms.”

Recensione / Review: Qualcosa, là fuori

Autore: Bruno Arpaia

Genere: fantascienza post-apocalittica, “cli-fi”.

Anno: 2016

Note: Ho già menzionato questo libro nel mio post sul Salone di Torino.


Livio Delmastro cresce in un’Italia che potrebbe essere quella del nostro presente. Da ragazzo è un fervente ambientalista, poi cresce e diventa neurochirurgo. Sposa una donna fantastica, la scienziata Leila, e i due vanno a Stanford per continuare le loro ricerche e insegnare all’università. Livio non potrebbe essere più felice: ha sua moglie, i suoi amici, e il lavoro che ama, ed è soddisfatto. Ma anche se vive in una specie di bolla, vede che il mondo intorno a lui sta crollando. Il riscaldamento globale cambia tutto, e ne pagano il prezzo centinaia di migliaia di persone, e a volte delle città intere. Le famiglie di Livio e di Leila li tengono aggiornati sulla situazione in Italia, che è tutt’altro che promettente. E non è che l’inizio…  ogni paragrafo che parla della vecchia vita di Livio viene alternato da uno che parla del presente. Ed è un presente terribile. Sua moglie e suo figlio sono morti (spoiler, ma non tanto), e si trova in un ambiente à la Mad Max che un tempo era l’Europa che conosciamo: come migliaia di altri disperati, ha pagato una cifra altissima a una ditta chiamata TransHope, e ora si trova a compiere un viaggio atroce dal nord Italia alla Scandinavia: solo certi paesi vicini al Polo Nord consentono ormai una vita dignitosa, una vita non tanto diversa da quella di un tempo.
La sua colonna marcia a piedi, protetta da guardie, e con il diritto a ricevere razioni di cibo e l’uso di carri che riciclano e depurano l’acqua. Il viaggio è lungo, e pieno di pericoli che possono arrivare da tutto e da tutti.

E l’Europa è cambiata davvero tanto: la Svizzera consente a queste carovane di disperati di passare in cambio di un bel po’ di soldi, e sopravvive grazie ai bunker e alle montagne. Dovunque Livio e gli altri vadano, i fiumi e i laghi sono secchi o si sono trasformati in paludi. Altri uomini e donne disperati vagano per l’Europa alla ricerca della salvezza, di una barca per la Scandinavia o chissà cosa. E Livio si attacca emotivamente ai ragazzini e bambini della colonna, a cui fa lezione tutte le sere, insegnando loro matematica, storia e tanto altro: deve aggrapparsi a qualcosa, o crollerà come tanti altri…

Anche se non è un romanzo perfetto dal punto di vista della trama (il suo rapporto con i ragazzini poteva essere descritto in maniera più efficace), io ve lo consiglio. Alcuni mi hanno detto che non è fantascienza, e di sicuro non viene venduto come tale (non è la prima e non sarà l’ultima volta che succede una cosa del genere in Italia, no?), ma io lo considero come tale. Appare anche un elemento “tecnologico”, in un punto. Soprattutto, mi ha ricordato Il Risveglio degli Abissi di Wyndham, perché finché vive lontano dai guai Livio potrebbe essere un protagonista distante e triste delle apocalissi wyndhamiane. Ma si butta nella mischia tornando in Italia, e tutto cambia. Non che in America stesse divinamente…

Ho assistito a tanti dibattiti sulla fantascienza italiana, se esiste, cosa la definisce, e se il postapocalittico sia considerabile fantascienza (per me sì) e guarda un po’, ecco qui un esempio sotto forma di questo romanzo. Leila discende da una di quelle famiglie che hanno attraversato il Mediterraneo con i barconi, e Livio e tanti altri italiani ora si sono trasformati nei profughi del nostro presente, attraversano prima un deserto terribile e sperano poi di trovare una barca che li porti a una vita migliore. Non poteva essere più reale, più ancorato al nostro mondo.

Le descrizioni dell’Europa post-apocalittica sono agghiaccianti, e la cosa più agghiacciante sta nel fatto che per Arpaia forse questa non è fantascienza, è un avvertimento. Si è documentato molto sulle conseguenze dei cambiamenti climatici e le possibili catastrofi, e ci ha mostrato cosa potrebbe succedere, anche se in un modo un po’ strappalacrime. Penso sia il momento migliore per leggere questo romanzo. Intendo prima che diventi realtà.

 


Author: Bruno Arpaia

Genre: post-apocalyptic sci-fi

Year: 2016

Notes: The title literally means “Something, out there.” I’ve mentioned this book in my post about the Turin International Book Fair. There is no English translation so far.


Livio Delmastro grows up in an Italy that could be the one we know now. In his youth he’s a passionate environmentalist, and later grows up to be a neurosurgeon. He marries a wonderful woman, Leila, another scientist, and the two go to Stanford to continue their researches and teach at the university. Livio couldn’t be happier, he has his wife, his friends and his job and he’s satisfied. But even if he lives in a sort of bubble, he can see the world collapse around him. Global warming changes the world for worse, claiming cities and hundreds of thousands. Both Livio’s and Leila’s family keep them updated about the situation in Italy, which is less than promising. And this is just the beginning… because for every one of these paragraphs about Livio’s old life there is one about his current life. And man, it’s a terrible life. His wife and son have died (spoiler alert), and he’s on a Mad Max-esque landscape that used to be the Europe as we know it: like thousands of others he has paid a huge sum to a company called TransHope, and now has embarked in a terrible trip to go from northern Italy to Scandinavia: only these countries (together with Canada, Siberia and so on) offer the possibility to live a decent life, a life that is not so different from the one everyone lived before. His group marches on foot, protected by guards, and is guaranteed a ration of food and the use of certain wagons with water-filtering equipment. It’s a long journey, full of terrible dangers that can come from literally everything.

And Europe, oh has it changed: Switzerland allows these groups to pass for a huge sum of money, and still survives thanks to the high mountains and the bunkers. Everywhere they go lakes and rivers are completely dry or a have turned into swamps. Other desperate men and women roam Europe in search of salvation, a boat to Scandinavia, or what else. And Livio clings to the kids of the convoy, to whom he teaches everything he knows, from history to maths: he has to cling to something, or he’ll fall like many others…

Now, while this book is not perfect, plot wise (his relationship with the kids could have been depicted in a stronger way), I definitely recommend it. Some have told me it’s not sci-fi, and it’s not even marketed as sci-fi (but then, we have a problem in Italy with sci-fi, so maybe that’s the case), but to me it is sci-fi. There’s some Wyndham-style stuff here – I’m thinking about the Kraken Wakes, especially – but Livio doesn’t stay out of the catastrophe for much: as soon as he has to come back to Italy, he’s right in the middle of it. I’ve seen and heard a lot of debate about what constitutes “Italian sci-fi”, and if post-apocalyptic fiction falls under sci-fi (I think it does) then lo and behold, we have a good example here. Leila is a descendant of one of those families that reached Italy crossing the Mediterranean in terrible conditions. And Livio and many other Italians have turned into them now, crossing a desert wasteland in hope of reaching a boat that takes them to a better life. It doesn’t get more real, more chained to the present than that.

The description of post-apocalyptic Europe is chilling, and what’s more chilling is probably that Arpaia doesn’t consider it sci-fi because to him it’s a warning. He read and studied a lot of material about climate change, global warming and the possible aftermaths, and showed us how this aftermath could look like. I feel like this is the perfect time to read such a novel. I mean, before it becomes real.

 

 

Recensione / Review: Metro 2033

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Autore: Dmitry Glukhovsky

Genere: fantascienza postapocalittica, horror

Anno: 2005, pubblicato per la prima volta su internet nel 2002

Note: Ho letto la traduzione italiana di Cristina Mazzuchelli; l’edizione italiana consta di circa 780 pagine. Primo romanzo del franchise da esso generato, che comprende anche il famoso videogioco tratto dal romanzo e altri romanzi scritti da altri autori.


 

La vicenda si svolge nella metropolitana di Mosca vent’anni dopo un evento apocalittico che ha reso la superficie una terra desolata e inabitabile. Ogni stazione della metro è organizzata come una piccola città stato e segue idee politiche spesso molto diverse tra loro. I pericoli di quel mondo non sono rappresentati solo dalle altre persone e dai ratti, ma anche dalle strane creature che pare vivano nei tunnel. Il protagonista è un ventenne di nome Artyom che vive in una stazione periferica. Lì incontra un uomo, Hunter, che combatte contro i Tetri, creature che attaccano spesso certe stazioni come la loro. Hunter gli chiede di avvertire la Polis –  la città stato sotterranea più grande – se non sarà tornato entro tre giorni. Indovinate un po’, Hunter non torna e Artyom deve partire per un viaggio alquanto rischioso.

 

Questo romanzo ha in sé un mix di elementi positivi e negativi. L’ambientazione, anche se non originalissima, è interessante e riesce a essere davvero inquietante. C’è una parte in cui Artyom e i suoi amici vanno in superficie e visitano la Biblioteca che mi ha fatto davvero venire i brividi. Certo, è difficile – e molto da videogioco – credere che che nel giro di 20 anni la terra sia cambiata così tanto da produrre nuove creature, ma un lettore può anche ignorare questa cosa se ambientazione e storia sono costruiti in maniera abbastanza brillante.

Purtroppo la storia non è all’altezza. Artyom è un protagonista maschile generico noioso, senza niente di particolare nella sua personalità o nel comportamento, e i personaggi secondari si esibiscono di frequente in fastidiosi dialoghi tipo “Sapevi che…” “Sì, ma ripetimelo” per dare informazioni al lettore in un modo piuttosto irritante. Il nemico più pericoloso nella metro di Mosca non sono i Tetri o le orde di ratti, ma gli spiegoni.

A dirla tutta faccio fatica a prendere sul serio un personaggio che dovrebbe essere questo tipo tosto che si fa chiamare Hunter, sembra uscito da una brutta fanfiction.

Il problema principale del romanzo, però, rimane il fatto che il protagonista viene salvato di continuo: va benissimo che gli succedano cose terribili, perchè il lettore/la lettrice deve chiedersi di continuo “come riuscirà a cavarsela questa volta?” e essere motivato a proseguire la lettura. E quando leggete di Artyom in pericolo e vi domandate come farà a uscire da quella brutta situazione beh, non preoccupatevi per lui, c’è un deus ex machina venuto a salvarlo.

Sì, alla fine ci viene spiegato perché, ma non è una scusa sufficiente, se posso dire la mia. Se volete che io legga più di 700 pagine di romanzo pretendo qualcosa di più. Ho giocato solo ai primi 15 minuti del videogioco, e già si capisce la ragione della fortuna di Artyom e funziona molto meglio… utilizzare un medium diverso può voler dire tanto.

Metro 2033 aveva un potenziale enorme, riesce spesso a trasmettere quell’inquietudine che dovrebbe trasmettere e non ho nulla contro una struttura narrativa molto classica, anche se è abbastanza banale al punto che si può prendere la mappa della metro e dire “l’eroe vive qui, dovrà andare qui e qui e finirà per andare qui” ancora prima di leggere. Ma quando leggo voglio di più, e sospetto che il successo di questo romanzo sia dovuto all’ambientazione da videogioco/GDR piuttosto che alla storia (di sicuro Artyom non brilla). Non fa piacere rendersi conto che l’ambientazione sarebbe potuta essere usata per raccontare una storia di gran lunga migliore con personaggi più interessanti, il che sarebbe risultato in un onesto anche se non originalissimo romanzo postapocalittico.


 

Author: Dmitry Glukhovsky

Genre: Sci-fi, post-apocalyptic, horror

Year: 2005, first appeared on the internet in 2002

Note: I have read it in the translation by Cristina Mazzuchelli. The italian edition consists of 779 pages, it will be more or less the same in your language of choice. It’s the first volume of an entire Metro franchise which includes novels by other authors as well, and there’s also a famous videogame.


 

The story is set in the Moscow metro twenty years after an apocalyptic event that made the surface a dangerous wasteland. Every station is organized like a small city state and follows different political ideas. The dangers in the underground aren’t represented solely by the other humans or the rats, but by strange creatures that inhabit the tunnels.

The main character is a young man named Artyom who lives in one of the stations, and he meets a man, Hunter, who is fighting the Dark Ones, creatures who routinely attack the station that is Artyom’s home. Hunter tells him to warn the Polis – the biggest underground city state – of a great upcoming danger if he’s not back in three days. Surprise surprise, Hunter isn’t back and Artyom embarks on his dangerous journey.

 

This novel has a weird mix of positive and negative elements. The setting, although not super original, is interesting and genuinely creepy. There’s a part of the novel in which Artyom and his friends go on the surface and visit the Library which made me shiver in horror. Sure, it’s hard – and very videogame-ish, one may say – to believe that in the space of 20 years the Earth changed so much that so many new creatures have emerged, but a reader can ignore this if both setting and story are brilliant enough. Unfortunately, that is not always the same for the story, which is very hit-and-miss. Artyom is very boring, a “generic male protagonist” with no interesting aspects in his personality, and the side characters are predictable and annoying, constantly engaging in “do you know that…” “yes I do, but tell me again!” dialogues to tell the readers the info they need. The most dangerous enemy in the Moscow metro is not the mysterious Dark Ones, or the hungry rats. No, it’s infodumps.

I also have a hard time taking seriously a character who is supposed to be this badass dude and calls himself Hunter, it sounds like bad fanfiction.

The biggest problem of this novel remains, however, the fact that the main character is constantly saved. It’s perfectly fine for bad things to happen to a character, because the reader has to ask him/herself “how is he going to survive this?” and be motivated to keep reading. And when you read that Artyom is in danger and genuinely wonder how he’ll survive this time, well, worry not, there’s a deus ex machina coming to save him. Yes, there’s a reason for it, and it’s explained in the end, but it’s not a good excuse, if you ask me. If you want me to keep reading the 700+ pages of your story, you should really work harder than that.

I have played only the first 15 minutes of the videogame, and the reason of Artyom’s luck actually works much better there. Different medias can make all the difference in the world.

This book had a great potential, it often manages to be as creepy as it wants to be, and I have nothing against a very classical story structure, even if it’s unoriginal enough that you can look at the map before reading the book and think “the hero lives here, he’ll have to go here and there and end up over there.” But I when I read I want more than that, I feel like this novel’s success is due to the very RPG-like setting, and not to the story (and certainly not to Artyom). It’s kinda annoying to realize that the same setting could be used to tell a much better story with better characters and we’ll end up with an interesting even if not super original post-apocalyptic novel.